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È una settimana piena di guai, quella che passa dall'incontro in spogliatoio che è ancora in grado di lasciare brividi sul corpo di Simone al solo ricordo.
Ogni giorno è una sfida, ogni giorno è un minuto mancato per parlarne, per guardarsi in faccia e riconoscere il punto di non ritorno che hanno disegnato nella mappa della loro vita, per piantare i piedi e dire smettila di ferirmi, o mi prendi o mi lasci stare.
Come se fosse davvero in grado, poi, di tener salde le sue parole e le sue idee e non chinare mesto la testa al solo sentire un no provenire da quella bocca di diavolo morbida come le nuvole del paradiso.
Perché sei un cazzo di tappetino, Simone. Dovresti svegliarti un po' e smetterla di fare il sottone.
E non si lascia convincere dalla voce stridula della sua coscienza, quando vede Manuel entrare trafelato alla seconda ora il giorno dopo l'episodio e vorrebbe chiedergli di parlare, ma lui parte a raccontare della bicicletta di sua madre improvvisamente senza una ruota e dei disperati tentativi di convincerla a prendere una macchinina di seconda mano, ricerca che gli costerà di certo tutto il pomeriggio. Controbatte addirittura a quella voce, che Anita si è ammalata e Manuel è così premuroso con lei che salta scuola per starle dietro, e dai, coscienza, come faccio a fargli quel discorso adesso, sarebbe una cattiveria gratuita!
E poi c'è l'interrogazione di storia dell'arte, c'è Masaccio che gli ricorda che morirà presto, c'è la sua Vergine Maria che lo fissa e sembra dirgli "o vedi mi fijo? Er più sottone de tutti? O vedi che finaccia?" ma Simone non può pensare alle possibili cose in comune con Gesù Cristo adesso, perché almeno un sette deve riuscire a strapparlo per recuperare il cinque della prima verifica, vittima sacrificale delle nuove pillole antidepressive all'epoca ancora in rodaggio.
I giorni passano. E lui e Manuel riescono a malapena a scambiarsi un buongiorno strascicato al mattino, figurarsi parlare del fantomatico bocchino nel bagno degli spogliatoi che è quasi costato loro la prima nota sul registro scritta da Dante Balestra.
Non che Simone muoia dalla voglia di farsi insultare di nuovo, sia chiaro.
Perché lo sa che andrà così, ne è talmente certo da sentire addosso l'ondata di rabbia con cui Manuel lo investirebbe, da sentire la gola stringersi e le lacrime bagnare le sue guance. Questa volta non risponderebbe, lo sa. Questa volta gli direbbe sincero che a lui non piace essere usato sapendo di non poter lenire il piacevole dolore con la sicurezza di un sentimento forte alla sua base. Gli direbbe che sanno entrambi che ciò che per Manuel è soltanto puro divertimento, per Simone le due uniche volte in cui le loro labbra si sono unite hanno scavato un solco nel suo cuore che mai nessun altro potrà riempire, che unito ad altri forellini qua e là rischia di sgretolare l'organo finché di esso non sarà rimasto nulla più che una linea sottile su un monitor.
Poi abbasserebbe lo sguardo alle sue scarpe e si prenderebbe tutto, tutto ciò che Manuel pensa e anche ciò che non pensa, ma che verrebbe scaraventato su di lui in ogni caso.
Poi uscirebbe per un po' dalla sua vita, per tornarci in punta di piedi poco dopo facendo finta che nulla sia successo, ma con altri elementi da eliminare dal suo vocabolario, con altri momenti da cancellare dalla sua memoria.
E ricomincerebbero ad inseguirsi da capo. Perché sono destinati a scontrarsi, perché sono fondamentali l'uno per l'altro e non possono più esistere come pezzi a sé stanti.
Sospira sotto la doccia, già stanco al solo pensiero dell'inevitabile loop in cui si vede incastrato. E non trova soluzione, il cervello razionale che corre in ogni situazione ma scivola su un letto di miele che appare quando l'immagine di Manuel fa capolino nella sua mente, fatica a rimettersi in piedi al ricordo della sua espressione rapita dal piacere e precipita nello strapiombo con pareti spioventi fatte d'insicurezze e paure e non lavora, non riflette sulle altre possibilità, su un eventuale lieto fine.
Riesce solo a immaginare, per rifugiarsi in uno scenario il più concepibile possibile, il prossimo piacevole incontro a cui soccomberanno.
Sogna il modo in cui le mani di Manuel viaggerebbero sul suo ventre, piano, affondando nella carne morbida e salendo sul petto, fino a massaggiare quelle curve forse non abbastanza piene. Forse lascerebbe dei baci umidi sul suo collo scoperto, forse gli tirerebbe indietro la testa per farlo appoggiare sulla sua spalla coperta dalla stoffa - che non si spoglierebbe, Manuel, godendo del potere che il contrasto tra l'assenza di barriere del piccolo e lo scudo dei suoi vestiti gli provocherebbe - e lascerebbe un segno lì, perfettamente visibile, divertendosi poi dei goffi tentativi di Simone di non rivelare troppo alle richieste di spiegazioni dei loro amici.
Simone proverebbe a stare zitto, a non emettere un suono, sarebbe così bravo e ubbidiente anche ai comandi silenziosi, come la mano sulla spalla premuta appena che gli ordinerebbe d'inginocchiarsi sul pavimento duro e le dita tremanti correrebbero a slacciare appena i jeans di Manuel, rivelando un membro ancora flaccido che s'impegnerebbe a rendere turgido da subito schiudendo le labbra.
Quasi non si accorge di quelle stesse dita che s'insinuano nella sua bocca, a rendere più reale la fantasia in cui la mente sta piano piano affondando.
E con lei le falangi e nella mente il cazzo di Manuel nella sua gola, compiaciuto dell'assenza di resistenza data da ore di pratica al buio della sua stanza con una banana rubata dal cesto della frutta apposta per poter essere più preparato, questa volta. Gli piacerebbe così tanto scopargli la bocca, che diventerebbe duro in poco tempo e impazzirebbe se con una mano - più piccola di quella di Simone, che prova a sostituirsi alla sua controparte fittizia - riuscisse a sentirsi dal di fuori, a stringersi su quel collo quanto basta per fargli girare un po' la testa per l'assenza di ossigeno, quanto basta per far scappare un gemito dalle labbra del piccolo una volta liberato e osservare il guizzo che attraversa la sua erezione, dritta e ignorata.
Non resisterebbe molto, poi, fuori dal caldo umido di quella gola che Simone si appresta a riempire di nuovo con le sue dita, immaginando un'altra mano a spingergli la nuca e la sorella accarezzargli la schiena, fino a giungere al fondo e lì premere e strofinare e massaggiare finché non lo sentirebbe aprirsi, rilassato. Si addentrerebbe al suo interno - forse più rude di quanto non faccia lui stesso ora, che trova nel bagnoschiuma un alleato prezioso - ma sarebbe sbrigativo, quasi per accertarsi, curioso, dell'accoglienza che il suo corpo gli riserverebbe.
Lo bacerebbe, dopo? Trova una risposta affermativa nei ricordi, Simone, e si figura la lingua morbida di Manuel portarsi via le sue stesse tracce dalla bocca del piccolo e lasciarlo vuoto per un istante, il tanto che sarebbe necessario per tirarlo su e sbatterlo al muro, per prenderselo in un colpo solo e ricominciare a stringergli il collo, per scoparlo con forza e venire poco dopo ansimando come un animale - e viene anche Simone, in questa realtà, con due dita inabissate in se stesso fino alla base e pochi, rapidi tocchi al suo membro teso.
Nemmeno nell'illusione più perversa si concede d'immaginare una carezza, dopo.
È con vergogna e imbarazzo che ripulisce il muro dagli schizzi biancastri e sciacqua via i residui di sapone, cercando invano di levarsi di dosso la sensazione onnipresente di aver fatto qualcosa di estremamente sbagliato. Si sente di nuovo come le prime volte che cercava di masturbarsi pensando a Laura e finiva inevitabilmente per dedicare l'orgasmo a quel ragazzo coi capelli in disordine e l'aria da criminale fallito, talmente contrito da evitare di toccarsi per giorni interi, da punirsi con una doccia fredda e un giro di corsa in più agli allenamenti.
Sporco.
E sta ancora scivolando nel turbinio del senso di colpa e dell'ignominia, sta ancora cercando di evitare lo specchio mentre s'infila dei boxer puliti, quando il trillare del campanello lo avvisa della presenza di qualcuno alla sua porta.
È solo in casa, perciò si affretta a raccattare il primo paio di pantaloni che trova e allaccia qualche bottone di una camicia posata su una sedia, cercando di non inciampare sulle scale, aspettandosi la comparsa di un assortimento di volti che spaziano da religiosi che gli promettono un paradiso - ignari dell'attività a cui poco prima si stava concedendo - a carabinieri che sarebbero in grado di spedirlo all'inferno a calci, per i crimini di cui si è macchiato non più di qualche mese fa.
La realtà sta più o meno nel mezzo. È una sorta di Purgatorio, quello in cui fluttua la sua anima quando i suoi occhi si specchiano nella loro controparte un po' più scura, ma misteriosamente altrettanto sorpresa. Manuel è davanti alla porta, una mano tesa verso il campanello che mai prima d'ora aveva sfiorato, forse pronto a suonarlo una seconda volta. Si fissano con le labbra schiuse e un lieve imbarazzo per quelle che paiono ore, finché lo sguardo del più grande non comincia a scendere dal viso al petto un po' scoperto, che Simone si appresta a riparare con un colpo di tosse a distogliere malamente l'attenzione dal rossore che lo travolge.
"Stavo facendo 'na doccia, scusa".
"Tranquillo. Posso entrà?"
E un po' sorpreso ci rimane, Simone, che quel tornado non aveva mai chiesto il permesso di stravolgere la sua vita, così come lui non si era mai posto il problema di domandare se potesse mettere piede nella sua. Si scosta, e d'abitudine prende a risalire le scale, sicuro dei passi scricchiolanti dietro di sé.
"T'ho scritto prima che stavo a venì".
"Non ho visto il cellulare".
Chiude la porta senza rifletterci, troppo occupato a nascondere la vergogna che torna prepotente ad assalirlo e gli impedisce di alzare lo sguardo dai suoi piedi nudi. Non è uno dei loro soliti silenzi, ora, a riempire gli ampi spazi tra i due corpi, non è complice o rilassato, non è leggero né armonioso, ma pare teso e opprimente come se fosse appesantito da tutto le parole non dette.
"Te la sei allacciata tutta storta".
Forse è un tentativo di Manuel di rompere il ghiaccio. Forse è nervoso quanto lui, se la voce bassa e che si permette di uscire solo dopo essersi schiarito la gola ne rappresenta un sintomo.
E Simone non ne capisce il motivo, perché è strano e innaturale vederlo agitato, troppo pretenzioso pensare che lo sia per lui, ma se c'è una cosa che è in grado di leggere sono i suoi occhi - è la sua anima - e allora acconsente, a quell'incontro a cui finora si è sottratto.
Loro lo stanno aspettando.
Sono spalancati, attenti, colpiti dalla luce fioca e invernale che traspare dalla finestra. Sono al contrario caldi e luminosi, brillano d'un fuoco incognito che poche altre volte ha visto accendersi, si perdono nel suo stesso sguardo per istanti interminabili e Simone si chiede se quella punta di paura appartenga agli occhi che sta guardando, o se sia semplicemente il riflesso dei suoi.
Si ricorda di essere ancora bagnato, quando una goccia d'acqua scivola dai capelli lungo il collo scoperto.
I brividi che sente preferisce attribuirli alle pupille dilatate di Manuel, che seguono il percorso della lacrima dolce e si rivelano affamati, così come lascia trasparire il movimento del pomo d'Adamo all'inghiottire nervoso a vuoto.
La vede prima di sentirla, la mano che si sporge ad asciugare l'impronta bagnata.
Le sente prima di vederle, le labbra poggiate sulle sue.
Ed è affamato ma non famelico, mentre riassapora i luoghi già esplorati lentamente, delicato, quasi che la lingua volesse accarezzare ogni anfratto come se stesse sfiorando le pareti di una grotta carsica. Continua a baciarlo piano e a fondo e a Simone tremano le gambe e il cuore e non capisce più nulla che non sia il lieve sapore di erba che gli sente in bocca - e un po' s'imparanoia, perché lui ha mangiato una mela poco prima della doccia e spera di non avere un sapere strano - e poi si ricorda di avere delle mani e gliele poggia leggere sui fianchi, forse per non farlo accorgere del gesto, proprio nel momento in cui Manuel decide di spostare l'attenzione delle labbra sullo stesso collo che prima avvolgeva con le mani.
Si ferma un attimo.
Respira contro la carotide che pulsa, stringe tra le dita i lembi della camicia di Simone poco sopra il suo bacino.
Si stanno abbracciando. È quasi strano che, con tutto ciò che hanno fatto insieme, sia questo a destabilizzarene l'equilibrio.
"Me sei mancato sti giorni".
Lo coglie alla sprovvista, il ritorno di questo suono roco e caldo soffiato direttamente sulla pelle sensibile del collo. Non realizza subito di cosa stia parlando, ma si desta quando, ingoiando a vuoto, percepisce le sue labbra aprirsi in un sorriso che può giurare essere colmo di malizia.
"Pure tu mi sei mancato".
Simone gli consegna un'altra volta il cuore in mano, conscio ma temporaneamente ignorando che gli verrà restituito a pezzi e sanguinante.
Perché Manuel si riferisce a questo.
All'incontro dei corpi, all'eccitazione che comincia a farsi strada in loro, alla certezza di poter fare di lui ciò che vuole.
Quasi ci pensa, a dirgli ma a me sei mancato davvero, coglione. Poi Manuel gli solleva un po' la camicia e vi insinua le dita sottili, toccandogli appena la pancia e addio, pensieri coerenti e lucidi, è stato bello conoscervi!
Le labbra di nuovo s'incollano, le lingue giocano mentre Manuel approfitta dell'unione per spingere entrambi verso il letto, dove Simone finisce per sedersi e, senza accorgersene, strisciare a ritroso per posizionarsi nel centro e permettere alle cosce del grande di appoggiarsi al materasso intrappolandolo tra di esse.
Un attimo dopo riprende la strada abbandonata per un istante e lascia scie umide dalla mandibola al petto, che scopre dalla stoffa sfilando piano i pochi bottoni allacciati dalle asole e scende, scende fino all'ombelico.
Simone se lo sente ovunque. Lo respira, lo tocca, lo assaggia quando si tira su e il bisogno di prendergli il viso tra le mani è troppo forte, quello di baciarlo ancora pari a quello di ossigeno. Lo aiuta a sfilarsi la maglietta e se lo riporta a cavalcioni su di sé, le mani strette ai suoi fianchi e le labbra a ridisegnare quell'inchiostro che ha sognato per mesi di poter tracciare. Ne accompagna i movimenti, quando comincia ad ondeggiare sul suo bacino alla ricerca di un piacere che pian piano si risveglia e si fa sentire, caldo, a contatto con i pantaloni di Simone che al contrario celano una stanchezza affaticata appena una decina di minuti fa.
È tra i primi gemiti, che gli chiede se si può avvicinare alla sua bocca.
Simone annuisce, in qualche modo tanto invogliato quanto insicuro, poi si scosta delicato per potersi mettere a carponi sul materasso e portare le dita instabili alla cerniera dei pantaloni di Manuel, inginocchiato davanti a lui.
Lo ha già fatto, eppure ogni gesto gli sembra sconosciuto e impacciato, e prova vergogna al lieve sussulto sorpreso che gli scappa dalle labbra quando lo scopre più turgido di quanto immaginasse, umido sulla punta arrossata.
Per quanto ovvio appaia che la ragione dell'eccitazione del grande sia lui stesso, che pur poco e niente ha avuto ancora modo di fare, la mente poco lucida di Simone si chiede se Manuel abbia la testa su un'altra persona.
È forse quel pensiero ad esortarlo a svelare subito la nuova abilità appresa ed accoglierlo tutto in bocca dopo appena un paio di assaggi timidi, godendo quasi più del suono strozzato e sbigottito che ciò provoca che dei tocchi finora ricevuti. Glielo dice senza dirlo davvero, che ha il permesso di spingere quanto vuole e che è abbastanza capace da non ferirlo con i denti, ora - al contrario di quella notte di marzo in cui solo l'alcol inibitore ha impedito ad un urlo di interrompere il tutto prima del tempo - e Manuel quel permesso lo sfrutta, ma senza approfittarsene come Simone si sarebbe aspettato. Le spinte sono lente, calcolate, profonde ma senza scatti improvvisi, senza fretta di terminare e di sentirlo più stretto attorno a sé.
Non gli sta scopando la bocca. Ci sta facendo l'amore.
Ed è questa realizzazione che porta Simone ad alzare lo sguardo ed incontrare una visione che schizza al primo posto nella classifica delle fotografie più belle che la sua mente ha scattato al più grande, superando d'un soffio il sorriso che lo aveva convinto tempo fa a tornare a casa dopo la fuga da sua madre.
Manuel ha gli occhi chiusi e una mano a tirarsi indietro i capelli, forse stringendoli un po', con il gomito sollevato che slancia ancora di più tutta la sua figura. Accentua i movimenti sinuosi, affonda le dita nei ricci umidi di Simone per tenerlo fermo e dalle labbra schiuse escono melodie scomposte che raggiungono lo scopo ignoto di risvegliare il suo membro.
Poi Manuel apre gli occhi e a Simone sembra di sentire i fuochi d'artificio nel petto.
Riesce a dare qualche altro colpo di polso sulla pelle bagnata di saliva prima che la presa sui suoi capelli si faccia più salda e la testa gli venga allontanata, solo per inclinarla all'indietro e far scontrare le labbra. Manuel lo spinge piano a sdraiarsi nuovamente, non gli lascia vuota la bocca nemmeno mentre si sfila del tutto pantaloni e intimo e poi riprende ad accarezzarlo dappertutto.
Infila un ginocchio tra le sue gambe e lo avvicina al suo inguine, poi. Sembra quasi testare qualcosa, come se stesse aspettando un segnale per procedere, ma Simone non riesce a capire cosa voglia da lui, non mentre si struscia quasi inconsciamente su quel ginocchio, non con la sua mano così vicina all'erezione che si sta riempiendo.
Ma forse il segnale era proprio quello. Forse cercava il permesso di toccarlo, perché adesso la mano la preme tutta su quel rigonfiamento accennato e sorride del gemito che il piccolo ingoia prontamente prima che diventi troppo forte.
È una cosa che fa senza pensarci, quella di evitare di emettere troppi versi. Forse ha paura che Manuel si accorga di avere davanti un essere umano - un ragazzo - invece del giocattolo che probabilmente si aspetta.
"N'c'hai proprio voglia de farme sentì la voce tua, mh?"
Cosa?
Manuel lo guarda negli occhi tutto il tempo, mentre gli sfila i pantaloni e rivela i boxer pieni che poi si mette ad osservare, rapito, ingoiando a vuoto come avesse l'acquolina in bocca.
"Te sei appena fatto 'na doccia, sì?"
Domanda l'ovvio, ma Simone non si preoccupa di indicargli la macchia scura sul cuscino provocata dai suoi capelli bagnati e si limita ad annuire, la voce bloccata anche dopo l'esternazione di Manuel.
"C'ho 'n'idea. Te giri?"
Il tono lo stupisce ancora una volta, per nulla duro e imperativo ma tenue, accentuando il punto interrogativo ed eliminando ogni parvenza di ordine tanto che resta solo la richiesta.
Simone si fida - è più forte di lui - e si volta abbracciando un cuscino, sollevando il bacino in aria anticipando che la suddetta idea possa avere a che fare con l'ultimo strato di pelle ancora coperto dalla stoffa.
Manuel parte dalla schiena. Lascia piccoli baci lungo la colonna vertebrale, gli carezza i fianchi con dita leggere finché non raggiunge l'elastico dei boxer - e si ferma un momento, come a suggerirgli che non deve acconsentire per forza.
Il finalmente che esce dai denti stretti di Manuel quando scopre quella pelle più bianca del resto ricorda a Simone che il fulcro delle loro ultime conversazioni è stato nientemeno che il proprio culo.
Manuel se ne riempie le mani, di quella carne morbida. Massaggia e stringe come stesse impastando - e ancora Simone s'imparanoia, che è sicuro sia abituato ad una pelle più liscia del suo strato di peluria - e il primo suono davvero libero scappa dalle labbra del piccolo quando un morso sulla natica sinistra lo coglie di sorpresa tanto quanto la carezza umida di una lingua subito dopo. Vi lascia dei baci, Manuel, uno per ogni lato, prima di posarne uno proprio al centro, soffiandoci involontariamente sopra.
Simone non ha mai provato niente di lontanamente simile al brivido che gli percorre tutto il corpo al primo contatto tra l'anello di muscoli e la sua lingua calda.
Stringe il cuscino tra le braccia e vi soffoca i gemiti, muove incontrollato il bacino andando incontro al viso lì premuto ed è tanto rapito da questa nuova forma di piacere che non si accorge di aver portato una mano tra i suoi ricci, per spingerselo ancora più contro. Manuel lo asseconda dopo avergli sfilato del tutto i boxer e spalancato le gambe, apre, lecca, succhia e morde per un tempo che pare infinito, e quando Simone sente mancare il calore su un lato si permette d'immaginare che quelle dita siano aggrappate all'erezione del più grande, come se dargli piacere e darsi piacere debbano corrispondere ad ogni costo.
La sola immagine basta a riempire del tutto il suo membro ora turgido. Lo schiaffo che riceve sullo stesso punto del morso di prima quasi lo fa venire intoccato.
E si deve trattenere anche quando le labbra bagnate si spostano verso il basso e premono sul perineo e poi ancora giù, ad inglobare i testicoli e a leccare la lunghezza, massaggiando con le dita l'anello già socchiuso e umido.
Se fosse più lucido, Simone si chiederebbe per prima cosa dove cazzo l'ha imparato. Poi anche qualcosa come perché cazzo non l'abbiamo fatto prima.
Che è dannatamente bravo anche mentre succhia da dietro e non lo graffia con i denti, mentre infila finalmente un dito nell'apertura bollente e si muove un po' finché un suono acuto non esce dalla gola di Simone e se non si ferma ora finiamo ancora prima di cominciare.
"L'hai mai fatto?"
Gli concede di prendere fiato, baciandogli piano la schiena e accarezzando le braccia stanche di nuovo raggomitolate sotto di lui.
Simone trova la voce dopo un paio di tentativi, ed è tanto timida e imbarazzata che nemmeno vale la pena nascondere lo smisurato rossore del viso.
"Con un ragazzo no".
Lo sente sorridere a contatto con la sua pelle, confermando di aver perfettamente capito a cosa Simone si stia riferendo.
Lo sente anche strusciarsi contro di lui, il ritmo cadenzato per dargli solo un assaggio di ciò che potrebbe riempirlo da lì a poco.
"Tu sì? Cioè - una ragazza ti ha mai - "
Dato il culo, sarebbe la terminazione giusta del concetto che il cervello liquefatto di Simone vorrebbe esprimere, sia mai che Manuel pensi che gli stia chiedendo se si sia mai trovato nella posizione di ricevere, ma in qualche modo gli pare troppo volgare e superficiale e quindi spera quantomeno di non finire l'incontro con un insulto per aver intaccato la sua mascolinità - o qualunque sia la bugia che si stia raccontando Manuel per non ammettere che forse, se è la terza volta che si trovano in una situazione del genere, i maschi un po' devono pur piacergli.
"Seh. Ma meglio se nun te dico co' chi".
Sorride ancora malizioso al lieve sbuffo che sfugge a Simone, perfettamente consapevole che il nome di Alice non smetterà di tormentarlo nell'immediato futuro.
"Lo vuoi fa'?"
Si spinge ancora tra le natiche strette tra le mani, mentre aspetta una risposta che sicuramente già sa essere affermativa.
Che quando mai gli ha detto di no, ma chi ci riesce a ragionare col suo cazzo in mezzo a-
"Sì. Sì, ti prego".
"Girate".
Lo bacia come se stesse aspettando soltanto quel momento da una vita, le erezioni bollenti a contatto che fanno esplodere mille stelle dietro gli occhi chiusi di Simone, l'indicazione strascicata di cercare profilattici e lubrificante nel secondo cassetto del comodino, tutti segni di un'impazienza reciproca per quell'unione tanto attesa.
E l'impazienza non si trasforma in foga, ma lascia il posto ad una dolcissima delicatezza, quando Manuel si spinge finalmente dentro di lui.
Lo sforzo nel tenere gli occhi aperti ed osservare il piacere farsi strada sul suo volto è enorme, ma Simone riesce a scaricare l'intensità delle sensazioni sulla stretta delle dita alle lenzuola, concentrandosi su quella di Manuel che gli tiene spalancate le cosce.
È quando i loro sguardi s'incontrano che il mondo sembra davvero cessare di esistere.
Ci sono solo loro due, il ritmo delle spinte, le onde di puro piacere, i baci languidi e profondi che li uniscono ancora, le carezze e i graffi e i segni rossi che marchieranno la loro pelle. È lento all'inizio, e tanto profondo che gli occhi di Simone rotolano all'indietro e la schiena s'inarca, abituato da subito all'intrusione come se fosse fatto apposta per contenerlo. Poi si fa più rapido, meno costante, si porta le sue gambe sulle spalle e non smette di guardarlo, sorridendo del tentativo del piccolo di farselo più vicino con una mano ben ferma sul suo fondoschiena.
È la versione più bella di Manuel che abbia mai visto.
La fronte sudata attira i ricci scomposti dalle mani di Simone, le labbra sono rosse e gonfie dei suoi baci, i muscoli tesi dallo sforzo sotto le sue carezze, gli occhi lucidi e brillanti, che lo guardano con quella fiamma strana che non riesce bene ad interpretare e che a volte si serrano involontari, per aprirsi appena dopo e farci affogare quelli devoti del piccolo.
Bastano poche carezze della sua mano piccola e callosa, per far venire Simone tra i loro corpi.
Bastano un paio di spinte in più, per per far venire Manuel al sicuro nel suo corpo caldo.
Simone fa già fatica a riprendere fiato dall'orgasmo esplosivo - forse il più forte che abbia mai provato - e il peso improvviso di Manuel sul petto di certo non aiuta, ma non gli importa poi tanto finché sente il suo cuore battere impazzito contro il proprio. Restano così, in un abbraccio disfatto, per tanto tempo che Simone si lascia convincere dal tarlo minuscolo che comincia ad illuminare la sua mente di un barlume di speranza, che magari questa volta resteranno insieme, dormiranno insieme, con le gambe incrociate tra loro e i capelli a solleticarsi a vicenda.
Nemmeno fa in tempo a sollevare un braccio per provare a cingergli la vita, che Manuel scappa in bagno correndo come un fulmine.
Lo sente distintamente, il rumore del cuore che si spezza. Resta immobile, sdraiato tra le lenzuola sfatte che odorano di lui, di loro, in cui s'avvolge piano l'inguine per riprendersi un accenno di dignità.
Ma quale dignità.
Si è fatto usare di nuovo, come sempre. Lo sapeva, sapeva benissimo che Manuel non vuole altro da lui che un po' di sollievo, un po' di controllo e di distrazione, un po' di divertimento in più e il brivido del segreto, che lui non ha intenzione di prenderlo per mano o di baciargli via le lacrime che ora lottano per rompere gli argini in cui Simone le sta costringendo.
Manuel non lo ama. Che stupido è stato - che stupido è - a sperare che il suo cuore difettato bastasse per entrambi.
Ed è svuotato da ogni forza, da ogni scintilla di rabbia che lo spingerebbe ad affrontare quel dannato discorso, di metterlo con le spalle al muro per una buona volta, di urlargli contro quando uscirà dal bagno e, pronto a far finta di nulla, gli dirà -
"Ma quanto cazzo è difficile piscià dopo esse' venuto. C'ho messo mezz'ora".
Ah.
Si sdraia sul letto, ancora nudo e con un'espressione soddisfatta sul viso stanco. Non si avvicina a Simone, non si sporge per osservarlo, non gli rivolge un'altra sillaba, ma si limita a chiudere gli occhi e portarsi una mano sulla pancia, che prende a muoversi al ritmo del suo respiro ora tranquillo.
La stretta allo stomaco e il dolore al petto diventano quasi insopportabili.
Simone si mette a sedere al lato opposto del letto, raccatta i boxer e una maglietta fortunatamente vicini per coprirsi dall'improvviso freddo che sente e che nulla ha a che fare con la pelle scoperta e accaldata contro la temperatura della stanza. Si ferma con i gomiti poggiati alle ginocchia e i palmi a spingere sulle palpebre serrate, a ricacciare indietro quelle lacrime traditrici che sventano ogni tentativo di mostrarsi risoluto, magari anche indifferente.
"Simó -".
Arriva tenue, la voce dalle sue spalle. Per una volta non vorrebbe sentirla, vorrebbe che se ne andasse e basta, senza discussioni o risposte a metà.
"Non preoccuparti, non lo dico a nessuno".
La voce non è ferma come avrebbe voluto. Sente un sospiro, profondo, ma s'impone di non cercare di interpretarlo - che se lo scoprisse infastidito non sa come potrebbe reagire.
"Me dispiace".
"Non fa niente, non ne parliamo più".
"No- Simó, me guardi 'n attimo?"
Si volta piano, dopo un paio di respiri profondi per riprendere un po' di controllo su di sé. Come se gli occhi lucidi e arrossati non siano un segno su quanta presa abbia davvero ogni mossa di Manuel su di lui, poi.
È seduto anche lui, ora, con il lenzuolo a coprirlo appena e le braccia un po' allungate verso di lui, come se volesse toccarlo e allo stesso tempo mostrargli di essere innocuo. Come se avesse davanti un animale spaventato.
"N'era così che doveva andà. Non volevo - cioè sì, volevo ma avremmo dovuto parlà prima e chiarisse, no?
Però t'ho visto così e nun c'ho capito più 'n cazzo de niente".
"Cosa?"
Non è in grado di dire molto altro, Simone, con la sorpresa palese sul viso che chiede risposte, ora che le domande sono scoperte sul tavolo.
Manuel abbassa lo sguardo e si sfrega le mani, nervoso, poi se le passa tra i capelli e li stringe un po', gli occhi chiusi e i polmoni che si riempiono e si svuotano completamente per un paio di volte.
Simone deve tirarsi un pizzicotto sulla gamba per accertarsi di non essersi addormentato, quando riprende a parlare.
"T'avrei voluto dì che - che l'artra volta in spogliatoio è stata 'na cazzata, ma 'na cazzata bella che m'ha fatto capì tante cose. Tipo che me piace baciarte, no? Ed è strano perché me piace come me piaceva bacià Chicca e Alice.
Però pure dopo - che so' successe 'n sacco de cose in sti giorni e io dovevo pensà a mi madre che stava male - e c'ho pensato, eh! Mica dico de no - però pensavo pure che volevo sta' co' te e pensavo 'oddio mo che figura ce faccio, mo se pensa di nuovo che n'ha significato gnente e me odia' e mica m'importava tanto che me odiavi - cioè, sì, certo che me importava - però me stava più sul cazzo averte fatto soffrì de nuovo.
E poi l'ho fatto lo stesso perché t'ho fatto piagne pure mo, che le cose giuste e buone mica le so fa' io, no? Quindi mo' me odierai e io ero venuto qua pe' ditte che - boh, che me piaci, forse, ma a quanto pare nun me lo so tené nelle mutande quindi adesso se me cacci c'hai ragione pure te -".
Cerca con lo sguardo i suoi vestiti e tanto basta affinché Simone si riprenda dallo shock delle parole appena sentite, che nemmeno nei sogni si era mai concesso il lusso di immaginare, e lo fermi con la sola voce.
"Che hai detto?"
Manuel si congela, aspettandosi forse un tono più violento di quello che gli viene rivolto.
"Uh- che se me cacci va bene".
"No, prima".
Alza lo sguardo. È vulnerabile e aperto come quella prima volta, e finalmente Simone capisce il sentimento dietro quella fiamma ignota che gli legge dentro.
Che si specchia nella sua.
"Che me piaci".
È sincero ed è stupendo, e la pelle Simone freme per sfiorarlo, per avvicinarsi ancora e rassicurarlo col calore delle sue braccia che non deve aver paura di quel sentimento così nuovo e travolgente che ora riconosce.
Però, per una volta, si concede di esser lui a richiedere quel calore. Si concede il rischio di domandare.
"Che significa?"
Il sorriso dolce di Manuel sarebbe già risposta sufficiente.
"Che vorrei restà. Mo', dopo...
Sempre se me vuoi".
Simone non si muove, ma Manuel si avvicina cauto e gli prende il viso tra le mani, posa la fronte sulla sua e gli disegna segni astratti sulle guance. Si accerta che sia lì con lui, che il luogo oscuro in cui la sua mente si era addentrata poco prima abbia serrato le porte, che le tracce delle lacrime lascino il posto a carezze delicate, alle fossette che si formano quando le labbra si aprono in un sorriso.
"Ce vuoi provà? A prenderla come viene?"
È un modo assurdo e bellissimo di chiedergli se possono proseguire il cammino insieme. È un modo perfetto di dirgli che ha paura, ma che ci tiene abbastanza da volerci provare.
Quando uniscono di nuovo le labbra - per quando i sorrisi enormi glielo permettano - quando s'incastrano come due pezzi di puzzle e i capelli finiscono davvero a solleticare le pelli, Simone lascia libero di esplodere quel tarlo nella testa che in tutti i modi aveva cercato di soffocare.
Si lascia amare, tanto quanto ama
