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You don't learn that in school

Summary:

Minato e Kushina sono morti, lasciando la custodia del loro unico figlio a Kakashi, che chiaramente non aveva alcuna intenzione di diventare un genitore. Così come forse non ce l'aveva Itachi, costretto a crescere suo fratello da solo, proteggendolo in maniera esagerata e spingendolo quindi verso ogni possibile atto di ribellione.
Mentre Kakashi cerca di integrarsi nel nuovo liceo in cui ha deciso di insegnare e dove ha iscritto Naruto, Sasuke - suo studente - deciderà di renderlo il nuovo obiettivo della sua insubordinazione adolescenziale.

Notes:

Considerazioni:
- non scrivo una long da troppo tempo e non so perché io lo stia facendo;
- dovrei smetterla di shippare Sasuke con chiunque, ma non lo farò;
- credo che la OroSasu stia lentamente diventando la mia OTP, quindi non ho effettivamente idea di come andrà avanti la trama;
- Orochimaru è bellissimo;
- questa cosa è scritta in maniera molto discutibile, però giuro che è colpa di Sasuke e non mia;
- varie ed eventuali.

 

A Benedetta.

Chapter 1: It may be a dream but it tastes like poison

Chapter Text

- Ti avevo detto che in dieci minuti saremmo dovuti uscire. –
Kakashi lanciò un’occhiata all’orologio e sospirò. Sarebbe decisamente arrivato in ritardo al primo giorno di lezione e gli sarebbe toccato inventare una scusa davanti ad una classe di ragazzini viziati pronti a guardare tutti dall’alto in basso solo per il conto in banca dei loro genitori.
Nei precedenti tre anni aveva insegnato in un istituto superiore in periferia, in cui i casi difficili spuntavano come funghi, il possesso di droga era un requisito fondamentale e le risse all’ordine del giorno, eppure si era affezionato ai suoi studenti, così bisognosi di una guida e del surrogato di una figura genitoriale. Aveva chiesto il trasferimento a malincuore, consapevole del fatto che lo stipendio che avrebbe percepito lavorando in una scuola privata ed esclusiva come il liceo Hashirama Senju gli avrebbe permesso di crescere in maniera molto più dignitosa la peste con cui viveva.
Gettò un altro sguardo all’orologio appeso alla parete e maledì affettuosamente Minato e la sua decisione di affidargli la custodia di suo figlio.
- Non trovo lo zaino! – sbottò Naruto, comparendogli davanti con i capelli scompigliati e una maglietta stropicciata.
- Tieni. – sospirò l’uomo mentre con una mano gli tendeva il sacco di tela a forma di rana. – Ieri ti ho stirato tre camicie, non potevi mettertene una? –
Naruto scosse il capo con aria categorica. – Non mi metterò mai una camicia, nemmeno per andare in una scuola di fighetti. –
Iscrivere Naruto al liceo Senju gli era sembrata la cosa più ragionevole da fare: gli avrebbe assicurato un’istruzione di tutto rispetto e avrebbe potuto tenerlo d’occhio con la giusta dose di apprensione. Inoltre le alternative non erano così numerose: l’anno precedente Naruto era stato sospeso per oltre due settimane dopo aver quasi mandato a fuoco l’aula per scherzo, e Kakashi era stanco di passare i pomeriggi al telefono con i suoi insegnanti ad ascoltare lamentele senza avere davvero delle giustificazioni.
Non passava giorno senza che si domandasse perché Minato avesse voluto affidargli una responsabilità del genere e, soprattutto, non passava giorno senza che si domandasse perché mai avesse accettato.
Kushina aveva dei parenti che sarebbero potuti essere una splendida famiglia per Naruto, eppure il ricordo dello sguardo di Minato quando gli aveva chiesto se fosse stato disposto a prendersi cura di suo figlio in caso a lui e sua moglie fosse accaduto qualcosa gli faceva quasi pensare che quella fosse l’unica opzione possibile.
Erano dieci anni ormai che viveva assieme a Naruto e gli sembrava di aver commesso un errore dopo l’altro, di averlo lasciato troppo solo con se stesso credendo che avesse bisogno di spazio, di aver evitato troppe volte il dialogo, di avergli permesso di indossare una maglietta stropicciata e presumibilmente sporca per il suo primo giorno in una scuola d’élite.
Per quanto volesse crogiolarsi nella disapprovazione, però, gli veniva impossibile non sorridere vedendo il ragazzo che si issava sulle spalle lo zaino-anfibio e si cacciava in tasca una manciata di monete. A scuola lo avrebbero mangiato vivo, e probabilmente Naruto se ne rendeva conto, ma niente gli avrebbe permesso di perdere quell’entusiasmo instancabile con cui viveva la vita.

- Devo andare a scuola. –
Sasuke si infilò svogliatamente i vestiti, schermandosi con una mano gli occhi dal sole che filtrava dalle pesanti tende verdi.
- Hai detto a tuo fratello che avresti passato la notte fuori? – domandò con una nota di preoccupazione l’uomo ancora disteso a letto.
- Dovresti smetterla di avere così paura di mio fratello, è patetico. –
Sasuke si abbottonò la camicia seduto sul materasso, mentre un braccio spuntava dalle coperte e lo trascinava di nuovo tra le lenzuola.
- Non mi pare di essere l’unico ad avere paura di lui. –
Fu un attimo e Sasuke si avventò sulle labbra dell’uomo con violenza, solo per essere garbatamente respinto.
- Non vorrei altro, ma purtroppo devi andare a scuola e non oserei mai frappormi tra te e la tua istruzione. –
Sasuke grugnì qualcosa di incomprensibile, si infilò le scarpe e prese la cartella di cuoio con un sospiro. – Ci vediamo, Rochi. – bofonchiò di malumore.

Il cellulare era intasato di chiamate di suo fratello e probabilmente se non lo avesse richiamato si sarebbe presentato in classe insieme ad un’intera squadra di polizia per assicurarsi che stesse bene.
Non gli avrebbe telefonato comunque, anzi, avrebbe chiamato in ufficio per farsi passare Orochimaru al posto suo solo per farlo andare fuori di testa. Inoltre così si sarebbe guadagnato una punizione da parte di Orochimaru. Era drammatico che dovesse arrivare a tanto per un assaggio di cazzo.
Sasuke sospirò per l’ennesima volta e uscì dalla metropolitana, circondato da altri studenti eccitati per l’inizio della scuola e da uomini d’affari indaffarati che sfilavano sulle scale mobili con una vitalità quasi pari alla sua.
Non aveva un solo amico con cui condividere le gioie e i dolori del liceo: nessuno che gli confidasse con ansia di non aver terminato i compiti delle vacanze o che gli parlasse con entusiasmo della propria cotta per la ragazza più carina della classe.
Poco male, lui i compiti li aveva completati la prima settimana di giugno e i suoi compagni gli erano tutti indifferenti, quindi non avrebbe saputo cosa rispondere.
Un colpo forte alla schiena lo fece quasi cadere per terra.
- Chiedi scusa. – sibilò una voce dietro di lui, forse convinta di essere inudibile.
Sasuke si voltò, pronto a scatenare tutta la sua ira devastante, e si ritrovò davanti alla faccia un giovane biondo e scarmigliato che doveva avere più o meno la sua età, accanto a cui torreggiava un uomo dall’aria mortificata.
- Scusami. – borbottò il ragazzo con scarsa convinzione, ma Sasuke non lo degnò nemmeno di un’occhiata perché l’unica cosa che aveva attirato la sua attenzione era la cartellina con il logo del liceo Senju che l’uomo stringeva in mano. Non sembrava che fosse il padre del piccolo delinquente che gli era venuto contro, era troppo giovane. Il fratello maggiore, magari? La cosa di certo non lo riguardava, ma il flash che aveva squarciato i suoi pensieri e che vedeva come protagonisti quell’uomo e i pettorali che si intravedevano da sotto la camicia era stato piuttosto vivido e lo aveva confuso per un attimo.
Prese mentalmente nota del fatto che avrebbe dovuto raccontarlo ad Orochimaru: lo sguardo possessivo che gli oscurava il volto quando Sasuke palesava istinti sessuali per qualsiasi altro essere umano era nella lista delle sue ragioni di vita.
- Ehi, ti ho chiesto scusa! – esclamò il ragazzo, rifilandogli uno spintone.
- Naruto, ok. Adesso andiamo. –
L’uomo afferrò un braccio dell’adolescente e prese a trascinarlo via, lanciando a Sasuke uno sguardo mesto.
Quella giornata stava assumendo una potenziale sfumatura interessante.

Kakashi varcò la soglia dell’edificio principale del liceo Hashirama Senju e tirò un sospiro di sollievo: con Naruto anche un viaggio di mezz’ora poteva diventare una missione in bilico tra la vita e la morte. Chissà che cosa avrebbe fatto Minato al suo posto.
Scorse con gli occhi i numeri delle classi accanto alle aule per identificare quella in cui avrebbe dovuto svolgere la prima ora e quella assegnata a Naruto, che se lasciato solo si sarebbe sicuramente avviato verso altri lidi. E in quel momento il ragazzo della stazione della metropolitana gli passò accanto e si voltò a fissarlo con un sopracciglio alzato.
- Questo idiota non è capace di venire a scuola da solo? – domandò in tono sorprendentemente disinteressato mentre con un cenno del capo indicava Naruto.
- Non vedo perché dovrebbe farlo, visto che dobbiamo entrare a scuola alla stessa ora. – rispose l’uomo con il sorriso più falso che le sue labbra potessero produrre, stringendo con forza una spalla di Naruto per evitare che si lanciasse addosso allo sconosciuto.
- Ti hanno bocciato dodici volte o cosa? – replicò quest’ultimo.
Kakashi chiuse gli occhi per un istante. Non immaginava che la sua piccola scuola di periferia gli sarebbe mancata così tanto.
- Voi figli di papà fate proprio pena. – commentò Naruto, e lo sguardo dell’altro ragazzo si fece carico di rabbia, i pugni serrati e la bocca ridotta ad una fessura.
Minato, perché?
Prima che l’inevitabile avesse tempo di accadere, una donna con un grazioso caschetto castano si piazzò davanti a Kakashi con le mani sui fianchi.
- Professor Hatake, la Dirigente la aspettava venti minuti fa. E tu, Uchiha, dovresti già essere in classe. –
Uchiha?
Kakashi aprì la bocca e la richiuse.

Professore?
Sasuke dimenticò per un secondo la furia che si era impossessata di lui e sorrise in maniera quasi impercettibile.
Il professor Hatake si stava grattando nervosamente il mento mentre tentava di giustificarsi con la vicepreside, intanto il suo accompagnatore si guardava intorno con chiaro disagio.
Quella scuola stava iniziando a fare schifo, di sicuro non era più il luogo d’élite in cui suo fratello aveva voluto iscriverlo ad ogni costo, probabilmente da quando era arrivata la Preside Senju, pronipote dello stesso Hashirama Senju, a cui l’edificio era stato intitolato per i meriti nel campo dell’educazione.
Una sera, quando Sasuke aveva raggiunto Orochimaru in un locale in cui tecnicamente non si sarebbe dovuto trovare, si era imbattuto nella dirigente scolastica, intenta ad ubriacarsi per un amore non corrisposto – questo glielo aveva raccontato Orochimaru, che la conosceva fin dall’infanzia. Era normale che il liceo si stesse riempiendo di casi umani, se chi lo gestiva lo era a propria volta. L’inevitabile conseguenza sicuramente era che i casi umani si diffondessero anche nel corpo docenti, che già di certo non era brillante come quello che suo fratello idealizzava.
Senza dubbio il professor Hatake era il nuovo insegnante di Lettere di cui Itachi, che oltre alle dieci ore quotidiane nel suo studio legale era anche rappresentante del consiglio dei genitori, gli aveva parlato, ma non aveva affatto l’aria eroica descrittagli da suo fratello, anzi. Con ogni probabilità quello sarebbe stato un altro anno da buttare nel cesso, ed era una buona cosa che Sasuke si fosse già portato avanti con il programma di quarta. Forse non era un genio indiscusso come Itachi, ma era già scritto che uscisse anche lui con il massimo dei voti, professor Hatake o meno.
- Uchiha, non ti ho detto di andare in classe? –
Sasuke lanciò un’occhiata indifferente prima alla vicepreside e poi al professore, che continuava a tergiversare per non lasciare da solo il ragazzo biondo. Chissà in che rapporto erano quei due e, soprattutto, chissà se Itachi era in grado di raccontargli qualcosa sulla vita privata di quell’uomo tanto bello quanto fuori luogo. Glielo avrebbe chiesto quella sera a cena; forse la scopata con Orochimaru poteva aspettare.
Con un sospiro soffocato si apprestò a dirigersi in classe, mentre il professor Hatake si allontanava a malincuore accompagnato dalla vicepreside, dopo aver comunicato al suo pupillo l’aula in cui doveva recarsi. La stessa di Sasuke, naturalmente.
- A quanto pare, idiota, siamo compagni. Non rompermi il cazzo. – Accelerò il passo per arrivare a destinazione prima di quel biondo disfunzionale con un zaino a forma di rana, a cui non aveva certo intenzione di dare una mano. – Ah, a proposito: chiamami un’altra volta “figlio di papà” e ti spacco la faccia. –