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Setting Things... Straight

Summary:

"Non c’era un singolo elemento che sembrasse andare per il verso giusto, quella mattina. Arrivare in ufficio in ritardo sotto un diluvio: fatto. Trovare una pila di carte da smaltire, cominciare e accorgersi a metà strada che i numeri non quadravano: fatto. Versarsi mezzo caffè addosso: fatto. Litigare al telefono, scoprire ritardi nelle consegne e ricevere notizie di una minaccia di denuncia alla compagnia: fatto, fatto e fatto.
Sentirsi gli sguardi di mezzo staff addosso perché dava i primi segni di un calore, poi, aiutava chiaramente tantissimo."

A volte, per sistemare una giornata storta basta guardarla da un'altra prospettiva; per esempio, da sotto la scrivania del capo.

[Partecipa all'iniziativa Tags Invasions del gruppo AO3 è il posto giusto (per postare)]

Notes:

Ho iniziato questa storia un mese e mezzo fa grazie a un impulso self-indulgent, l’ho finita perché la self-indulgence fa sempre bene: questa storia ne è la prova, insieme al titolo che dimostra che sono una persona seria. Protagonisti sono il mio OC Raigh, sub alla radice e Omega in questo setting, e quello di Rimworld Rhyade, la cui razza leporide (i Vieran) è tratta dalla saga di Final Fantasy, con cui però questo lavoro non ha assolutamente altro legame. Ringrazio tantissimo la mia cara amica per avermi prestato (ancora una volta) un suo personaggio, e mi auguro che vedere la dinamica tra questi due vi diverta e interessi – sono tra le mie più grandi gioie.
Partecipa all’iniziativa Tags Invasions del gruppo AO3 è il posto giusto (per postare), per i prompt Fluff and Smut (L2), Co-Workers (L4) e Alpha/Beta/Omega Dynamics (L5).

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

Non c’era un singolo elemento che sembrasse andare per il verso giusto, quella mattina. Arrivare in ufficio in ritardo sotto un diluvio: fatto. Trovare una pila di carte da smaltire, cominciare e accorgersi a metà strada che i numeri non quadravano: fatto. Versarsi mezzo caffè addosso: fatto. Litigare al telefono, scoprire ritardi nelle consegne e ricevere notizie di una minaccia di denuncia alla compagnia: fatto, fatto e fatto.

Sentirsi gli sguardi di mezzo staff addosso perché dava i primi segni di un calore, poi, aiutava chiaramente tantissimo.

Non era nemmeno arrivata la pausa pranzo, prima che Raigh si ritrovasse di fronte alla miserevole scelta tra l’andare in bagno a sfogare rabbia e ormoni o cedere al pericoloso, ma molto più impellente bisogno di un conforto vero. Quantomeno, la prima fortuna della giornata gli capitò tra le mani nella forma di una missiva indirizzata direttamente al capo: ovvio che poteva occuparsene lui. Cazzo se voleva occuparsene lui.

Entrò nell’ufficio senza bussare; una mossa scortese e poco elegante, realizzò subito, ma questo non gli impedì di sospirare di sollievo non appena la porta fu chiusa alle sue spalle. Si prese un istante per galleggiare a occhi chiusi in quella bolla di perfetta quiete: le sue orecchie di umano non percepivano più alcun suono, salvo il frusciare di una stilografica su un foglio; la miscela di odori che andavano dai profumi costosi al sudore, dal caffè bruciato all’attenzione nei suoi confronti nei pantaloni di qualche Alpha incuriosito, tutto spazzato via, le sue narici piene come per incanto di aria pura e del sentore erbaceo, fiero e inebriante dell’uomo dietro la scrivania solitaria nella stanza.

Colse il movimento di un lungo, lunghissimo orecchio candido che si piegava di pochi centimetri nella sua direzione; e, gli dei lo preservassero, quello altrettanto discreto di un naso leporino che fremeva, anche se Rhyade non aveva ancora alzato gli occhi verso di lui.

«Percepivo la presenza di un elemento profondamente disarmonico, stamattina.» La sua voce era bassa, simile allo scroscio fine e insistente della pioggia fuori dalle ampie finestre del grattacielo dell’azienda. «Mi rammarico che si tratti davvero di te.»

Raigh lasciò andare un altro sospiro, più libero e doloroso. «Mi dispiace,» disse, avvicinandosi alla scrivania con la lettera in mano e la testa bassa, la fronte corrugata in un principio di emicrania. «Mi sono alzato col piede sbagliato, la gente è insopportabile e non so se il mio corpo stia reagendo per stress o per altro, sta di fatto che è in anticipo-»

«Raigh.» Diretto, imperioso. Sarebbe bastato a bloccarlo con un brivido lungo la schiena anche senza quel margine morbido, tranquillizzante, che solo la sua voce avrebbe potuto conciliare con quella decisa interruzione. Rhyade lo fissava, ora, occhi come gemme citrine, i lineamenti disegnati dalla mano precisa e appena selvatica di una delle divinità silvane che in quell’edificio si lavorava a proteggere, la pelle bruna come baciata da un sole che non c’era. Non sorrideva, ma Raigh percepì subito la delicatezza delle parole che seguirono. «Sto dicendo che saresti dovuto venire qui prima.»

«Sì, beh…» Tentò una risposta pronta, senza trovarla, per mascherare con esiti altrettanto fallimentari il battito accelerato del suo cuore, il palmo all’improvviso sudato che si passò sulla nuca, il mezzo sorriso colpevole con cui distolse lo sguardo. Il fatto che una singola frase stesse facendo squagliare come una ragazzina un uomo fatto, cresciuto, palestrato e che si vantava di essere composto. Si schiarì la voce. «Non volevo disturbarti. Sto già meglio, ora.» Si concesse di fissarlo in modo più aperto e riconoscente. «Più gli anni passano, più è frustrante scoprire che è ancora così difficile da gestire, quando è imprevisto.» L’emicrania e la pressione sulle sue orecchie si stavano allentando, però, anche solo a poter confessare quella vulnerabilità. Cosa avrebbe fatto senza di lui. Senza il suo sguardo pensoso, riflessivo, attento, mentre allungava una mano dalle dita affusolate per sfiorare la sua.

«Puoi chiedermi di gestirlo per te. Dovresti saperlo.»

Non aveva mai incontrato un Alpha che sapesse contraffare così bene una proposta in un rimprovero, un’offerta di cura nel velato ordine di un predatore. Si sentì cedere le ginocchia, l’istinto che tornava a cercare di occludergli la gola, l’odore del Vieran pungente nelle sue narici come quello di un roveto; ma prima di perdersi tentò un ultimo appello alla ragione. «Qui? Ora?» soffiò, incredulo, lo sguardo che dardeggiava verso i vetri smerigliati oltre i quali il resto dell’azienda lavorava. «È più pericoloso di quella volta in garage, Rhy…»

«Stai mettendo in discussione le mie capacità, o le tue?» chiese lui, più secco, il naso che fremeva altezzoso. Oh, no. Oh, no, faceva sul serio, lui e il suo splendido profilo, la vibrazione pervasiva nella sua voce che avrebbe fatto morire di desiderio anche un Omega molto meno innamorato– «Fai il bravo e vieni qui, Raigh. Prima che mi venga il sospetto che tu abbia scordato che mi appartieni sempre e ovunque

Il gemito sofferto che emerse dalla sua gola fu una nota di pura gratitudine. Si riteneva bravo a controllarsi, ragionevole, razionale, perfino esperto; ma neppure volendo, neppure con la coscienza della facilità con cui qualcuno avrebbe potuto scoprirli sarebbe riuscito a frenare l’istinto incontenibile di obbedire a un comando così diretto. Terribile, la rapidità con cui il calore gli offuscò il cervello, il bisogno di pregare, l’umiliante sensazione viscosa tra le sue natiche e ogni parte del suo sesso già tesa e gonfia all’interno dell’intimo – terribile, spaventoso, non fosse stato per la certezza che ormai solo Rhyade poteva stregarlo così, per la fiducia assoluta che poteva, voleva concedergli. «Cazzo,» esalò sottovoce, tra sé e sé, mentre aggirava l’ampia scrivania andando a sbatterci col fianco un paio di volte, l’equilibrio ottenebrato dall’eccitazione; quale beatitudine, quando Rhyade scostò la sedia per girarsi verso di lui, cadergli in ginocchio davanti senza ritegno alcuno.

«Proprio così, vhenan,» si sentì lodare, rischiando di avere un capogiro. C’era già una mano ad accarezzargli il viso e sorreggerlo, però; corte, solide unghie a percorrergli la tempia senza graffiarlo, andando a sciogliere il codino in cui i suoi capelli erano trattenuti. Raigh mosse la testa, lasciandosi ricadere sulle spalle in modo più scomposto, e si azzardò a muoversi avanti, cercando di strusciare almeno una guancia contro i pantaloni altrui. Come prevedibile, tuttavia, Rhyade lo frenò, prendendogli il mento con due dita gentili ma irremovibili. «Abbiamo…» Controllò l’orologio al proprio polso, un modello di compostezza dalle spalle ben diritte all’espressione appena superba, benché Raigh sentisse un profumo deliziosamente inequivocabile tra le sue cosce snelle e potenti. «… mezz’ora, fino alla pausa pranzo. Mezz’ora in cui devo, a tutti gli effetti, lavorare, e in cui quella porta non può essere chiusa a chiave. Perciò, mi limiterò a tenerti esattamente dove vuoi essere.» Quando si scostò ancora un po’, Raigh seguì il vago cenno della sua mano verso lo spazio vuoto sotto la scrivania di legno scuro. «A cuccia, tranquillo, tra le mie gambe. Comportati bene e potrai anche succhiarmi. Qualche obiezione?»

Benché gli si fosse seccata la gola e percepisse, in modo doloroso e netto, il proprio uccello che pulsava contro la stoffa, piccole convulsioni come se avesse vita propria, Raigh scosse la testa. Con la più assoluta, per quanto stordita, sincerità.

«Come si dice?» Le dita di Rhyade si fecero più insistenti nell’alzargli il viso in sua direzione.

«No, signore.» Un lungo brivido, prima che riuscisse a guardarlo negli occhi. «Grazie, signore.»

Fu sicuro di vedere un placido sorriso di soddisfazione, attraverso la nebbia, prima che la mano del Vieran si spostasse sulla sua nuca, per guidarlo. «Da bravo, allora.»

Non oppose alcuna resistenza, strisciando sulle ginocchia fin sotto la scrivania. Si rigirò nello spazio, ampio più che a sufficienza per accoglierlo – dopotutto, le lunghe gambe di Rhyade avevano bisogno di stare comode –, ma abbastanza conchiuso da fargli tenere la testa piegata; nella penombra, i pannelli ai suoi lati e dietro di lui parevano più vicini di quanto non fossero, la percezione del loro profumo di resina più intensa per colpa del calore, e non osava cercare di spianare le spalle, di allungare le gambe in una posa più comoda. No, malgrado la moquette attutisse poco la durezza del pavimento, malgrado la sensazione di costrizione, quando Rhyade sistemò la sedia per riassumere una normale postura da lavoro e posizionò i piedi accanto alle sue cosce Raigh posò la guancia contro il suo ginocchio, ogni disagio che si diluiva in un sospiro di gioia afrodisiaca.

Esattamente dove voleva essere, già. Non vi erano dubbi. La sua mente e il suo corpo si rilassarono in maniera così totale e repentina che le sue palpebre si chiusero, sonnolente, il mescolarsi degli odori delle loro eccitazioni simile alla fragranza di un incenso, nel suo stato. Al caldo, al sicuro, senza più resistere o fingere, la mano del suo Alpha leggera tra i suoi capelli, ogni problema e malumore rimandato, anzi, cancellato. L’unico dovere: abbracciare se stesso, l’indole docile e dipendente che ovunque sarebbe stato fastidioso mostrare, l’intrinseco piacere della fiducia che prendeva senza appello possesso di lui. Rhyade si sarebbe occupato di ogni cosa, anche del bisogno copioso che ormai gli inzuppava l’intimo e presto avrebbe macchiato i suoi pantaloni, non che gli importasse; sapeva che non stava a lui prendere l’iniziativa di soddisfarsi da solo, ma l’euforia di lasciarsi galleggiare, le mani inerte e impotenti in grembo, compensava di gran lunga il sordo tormento che vibrava come la pelle tesa di un tamburo nel suo bassoventre, il pulsare del sangue che scandiva il ritmo. Una ninnananna mentre bruciava, pronto a farsi consumare fin nelle ossa – non che Rhyade l’avrebbe davvero permesso.

Non era solo, gli dicevano le dita che gli lisciavano la fronte, i capelli. Quasi non si accorse quando scesero a percorrergli la barba, affondando con delicatezza nelle sue parti più folte e soffici; ma quando si fermarono sotto al suo labbro inferiore… «Fammi capire cosa vuoi,» ordinò un mormorio lontano, vellutato e insieme terribilmente chiaro al suo orecchio. E Raigh fece tutto meno che ragionare per trovare la propria risposta.

Tirò fuori la lingua e la usò per raccogliergli i polpastrelli, un moto ostentato, ampio. Si assicurò di fargli sentire la punta guizzare lungo l’attaccatura sensibile delle sue falangi prima di attirarle dentro, tra le sue labbra, uno sbuffo di appagamento dal naso al sapore dolce, appena erbaceo della sua pelle. Fantasticò su ciò che stava mimando, su tutta l’adorante volontà di servirlo che voleva trasmettergli, e vi si abbandonò senza pudore. Aveva saliva in abbondanza per inzupparlo, senza curarsi se qualche goccia scivolava fuori; faceva guizzare la lingua, metodico e avido, su e giù, spingendosi avanti per trovare la zona più sottile in mezzo alle dita e lambirla, facendogli sentire la cima della sua gola contrarsi appena attorno alle punte che vi si affacciavano.

Sarebbe stato pronto a continuare fino a farsi dolere i muscoli, quieto e servizievole e perfino senza pretendere altro se così Rhyade voleva. Ma il primo debole lamento gli sfuggì quando le dita gli schiacciarono la lingua in basso, con forza, bloccandogli il fiato per un istante che lo fece guaire di nuovo e scattare col bacino in avanti – udì un sospiro, un odore di desiderio più penetrante, e la mano scivolò via, le gambe dell’Alpha che lasciavano trapelare un sentore di irrequietezza. «Non ti vedo neppure, e so che sei una meraviglia,» lo sentì mormorare, mentre forse si asciugava le dita con un fazzoletto. «Prendimi in bocca, Ray. Piano e con cura. Voglio sentirti mentre ne godi come il lussurioso cucciolo che sei.»

Lo adorava. Ogni centimetro di lui tremava dalla necessità di dirglielo, ma il calore lo spingeva verso dimostrazioni più immediate, istintive, di quella gratitudine: non fu per esitazione che si abbarbicò alla sua gamba sinistra, strusciando il viso contro il ginocchio, una mano che saggiava la peculiare curva della caviglia leporina con un sospiro di venerazione. Doveva percorrergli l’interno della coscia con il palmo, lento e con forza, prima di slacciargli la cintura: il suo amore era più che un’accozzaglia di atti animali; animaleschi, forse, ma il sorriso pieno di sollievo con cui sistemò la stoffa dell’intimo sotto ai testicoli gonfi di Rhyade, il naso quasi premuto su di essi, era frutto di una gioia tutta umana.

La sua percezione si annullò nel profumo pungente di quella carne sensibile e setosa; del suo amante, esposto, privo di barriere, come cento fiori sconosciuti di giungle selvagge e innominabili, con le loro spine, i veleni, i nettari, le corolle piene di pioggia e la consistenza vellutata dei petali. Raigh spinse di nuovo la lingua fuori e raccolse, accolse tutto ciò – il profilo di una vena solido come uno stelo, la morbidezza, il prezioso liquido chiaro, così abbondante, così denso che poté spingerselo in fondo al palato e deglutirlo, lasciandosi andare a un gemito sonoro, la spina dorsale che si scioglieva. Chiuse le labbra attorno alla cappella, protettive, dolci, come le dita che gli posò alla base dell’asta per sostenerlo, e quando sentì un nuovo rivolo salato fuoriuscire dalla punta al suo avanzare di un mero centimetro gemette ancora, e ancora. Stava per venirsi nelle mutande, lo sapeva, l’eccitazione tramutata in piacere vero e proprio, il mondo dietro le sue palpebre tinto di verde, di rosso…

«Raigh. Ho detto silenzio.» Le parole furono accompagnate da una presa ferrea sui suoi capelli. Forse fu solo grazie al gradevole, inatteso ammonimento del dolore che quelle sillabe riuscirono a raggiungere le sue orecchie prima coperte d’ovatta. All’improvviso, con la secchezza di quel richiamo all’ordine, ritornarono a esistere le sue ginocchia intorpidite e piene di spilli, lo spazio claustrofobico del vano, l’ufficio e… la fama di Alpha attento e spietato che Rhyade ben meritava. Sbattendo le palpebre per allontanare la nebbia, il fumo dell’incendio tra le sue gambe, Raigh realizzò, tra la vergogna, l’ammirazione e la sorpresa, di non averlo sentito emettere neppure un suono; di non aver prestato attenzione ad altro che al sesso tra le sue labbra. Si sarebbe quasi sentito in colpa, non fosse stato per lo scorrere di un dito lungo la sua barba a bilanciare la stretta ancora severa sui suoi capelli. «Stai esagerando,» lo ammonì Rhyade, basso, bassissimo. Tenue, ma pervasivo e chiaro come gli spiragli di luce bianca che filtravano nel piccolo antro in cui lo teneva prigioniero. «Sei qui per rendere dolce l’attesa a entrambi, non per bruciarla. Quindici minuti, Ray. Sei peccaminoso, e abile, ma se non sai contenerti riallacciami i pantaloni.»

«No,» rispose Raigh d’istinto, roco. Rabbrividì per la lussuria insita in quella richiesta, la punta dell’erezione calda del Vieran a bagnargli la guancia. «Mi sono perso, ma… starò buono. Per favore.»

Percepì un mormorio d’approvazione, come un fruscio di foglie. Alla cieca, ma con precisione, la mano di Rhyade scese ad allentargli la cravatta, slacciando anche il primo bottone della sua camicia. «Bene. Ricordati che ti tengo al sicuro.» Gli stava accarezzando il collo: un sottile germoglio d’edera gli sfiorò il pomo d’Adamo, andando ad allacciarsi poi al colletto e restando lì a solleticarlo. «Ti prometto di non lasciarti.»

Le palpebre di Raigh si stavano già richiudendo, il torpore che tornava a diffonderglisi in corpo a partire dai battiti forti, quasi dolorosi del suo cuore. Respirò un mentre gli lasciava un bacio lungo l’asta, grato, devoto, e quando lo riaccolse fu con un rinnovato senso di quiete. Lo fece entrare più a fondo, senza esitare troppo, e con uno sbuffo dal naso lasciò andare la tensione che restava – pronto a lasciarsi inebriare dal suo sapore come da un liquore, ma con meno bramosia. Apparente, almeno.

Trascorsero i minuti, scanditi dal pulsare insistente del suo bassoventre e dai piccoli moti della lingua, della bocca che si concedeva, non per stuzzicare ma per combattere l’indolenzimento inevitabile dei suoi muscoli. L’attaccatura della mascella pungeva in modo più acuto delle sue ginocchio e anche il suo collo, ormai, si lamentava sia quando lo teneva fermo sia quando tentava di spostarsi; una tortura di logoramento che, invero, aiutava la sua eccitazione quanto le occasionali carezza che Rhyade gli donava. Per non rischiare di crogiolarvisi troppo, tentò di mettersi in ascolto: dei silenzi, delle dita sulla tastiera, delle irregolarità nel respiro altrui; della penna che prendeva un appunto, della pioggia che continuava, della sua voce musicale impegnata in una telefonata dall’oggetto per lui, in quelle condizioni, incomprensibile, la concentrazione granitica malgrado il suo sesso non accennasse a farsi meno rigido e delizioso.

Fu solo grazie ai suoi tentativi di carpire anche solo una minima alterazione nel suo timbro soave durante la conversazione che, malgrado i pannelli che lo circondavano e il calore che minacciava di ottenebrarlo, Raigh udì il bussare alla porta della stanza.

Tutto un nuovo livello di adrenalina lo fece quasi saltare sul posto, un sobbalzo dopo cui rimase contratto, congelato, il cuore che batteva all’impazzata in una frenesia che – avrebbe dovuto saperlo già da alcune delle loro sessioni più spinte – non fece che acuire il suo istinto da preda, la sua incapacità di disobbedire. Strinse le labbra, anziché staccarsi, e si sentì sull’orlo di svenire quando Rhyade si premente avanti, cancellando ogni possibilità di fuga e al tempo stesso dandogli ciò a cui aveva bisogno di aggrapparsi.

«Chiedo scusa, devo andare,» lo udì congedarsi dal telefono; la voce pervasa da un fremito leggero, per la prima volta, per quanto solo Raigh, di certo, avrebbe potuto captarlo. Nonché capirne la causa, che non era affatto l’agitazione. «Avanti.»

La porta venne aperta mentre Raigh si serrava le mani sulle ginocchia, sforzandosi di calmare il respiro – con la netta impressione che ne andasse della sua vera e propria vita.

«Signor Djt-Marouc, le carte per il sopralluogo di domani.» La voce di un Alpha, sempre più vicina. Jaysen, se non andava errato.

«Grazie, posale lì. Tutto in regola, presumo?» Ogni parola era una goccia di nettare lungo la gola di Raigh, dolcissima e aspra, intossicante, come le sfumature nuove nel suo odore. La propria impeccabile compostezza lo stava compiacendo. Mentre ogni muscolo dell’Omega gridava per la tensione, per non farsi scappare un suono anche se l’umiliante terrore di essere beccato a sbavare sul cazzo del suo capo gli faceva venire voglia di gridare d’estasi, Rhyade si sentiva in trionfo. Porca puttana

«Sì, certo, uh–» L’Alpha tirò su col naso. Mi sente, pensò Raigh all’istante. Certo, era impossibile altrimenti. Doveva aver impregnato la stanza, o forse l’uomo era solo troppo vicino alla scrivania. «–wow.» Uno strano accenno di risata. «Holderfen è passato di qui, sì? Gli è proprio salita una bella voglia, eh…»

Difficile stabilire se fosse più sconcertante l’ignoranza e leggerezza di quel commento, o il fatto che si trattasse di un tentativo di umorismo becero alla volta di Rhyade, e nientemeno che Rhyade. Che si mosse di qualche millimetro sulla sedia. «Dubito che abbia tratto divertimento dalla circostanza,» scandì, più freddo. «Ha avuto il mio permesso di tornare a casa e proseguire il lavoro da remoto.»

«Meglio, meglio,» replicò Jaysen, in fretta, impacciato nel cercare di restare cordiale. «Non c’è nulla di male. Certo, se ha bisogno d’aiuto, può sempre passargli il mio numero…»

Raigh non ebbe il tempo di provare disagio, o irritazione, per la classica sfumatura ammiccante di chi era abbastanza pieno di sé da credere che qualunque Omega gli si sarebbe gettato ai piedi solo perché in calore. Le cosce di Rhyade si strinsero attorno alle sue spalle e il sesso che gli premeva quasi contro la gola divenne rovente; un odore erbaceo, amaro ma inebriante, gli si iniettò direttamente nel cervello, facendogli lacrimare gli occhi. Usò ogni briciolo della volontà che gli rimaneva per non mugolare, gocce di saliva che scivolavano a impregnargli la barba…

«Se ha bisogno d’aiuto, ritengo che sappia procurarselo da solo,» scandì la voce del Vieran, bassa, ma velenosa. «Bada a come ti comporti. Raramente sono gli Omega a perdere d’intelletto e decenza, in queste circostanze.»

Nel denso silenzio che si dilatò appena dopo, Raigh percepì i muscoli della sua propria schiena sciogliersi come sotto un getto d’acqua calda. Protetto, al sicuro. Mentre stringeva una mano attorno al polpaccio dell’amante, grato, sentì Jaysen schiarirsi la gola. «Certamente, signore. Non potrai mai…» Un’altra pausa imbarazzata. «Buon pranzo, signore.»

Rhyade non si prese il disturbo di rispondere. Man mano che i passi dell’intruso si allontanavano, il suo moto di furia si attenuò, lasciando dietro di sé soltanto le sue sfumature più dolciastre, che Raigh inalò ben volentieri, concedendosi un guizzo di lingua e una lieve stretta di labbra di rimando prima ancora che la porta si richiudesse. Solo allora Rhyade sospirò; le sue mani scesero a incorniciargli il viso, la sedia che arretrava e la sua erezione con essa, liberando la sua bocca con un piccolo schiocco e svelandogli quanta poca aria avesse raggiunto i suoi polmoni in quei tesi minuti. Tossì, gli occhi che bruciavano, ma non si fece pregare a sollevarli in risposta all’invito delle dita che, ferme ma premurose, gli premevano sulla nuca.

«Stai bene?» chiese Rhyade, serio. Era controluce, il bagliore grigiastro dell’esterno ancora più intenso dopo tanta penombra, ma i suoi occhi verde citrino spiccavano anche così, attenti, intensi. Raigh fece in modo che vedessero un sorriso, pur tossicchiando un altro poco mentre annuiva, il volto umido dalla fronte sudata fino al mento. Posò le mani sulle sue cosce e, appoggiandosi al suo ginocchio, sbuffò una mezza risata. «Cosa c’è?» domandò ancora Rhyade, inarcando un sopracciglio bianco con una punta di severità. «Non dirmi che ti diverte davvero sentirti “conteso” con uno del genere.»

Capitava, nei loro giochi, che Raigh facesse la parte dell’Omega libertino, con lo scopo di dare una scusa fittizia alle punizioni o soltanto di sentirsi reclamare. Ma era sincero quando scosse la testa, sorridendo ancora – non era affatto il momento per quelle recite, che perdevano rapidamente d’attrattiva se troppo vicine al reale. «Hai un sapore buonissimo quando mi proteggi,» sussurrò, invece, roco e inebriato. Si sentiva il petto in fiamme e all’improvviso il desiderio tra le sue cosce pareva di nuovo sul punto di sgorgare fuori senza controllo. «E ho sentito…» strusciò la guancia contro la sua erezione, felice di strappargli un tremito, prima di fissarlo adorante. «–ho sentito tutto quello che provavi. Rhy… ti piaceva tantissimo…»

Il solo ricordo lo rendeva euforico. Nella nebbia della loro vicinanza, del calore, dello stato a cui era stato portato, importava solo quello: l’uomo a cui apparteneva, la sua difesa, il pulsare delle sue narici mentre lo sondava come se fosse la prima volta che lo scopriva, uno sguardo che Raigh conosceva e che nel suo ripetersi lo faceva sentire il centro assoluto di un mondo a metà tra il sogno e il reale, una prateria di verde piacere e di bellezza infinita di cui lui, inesplicabilmente, era entrato a far parte. E a cui le mani di Rhyade lo attirarono più vicino, decise, le labbra che discendevano sulle sue con affamata dolcezza, facendogli piegare il collo all’indietro e serrandogli le dita tra i capelli. Un pigolio troppo sottile per un uomo della sua taglia gli sgorgò dalla gola alla voluttà con cui la lingua altrui passò sulla sua, staccandosi appena un momento dopo. «Creatura meravigliosa,» soffiò Rhyade, la voce ruvida come pietra scavata dalla pioggia, le unghie che gli incidevano appena le tempie. «Splendida poesia. Ecco cosa sei.» Continuò a tenerlo per i capelli mentre si sollevava, lasciandolo ad annaspare. Chiuse gli occhi, pronto a implorarlo per un altro bacio mentre udiva un ticchettio sulla tastiera, ma con suo iniziale sgomento la sedia si scostò ancora di più: si stava alzando, permettendo alla luce bianca delle finestre di accecarlo, allontanandogli quel suo profumo tanto prezioso… ma non il suo tocco, realizzò, non ancora. «Spogliati, Ray. E mettiti sulla scrivania.»

Non gli concesse il tempo di ringraziarlo, dandogli un’ultima carezza prima di svanire. Raigh capì che doveva essere andato a chiudere la porta a chiave da qualche parte tra lo sfilarsi la cintura dai passanti e il caracollare in piedi per calciare vie le scarpe, la bassa schiena contro lo spigolo della scrivania e il respiro troppo corto; una comprensione che gli mise ancora più fretta, se possibile, ma le sue mani erano così impacciate che i suoi pantaloni erano ancora a metà coscia quando Rhyade riapparve al suo fianco.

«Qui. Su.» Lo sospinse a sedersi sul ripiano prendendolo per le anche; poi si occupò da sé di liberarlo dal groviglio di cotone attorno alle sue ginocchia, in un tempo che parve un battito di ciglia. «Stenditi,» ordinò ancora, e una volta che la sua mano si fu premuta sul suo petto per spingerlo giù Raigh lasciò andare la testa all’indietro sul legno, guardando il soffitto capovolgersi. Grigio. Appannato. Era così vicino al limite da avere a malapena coscienza di come Rhyade lo stesse maneggiando.

Qualche bottone della camicia aperto. I boxer rimossi. Le gambe aperte senza cerimonie e senza resistenza, sollevate a mezz’aria. La punta di un cazzo contro la sua apertura e poi oltre, oltre la zona più morbida e umida e dentro là dove la carne era stretta e opponeva resistenza. Un brivido di dolore, il sollievo, e venne.

In silenzio, all’inizio, o forse solo senza sentire. Si contrasse nell’estasi più pura, inarcandosi all’improvviso, percependo la forza con cui stava schizzando e solo al terzo, infinito palpito di fuoco che lo sconvolgeva iniziando a sfogarsi con la voce. Singulti che presto si sarebbero trasformati in un grido, non fosse piombata la mano di Rhyade a rinchiudendo entro il confine delle sue labbra.

Il suo profumo di erbe e fiori selvatici tornò a invadergli con prepotenza le narici. La forza con cui le dita strinsero lo fece sentire di nuovo reale, non più sul punto di distruggersi, e dopo l’ultimo picco la marea cominciò ad acquietarsi, sciogliendo lo spasmo con cui gli aveva contratto i muscoli e lasciandosi dietro un uggiolio grato, una misura di beatitudine e un’erezione ancora talmente intoccava da avere la sfacciataggine di chiederne ancora.

Soffiò dal naso e la mano di Rhyade si allentò, pur senza spostarsi. Almeno, ora Raigh ci vedeva e poteva guardarlo – ancora controluce, gli occhi verdi che brillavano come quelli di un fatto nel suo viso dalla pelle bruna, famelici, fissi; le orecchie erano ritte, piegate un poco all’indietro, e da sotto la camicia che si era allentato sbucava la peluria bianca del suo petto. Arrivò a notare questo, prima che una secca spinta delle anche altrui lo facesse inarcare con un gemito sottile, tra il dolore della carne e la delizia di sentirsi invaso fino in fondo.

«Che disastro, Ray,» sussurrò Rhyade, chinandosi avanti, la sua voce nettare e veleno, rendendolo all’improvviso consapevole del liquido denso che gli era arrivato fino all’incavo della gola. «Non mi fermerò finché non me ne darai ancora

Raigh mugolò contro le sue dita, le palpebre che sfarfallavano. Sollevò di più le gambe in aria, arreso ai propri desideri più irrefrenabili, e non servì altro assenso.

L’insensibilità del primo orgasmo scivolò via dopo pochi minuti, in cui si lasciò godere del bruciore pulsante del suo sesso troppo gonfio, del modo in cui gli oscillava e sbatteva contro il ventre al ritmo netto dell’uomo che lo scopava, e soprattutto di lui. L’incidere degli artigli su una sua coscia, il sapore che gli filtrava tra le labbra, il respiro controllato che si arrochiva nel piacere; le sopracciglia contratte a ogni schiocco, lo sguardo che non lasciava per un istante il suo viso, la forza del suo bacino stretto e snello; quella stessa forza che il suo calore e il suo istinto agognavano e che ben presto ricominciò a fargli desiderare di poter pregare.

Riempimi. Ancora. Ti prego. Di più. Quando la disperazione della lussuria tornò a prenderlo, le parole cominciarono a rincorrersi così in fretta nella sua mente che, anche potendo, non sarebbe mai riuscito ad articolarle una ad una. Voleva, voleva e basta, e Rhyade accelerò, colpendolo ancora e ancora nel cuore del suo piacere, fissandolo – Raigh lo coglieva ogni volta che riusciva a socchiudere le palpebre prima di serrarle di nuovo – mentre si contorceva, senza sapere cosa fare delle proprie mani su quella superficie di legno liscio che non offriva alcun appiglio e quindi scegliendo la stoffa della propria camicia fradicia, il braccio del suo amante teso a zittire i suoi gemiti, l’aria, perfino i suoi stessi capelli. Cazzo. Per favore. È così– liberatorio, sfrenato, assurdo, magnifico. Pensare di essere rimasto sotto quella scrivania per mezz’ora, pensare di essere suo da usare a piacimento, pensare di essere in trappola e la trappola era un cazzo che non smetteva di farlo sentire reclamato, preso, pieno, la trappola era un Alpha che lo amava…

Non era nello stato di cercare di prendersi cura di lui di rimando, né di sentirsi in colpa per l’abbandono assoluto con cui chiedeva e dava facendosi travolgere. Ma si fidava abbastanza da sapere che nulla di più gli era richiesto, a quel punto, a parte la sua voce soffocata e la sua gioia; come prova, bastava l’erratico accelerare degli ansiti bassi e intensi di Rhyade nei momenti in cui lui non riusciva a stare fermo con le cosce, o con i fianchi, per quanto ci provasse. Arrivò ad aprirsi un bottone della camicia con la pura forza delle sue dita disperate dal bisogno di toccarsi, così vicine alla punta ciondolante della sua erezione ma costrette – per i taciti dettami dell’istinto, della sottomissione, del tormento – a limitarsi a graffiare la pelle del suo ventre; e quello, insieme forse alle implorazioni disarticolate che si levavano sempre più fitte dalla sua gola, andò a dipingere sul viso di Rhyade l’espressione dell’Alpha pronto a prendersi tutto ciò che gli spettava.

Si increspò prima il ponte del suo naso, poi la fronte. Snudò i denti per un istante, prima di serrare le labbra in una determinazione accostabile alla furia. Rallentò, il corpo che si irrigidiva, solo per poi far scattare il bacino contro le natiche di Raigh con tanta forza che la scrivania si mosse avanti, sotto di loro. Al suo grido soffocato rispose facendolo di nuovo, stavolta con un sibilo affilato e con un sussulto finale che rivelò, mentre Raigh si sentiva invadere dal primo getto del suo seme, l’arrivo del suo culmine.

La sua mente era già bianca. Prima che Rhyade facesse scricchiolare il mobile per la terza volta, stringendo però la mano libera attorno al suo sesso. Prima che la muovesse, e continuasse a muoverla mentre Raigh veniva ancora, con un bruciore più intenso al perfetto limite con la sofferenza. Prima che un vuoto immacolato accogliesse le sue sensazioni e i suoi pensieri, lasciandolo a galleggiare nella più totale beatitudine.

Perdere i sensi, ma senza alcuna paura. Ecco cos’era l’appagamento durante un calore, e solo con Rhyade l’aveva conosciuto fino in fondo.

Riaprì gli occhi scoprendo di aver abbandonato la testa di lato – e che la mano di Rhyade, umida del suo fiato e della sua saliva, proteggeva la sua guancia dal legno, il pollice che gli carezzava lo zigomo. Sospirò e poi gemette piano alla miriade di spilli che sembrarono trafiggergli muscoli e giunture, sulla schiena, le ginocchia, le spalle, i glutei. Sentì la punta del sesso di Rhyade ancora nella sua apertura e sorrise.

«Ray.»

Girò il viso per guardarlo, ma non lo aveva neppure messo a fuoco quando sollevò le mani a cercare di stringere le sue. Sentirlo, continuare ad averlo con sé nell’intimità del tatto e della pelle era più importante che vederlo o parlare. Rhyade lo sapeva e, con la giusta gentilezza, condusse le sue dita a trovare le proprie spalle, in un invito a un abbraccio cui Raigh si aggrappò e che si alzò a chiudere dimenticando qualsiasi sforzo. Rhyade lo sorresse dietro la testa e sulla schiena e si baciarono, senza pretese, senza ruoli; soltanto sensazioni cristalline, serene, lucide. La purezza di essere completi, labbra unite e nient’altro da cercare.

«Sei stato magnifico. Così bravo.» Soltanto un Vieran avrebbe potuto tenere un volume così tenue della voce senza far percepire esitazione alcuna. Raigh strusciò il naso contro il suo, pigro e felice, la lode che andava a compiacere e rilassare di nuovo le parti del suo cervello che si stavano risvegliando. Le unghie di Rhyade gli massaggiarono le tempie, piene di cura. «Ti senti meglio?»

Gli sorrise, un soffice mormorio di divertimento intrappolato in quello spazio tra loro, per loro. «Sto benissimo,» assicurò, cercando con i polpastrelli il profilo di alcune delle trecce che percorrevano lo scalpo altrui. «E ti amo.»

Sotto alle ciglia chiare, il verde citrino dei suoi occhi prese la sfumatura calda del sorriso che curvò le sue labbra di rimando. «Ti amo anch’io, vhenan.» Lo baciò sul mento, e sulla guancia. Inspirò contro la sua barba, solleticandolo con un fremito leporino del naso del tutto percepibile, e continuò a parlare senza scostarsi. «Al piano più basso del garage c’è un autista che ti aspetta. Ti porterà a casa mia.» Con calma, recuperò un fazzoletto da chissà quale tasca nascosta e iniziò a passarglielo sul petto. «Arriverò alle sette di stasera. Nel frattempo, rilassati senza alcun pensiero. Se hai bisogno, sai dove sono i giocattoli.»

Raigh sbuffò fuori una risata, raddrizzando un po’ la schiena. Per quanto avesse ancora le palpebre pesanti, gli sorrise con un divertimento più vivace. «Grazie. Proverò comunque ad aspettarti.»

«Purché non sia una sofferenza,» ribatté Rhyade, più serio, un piglio severo nella ruga tra le sue sopracciglia che Raigh spianò passandoci un dito, sereno.

«Oh, per me soffrire è un tale problema…» sorrise ancora, con l’intenzione di attenuare la strafottenza con cui gli fece un occhiolino, malizioso. Funzionò, perché Rhyade si limitò a fissarlo di sbieco, senza replicare, le labbra strette a fingere un rimprovero mentre le orecchie avevano un guizzo divertito. Raigh lo baciò su una guancia, tornando ad abbracciarlo. «Su, non preoccuparti. È stato bellissimo. Solo ricordarmelo mi terrebbe buono fino a domattina.»

La stretta che ebbe di rimando parlò di rassicurazione, nel suo protrarsi. Ma di rado Rhyade si accontentava senza vincere.

«Mi fiderò delle tue parole, vhenan. Sarà bello guardarti solo ricordare legato sul mio letto.»

Rise. E tremò del più gradevole terrore.

Era proprio vero che per sistemare una giornata storta bastava cambiare prospettiva: guardarla da sotto una scrivania, ad esempio, o a gambe all’aria, o camminando di sbieco perché le natiche dolevano. Così, perfino la pioggia attraverso i vetri dell’ascensore pareva dritta.

E non c’era nulla di meglio di sapere che il suo Alpha avrebbe impedito al mondo di ruotare, pur di tenerlo felice.

Notes:

Grazie per essere arrivati fin qui! Se la storia vi è piaciuta e volete rimanere aggiornati sui miei altri progetti, nonché conoscere meglio Raigh e tanti miei altri OC, seguitemi sulla mia pagina Le storie di Visbs88 e sui miei altri social.
Un bacione, e tante Omegaverse a tutti ~