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Sfilava a Milano, per la collezione di Prada, l'aveva conosciuto all’evento della casa di moda a cui era stato invitato ed era poi finito a condividere con lui il letto. Sembrava avessero fermato il tempo per tre giorni interi, tra quelle lenzuola. Aveva capito male il suo nome, pronunciato con un accento francese che si forzava di marcare più del necessario e che a tratti trovava insopportabile; ma il suo compito da amante lo svolgeva divinamente e, di certo, la caratteristica principale che l’aveva colpito non risiedeva nelle sue doti linguistiche, non in senso stretto almeno.
Aveva la pelle d’ebano e un sorriso di perle bianche; gli aveva concesso di riscaldargli il letto e il corpo per i pochi giorni in cui casa sua sarebbe stata meta del viaggio di questo modello errante, per poi non rivederlo mai più.
Lo ricordava ancora forte l’odore di acqua di colonia da quattro soldi e di alcool di quel ragazzo con cui aveva scopato, completamente ubriaco, nel bagno stretto e lurido di un club a Berlino. La musica techno rimbombava per l’intero locale, spaccandogli le tempie e guidando i ritmi delle sue spinte. Una musica infernale, che gli aveva fatto perdere ogni freno, ogni premura, sbattendo quel ragazzo contro il freddo muro di mattonelle bianche come un animale. Aveva riso di sé stesso, pensando che al suo funerale avrebbe voluto mettessero su quella canzone di cui non conosceva neanche il nome, così che invece di regalargli profondi discorsi di commiato, avrebbero tutti potuto farsi una sana e liberatoria scopata in suo onore. Di quel ragazzo ricordava sì l’odore, non credeva di averne però mai visto realmente il viso.
Un’infinità di messaggi Whatsapp non visualizzati si susseguivano in quella chat che non apriva da mesi; una sequela di domande che avevano come solo scopo quello di assicurarsi che lui fosse ancora lì, a portata di mano: “Dove sei? Che ore sono lì? Quando torni?” che gli arrivavano a frequenza regolare mentre volava da Los Angeles a Londra e poi di nuovo a Milano.
Frasi di circostanza che aveva ignorato fino ad una sera in cui la solitudine sembrava sopraffarlo, conscio che quella conversazione avrebbe solo portato a rivedersi, ancora una volta, un’ultima volta. L’ultima fino alla prossima, finché non ci sarebbe stata nuovamente la necessità di riempire il suo letto con un corpo che conosceva bene ma a cui non avrebbe concesso alcun legame. Si ripetevano parole vuote che però, almeno era conscio, non gli avrebbero fatto alcun male, perché era lui a scegliere di usare quella persona, quel legame che non riusciva a troncare, con il fine ultimo di concedersi una scopata che avesse un sapore più “familiare” di una notte con uno sconosciuto.
Le parole durante il sesso erano sempre superflue, erano sempre piene di bugie, di uno strato di zucchero non necessario che a volte gli faceva salire il vomito.
Lo disgustavano tutte quelle false promesse di rivedersi, di una seconda volta insieme, che sarebbe stata meglio della prima, tutte le bugie che gli avevano sussurrato all’orecchio durante l’amplesso nonostante sapessero entrambi che una volta venuti, si sarebbero a stento salutati e non si sarebbero mai più rivisti. Che senso aveva fingere un legame, un commitment, che nessuno aveva richiesto? Era totalmente superfluo ‘che questo era un accordo che avevano segretamente sottoscritto entrambi e sapevano bene che non ci sarebbe stato alcun seguito a quelle promesse. Che il mattino sarebbe arrivato e loro sarebbero stati due sconosciuti, con la speranza che le loro strade non si sarebbero incrociate mai più.
Faceva ancora male da morire, ricordarsi di chi se n’era andato via una mattina con la sua voglia di amare e la sua voglia di vivere tra le mani, gettando tutto nelle profondità di un abisso sconosciuto, dal quale mai sarebbe riuscito a risalire da solo. Faceva un male cane pensare che dopo quei mesi insieme, dove tutto sembrava aver preso una piega di “normalità”, al punto tale da potersi illudere che si trattasse quasi una relazione vera nella marea di rapporti senza futuro che aveva avuto, che forse quello era davvero l’amore, era poi tutto finito in una notte. Gli aveva preso e strappato il cuore dal petto ancora pulsante, portandolo via con sé insieme ad ogni speranza di amare ancora. Ed era da allora che aveva iniziato ad avere bisogno di riempire quel vuoto lasciatogli nel petto con il calore di sconosciuti, certo che non avrebbe mai più incontrato qualcuno capace di rimettergli il cuore a posto.
Riccardo gli occupava meno della metà del letto, la sua figura sottile distesa su un lato e rannicchiata tra le lenzuola bianche pregne del loro profumo, dell’odore salato di Riccardo di cui ormai non poteva fare a meno.
Riccardo con i ricci che ancora profumavano della lacca con cui avevano cercato di farli stare in piega, ora scompigliati sul cuscino, la mano tesa verso il posto che lui aveva lasciato vuoto, al suo fianco, perso come era ad osservarlo, seduto sulla poltrona ai piedi del letto, come se stesse ammirando un’opera d’arte, mentre lui stringeva piano tra le dita sottili la stoffa bianca e sussurrava qualcosa con voce assonnata, sognando di mondi in cui Alessandro credeva ancora di non poter far parte completamente.
La flebile luce della lampada sul comodino proiettava, sul suo bellissimo viso da ragazzino, l’ombra delle ciglia lunghe e ne accentuava il rossore delle labbra, ancora umide di baci. E le ombre e la luce giocavano a creare sfumature sulla sua pelle macchiata di inchiostro nero; chiaroscuri tra le curve e le linee marcate del suo fisico ossuto, tra le costole che si intravedevano sotto la pelle bianca ad ogni sospiro, tra i fianchi stretti e le gambe toniche e il ventre piatto.
Riccardo che aveva ancora addosso i segni dei suoi baci, dei suoi morsi, della devozione con cui aveva segnato ogni centimetro di quel corpo che rasentava la perfezione. Avrebbe dovuto innalzare un altare per lodare l’acerba bellezza di quel ragazzo.
Riccardo che aveva piano aperto gli occhi lucidi di sonno su di lui, destato forse dal modo insistente in cui lo stava fissando, e gli aveva sorriso allargando le braccia, invitandolo a raggiungerlo nel suo abbraccio. Non se l’era fatto ripetere e si era lasciato stringere, accoccolandosi al suo fianco, lasciandosi cullare dal suo respiro assonnato e dal lento battere del suo cuore.
Non credeva che l’avrebbe mai trovato, un abbraccio in cui si sarebbe sentito al sicuro, in cui si sarebbe sentito amato, in cui avrebbe potuto essere sé stesso senza la paura di sentirsi sbagliato. Erano stati troppi gli uomini che avevano attraversato la sua vita, per una notte o qualche ora in più, ma erano sempre stati solo di passaggio. Nessuno sarebbe durato, era certo che ne sarebbe arrivato un altro poco dopo, e poi un altro ancora, perché tutti si sarebbero annoiati del suo carattere, della sua incapacità di smettere di scappare e alla fine l’avrebbero lasciato.
Poi però Riccardo era arrivato ed era rimasto e Alessandro aveva capito che di scappare non ne aveva più la voglia, che forse avrebbe potuto farsi amare da lui e lui soltanto, che avrebbe accettato e avrebbe capito lo strano modo di amare che aveva Alessandro, senza odiarlo, senza rinfacciargli nulla, senza lasciarlo andare via e che, se fosse stato necessario, ci sarebbe andando con lui, sul fondo degli abissi, tra i mari più profondi, a ripescare i pezzi di quel cuore che credeva di avere perso per sempre.
Ne aveva avuti tanti di uomini, ma l’unico di cui era certo, valesse la pena ricordarsi, era solo Riccardo.
