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Fandom:
Relationship:
Characters:
Additional Tags:
Language:
Italiano
Stats:
Published:
2026-06-14
Completed:
2026-06-14
Words:
41,353
Chapters:
12/12
Comments:
10
Kudos:
4
Hits:
184

LET ME DANCE WITH YOU

Summary:

Due anni dopo essere fuggito da Musutafu per scampare al bullismo e all'ombra del talento di Katsuki Bakugou, Izuku Midoriya approda alla UA High School, l'accademia di ballo più prestigiosa del Giappone, contro ogni aspettativa.
Nella sua nuova classe, però, ritrova proprio Katsuki, il quale dovrà fare i conti con il suo passato e con il suo rancore, mettendo da parte l'orgoglio per diventare il numero uno. Ma dietro gli specchi delle sale prova, lo scontro competitivo si trasformerà presto in una tensione che nessuno dei due sapeva spiegarsi.

Or:

Un'Hip-Hop Dance AU in cui i BakuDeku saranno costretti a riavvicinarsi, con sfide di ballo e la corsa verso il torneo nazionale Next-Gen All Stars.
(Ispirata alle coreografie del 1 Million Dance Studio; troverete tutti i link YouTube, essenziali per la trama, inseriti capitolo per capitolo)

Notes:

Ciao a tutti, questa è una slow burn infinita che, dopo mesi in cui mi salvo i video necessari e scrivo appunti sulle note, mi sono decisa finalmente a scrivere. Volevo avvisare che metterò i link dei video all'interno del capitolo (parole sottolineate).
Questa FF è nata dalla mia passione per l'hip hop (soprattutto coreano) e dall'amore spropositato che Ho per il king assoluto ovvero Katsuki Bakugo.

Inoltre sono indignata dalla mancanza di Dance AU per il fandom di MHA quindi sono arrivata in soccorso.

(06/2026 ho iniziato questa storia nel 2021 con soli due capitoli, ma purtroppo l'ho interrotta. dopo quasi 5 anni sono tornata, il lavoro è stato riscritto e aggiornato. Finalmente completato. E' uscita una bestia da 40k parole, AIUTO)

(See the end of the work for more notes.)

Chapter Text

Era una giornata d’estate così calda che Izuku sentiva la pelle bruciare sotto ai raggi del sole, talmente abbaglianti da costringerlo a stringere le palpebre. La palla da calcio che stava calciando senza un obiettivo preciso, per pura noia, era troppo grande per le sue mani infantili. Non appena cercò di afferrarla da terra gli scivolò dalla presa, rotolando lontano dietro una fitta siepe. Piagnucolando, Izuku la rincorse con la fronte corrucciata per la luce accecante ma, superati i rami intricati dei cespugli, si ritrovò in un angolo del parco che non aveva mai visto. Un piccolo quadrato di prato nascosto dalle foglie e ombreggiato da un grande albero, perfetto per proteggere quel nascondiglio dagli sguardi esterni.

Riprendere il pallone, però, diventò l'ultimo dei suoi pensieri. Al centro dello spiazzo, un ragazzino dai capelli biondi e spettinati dal sudore ballava saltellando da una parte all’altra senza sosta. Un leggero colpo di vento, che sembrava soffiare solo in quel fazzoletto di terra, faceva oscillare freneticamente il filo delle cuffiette che teneva alle orecchie. Gli occhi di Izuku si sgranarono, rapiti da quella figura che sembrava la definizione stessa di libertà. Non seppe per quanto tempo rimase a fissarlo a bocca aperta, con una commozione improvvisa che gli strinse la gola. Le lacrime minacciavano di rigargli le guance e il primo istinto fu quello di correre dalla madre in cerca di conforto, ma ogni pensiero venne spazzato via quando il biondo si accorse di lui, inchiodandolo sul posto con lo sguardo.

– Che hai da guardare?! – sbottò improvvisamente, abbandonando l'espressione divertita per assumerne una rigida, nel tentativo impacciato di sembrare minaccioso.

Il suo corpo ebbe un sussulto non appena notò che il bambino dai capelli verdi di fronte a lui era scoppiato a piangere all’improvviso, borbottando parole sconnesse.

Izuku era ad un passo dal correre via, pronto ad abbandonare persino il pallone pur di scappare da quella situazione, quando una mano piccola e ruvida si appoggiò sulla sua testa. Il tocco era brusco, ma stroncò il suo panico sul nascere.

– Perché piangi? Sei proprio un bambino piccolo! – sospirò il biondo, gonfiando il petto per darsi un tono da adulto. Izuku non ebbe il coraggio di fargli notare che le dita intrecciate tra i suoi ricci stavano tremando.

– Io… Ecco… Anche io voglio fare quello che facevi tu. P-posso giocare con te? – balbettò Izuku, mentre le lacrime continuavano a rigargli il viso e l'imbarazzo gli contraeva la bocca in una smorfia, con il labbro inferiore spinto in fuori per trattenere i singhiozzi.

La manina sulla sua testa si spostò sul suo viso, quasi schiaffeggiandolo nel tentativo maldestro di asciugargli le guance. Izuku sobbalzò, temendo un colpo, ma il rossore che imporporò la faccia dell'altro e la sua evidente insicurezza lo costrinsero a restare immobile, in attesa.

– Non puoi ballare senza musica! Ecco, tieni. – Con un gesto secco il biondo gli passò una delle sue cuffiette, condividendo con Izuku il suo preziosissimo MP3, un oggetto di cui era così geloso da nasconderlo a chiunque altro.

Gli occhi ancora lucidi di Izuku iniziarono a brillare all’istante, mentre una melodia energica gli inondava l'orecchio. Accanto a lui, il ragazzino biondo riprese a muoversi a ritmo, ritrovando la propria sicurezza.

Dopo un paio di minuti di silenzio, Izuku tentò di imitarlo, ricevendo in risposta solo una risatina divertita ma nessun rimprovero.

Un sorriso gli illuminò il volto quando si sentì afferrare le mani. Il biondo, ancora senza nome, iniziò a trascinarlo da una parte all’altra come una marionetta, improvvisando una danza a due che li fece scoppiare a ridere insieme.

– Io… Io mi chiamo Izuku! – disse durante una pausa, il respiro corto per la corsa e le risate.

– Io sono Katsuki Bakugou, il prossimo ballerino numero uno di tutto il Giappone! – rispose lui, grattandosi il naso con l’indice e sfoggiando un sorriso carico di un orgoglio assoluto.

– Numero uno?! Waah! P-piacere Ka... Kat… Katchuki? – azzardò insicuro, portandosi una mano alla bocca per l'imbarazzo. Quella storpiatura, però, non piacque affatto all'altro, che contrasse subito la fronte, offeso.

– Katsuki! Ka-tsu-ki! – gli puntò l’indice contro, scandendo bene le sillabe del suo nome.

– Hum… Kacchan? – provò Izuku impacciato, sfoderando un timido sorriso per quel nomignolo appena inventato. Nel pronunciarlo, una strana ondata di calore gli si espanse nel petto, simile agli abbracci caldi di sua madre.

Il cipiglio non lasciò il viso del biondo, che tuttavia si voltò di scatto dall’altra parte per nascondere il rossore violento che gli colorava le guance fino alle orecchie.

– Può andare, anche se non sono più un ragazzino! Però solo tu puoi chiamarmi così, chiaro?! –

Izuku sorrise felice, allungando la mano verso il suo nuovo amico. Il sorriso gli tirò le guance fino a fargli male quando sentì la presa di Kacchan stringersi attorno alle sue dita.

 

 

Il suono della sveglia lo fece sobbalzare sul letto. Una smorfia si creò sul suo viso non appena si accorse di essere tutto sudato e, mettendosi seduto, si portò una mano al petto per placare i battiti impazziti del cuore.

Di nuovo quel sogno.

Con un sospiro, si divincolò dal lenzuolo che durante la notte gli si era annodato attorno alle gambe. Prese il telefono e spense la sveglia. Dopo un secondo respiro profondo controllò le notifiche: non appena ne vide una specifica, sentì il sangue accelerare nelle vene. Premette lo schermo senza esitazione, come aveva già fatto mille altre volte.

Un video di YouTube si aprì, caricato la sera prima dal canale “Bakusquad”, l’unico che Izuku seguiva dal suo account fake “user026451”.

Come al solito, il video era registrato in verticale, probabilmente da un telefono, e durava pochi secondi. Ma a Izuku bastavano per scatenare un collasso di emozioni. Era quasi incapace di contenere la reazione fisica che quel ragazzo sempre in primo piano, seguito da altri sullo sfondo, gli provocava. Con la mascherina nera sul viso e il cappello calato sulla fronte, Izuku non poteva osservarne come avrebbe voluto i lineamenti, ma non aveva dubbi su chi si trattasse. Bastavano quei pochi ciuffi biondi che scappavano incontrollabili dal bordo del berretto per dargli la certezza assoluta.

Ancora non si capacitava di come riuscisse a muoversi in modo così fluido e, allo stesso tempo, violento e sicuro di sé. Izuku poteva solo sognare quella fiducia incrollabile, quell'arroganza magnetica che gli permetteva di dominare l'inquadratura, oscurando chiunque altro.

Era a conoscenza che il suo nome da street dancer fosse Dynamight, ma ancora non si spiegava come un ragazzo di soli 15 anni potesse essere in grado di creare una crew chiamata Bakusquad ed esserne, sotto ogni aspetto, il leader incontestabile.

Quella crew e il canale YouTube erano nati solo un anno prima e Izuku non aveva idea di chi fossero gli altri componenti. Da quel poco che ricordava del suo primo e unico anno delle medie nella sua città natale, quei volti non appartenevano alla sua vecchia classe.

Ma era Kacchan, d’altronde. Kacchan era incredibile e avrebbe potuto creare una crew anche con ragazzi di altre scuole, non c’erano dubbi.

Le dita di Izuku tremarono sullo schermo, accarezzando i pixel del video. Gli balenò in testa l’idea di replicare quella breve coreografia, anche se dubitava di poter imprimere ai movimenti la stessa furente sicurezza.

Il turbinio di pensieri si spezzò bruscamente quando lo sguardo cadde sull’orario. Scattò in piedi e si cambiò con gesti frenetici, già in ritardo per la corsa mattutina e per il suo appuntamento.

Con le cuffie al collo uscì di casa, impostando una corsa a ritmo sostenuto lungo l’isolato. Raggiunse il piccolo parco isolato con le prime gocce di sudore a imperlargli la fronte e si concesse la solita pausa di routine. Sollevò i padiglioni sulle orecchie, facendo partire la playlist in riproduzione casuale.

Ripensò in un attimo al sogno.

Kacchan.

Era passato così tanto tempo che, probabilmente, quello stronzo nemmeno si ricordava più di lui.

Con un sorriso amaro, iniziò a molleggiare sulle gambe per sciogliere i muscoli, lasciando che il ritmo gli entrasse nelle vene. Un lampo di determinazione gli accese lo sguardo, prima di chiudere gli occhi e abbandonarsi del tutto.

“Sono cambiato anche io, Kacchan”.

Improvvisò dei movimenti, tenendo le braccia morbide e imitando lo stile che ormai aveva impresso a fuoco nella mente. Si concentrò su ciò che gli riusciva peggio: il freestyle.

Prima ancora che se ne accorgesse la canzone finì. Izuku riaprì gli occhi con il fiatone, risvegliandosi da quella specie di trance. Sospirò di sollievo constatando che nessuno avesse assistito e, dopo un attimo di tregua, riprese a correre verso la palestra.

– Giovane Midoriya! Ti dai da fare come al solito, eh? – lo accolse bonariamente l’uomo di mezza età al centro della sala, le cui pareti erano interamente ricoperte di specchi.

– All Might! Scusami per il ritardo e grazie per la lezione di oggi! – chinò leggermente il capo in segno di rispetto.

Dopo due anni di lezioni private con uno dei migliori ballerini di tutto il Giappone, ancora non si abituava a quel rapporto quasi di amicizia.

Si erano incontrati nel peggiore dei modi. Izuku si era appena trasferito a Osaka – città natale del suo idolo e sede della prestigiosa accademia UA – per fuggire da un anno d'inferno. Non appena terminato il primo anno di medie a Musutafu, aveva implorato la madre di scappare da quel luogo saturo di ricordi dolorosi.

Quello sventurato giorno Izuku era su una panchina isolata, a soffocare i singhiozzi per ferite troppo fresche che credeva insanabili, quando un uomo alto e scheletrico gli si era avvicinato. Una volta tolti occhiali da sole e cappello, Izuku lo aveva riconosciuto all'istante.

– A-A-All Might?! – aveva quasi urlato. L’uomo aveva agitato le mani davanti al volto per farlo calmare.

– Per favore ragazzo, non urlare il mio pseudonimo in pubblico, ci tengo alla mia privacy – aveva ammesso con un sorriso luminoso e nervoso. – Non vorrei sembrare inopportuno, ma perché piangi? Posso esserti utile? –

In quel momento Izuku si era svuotato, confessando per la prima volta la propria storia fatta di picchi meravigliosi e abissi terribili, tutti legati a una sola persona. Parlò per ore della sua ossessione per la danza e del bullismo subito perché scoordinato, rigido, incapace. Le umiliazioni, le parole che laceravano la carne e, ancora peggio, la freddezza. L'indifferenza. Gli aveva sputato addosso ogni cosa, nonostante la venerazione che provava per lui.

– Non puoi essere così terribile se hai questa passione. Su, fammi vedere! – lo aveva spronato l'uomo, indicando l'asfalto davanti alla panchina.

Dopo molti ripensamenti, Izuku lo aveva accontentato. Sapeva di essere orribile, legnoso nei movimenti, e il silenzio imbarazzato del suo idolo alla fine dell'esibizione lo aveva ferito più di un insulto.

– Beh, diciamo che ci sarebbe da lavorare… Lascia che ti dica una cosa, ragazzo. Il talento naturale non ce l’hanno tutti. Tu ne sei privo. E vuoi sapere un segreto? Anche io ero proprio come te – aveva sussurrato con un sorriso a trentadue denti. – Eppure sono salito sul podio. Ero il migliore, e chi meglio di me può dirti che il talento non è tutto? Ti dirò di più: spesso essere un genio ti impedisce di vedere i tuoi margini di miglioramento e ti fa perdere lo stimolo. L’ho visto troppe volte nella mia carriera. Tu invece sei consapevole delle tue debolezze e della forza dei tuoi rivali. Con la costanza, ragazzo, ti assicuro che puoi arrivare ovunque. –

Izuku riemerse da quel ricordo prezioso mentre una fitta di dolore familiare gli attraversava il petto. Il sole di quel giorno aveva gli stessi colori di Kacchan. Abbagliante. Destinato a bruciare.

Osservò il mentore collegare il grosso stereo alla corrente.

– Sei sicuro di non volere una mano per la coreografia? La scadenza per l’ammissione alla UA è tra una settimana, giovane Midoriya. Come sei messo? – chiese l'uomo, senza nascondere una punta di ansia nella voce.

– Scusa All Might, ma questa è una cosa che devo fare da solo. Ci sono quasi, ieri sera ho chiuso gli ultimi passaggi e penso di essere riuscito a metterci dentro quello che… beh, quello che volevo mostrare a… tutti – rispose incerto, mascherando il vero destinatario di quel pezzo.

All Might gli sorrise dolcemente, facendo partire la traccia.

– Dimostra al giovane Bakugou di cosa sei capace, ragazzo. –

Izuku avvampò. Voleva rispondergli che non lo vedeva da due anni, che probabilmente si era già dimenticato di lui, di Deku l’inutile. Voleva ribattere che, anche se sapeva che Kacchan avrebbe tentato l'ammissione alla UA, le loro strade non si sarebbero incrociate. Che non lo avrebbe degnato di uno sguardo. Non fece in tempo: la musica raggiunse l'attacco e il suo corpo scattò da solo. Iniziò a ballare e la mente si svuotò. Ci aveva sputato l'anima su quei passi e, anche se non era perfetto, quel pezzo gli apparteneva.

L’hip hop era diventato una malattia integrante della sua vita, e ormai si era rassegnato al fatto che, ovunque andasse, l'ombra di Katsuki lo avrebbe perseguitato. Colui che gli aveva inoculato quella febbre anni prima, colui che lo aveva trattato come spazzatura e che, con ogni singolo video, alimentava l'incendio nel suo petto. Izuku amava l’hip hop, e Kacchan era l’hip hop.

Izuku stava preparando lo zaino, l’ultimo bagaglio per il trasferimento alla UA High School. Due mesi prima aveva ricevuto l’email di ammissione: aveva ancora marchiata sotto la pelle la gioia furiosa di quel momento, le mani che tremavano sullo schermo e le lacrime divise con sua madre in cucina. Ce l'aveva fatta. Dopo anni di sacrifici, allenamenti logoranti e sudore, il traguardo era suo. All Might era stato il primo a essere chiamato. Izuku aveva dovuto faticare mezz'ora al telefono per impedirgli di prendere il primo volo per Osaka solo per festeggiare, abbandonando la sua trasferta oltreoceano. Non che Izuku avesse amici o altri parenti con cui condividere la notizia, ma poco importava.

Con lo zaino stretto sulle spalle si presentò in cucina. Sua madre lo aspettava con una tazza di caffè bollente tra le mani e il viso segnato dall'apprensione.

– Mamma, lo sai che tornerò ogni weekend, vero? – chiese avvicinandosi alla sedia.

– Tesoro… Devi proprio stare al dormitorio? Oddio, che egoista che sono. Scusami Izuku, sto parlando a vanvera. È solo che la casa sarà così vuota senza il mio bambino – ammise tutto d’un fiato Inko, tamponandosi gli occhi con un fazzoletto già intriso di lacrime.

– Mi mancherai anche tu, mamma. – Izuku la strinse in un abbraccio fin troppo stretto, quasi a volerle trasfondere la propria forza. Per la prima volta si accorse di quanto sua madre sembrasse piccola e fragile tra le sue braccia.

Le baciò i capelli e, dopo un ultimo saluto, varcò la soglia di casa. L'aria del mattino era fredda, in netto contrasto con i primi raggi di sole che cominciavano a scottargli la nuca.

Stava lasciando casa per la seconda volta. In entrambe le occasioni, sua madre aveva pianto. La prima volta era stata una fuga: Izuku tornava da scuola ogni giorno spento, consumato dalle umiliazioni. Una sera era crollato, sputando fuori il veleno delle offese subite, il dolore per la perdita del suo unico amico, le risate dei compagni e il silenzio complice dei professori. Inko, mossa da un istinto iperprotettivo e disperato, lo aveva strappato da Musutafu per trascinarlo in un’altra città. Una decisione d'impulso, irrazionale, dettata dal panico. Ma quel trasferimento gli aveva fatto incontrare All Might, svoltando il suo destino.

Questa volta, però, era diverso. Non stava scappando. Stava conquistando la UA.

Certo, c’era il dettaglio non trascurabile che avrebbe rincontrato Kacchan. A dire il vero, quella prospettiva lo eccitava in modo quasi malato. Nei video della Bakusquad il biondo indossava sempre la mascherina nera; il desiderio ossessivo di rivedere i suoi lineamenti dopo due anni lo stava letteralmente divorando. Tanto non mi noterà nemmeno, si ripeteva Izuku. Gli bastava orbitare a distanza. Gli bastava guardarlo.

Dopo un’ora di treno, l’enorme cancello dell’accademia si stagliò davanti a lui. Ancora incapace di crederci si tese un pizzicotto sul braccio, per poi darsi del patetico e controllare che nessuno lo avesse visto. I dormitori li aveva già sistemati il giorno prima con la madre. Una stanza singola, tutta sua. Lo spazio era così reale e la pressione così alta che Izuku sentì il sudore freddo bagnargli la schiena.

Rilesse il programma del primo giorno e si avviò verso l’aula magna per l’assegnazione delle classi.

Prese posto in una delle ultime file, cercando nello zaino il quaderno nuovo di zecca. Nel farlo, i polpastrelli sfiorarono un'altra copertina, ruvida e deformata dall'acqua. Il vecchio diario finito in una fontana anni prima, strappato e calpestato con l'unico scopo di ferirlo, che custodiva le note maniacali sullo stile di danza di una persona specifica. Un brivido gli corse lungo la schiena, interrotto dalla voce stanca e amplificata da un microfono che diede inizio alla cerimonia.

Izuku aprì il quaderno impugnando la penna, pronto a trascrivere ogni informazione. Non appena vide l'uomo sul palco, dovette soffocare un sussulto.

Aizawa era in piedi al centro della scena, e accoglieva le matricole con un entusiasmo prossimo allo zero. Il leggendario Aizawa, re indiscusso della break dance nazionale per due anni consecutivi, era lì. Quello era il motivo per cui aveva scelto la UA: la scuola vantava un corpo docenti hip hop d'élite, e le classi dedicate alla cultura street surclassavano nettamente quelle di danza classica o contemporanea. Dalla UA usciva solo la crème de la crème.

Concluso il discorso, gli studenti vennero indirizzati ai tabelloni in giardino. Izuku ci arrivò quasi correndo e trovò subito il proprio nome: Sezione 1-A. Subito dopo, un istinto cieco e viscerale lo costrinse a voltare la testa verso destra.

Fu in quel momento che lo vide.

Katsuki era in piedi, le mani affondate nelle tasche dei jeans, incorniciato da un cielo limpido che sembrava quasi troppo luminoso per la violenza della sua presenza. Il vento faceva oscillare i rami degli alberi alle sue spalle, dando l'impressione che persino la natura si piegasse al suo passaggio.

Il cervello di Izuku andò completamente in cortocircuito. Il cuore gli sbatté contro le costole così forte da fargli male.

Nonostante fosse il primo giorno, Bakugou sfoggiava un'arroganza estetica micidiale: jeans scuri strappati sulle ginocchia, una felpa grigia oversize e una t-shirt bianca che faticava a nascondere le spalle nettamente più larghe.

E non aveva né mascherina né cappello.

Izuku rimase pietrificato a divorare con lo sguardo quei lineamenti. Era cambiato. Era più alto, massiccio, e il suo viso aveva una bellezza affilata, quasi crudele. Izuku seguì la linea netta della mascella, la piega furente delle labbra e, infine, venne agganciato da quegli occhi cremisi e minacciosi che stavano squadrando la calca con disgusto.

Non appena il corpo rispose ai comandi, Izuku scappò. Corse via con il fiato corto, rifugiandosi dietro un muro di cemento, premendovi la schiena per non crollare.

Le sue gambe tremavano, e il petto si alzava e abbassava in respiri spezzati, saturi del profumo di quel ragazzo che era appena tornato a infestare la sua realtà.

Doveva calmarsi.

Dopo un paio di minuti – o dieci, il tempo aveva perso significato – in cui si concentrò su respiri lenti e profondi, il cuore smise di battere al ritmo impazzito di un colibrì.

Un'occhiata all’orologio lo fece raggelare: era quasi in ritardo. Con l'ennesima imprecazione mentale si fiondò verso l’ingresso, divorando corridoi infiniti e rampe di scale imponenti che sembravano fatte apposta per spezzargli il fiato.

Mancava un solo minuto alla campanella quando Izuku individuò l’aula. Varcò la soglia con i polmoni in fiamme.

Quasi tutti i banchi erano già occupati da ragazzi che parlavano ad alta voce, muovendosi con la tipica disinvoltura di chi si conosce da sempre. Reprimendo una fitta di invidia per quella facilità sociale, Izuku scivolò verso la seconda fila. C'era un posto libero accanto alla finestra, proprio dietro la schiena di un ragazzo dai capelli biondi. Una figura dall'esuberanza fisica fin troppo familiare.

Quasi avesse percepito la sua presenza, il biondo si voltò.

Il rosso fuoco si scontrò con il verde smeraldo. Gli sguardi si incatenarono, lo spazio tra di loro si azzerò e il terreno franò sotto i piedi di Izuku.

“Merda”.