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We are the lonely ones

Summary:

- Quello è il mio posto. –
Reiner distolse lo sguardo dal cielo e si ritrovò a fissare un ragazzo in piedi accanto a lui che lo scrutava con gli occhi spalancati. C’erano 50 ettari di parco, ma a quanto pareva quella zolla era di proprietà privata.
- Mi… mi dispiace. – abbozzò Reiner, sentendosi un idiota perché si stava seriamente scusando per essersi seduto su un prato.
- Fa niente, mi metto vicino a te, però non fare casino. –
Reiner cercò di mettere a fuoco il volto dello sconosciuto per poi accorgersi che sconosciuto non lo era affatto.
- Eren? – sussultò.
- Ciao, sono quattro anni che non ci vediamo, Reiner. –

Notes:

Mi era stata chiesta una cosa fluff e io ci ho infilato angst, riferimenti al canon fatti in modo scemo e high school drama. Ottimo lavoro.
Come sempre quando si parla di Reiner, per Fran.

Work Text:

L’erba era umida e profumava di quella libertà che Reiner non assaporava più da settimane, costretto a casa per la sessione esami. In realtà i momenti liberi ogni tanto c’erano stati, ma da quando Porco lo aveva lasciato era uscito solo per fare la spesa o per aiutare sua madre nelle commissioni. Colt gli aveva gentilmente chiesto di passare una serata al pub insieme, ma Reiner sapeva benissimo che si trattava solo di un atto di pietà e non voleva costringerlo a scegliere tra lui e Porco, così come non voleva costringere Pieck, quindi aveva pensato che sarebbe stato meglio sparire un po’ per far calmare le acque. O forse perché sapeva che nessuno avrebbe scelto lui, per cui non era nemmeno il caso di provarci.
Aveva parlato un po’ con Bertholdt, ma era difficile sentirsi davvero vicini da quando il suo migliore amico si era trasferito dall’altra parte del mondo per l’università e tutto sembrava essere contro di loro, specialmente il fuso orario. Prima di andare a dormire all’ora in cui invece lui si svegliava, Bertholdt gli aveva scritto che alla fine le stelle che vedevano erano sempre le stesse (un po’ patetico, ma era quello di cui Reiner aveva bisogno) e allora si era detto che tanto valeva vederle davvero, quelle stelle. Era uscito di casa solo, una punta di malinconia dopo aver visto sul profilo Instagram di Pieck una foto del gruppo felicemente riunito, e si era diretto verso un parco poco frequentato nella periferia della città, lontano dalle luci e dal frastuono. Si era seduto sull’erba, anche se attorno a lui tutto era deserto e le panchine vuote, e aveva alzato lo sguardo verso il cielo limpido pensando un po’ a Bertholdt, che a quell’ora si stava probabilmente preparando per la giornata, un po’ a Porco e agli occhi schivi ma colmi di tristezza con cui gli aveva detto che la loro storia non funzionava più, e un po’ alla vita in generale. Aveva letto da qualche parte che la vita in sé era priva di significato, ma che erano gli uomini ad avere il potere di attribuirgliene uno tramite le piccole cose quotidiane, e si domandò perché lui non ci stesse riuscendo.
I mesi passati assieme a Porco erano stati belli, sì, ma non abbastanza da farlo sentire in pace con se stesso, non abbastanza da fargli pensare di aver trovato il proprio posto nel mondo, non abbastanza da togliergli la paura di essere un peso, per Porco in primis.
Dannato Bertholdt e dannate stelle – che alla fine non erano nemmeno le stesse, visto che vivevano in due emisferi diversi.
- Quello è il mio posto. –
Reiner distolse lo sguardo dal cielo e si ritrovò a fissare un ragazzo in piedi accanto a lui che lo scrutava con gli occhi spalancati. C’erano 50 ettari di parco, ma a quanto pareva quella zolla era di proprietà privata.
- Mi… mi dispiace. – abbozzò Reiner, sentendosi un idiota perché si stava seriamente scusando per essersi seduto su un prato.
- Fa niente, mi metto vicino a te, però non fare casino. –
Reiner cercò di mettere a fuoco il volto dello sconosciuto per poi accorgersi che sconosciuto non lo era affatto.
- Eren? – sussultò.
- Ciao, sono quattro anni che non ci vediamo, Reiner. –

Per qualche motivo non si sentiva minimamente a disagio. La presenza di Eren non gli creava alcun fastidio e tutto il rancore che c’era stato tra loro quando erano più piccoli non pesava affatto. Il ragazzo se ne stava seduto accanto a lui con lo sguardo rivolto al cielo, come se stesse cercando di comprendere i misteri dell’universo.
- Come sta Bertholdt? – domandò all’improvviso, cogliendolo di sorpresa.
Reiner accennò un sorriso. – Ora vive in Australia. – rispose.
- Ha sentito il bisogno di scappare dall’altra parte del mondo solo perché Armin gli ha fregato la ragazza? –
Reiner sorrise di nuovo: alla fine Eren era sempre Eren, anche con i capelli più lunghi e lo sguardo più smaliziato.
- Sono successe tante cose. Abbiamo sbagliato tutti e so che non potrai mai perdonarmi, non ti chiedo di farlo. Voglio solo che tu sappia che se potessi tornare indietro cambierei tutto. – mormorò, gli occhi piantati sull’erba sotto i suoi piedi.
Eren scosse le spalle. – Ho fatto anche io la mia dose di stronzate, ma vado avanti. Ti conviene fare lo stesso. –
Reiner si domandò di quali colpe si potesse essere macchiato Eren: per quanto sotto la scorza e la lunghezza dei capelli riuscisse a rivedere il suo amico di un tempo, quei quattro anni sembravano secoli.
- Comunque mi dispiace. – disse ancora.
- Non fa niente, Reiner. Quello che si fa quando ci si crede nel giusto e poi si scopre di non esserlo danneggia più te che gli altri. Almeno io posso addossare tutta la colpa su di te e sentirmi meglio, ma tu ce l’hai un capro espiatorio per non impazzire? –
Era tutto dannatamente vero.
- Per quello che vale, certe cose non erano finte. –
Eren rise a voce alta, una risata che si perse nella notte tra il vento e gli alberi. – Ti prego, risparmiati il teatrino. Ho detto che va bene così, non me ne frega niente, Reiner. Ero venuto qui per starmene un po’ in pace, non c’è bisogno che ripercorriamo la nostra vita. –
L’aria si faceva sempre più pungente e l’erba ondeggiava pacifica seguendo la corrente. Continuava a non esserci anima viva oltre a loro.
Reiner si trovò a pensare a Porco, che di per sé non era questa grande novità, ma raramente lo aveva comparato ad Eren, più che altro perché per la maggior parte del tempo cercava di scacciare Eren dalla sua mente. Aveva sempre reputato la sua relazione con Porco matura e stabile – per quanto potesse essere stabile qualcosa che riguardava lui: aveva finto di stare bene quando non era così, anche se negli occhi di Porco ogni tanto scorgeva la consapevolezza velata dall’orgoglio che gli impediva di chiedergli che cosa non andasse, era stato zitto anche quando avrebbe voluto parlargli per ore intere dei suoi sensi di colpa e di quella costante inadeguatezza. Proprio come fanno i veri adulti. Per tanto tempo aveva pensato che Porco fosse la persona più simile a lui che avesse mai conosciuto, che lo avrebbe capito anche senza bisogno di aprire bocca, ma ad un certo punto era stato chiaro che non era così, allora si era chiuso del tutto, spingendo il compagno ad allontanarsi da lui fino alla rottura totale. Eppure, nonostante il palese fallimento, aveva davvero creduto che le cose fossero andate nel modo giusto, e probabilmente avrebbe continuato a vivere in quella convinzione se non fosse stato per Eren.
- Stavo con un ragazzo. – disse per nessuna ragione.
Eren si voltò a guardarlo senza particolare interesse.
- Erano più di due anni che mi piaceva. Ti giuro che non capivo perché si fosse messo con me. All’inizio sembrava perfetto, ma ho rovinato tutto. Di nuovo. –
Eren si stese sul prato, le braccia incrociate sotto la testa, e continuò ad osservarlo in silenzio.
- Mi piaceva e basta, era una cosa straordinaria, forse la prima che sentivo solo perché me lo diceva il cervello e non qualcun altro. E non gli ho detto niente. A volte mi chiedevo come potesse stare con qualcuno di cui non sapeva nulla, ma forse lo faceva perché aspettava che io mi fidassi, che sentissi di potermi aprire, che ne so. A me però sembrava che stesse con una persona che non ero io. Lo vedevo che stava male, che si sentiva restio a confidarsi anche lui, e non ho fatto niente. L’ho lasciato andare via. –
Eren emise un verso indistinto. - Ti manca? –
- Non lo so. Lui sì, quello che avevamo no. –
- E vorresti tornarci insieme per provare ad avere qualcosa di diverso? –
- Non lo so. Non so se sarei in grado di costruirlo. – bisbigliò Reiner.
- Quindi? –
Si voltò confuso in direzione di Eren, che era tornato a scrutare il cielo scuro.
- Quindi cosa? –
- Non so, pensavo me lo stessi dicendo per espormi le tue conclusioni. –
Fanculo. Le conclusioni le aveva, ed era anche abbastanza sicuro del fatto che Eren avesse capito dove voleva andare a parare, ma non credeva davvero che glielo avrebbe fatto dire a voce alta.
Sospirò e seguì l’esempio dell’altro sdraiandosi sull’erba umida, gli occhi saldamente fissi sulle stelle.

Aveva conosciuto Eren quando aveva diciassette anni, a scuola. Sapeva già della sua esistenza, ma non si era mai curato né di lui né dei suoi compagni di classe, due anni più piccoli. Ai tempi Bertholdt viveva ancora in città e passavano quasi tutto il tempo insieme. Il gruppo esisteva già, ma Porco, Marcel, Colt e Pieck frequentavano scuole differenti. Con loro due c’era solo Annie, che comunque si era sempre sentita molto poco parte integrante della compagnia. A differenza sua, Reiner avrebbe letteralmente ucciso per farsi rispettare dagli altri, e l’occasione gli era stata servita su un piatto d’argento quando Zeke, il più grande della comitiva, che di rado li degnava davvero della sua attenzione, aveva fatto un commento sul fatto che il suo fratellastro andasse nella stessa scuola sua e di Bertholdt.
Reiner aveva sempre cercato di mostrare a Zeke supporto e comprensione: era la persona che più poteva avvicinarsi a capire la sua storia e prima o poi l’altro se ne sarebbe reso conto. Avrebbe realizzato che Reiner sapeva bene cosa significasse essere abbandonati e ripudiati dal proprio padre. Per questo motivo l’unico che poteva aiutarlo ad ottenere una parvenza di vendetta era indubbiamente lui.
Si era avvicinato ad Eren con un pretesto qualsiasi e in men che non si dica erano diventati inseparabili. Eren lo aveva invitato a casa sua e aveva potuto vedere di persona quel padre bastardo che aveva rovinato la vita di Zeke. Si era sentito potente e importante, ma poi aveva cominciato a calarsi troppo nella parte. Aveva trascinato Bertholdt e una più che reticente Annie alle uscite con Eren e il suo gruppo di amici, aveva legato con tutti loro, li aveva aiutati a studiare, li aveva protetti dagli attaccabrighe delle altre classi. Lo aveva fatto per Zeke, per se stesso e per Bertholdt, anche per Annie, perché così gli altri li avrebbero guardati con rispetto, Porco avrebbe smesso di prenderlo in giro e Zeke lo avrebbe trattato come un suo pari. Doveva solo arrivare al punto in cui la sua amicizia con Eren era talmente profonda da poterlo mandare a quel paese ed essere sicuro di spezzargli il cuore facendolo. Poi però, durante un intervallo, Eren lo aveva chiamato, gli aveva chiesto di seguirlo nel laboratorio di scienze deserto e lo aveva baciato in fretta e furia, gli occhi lucidi e le guance arrossate. Gli aveva chiesto scusa e aveva fatto per andarsene, ma Reiner lo aveva trattenuto, lo aveva stretto a sé e lo aveva baciato di nuovo.
Si erano messi insieme due giorni dopo. Annie, stufa di quella recita, aveva smesso di venire a scuola, con profondo disappunto sia di Bertholdt che di Armin, il migliore amico di Eren. Bertholdt era rimasto da solo a cercare di trovare il proprio posto tra realtà e finzione e ad ancorare Reiner alla verità, che ormai faceva solo male, perché se da una parte c’era Zeke, scostante e irraggiungibile come sempre, dall’altra c’erano il sorriso di Eren, i suoi occhi sempre sorpresi, la sua determinazione quasi ridicola e l’entusiasmo imbarazzato con cui dimostrava il suo affetto.
Reiner aveva perso la verginità con lui, nella sua cameretta ancora infantile, un pomeriggio in cui Carla e Grisha erano fuori casa. Lo aveva baciato spingendolo contro il muro sotto una grossa foto di famiglia in cui l’uomo che aveva ferito Zeke come suo padre aveva ferito lui sorrideva sereno tenendo in braccio un piccolo Eren. E Reiner aveva scelto di ignorarlo perché Eren era lì, tra il suo corpo e la parete, che fremeva e cercava di sfilargli la maglietta con troppa foga.
Il giorno successivo erano entrati a scuola tenendosi per mano, mentre Bertholdt lo fissava dalla scalinata d’ingresso e sospirava.
Forse avrebbe potuto continuare a fingere per sempre, ma una sera Porco, tra un tiro di sigaretta e l’altro, gli aveva detto: “A quanto pare non sei nemmeno capace di fare lo stronzo!” e Zeke gli aveva lanciato un’occhiata delusa. Li aveva sentiti distanti come non mai e, anche se sapeva con ogni fibra del suo essere che Eren ne valeva la pena, l’indomani si era presentato davanti alla sua classe durante l’intervallo, con Bertholdt qualche passo più indietro, e, sforzandosi di ridere, aveva rivelato ad Eren che non gli era mai importato di lui e che era ora che capisse cosa significava essere traditi e abbandonati. Aveva poi inscenato un repentino cambio di interessi e aveva lasciato la vecchia scuola per iscriversi alla stessa frequentata da Porco, seguito a ruota da Bertholdt, perché sostenere lo sguardo di Eren in corridoio ogni giorno era qualcosa che non poteva sopportare.
Così Eren era sparito dalla sua vita per sempre, ma era rimasto in un angolo del suo cervello a fissarlo con gli occhi colmi di lacrime, mentre Zeke gli offriva da bere, le battute di Porco si facevano meno acide e Marcel gli sorrideva.

Appoggiò la testa contro il terreno e respirò a fondo l’aria della notte.
- Quindi niente, ho capito che con lui non mi sentivo come ci si dovrebbe sentire. – disse, cercando di mantenere un tono casuale.
- E come ci si dovrebbe sentire? –
Chiuse gli occhi, anche se l’impronta luminosa delle stelle era ormai impressa all’interno delle sue palpebre. Se Eren voleva prendersi gioco di lui, tanto valeva lasciarlo fare. Di certo se lo meritava.
- Come mi sentivo con te. –
Era come se avesse appena esalato l’ultimo respiro.
- E come ti sentivi con me? –
Giustamente doveva umiliarlo fino in fondo, ma a quel punto davvero non importava più. Forse aveva solo bisogno di essere giudicato da qualcuno, ed era giusto che quel qualcuno fosse Eren, non poteva essere nessun altro.
- Mi sentivo bene. – disse. Non aveva più paura, era come parlare con la persona di cui più si fidava al mondo, sapendo che era venuta per porre fine alle sue sofferenze. Era effettivamente l’unica soluzione possibile e poteva soltanto ritenersi fortunato ad avere incontrato Eren in quel parco deserto.
- Il tipo con cui stavi si chiama Colt? –
- Cosa? No! Colt è un mio amico, perché? – Si tirò su in fretta e furia e guardò Eren negli occhi per la prima volta in tutta la sera.
- È il fratello di Falco. – rispose Eren senza scomporsi minimamente.
- Lo so benissimo che è il fr… aspetta, tu perché lo sai? –
Cosa stava succedendo?
Eren si stiracchiò sul prato e alzò una mano verso il cielo, osservandola con estremo interesse.
- Vengo qui tutte le settimane, anche d’inverno. Non c’è mai nessuno e mi piace. Oggi però non pensavo che ci sarei venuto. Un po’ di tempo fa, mentre facevo ricerche su Zeke, ho trovato il profilo Instagram di Falco. Aveva una foto con te e un sacco di altra gente. Non c’era Bertholdt, quindi pensavo che avessi piantato un coltello nella schiena anche a lui. – rise. – Ci ho parlato un po’, gli ho detto due cazzate, gli ho raccontato di essere un tuo amico delle superiori e di aver perso tutti i contatti con te, che volevo farti una sorpresa e che avevo bisogno del tuo nuovo indirizzo e del tuo nuovo numero. Incredibile quanto si sia stupidi a quell’età. Se penso a quanto lo ero io mi viene la nausea. –
Eren aprì la bocca per proseguire, ma Reiner gli si scagliò addosso, premendolo ancora di più sull’erba.
- Perché cazzo hai dovuto coinvolgere Falco? Se volevi vendicarti potevi contattare direttamente me. Non avrei mai rifiutato di incontrarti e avresti potuto fare quello che volevi. –
Si sentiva esplodere il cervello. Falco aveva solo dodici anni e la brutta abitudine di fidarsi di tutti, ma aveva un cuore spropositato e riusciva a immaginarselo dire: “Che bello, vuoi fare una sorpresa a Reiner! Certo che ti aiuto, ne sarà felicissimo!” come se lo avesse davanti. Impiegò alcuni secondi, durante i quali Eren gli rimase sotto senza nemmeno provare a colpirlo, a realizzare che quello che aveva dentro non era altro che senso di colpa. Lo stesso che aveva provato quando Bertholdt gli aveva detto con aria triste che aveva saputo che Armin e Annie si erano messi insieme. Già allora, Reiner aveva provato a convincersi del fatto che probabilmente Annie non avrebbe mai ricambiato i sentimenti del suo migliore amico, ma alla fine era colpa sua se si era avvicinata ad Armin. E quali obiezioni poteva avere sul comportamento di Eren, quando era stato lui il primo a manipolare i suoi amici e a spingerli a fidarsi di lui? In che modo era diverso da ciò che Eren aveva fatto con Falco?
Abbassò il capo, i capelli corti che sfioravano la fronte di Eren, e cercò di trattenere le lacrime.
- Mi dispiace. – sussurrò, conficcando le dita nella terra umida.
- Guardami. –
Reiner alzò a fatica gli occhi per incontrare quelli di Eren e rimase senza fiato, come se tutti i momenti in cui i loro sguardi erano stati incatenati avessero ripreso vita nella sua mente.
- Stavo dicendo che Falco mi ha dato i tuoi dati e sono venuto a casa tua. Ovviamente avevo già provato a visitare il tuo vecchio indirizzo, ma ci ho trovato una coppia con cinque figli. In ogni caso, ti ho visto che uscivi e ti ho seguito fino a qui. Non prendertela con Falco, mi sta simpatico. -
Eren si sistemò meglio tra le gambe di Reiner e si sollevò leggermente. Stava diventando un posizione davvero ridicola per discutere, e Reiner ne era dolorosamente conscio.
- Perché hai fatto tutto questo? – mormorò, cercando di sfuggire allo sguardo di Eren, che sembrava essere dappertutto.
- Hai detto che al tuo ex non riuscivi a parlare. Perché no? –
Il pensiero di essere a cavalcioni su un altro ragazzo mentre parlava di Porco aveva qualcosa di terribilmente sbagliato, ma in qualche modo non riusciva a staccarsi dal corpo di Eren.
- Lui è sempre stato così fiero di sé. È una di quelle persone che sanno di meritare quello che hanno nella vita. –
Eren grugnì in segno di assenso.
- Da una parte avevo paura di tirarlo giù con me, dall’altra ce l’avevo con lui perché avrei tanto voluto poter vivere nel suo stesso modo. –
- Pensi che non viviamo tutti di maschere, Reiner? È facile dire di voler essere liberi, ma in un mondo come questo non è possibile. Hai fatto tutto il casino che hai fatto per ottenere il rispetto di Zeke, ma ci pensi mai a cosa vede lui quando si guarda allo specchio? Un fallimento, uno che non aveva neanche i requisiti di base per farsi amare da bambino. La stessa cosa che vedi tu, no? Sicuramente anche il tuo tipo ha i suoi demoni, eri solo troppo concentrato sui tuoi per accorgertene. –
Con un movimento repentino Eren ribaltò le posizioni e lo atterrò. I capelli lunghi gli incorniciavano il volto nella tenue luce lunare e solleticavano il viso di Reiner.
- Eren? –
- Purtroppo però il tuo ragionamento ha senso lo stesso. A volte ti senti accettato solo da chi ti ha visto toccare il fondo, perché non potrai mai mostrarti a loro in maniera ancora peggiore. Il tuo ex ti avrebbe accettato comunque? Probabilmente sì, ma valeva la pena di esporsi così tanto rischiando di perdere tutto? O era meglio perdere lo stesso tutto ma cercando di rimanere integri? –
Le stelle e i lineamenti di Eren stavano diventando un tutt’uno e la tensione velata che le sue parole emanavano cominciava ad insinuarsi in Reiner come un formicolio fastidioso e rassicurante al tempo stesso. Sapeva che la sua erezione stava iniziando a premere contro la gamba di Eren ed era sicuro che se ne fosse accorto anche lui. Stranamente non gli importava.
Eren gli si avvicinò ancora di più, accostando le labbra al suo orecchio sinistro. – Sai che potrei scoparti qui, in un parco pubblico, e farlo talmente bene da farti accettare te stesso? –
Senza neanche accorgersene Reiner afferrò i fianchi di Eren e li strinse forte, lasciando andare un gemito roco. Ecco cosa non c’era mai stato con Porco: quell’istinto viscerale e incontrollabile che gli faceva quasi perdere la ragione. C’erano sempre stati troppi calcoli, troppe preoccupazioni, troppe supposizioni, invece Eren arrivava dopo quattro anni di assenza e in mezz’ora era capace di svuotargli completamente la testa. Non era per il modo in cui parlava, era la sua mera presenza, perché Reiner si era sentito allo stesso modo anche davanti all’Eren quindicenne, inesperto e pieno di speranze. Quando gli era vicino non poteva fare a meno di avvertire il desiderio di diventare una cosa sola con lui, fisicamente e non.
- Lo so. – bisbigliò senza avere neanche più la forza di resistere.
- Bene, perché ovviamente non lo farò. – commentò Eren pacifico, spostandosi da sopra di lui e rimettendosi seduto sull’erba.
- Cosa? – balbettò Reiner confuso, mentre il suo corpo cercava ancora il calore di quello di Eren.
- Se mi inviti a casa tua ci posso pensare, ma in un parco di notte proprio no. –
A casa sua? Invitarlo a casa sua?
- Eren, non capisco. – disse desolato.
- Che non voglio scopare in un prato? –
- No, non capisco cosa tu stia cercando di fare. Perché sei qui? Perché ti sei fatto dare il mio indirizzo da Falco? Qual è la tua vendetta? Farmelo venire duro e andartene? Prendermi in giro? Davvero, non capisco. Mi dispiace ma non capisco. –
Non ebbe tempo di rimuginare ulteriormente, perché Eren si chinò su di lui e lo baciò.
Era diverso dai baci infuriati che si scambiavano da ragazzini, questa volta le labbra e la lingua di Eren sapevano bene come muoversi, e Reiner lo attirò a sé, facendoselo di nuovo cadere addosso, e lo strinse come se avesse paura di vederlo sparire da un momento all’altro. Non voleva veramente avere una risposta, non gli interessava se era tutta una recita malata, voleva solo che Eren rimanesse. Lo lasciò andare solo per portare le mani tra i suoi capelli, poi sul collo, sulle spalle. Eren era lì, tra le sue braccia, sotto le stelle.
- Stai buono. – gli sussurrò il ragazzo con voce molto più dolce di prima, staccandosi piano e riprendendo la sua posizione a gambe conserte sul prato.
- Sono venuto perché volevo vederti. – disse solo.
Reiner tentò di riprendere fiato e si sollevò un po’ per darsi un tono. – E cosa volevi fare dopo avermi visto? – biascicò.
- Baciarti. –
- Eren, onestamente, so di meritarmi qualsiasi vendetta tu abbia in mente, ma è proprio necessario fare tutto questo? –
Era così frustrante.
All’improvviso Eren si cacciò una mano nella tasca interna della giacca – Reiner per un istante si chiese se non stesse per estrarre una pistola, e tirò fuori un bigliettino spiegazzato che gli porse con un mezzo sorriso. Era troppo buio per decifrare la scritta, quindi Reiner lo illuminò con il cellulare, sul cui schermo campeggiava un messaggio non ancora aperto di Bertholdt. Il piccolo foglio non era altro che un biglietto da visita. Di una psicoterapeuta, apparentemente.
Reiner sollevò le sopracciglia perplesso e lanciò un’occhiata rapida e confusa in direzione di Eren.
- Sto vedendo una psicologa. Mio padre mi ha obbligato un annetto fa. Oltre alle mie sedute ho anche quelle di famiglia con lui e Zeke, che praticamente sono incontri in cui tutti e due lo insultiamo per qualsiasi cosa ci sia successa nell’infanzia. Quella – e fece un cenno del capo rivolto verso il biglietto da visita – è una sua collega di fiducia. Gliel’ho chiesto io, in caso ci volessi andare anche tu. Magari ci vai già, che ne so. Comunque è utile. –
Reiner fissò il rettangolo di carta per un consistente minuto. – Mi hai pedinato per dirmi di andare in terapia? –
Eren scrollò le spalle e abbozzò un mezzo sorriso. – Possiamo fare schifo insieme oppure cercare di fare meno schifo insieme. –
Insieme.
- Nel senso che… no, in che senso? – Era come trovarsi sull’orlo di un dirupo e sapere che al 99% il prossimo punto d’appoggio sarebbe stato quello sbagliato.
- Nel senso che ora vedo Zeke tutti i fine settimana e mi porta anche alle sue patetiche partite di baseball, quindi, se ti preoccupa ancora la sua benedizione, non avrà niente da ridire se mi frequenti. – Quel “non avrà niente da ridire” suonava pericolosamente come un “se avesse qualcosa da ridire gli farei saltare il cervello”, ma non era quello il punto.
- E tu perché dovresti volermi frequentare? –
- Perché faccio quello che mi pare. –
Eren sembrava così serenamente risoluto che non gli pareva proprio il caso di insistere. Magari la terapia lo aveva davvero avvicinato ai segreti dell’universo che scrutava nella volta celeste, chi poteva saperlo.
- E adesso cosa vuoi fare? – gli chiese titubante.
Eren sorrise. – Guardare le stelle. –
E allora nulla ebbe più importanza. Il fatto che potesse trattarsi di una finta, la reazione che avrebbe avuto Porco vedendolo con un altro, il messaggio di Bertholdt, i sensi di colpa. Mentre Eren gli prendeva la mano sotto il cielo stellato non importava nient’altro.