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Una brezza calda e quasi fastidiosa entrava dalla finestra socchiusa. Attorno a lui, solo gemiti di dolore e singhiozzi. Un uomo continuava a chiamare sua madre. Probabilmente non sarebbe
neanche stato in grado di riconoscerla, se mai la avesse rivista. La stanza era sovraffollata, ma Eren aveva il sospetto che non lo sarebbe rimasta per molto. Non c’erano abbastanza soldi per le cure di tutti quei soldati. Il puzzo intenso degli arti in cancrena era insopportabile e inevitabilmente a breve molti di quei letti sarebbero stati liberi. Gli altri, quelli occupati dai militari che si coprivano le orecchie terrorizzati ogni volta che il carrello cigolante delle medicine veniva spinto un po’ troppo forte per il corridoio, forse avrebbero accolto i loro ospiti per un lasso di tempo leggermente più lungo, ma alla fine non c’era salvezza per nessuno. Quei poveri uomini distrutti sarebbero stati rimandati dalle loro famiglie, se ancora le avevano, e
l’ospedale sarebbe stato pronto ad accogliere la nuova ondata di pazienti spezzati per sempre.
In ogni caso, Eren non contava di rimanere lì così tanto da poter assistere all’evento. Gettò uno sguardo al moncone della gamba fasciata che giaceva sul materasso imbrattato di sangue. Qualche volta era tentato di farla ricrescere, solo per spingere i suoi compagni di stanza ancora più verso la pazzia, ma a parlare era solo la noia, e sapeva che Zeke non avrebbe apprezzato un giochetto del genere.
Comunque, in un paio d’ore avrebbe incontrato Falco e in un modo o nell’altro la cosa lo rincuorava. Non provava la giusta pietà per gli uomini distrutti accanto a lui e i loro versi disperati
lo deconcentravano solo, infilandogli nel cervello pensieri di cui al momento non aveva bisogno.
Da due o tre giorni il piano era diventato secondario – no, non era giusto dire così: il piano sarebbe sempre stato al primo posto, ma c’era come un tarlo che scavava nel suo cervello, un tarlo che dava più fastidio delle bende sudicie sull’occhio che scalpitava per rigenerarsi. Da quando Falco gli aveva accennato il fatto che, certo, non era affatto un problema fargli incontrare il suo amico Reiner, quelle parole si erano conficcate nella sua mente e avevano continuato a tormentarlo.
Aveva parlato con uno dei suoi compagni di stanza, successivamente, cercando di distrarsi e di poter aggiungere tasselli di odio alla maestosa costruzione che anni prima aveva cominciato a prendere forma dentro di lui. Era stato inutile e snervante, però, perché l’uomo, in un disperato quanto patetico tentativo di mostrare la sua fedeltà nei confronti di Marley, gli aveva raccontato di essere sceso sul campo di battaglia ben quattro volte, di aver rischiato seriamente la vita in due occasioni e di ricordare con grande emozione il momento in cui il Gigante Corazzato gli aveva fatto scudo con il suo corpo. “Certo”, aveva aggiunto, “non è che volesse fare da scudo a me nello specifico, ma si è gettato davanti a noi e ci ha protetti tutti, capisci?”
“Sono sicuro che facesse parte della strategia.” aveva risposto Eren con evidente disappunto, mettendo a tacere il povero soldato che desiderava solo un momento di condivisione e comprensione.
E da quel preciso istante Reiner era vissuto nella sua testa. Reiner ragazzo, con il sorriso che gli illuminava il volto mentre aiutava qualcuno ad usare il movimento tridimensionale; Reiner spaccone che si dava arie prima di un combattimento per ammazzare la paura; Reiner traditore che gli confessava la sua vera identità con lo stesso tono che avrebbe usato per constatare che stava piovendo; Reiner disperato che combatteva contro i giganti per salvare la vita a se stesso e a Bertholdt. E ancora, Reiner nelle brande del dormitorio, che gli stringeva la mano quando lui lasciava casualmente scivolare il braccio giù dal materasso, verso il letto di sotto. Reiner che gli aveva dato il primo bacio al chiaro di luna una notte in cui, dopo la conta, erano sgattaiolati via insieme senza avvertire né Armin né Bertholdt. Reiner che aveva sobbalzato quando lui, con un gesto maldestro e imbarazzato, gli aveva poggiato la mano su una coscia durante la cena. Reiner che aveva fatto l’amore con lui veloce, durante un’esercitazione, sulla terra umida, entrambi carichi di tensione per il terrore di essere scoperti. E infine quel Reiner che conosceva già ma non conosceva ancora. Quello che aveva visto nei suoi ricordi di un futuro lontano e baluginoso. Bello, distrutto e determinato. Dio, se lo voleva lì con sé.
Accanto alla gamba bollente che gli pulsava con insistenza, la sua erezione si stava risvegliando, come accadeva ogni volta che indulgeva in quei pensieri. Si lasciò percorrere da un brivido caldo, rilassando le spalle contro il cuscino scomodo e pieno di protuberanze. Oh, il momento in cui Reiner sarebbe stato davanti a lui, con quello sguardo supplicante, l’orgoglio calpestato sotto gli occhi impauriti di Falco.
Sapeva già come sarebbero andate le cose, era sicuro che l’intero processo si sarebbe svolto senza il minimo intoppo, perché il futuro non mentiva mai, ma non poteva fare a meno di immaginare quell’uomo spezzato almeno quanto i suoi compagni di stanza confessargli che non era solo la sua mente ad essere un groviglio di pensieri malati, ma che anche il suo corpo doleva per il bisogno di ricevere sollievo. Ed Eren avrebbe saputo, senza sentirselo dire, che l’unico a potergli donare quel sollievo era lui. E lo avrebbe fatto, oh, se lo avrebbe fatto. Non importava neanche che il piccolo Falco si trovasse con loro nella stanza, avrebbe capito che tutto ciò che Eren stava facendo era regalare al suo superiore le cure che meritava. Avrebbe capito che solo Eren, anzi, il signor Kruger, poteva sobbarcarsi un compito del genere, e gli sarebbe stato grato.
Con quelle immagini prive di logica in mente, Eren aumentò la velocità dei movimenti che la sua mano stava compiendo sull’erezione. Non gli importava che qualcuno lo notasse, era completamente irrilevante. Ciò che lui vedeva era qualcosa che le loro menti non erano nemmeno in grado di concepire. E per una volta non si riferiva al destino dell’umanità, ma al Vicecapitano che tutti veneravano con orgoglio. Che cosa avrebbe detto l’uomo con cui aveva parlato prima, magari tanto stupido da invidiare addirittura Reiner e la condanna a morte che gli pendeva sulla testa da quando era un bambino, se avesse potuto vedere gli occhi accecati dalla lussuria dello Scudo di Marley. La popolazione di quella schifosa nazione lo avrebbe trovato ancora più ripugnante, se lo avesse visto prostrato davanti all’incarnazione del diavolo, pronto a succhiargli il cazzo?
Si venne sulla mano trattenendo un verso che pareva più una risata che un gemito, mentre si contemplava le dita impiastricciate immaginando Reiner in ginocchio di fianco al suo letto che gliele leccava diligentemente.
Solo un’ora e avrebbe incontrato Falco. Mancava così poco. Sprofondò nel cuscino madido di sudore e si portò la mano alle labbra, succhiando avidamente e inarcando la schiena.
- Oh, Reiner. –
