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We won't survive, we're sinking into the sand

Summary:

Raccolta di one shot per la Ererei Week con i seguenti prompt:
Day 1 - Reincarnation
Day 2 - "I'm the same as you"
Day 3 - All things BDSM
Day 4 - Possessive
Day 5 - High School
Day 6 - Longing
Day 7 - Soldier/Warrior
Bonus day - Free choice

- Eren? – Reiner riuscì a tirare uno strattone alle catene, che si dissolsero in un istante per poi ricrearsi attorno ai suoi polsi. – Eren, dove siamo? –
Gli era parso che prima si soffocasse dal caldo, ma, se ci rifletteva bene, quello che sentiva era un gelo lancinante che gli si insinuava tra le ossa.
- Siamo in un posto dove può accadere tutto quello che desideri, perché io ho deciso così. Ti vedo piuttosto confuso, però. –

Notes:

Beh, che dire. Un giorno saprò usare un prompt in maniera decente, forse.
Il titolo viene da "High By The Beach" di Lana Del Rey e mi sembrava assolutamente appropriato, dato che, se i Paths non sono un'esperienza da trip allucinogeno, allora non so cosa lo sia.
Buona lettura!

Work Text:

Reiner si guardò attorno confuso. La luce era accecante, ma per qualche ragione non poteva coprirsi gli occhi con la mano. Perché? Provò a muovere le braccia, che non risposero ai comandi del suo cervello, per poi lanciare un’occhiata verso il basso e notare due spesse catene che gli bloccavano gli arti superiori. Eppure non stava succedendo davvero: le catene erano di sabbia, i granelli pronti a dividersi l’uno dall’altro e cascare a terra, e sembravano fluttuare nell’aria, senza essere legate ad alcunché. Le braccia di Reiner, però, rimanevano immobili.
Davanti a lui si stagliava un gigantesco albero fatto di luce, con i rami che parevano disperdersi verso galassie lontane. Era immenso e soffocante al tempo stesso. Di fronte all’albero, una figura avanzava piano verso di lui.
Tentò disperatamente di lanciare un qualche impulso alle braccia, ma erano come morte, così come le gambe, che lo avevano abbandonato in ginocchio su quella sabbia che in alcuni momenti sembrava soffice e accogliente e in altri era cemento armato che lo feriva.
- Non mi sembra ti sia molto chiaro quello che vuoi. – commentò la figura, scrutandolo a lungo.
- Eren? – Reiner riuscì a tirare uno strattone alle catene, che si dissolsero in un istante per poi ricrearsi attorno ai suoi polsi. – Eren, dove siamo? –
Gli era parso che prima si soffocasse dal caldo, ma, se ci rifletteva bene, quello che sentiva era un gelo lancinante che gli si insinuava tra le ossa.
- Siamo in un posto dove può accadere tutto quello che desideri, perché io ho deciso così. Ti vedo piuttosto confuso, però. –
Eren rimaneva in piedi davanti a lui, mentre le catene diventavano pesanti, troppo pesanti, e il freddo bruciante lo faceva sudare.
- Voglio parlare. Voglio sapere perché stai facendo tutto questo. – bisbigliò. Anche pronunciare una singola frase sembrava spossante. Chiuse gli occhi e deglutì.
- Vuoi parlare? Ne sei sicuro? –
Reiner non capiva, poi seguì lo sguardo neutro di Eren tra le proprie gambe, dove l’erezione pulsava piuttosto dolorosamente. Non se n’era neanche accorto, eppure adesso era tutto ciò a cui riusciva a pensare. Faceva male, voleva essere liberato, in tutti i sensi. O forse no.
- Che cosa vuoi? – gli domandò Eren, che sembrava una creatura mistica piazzata lì soltanto per provocarlo. E, diamine, ci stava riuscendo perfettamente.
- Te. – rispose. Non l’aveva programmato, gli era rotolato fuori dalle labbra senza che potesse rendersene conto. Eren sorrise e si avvicinò di un paio di passi. – Che cosa vuoi? – ripeté in tono più dolce.
Le catene di sabbia si erano attorcigliate come serpenti attorno all’intera lunghezza delle sue braccia, salendo dai polsi fino ai bicipiti gonfi. Reiner fu scaraventato all’indietro e si ritrovò seduto tra i granelli dorati, le gambe spalancate e l’erezione che premeva forte contro i pantaloni.
Aveva bisogno di sollievo, in qualsiasi modo. – Eren. – biascicò con immensa fatica, mentre la sabbia si muoveva lentamente dal suolo fino al suo petto, spingendolo sempre più in basso, inondando e violando tutto ciò che trovava sul suo cammino.
Non avrebbe saputo dire quando i suoi vestiti fossero spariti, sapeva solo di essere completamente in balia di quella sostanza granulosa, ruvida e bruciante, mentre Eren restava in piedi ad osservarlo.
Gemette forte mentre quel qualcosa si insinuava dentro di lui con un colpo secco, le braccia legate sempre più strette. – Eren. – chiamò di nuovo. Voleva essere salvato? Voleva provare ancora più dolore? La sabbia seguiva il flusso dei suoi pensieri, allentando la presa e poi rinsaldandola, prima tiepida e dopo bruciante.
Con una calma spaventosa, Eren si inginocchiò di fronte a lui. – Devi dirmi che cosa vuoi, Reiner. Ti senti in colpa? Temi di non aver fatto abbastanza? – chiese, mentre la sabbia pompava forte dentro di Reiner, facendolo urlare.
- Oppure sei fiero del tuo operato? Combattere contro di me ti sta donando la redenzione che sognavi? –
Per un istante Reiner fu libero di muoversi e respirare senza affanno. E si sentì immensamente vuoto.
- O invece è più complesso di così? – continuò Eren, abbozzando un mezzo sorriso. – Forse è proprio essere fiero del tuo operato che ti fa sentire in colpa. Pensare che tu, proprio tu, sarai in grado di salvare il mondo, dopo aver passato tutta la vita a seguire ordini senza neanche un ideale. Perché dovresti meritarti di compiere una simile impresa? Perché dovresti meritarti di poter anche solo pensare di compierla? E a che scopo, poi? Per tornare a casa da tua madre e poter sentire di valere qualcosa? È sul serio un buon motivo per voler trionfare? Siamo davvero uguali, Reiner? –
La sabbia era sparita, l’albero di luce sembrava un faro lontano, era rimasto Reiner, nudo e privo di difese in mezzo al nulla, ed era rimasto Eren, inginocchiato su un terreno che non esisteva, il petto che si sollevava e si abbassava piano.
In una frazione di secondo fu sopra Reiner, dentro Reiner, ovunque come la sabbia.
E Reiner non vedeva più. Spalancava gli occhi ma c’era solo buio. Non riusciva a parlare, non poteva muoversi, era solo un pupazzo alla mercé di Eren. E forse era così che doveva essere. Forse era giusto che Eren facesse del suo corpo ciò che voleva, era giusto sentire le sue unghie graffiargli il petto e i suoi morsi quasi feroci. Era giusto il modo violento in cui lo penetrava, tenendogli le gambe sollevate e spingendo con furia dentro di lui. Per quanto buona parte dei sensi lo avesse abbandonato, riusciva a percepire che Eren non voleva fargli del male. Era come se, lenendo la sua voglia disperata di dare sollievo al proprio corpo, lo stesse aiutando lenendo anche la sua anima.
- Te l’ho detto, sono io a regnare su questo posto e ho deciso che debba mutare secondo i tuoi desideri. Che cosa vuoi, Reiner? –
La voce di Eren appariva flebile e distante, ma allo stesso tempo gli rimbombava nelle orecchie. Che senso aveva fargli quelle domande, poi?
- Non posso parlare. – disse, rendendosi immediatamente conto di quanto la situazione dovesse suonare ridicola. In linea con il contesto, se non altro.
- Puoi fare tutto quello che vuoi. Cosa senti? Meriti una punizione? Cerchi la redenzione? Posso dartela. Che cosa vuoi? –
Erano tornati in mezzo alla sabbia, con l’enorme albero che brillava più che mai. Non c’era nessun’altra risposta sensata che gli venisse in mente, così guardò semplicemente Eren negli occhi e mormorò, ancora una volta: - Te. –
- Me? –
- Vorrei salvarti. E salvare tutti gli altri. E… -
Non riuscì a terminare la frase perché Eren lo aveva stretto a sé, i suoi capelli lunghi che gli solleticavano il viso. All’improvviso aveva nuovamente addosso i vestiti. E anche la sua dignità, se mai si era reso conto di averne una.
Eren si allontanò di pochi centimetri dal suo volto, gli sorrise e gli depositò un bacio leggero sulle labbra, che non aveva niente a che vedere con tutto quello che era accaduto prima.
Forse anche quell’Eren era soltanto una sua percezione, come la sabbia, come gli abiti, e niente di tutto quello che aveva vissuto nell’ultima ora era mai accaduto. Forse il vero Eren non lo avrebbe rivisto mai più, se non in forma mostruosa. Forse era il vero Eren ad essere una sua percezione, forse non era mai esistito. O forse no.
- Reiner. – mormorò Eren, stringendogli forte le mani.
Se ne stava andando, Reiner lo sentiva. L’albero di luce si faceva sempre più sfocato e il tocco di Eren sempre più distante. Stava finendo e lui non era pronto.
- Eren, posso restare qui? –
Eren sorrise, come non lo vedeva più sorridere da quando era un ragazzino sempre pronto a litigare con Jean e a mettere il broncio. – Reiner, tu meriti tutto. Non lasciare mai che qualcuno ti convinca del contrario. – disse dolcemente, prima di lasciargli un ultimo bacio sulle labbra e sparire, insieme a quel mondo insensato di luce, sabbia e contraddizioni.

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