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Capitolo 1.
Era buio pesto nel momento in cui aprì gli occhi. Talmente buio che per un po’ non riuscì a capire se si fosse realmente svegliato, se avesse aperto gli occhi o se stesse ancora fissando il vuoto abissale che albergava nel suo petto. Nello stesso istante in cui iniziò a riprendere conoscenza, la gelida consapevolezza di essere vivo gli attanagliò i polmoni. Faceva fatica a respirare, come se una corda ruvida e sporca si stesse lentamente stringendo attorno al suo collo. Il respiro si accorciò e uno dopo l’altro diventava sempre più corto e affannato. Le mani annasparono su quello che a prima impressione sembrava un lenzuolo. Si rese conto di trovarsi disteso da qualche parte. La mano destra corse al proprio collo senza che potesse comandarla, in cerca quella corda maledetta per poterla strappare via, ma non importava quanto le sue dita indagassero, trovava solo pelle. Pelle, ossa in rilievo che sporgevano dalla sua gola non appena affondava i polpastrelli nella carne. Non riusciva a fermarmi. Così aveva iniziato a graffiarsi e in breve tempo lo fece con entrambe le mani. Le unghie raschiavano più a fondo che potevano e la corda stringeva sempre di più.
«Akira! Sveglia, Akira!»
La voce giunse alle sue orecchie ma era distante ebbe l’effetto di distrarlo per appena un attimo, non abbastanza da permettergli un respiro. Non importava quanta aria cercasse di inspirare, era sempre troppo poca. Il dolore che sentiva al collo iniziava ad essere insopportabile, ma non riusciva a fermarsi. Tutto il suo corpo era come posseduto, la sua coscienza annichilita.
«Cavolo.»
Due mani forti lo afferrarono per le spalle, scuotendolo. Una luce si accese in lontananza e fu così accecante da farlo gemere. Il buio tornò a coprire i suoi occhi. Improvvisamente non sentì più la presa sulle spalle, ma qualcosa l’afferrò con forza attorno ai suoi polsi. Poteva sentire tutta la determinazione che scaturiva da quella presa salda e faceva paura. Chi era? Quando il suo aggressore cercò di allontanare le mani dal suo collo, il ragazzo urlò. Sentì la gola andare a fuoco. Bruciava terribilmente. Quello che ne venne fuori fu solo il primo di una serie di grida disperate. A sentirlo lui stesso con le proprie orecchie, era quasi terrificante. Dall’esterno non sapeva se compiacersi o disgustarsi di se stesso. Tutto cadeva a pezzi. Vedeva solo il vuoto, in cui stava cadendo inesorabilmente.
«Fermati, ti prego fermati.» La voce era familiare, ma non la riconosceva. Il cuore all’impazzata, senza quasi più fiato, incontrollabile, si ribellò.
«No! No! No! No!»
Altre grida seguirono. Fu tutto d’un tratto che si sentì afferrare con ancora più forza adesso. Nessuna gentilezza fu messa nei gesti che gli strapparono le mani dal corpo. L’aggressore tenne stretti i suoi polsi, lui si sentì sollevare e spingere all’indietro. Pensò che sarebbe caduto per sempre all’indietro, finché la sua schiena non sbatté contro qualcosa che non sembrava affatto pavimento. Pur con i polsi sollevati e bloccati sopra la testa, si agitò instancabilmente, ma la presa era ferrea e non riuscì a liberarsi.
«Akechi…» di nuovo quella voce, «Akechi, sono io. Akira.» Le parole dell’altro si sovrapposero ai suoi pensieri. Non riuscì nemmeno a rendersi conto che il suo nome fosse la prima cosa sensata che ricominciava a passargli per la mente. Col respiro ancora affannato e la sensazione di essere vicino alla morte per soffocamento, tentò di aprire nuovamente gli occhi. La luminosità della stanza però era ancora troppo forte e rinunciò immediatamente.
«Morgana, la luce piccola vicino le scale. Accendi quella.»
«Roger.»
Morgana… Qualcosa scattò, un ricordo. Il muso nero e gli occhi blu come il mare di quell’animale che Akira si portava sempre nella borsa. Inutile nasconderlo, Akechi aveva sempre saputo che i due non viaggiavano mai da soli. Il gatto maledetto… ovviamente c’è… anche lui. Vi fu buio per un attimo, poi una luce più tenue illuminò la stanza. Akechi continuava a respirare a un ritmo selvaggio e violento. Finalmente era riuscito a mettere in fila più parole e a formulare un pensiero coerente, ma era stato uno di numero. L’insufficienza d’aria toglieva respiro anche al cervello. La presenza di Akira chino su di lui era rassicurante quanto opprimente. Se avesse potuto, si sarebbe aggrappato a lui con tutte le forze se fosse servito a non farlo andare giù, giù, giù…
«Akechi,» il suo cognome pronunciato così tante volte iniziava a fargli girare la testa. Non serviva richiamare così la sua attenzione. Come faceva il coglione a non capire che l’aveva già tutta? «Sei al sicuro. Sei a casa mia, non sei solo.»
Tutto a un tratto, spalancò gli occhi. Erano forse l’unica parte del suo corpo che non urlava, in quel momento. Lentamente il suo sguardo mise a fuoco il volto pallido, i capelli neri corvini, quel paio di occhi grigi che appartenevano ad Akira Kurusu. Vederlo chino su di lui con quello sguardo serio dipinto in faccia per un attimo scatenò un’onta di odio nel suo cuore, a maggior ragione del fatto che lo stava costringendo fermo sul materasso con tanta facilità. Eppure, per quanto fosse bravo ad aggrapparsi all’odio e al rancore, il sentimento scemò velocemente come era sbocciato. La sua mente si riempì di tutti quei ricordi che, per un attimo, aveva pensato sarebbero stati gli ultimi della sua vita e il furore svanì del tutto.
«Non respiro,» soffiò così velocemente che probabilmente Akira non aveva nemmeno capito. La gola bruciava a causa di tutti quei respiri dolorosi che aveva cercato di catturare. «A-aiuto. Non… respiro…»
Pensò di essere sul punto di morire. Lo pensava davvero. Più si concentrava sul calmare il proprio respiro, di rallentare il battito cardiaco, più gradualmente scivolava nel panico, meno riusciva a respirare, meno riusciva a controllare il proprio corpo. Sentì che Akira si assicurava la presa sui suoi polsi in una mano sola e ritraeva l’altra. Vide il suo corpo spostarsi verso destra e udì il rumore di cardini che scorrevano. In pochi secondi, un alito di vento freddo investì il suo viso e tutta la pelle scoperta. Un dito di gelo segnò un solco lungo il suo collo. Il freddo che sentì alla testa mandò il suo cervello in cortocircuito per un millisecondo, poi ebbe l’effetto opposto. L’improvvisa realtà del freddo fu sufficiente a restituirgli un po’ di lucidità. Senza rendersene conto, smise di dimenarsi. Seppure in modo irregolare, con continue interruzioni e tremiti, anche il respiro iniziò a rallentare e a regolarizzarsi e se si affrettava era per i brividi.
Il respiro di Akira Kurusu era ormai ciò che di più caldo raggiungeva il suo viso. Ancora chino su di lui, lo osservava con attenzione e lo incoraggiava con parole che a malapena sfioravano le sue orecchie. «Bravissimo… piano. Uno… due. Uno… due…»
Akechi non riusciva nemmeno a capire cosa stesse contando finché il ragazzo non gli chiese di contare assieme a lui. Dopo un tempo che gli sembrò infinito capì che si riferiva ai suoi respiri. Con poca sicurezza, seguì il consiglio. «U-uno…» il primo respirò venne fuori un po’ tremante, ma cercò di allungarlo il più possibile. «Du… due.» La voce di Akira lo accompagnava e sembrava una carezza. Non stava andando così male, ma Akechi non riusciva a non arrabbiarsi con sé stesso. Si sentiva incredibilmente stupido, debole e incapace. La cosa più naturale del mondo per chiunque vivesse, ecco, lui non riusciva a farla. I neonati respiravano e neanche ci pensavano. Ed eccolo lì, il miserevole Goro Akechi, disperato perché non ricordava più come si faceva a vivere.
Questi pensieri lo agitarono terribilmente. Un sorriso amaro si fece strada dentro di lui ma non raggiunse le labbra. Sarei dovuto morire lì. «U-u…» il fiato gli si mozzò in gola in un accenno di nuova iperventilazione. Il fatto che gli venisse da ridere non l’aiutava. Non merito questo. Un nodo alla gola che prima non c’era lo strinse più forte di quella corda che ora chissà dove era finita. Forse i Phantom Thieves avrebbero fatto meglio a permettergli di inscenare la propria morte fino alla fine. Sarebbe scomparso, non avrebbe più avuto bisogno di ricordare come si faceva a respirare. Se ne sarebbe andato con una morte degna di un eroe tragico shakespeariano.
«Ehi, ehi.»
Eccola di nuovo, la voce calma e sicura di Akira Kurusu. Il suo acerrimo nemico, il suo rivale. L’unica persona che fosse mai riuscita a sopravvivergli e non una, ma ben due volte. Il giorno in cui aveva sparato un proiettile dritto nelle sue tempie si era sentito l’uomo più potente del mondo. Una delle vette più alte dell’Everest. Eppure, eccolo lì. Più vivo di lui, senza dubbio, e capacissimo di fare qualsiasi cosa. Ma soprattutto, era lì per lui. Avrebbe dovuto lasciarlo a marcire su quella maledetta nave, lasciare che lo uccidessero, smettere per una volta di volersi accollare il peso della vita di qualcun altro.
«Akechi,» il viso del ragazzo di fronte a lui, pur nella penombra, era estremamente nitido ai suoi occhi, «Sei forte. Molto più forte della maggior parte delle persone che conosco. Magari non andiamo d’accordo su molte cose, io e te, ma se ti arrendi ora non avremo nemmeno mai l’occasione di parlarne, che dici?»
«D-di cosa… parlare?» Aveva la bocca così secca e impastata che anche mormorare era difficilissimo. Per la prima volta, la voce di Akira si lasciò andare ad una leggera risata. La pressione che aveva sui polsi svanì. Finalmente libero, tuttavia, Akechi non si mosse di un millimetro.
«Uhm… che ne dici dei pancakes?»
«P-pan…» la sua voce si spense. Fu come se tutto si fosse spento dentro la sua testa. Non se ne accorse nemmeno. Il solo nome del cibo però era bastato ad aprire una voragine nel suo stomaco. Improvvisamente, si domandò da quanto tempo fosse che non metteva qualcosa sotto i denti. La sua pancia, di simile accordo, brontolò forte. Questo guadagnò un’altra risata da parte di Akira, che gli sorrise in una maniera che Akechi non avrebbe esitato a definire intenerita e che gli faceva venire voglia di vomitare. Il ragazzo a quel punto avvicinò una mano al suo viso e con gentilezza scansò le ciocche di capelli che aveva sulla fronte, umida e sudata. Akechi sentì il calore della sua pelle contro la propria e rabbrividì. Poi Akira si voltò lateralmente, guardando un punto lontano nella stanza fuori dal suo campo visivo.
«Morgana, vieni a tenergli compagnia. Prendo il necessario e torno.» Prima di alzarsi dal letto, il ragazzo allungò una mano verso l’alto e Akechi l’osservò mentre faceva scorrere il vetro della finestra non fu quasi del tutto chiusa. Ora l’aria era fresca e Akechi fu felice di non avere più il vento gelido a colpirlo in faccia. Senza nemmeno rendersene conto aveva finalmente ritrovato un po’ di calma. Avrebbe voluto chiedere ad Akira di non andare, ma non aveva la voce né la forza per farlo. Come poteva la sua presenza rassicurarlo al punto da fargli provare un tale senso di smarrimento? Non era forse abituato a fare le cose da solo? Non provava forse una repulsione viscerale nei confronti di quel ragazzo? Dentro di sé, Akechi sapeva che quest’ultima avversione non era altro che una finzione del suo personaggio.
Il maledetto gatto nero dagli occhi azzurri salì sul letto nel punto esatto dal quale Akira si era appena alzato. Akechi seguì il ragazzo con lo sguardo fin dove poté e lo vide mentre scendeva i primi scalini. Involontariamente, tutto il suo corpo aveva seguito i suoi occhi e la sua mano sinistra pendeva fuori dal letto adesso. Fu in quel momento che si rese conto di avere le mani sporche e bagnate. Stringendo il pugno debolmente e sfregando le dita tra loro, riconobbe la consistenza di quel liquido che conosceva bene. Dacché pensava di starsi sentendo meglio, improvvisamente sentì lo stomaco sottosopra. La stanza girò come una ruota della fortuna e sentì un conato arrivare a metà della sua gola.
«Ehi…» la voce di Morgana lo raggiunse come distante anni luce. Lentamente, si voltò verso di lui e sperò fosse un segno sufficiente a far capire che aveva la sua attenzione. Meglio che ripensare alle proprie mani sporche di sangue, che lo avrebbero perseguitato a vita. Pregò affinché la stanza smettesse di girare il prima possibile. «Sono felice che ti sia svegliato… Siamo stati tutti in pensiero.»
Un groviglio di emozioni a metà tra il cuore e lo stomaco. Tutti… Sentiva un caldo incredibile, gli scoppiava la testa e pensò di esser vicino al vomito, ma cosa avrebbe potuto gettar fuori il suo corpo vuoto?
«Akira mi ha detto di tenerti compagnia,» Morgana interruppe il suo corso di pensieri, «Significa che vuole che non ti addormenti di nuovo mentre lui non è qui. E che non ti senta solo, probabilmente.»
Il massimo che riuscì a fare fu annuire flebilmente.
«Fai fatica a parlare, giusto? Allora parlerò un po’ io. Forse ti stai anche chiedendo varie cose quindi proverò a darti qualche informazione,» il gatto si leccò una zampa, per poi passarsela sul muso. Un gesto che, se fosse stato umano, sarebbe forse stato paragonabile al passarsi una mano tra i capelli. «Adesso è la notte tra il sei e il sette dicembre. Ti trovi a casa di Akira, nell’attico del caffè Leblanc. Hai dormito ininterrottamente per tre giorni e due notti, in preda alla febbre… se senti dei pizzicori alla gamba destra, è normale, la dottoressa Takemi ha avuto il suo bel daffare ad estrarti quella pallottola dal polpaccio e a fasciarti come si deve. Se dovessi sentire tanto dolore diccelo subito, abbiamo degli antidolorifici…»
Erano troppe informazioni per poterle processare correttamente una per una. La parola “pallottola” però lo colpì come se fosse stata appena sparata verso la sua testa. Akechi non ricordava nemmeno di essere stato colpito. Doveva essere accaduto mentre fuggivano dal palazzo di Shido. Ora che Morgana aveva portato l’attenzione sull’argomento, si rese conto di avere delle bende saldamente avvolte attorno al polpaccio destro. Allungando una mano, toccò il tessuto accarezzandolo lentamente. «Non… fa male…»
«Ottimo.» Fu la risposta immediata di Morgana. Poco dopo dei passi riecheggiarono dalle scale facendosi sempre più vicini. Akechi li contò e arrivò fino al numero sette, poi Akira fu nuovamente ai piedi del letto. Stava trasportando un vassoio e lo poggiò a terra. Il rumore gli diede così tanto fastidio che Akechi gemette e si coprì le orecchie con le mani, ma con gli occhi sbirciò la scena. Sul vassoio, una piccola bacinella, diversi fazzoletti bianchi, un bicchiere, una bottiglia di acqua e un piatto con sopra alcuni biscotti erano allineati uno accanto all’altro. La prima cosa che Akira gli porse fu il bicchier d’acqua. Sedutosi sul bordo del letto, fece scivolare un braccio sotto il suo collo e Akechi si mosse per agevolarlo mentre l’altro lo sollevava. Spostandosi un po’ indietro, infine poté sedersi poggiando la schiena contro la parete. Ancora stordito, Akechi non riusciva a guardare dritto davanti a sé senza che la stanza ondeggiasse, ma sapeva di dover bere. Ne percepiva il bisogno in fondo alla propria gola secca e bruciata. Akira gli si fece più vicino e portò il bicchiere alle sue labbra. Con un po’ di incertezza, Akechi chiuse le mani attorno al piccolo oggetto in vetro e attorno alle stesse dita di Akira, che non accennarono a lasciare la presa. Lentamente, inclinò il bicchiere e bevve tutta l’acqua che vi era all’interno. Una volta assaggiata la prima goccia, il bisogno di berne altra divenne urgente. Akira dovette riempirgli altri tre bicchieri prima che si sentisse soddisfatto.
«Vuoi mangiare qualcosa?» la domanda gli strappò una smorfia. Lentamente, scosse la testa. Se avesse mangiato in quel momento sarebbe finito col vomitare. Quando poté finalmente metter via il bicchiere, Akira lo aiutò a tornare in posizione supina sul letto. Le sue mani erano così attente eppure ferme, salde. Akechi rabbrividì pensando che probabilmente era la prima persona che qualcuno lo toccava, in assoluto o forse in tanto, tanto tempo. Chinandosi accanto al letto, Akira uscì dal suo campo visivo, ma capì che stava armeggiando con la bacinella. Quando rifece capolino, scostatogli i capelli dalla fronte, vi poggiò il fazzoletto. Osservando per tutto il tempo il soffitto dell’attico, Akechi non oppose resistenza e la sensazione del panno umido sulla pelle lo fece sentire subito meglio. Ad occhi chiusi, cercò di rilassarsi e si concentrò sul proprio respiro. Il tocco di qualcosa sul lato sinistro del collo però lo fece sussultare. Akira lo osservava e gli mostrò la mano destra, tra le cui dita teneva stretto un altro fazzoletto bagnato. Non si dissero niente e dopo poco il ragazzo riprese ciò che aveva iniziato poco prima. Senza una singola parola, proprio come gli si addiceva, pensò Akechi. Akira passò il fazzoletto lungo tutta la pelle che riusciva a raggiungere, dalla mandibola alle clavicole. Akechi si sentiva un po’ a disagio e non capiva il perché del gesto. L’attenzione con cui Akira si prendeva cura di lui era terribile. Terribile e spaventosa fin nelle viscere, eppure così calda. Il tocco delle sue dita era leggero, quasi rilassante, ma a volte bruciava e in alcuni punti il contatto col tessuto lanciava stilettate di dolore dritte al suo cervello. In questi casi, Akira si fermava e si voltava, seguiva poi il suono del fazzoletto che veniva intinto nell’acqua della bacinella, poi il ragazzo tornava e più gentilmente di prima riprendeva il suo lavoro. Mordendosi le labbra, Akechi cercava di non impazzire.
«Perché fai questo?» Chiederlo fu togliersi un peso insostenibile dal petto. «Non siamo… compagni… tu non dovresti…»
Akira non rispose subito, passò il fazzoletto umido un’ultima volta sul lato destro del suo collo e si lasciò andare a un leggero sospiro. «Non preoccuparti, ho finito… E, non so dirti perché.»
A differenza dei suoi gesti, la risposta era così fredda ed elusiva che Akechi si sentì tradito, come se Akira gli avesse appena piantato un paletto di ghiaccio nel cuore. Ironico, non era stato lui a tradirlo, in realtà. Per un attimo la mente gli si svuotò del tutto, ma durò un istante soltanto. Una risata sfuggì alle sue labbra ma finì in un colpo di tosse. Patetico. «Devo dedurne che soffri di una sorta di sindrome da crocerossina, Kurusu?» domandò quando si fu ripreso, «Non puoi salvare chiunque. Sogni così vasti e altruisti finiscono sempre per deluderti.»
«Non voglio salvare chiunque,» rispose il ragazzo, e dal tono di voce sembrava che non avesse finito. Invece si voltò e senza aggiungere altro si alzò dal letto. Akechi sentì il rumore di qualcosa che strusciava contro il pavimento, poi la voce del ragazzo. «Mor.» In men che non si dica, il maledetto gatto nero era tornato al suo fianco mentre Akira si allontanava. Da non molto lontano giunse il rumore di ante che si aprivano e poi sbattevano. Quando fu di ritorno, Akira teneva in mano una scatolina bianca. Riprendendo il proprio posto al suo fianco, allungò una mano verso il suo viso, accompagnandolo, per farlo voltare verso di lui.
«Adesso devi mangiare un biscotto,» disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo dirlo con una faccia così seria, «altrimenti non posso darti la medicina.» Akechi storse il naso, chiedendosi perché mai dovesse fidarsi di una persona che non sapeva nemmeno perché lo stava aiutando. Tuttavia, non solo non aveva alternative migliori, l’unico motivo che aveva per non accettare era il suo orgoglio, e non era davvero sufficiente per rifiutare. Senza protestare dunque si sollevò sui gomiti, combattendo un giramento di testa, e prese con una mano il biscotto che Akira gli stava porgendo. Lo portò alle labbra e lentamente ne mandò giù un morso. La pasta frolla era sicuramente buona e dolce, ma gli lasciò un che di amaro in bocca. Aveva fame, ma non voleva mangiare.
«Finiscilo tutto, Akechi.» Akira si guadagnò uno sguardo che era tutto fuoco e saette. Se solo fosse stato abbastanza in forze da potergli tirare un pugno in faccia e rompergli il naso, Akechi lo avrebbe fatto. Nonostante ciò, obbedì.
«Ora ingoia questa.» il ragazzo gli passò una pasticca e avvicinò anche il bicchiere dopo averlo riempito nuovamente. Ancora una volta senza fiatare Akechi fece come gli veniva detto e si aiutò bevendo dell’acqua. Restituì il bicchiere e fissò Akira intensamente. Akira sostenne il suo sguardo e i due tacquero per un po’. Anche quando tornò a stendersi, liberandosi dal dolore che gli indolenziva le braccia, Akechi non distolse mai lo sguardo. Stava iniziando già a dimenticare il motivo della propria fissazione quando l’altro gli parlò.
«Sai,» iniziò con calma irreale, «Forse non è il momento più adatto, ma se hai qualcosa da dire dilla. Te lo si legge in faccia.»
«Io…» iniziò, confuso con se stesso, finché non riuscì ad aggrapparsi all’unica emozione che provava intensamente da una vita e che prima, invece, l’aveva abbandonato, «Io odio… dover dipendere da te.» La propria debolezza lo ripugnava oltre ogni misura. Il senso di impotenza suscitava in lui una frustrazione che non aveva mai provato prima. Ripensare alla bruciante sconfitta che aveva subito ad opera dei Phantom Thieves gettava solo altro sale sulla ferita. Non importavano le loro belle parole. Non importava più nulla di fronte a quell’umiliazione. Una parte di lui non sarebbe mai riuscita a liberarsene. Eppure, guardando Akira, non vedeva più soltanto un’occasione mancata, un degno rivale né un nemico giurato. Vedeva una mano tesa verso di lui. Una possibilità, qualcosa di spaventoso. «Odio dover riconoscere che ho bisogno di te.»
Quegli occhi così sicuri e profondi, nell’oscurità della stanza, sembrarono brillare per un attimo. Esasperato, Akechi si lasciò andare ad un sospiro che sapeva tutto di resa e scosse la testa tra sé. Questa era certamente stata una confessione che il suo vecchio sé non avrebbe mai fatto. Si domandò che fine aveva fatto.
«Capisco…» Akira sembrò pensarci su, un po’ distante, «Ma devi vivere.»
Il silenzio cadde tra di loro lasciando Akechi a domandarsi se avrebbe dovuto prendere quella risposta come un incoraggiamento o come una minaccia. Ma era sempre stato così, Akira Kurusu, estremamente silenzioso e di poche parole e, nonostante tutto, aveva un coraggio e una forza ammirevoli. Le poche parole che diceva non erano quasi mai parole a caso. Akechi pensò che avrebbe voluto sentirne altre, e che per farlo avrebbe volentieri risposto, tuttavia non passò molto tempo ancora prima che la medicina iniziasse ad avere effetto. I suoni divennero sempre più ovattati. Se disse qualcosa, non lo avrebbe più ricordato. Senza accorgersene chiuse gli occhi e scivolò in un sonno profondo.
