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Il cielo in una stanza

Summary:

Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti, ma alberi, alberi infiniti.

Notes:

La colpa è di DaisyB.

Anzi, no. Se vogliamo andare alla radice della cosa, la colpa primigenia è di Gino Paoli, che ha scritto Il Cielo In Una Stanza.
Poi la colpa è dei due storditi, che ne hanno cantato una versione da manuale.
E poi ancora di Gino Paoli che l'ha cantata quest'anno al Festival di Sanremo, pure lui.
A questo punto entra in scena DaisyB che, stuzzicata dai colpevoli qua sopra, ancora stressata per il rosagate del martedì, mi butta lì un'idea...

Sarà banale, scontata, mielosa e sdolcinata, questa oneshot. Ma è quello di cui avevamo bisogno io e DaisyB e allora ecco, l'ho scritta, un po' come è venuta.

Work Text:

 

Due colpi e poi le voci, suoni eccitati, e quando Alessandro dice “Avanti!”, la porta dello studio si spalanca, per lasciare entrare Margherita che marcia spedita, la testa un po’ sbilanciata in avanti, verso di lui.

“Papà!”. 

Si gira e tende le braccia, in tempo per acchiapparla al volo quando si inciampa nell’ultimo passo e rischia di prendere una facciata sul bordo di legno dello sgabello del pianoforte. 

Ha imparato tardi a camminare, perchè non gliene fregava evidentemente nulla, e adesso che ha fatto suoi i rudimenti del gesto - lasciarsi cadere in avanti e fermare la caduta in tempo, mettendo un piedino davanti all’altro - trotta per tutta la casa, con il piglio deciso di chi ha qualcosa da fare e che, soprattutto, sa dove sta andando. A sedici mesi, però, capita che ogni tanto i suoi piedini non riescano a tenere il ritmo deciso del suo piglio. 

La solleva e le molla un bacio rumoroso sulla guancia, prima di sistemarsela in braccio.

“Scusami, ma continuava a chiedermi di venire e non riuscivo a distrarla in nessun modo,” dice Lucia, la tata, entrando nello studio.

Alessandro se la guarda un momento la bambina, che solleva la testa e ricambia. Ha lo sguardo compiaciuto di chi ottiene sempre quello che vuole - e lo sa - senza neache dover alzare la voce.  

Sorride alla tata. “Non importa, Lucia. Avevo quasi finito.” Non è vero. Sta combinando pochissimo e una parte del suo cervello gli dice che lui questo disco non lo vuole chiudere, perchè poi lo deve far uscire, e deve fare promozione e deve fare un tour e forse non vuole affrontare l’idea che non è più un vagabondo, ma un pantofolaio felice di stare a casa sua, a godersi le gioie e i dolori della vita familiare. 

Margherita si divincola e Alessandro la mette giù. Lo studio è un territorio meraviglioso da esplorare, con tutti i suoi strumenti e i suoi cavi e le sue prese. Hanno passato un paio di giorni a spostare, risistemare, coprire, per rendersi conto che, semplicemente, non è un posto adatto ai bambini dell’età di Margherita. Si alza, perchè va sorvegliata a vista, ma Lucia, la tata, è già sul pezzo. Ha mollato la porta e si è avvicinata e segue Margherita, la tiene d’occhio come un falco, ma la lascia gironzolare. 

Margherita si volta quando se lo sente vicino. Ha in mano una maraca , che brandisce come una clava. La scuote, come se volesse dargliela sul menisco. La scuote ancora e Alessandro le si inginocchia davanti. Le prende la manina e la aiuta a scuoterla più piano, a tempo. Margherita guarda le loro mani strette insieme sulla piccola clava rumorosa e ride. Poi lo guarda. “Cacas!”, dice. 

Alessandro non sa se ridere o piangere. È Riccardo che le insegna i nomi delle cose più assurde.  “Maracas, sì,” le dice a fatica, mentre resiste all’impulso di stringerla e soffocarsela di baci. 

“Cacas!”, insiste Margherita. Guarda Lucia e le porge l’oggetto misterioso e la tata si mette a suonare piano, fuori tempo. Margherita batte le mani. Fuori tempo. Ma a modo suo.

Alessandro le scosta una ciocca di capelli ribelli dalla fronte, mentre lei batte le mani e si dimena e poi crolla a sedere per terra, sbilanciata da tutta questa eccitazione. 

“Ha fatto merenda?”, chiede Alessandro.

“Sì. Abbiamo mangiato tutto, vero Marghe?”.

“Cacas!”. 

Alessandro non sa se le piace il suono delle maracas o semplicemente il suono che “cacas” le fa in testa. Non gliene frega nulla. “Cacas,” le dice sorridendo. “Lucia, se vuoi puoi andare via prima. Tanto io qua non combino più niente. Vado avanti stanotte, quando dorme.” Riccardo non c’è. È via per un paio di giorni - domani torna - che è andato a Roma, per della promozione. E Lucia è stata disponibilissima nel fermarsi anche fuori orario, per dargli una mano. Ma oggi va bene così, oggi se ne possono restare soli, papà e Margherita. 

“Allora ne approfitto volentieri. Se non è un problema.”

Alessandro fa segno di no. 

“Ciao, baby Marghe.” Lucia si inginocchia e tende le braccia e Margherita si rimette laboriosamente in piedi, prima di lasciarsi cadere contro la tata e farsi dare un bacino. “Ci vediamo domani.”

Si raddrizza e Alessandro si rimette in piede a sua volta. Tende la mano a Margherita. “Accompagniamo Lucia?”.

La tata fa strada, recupera le sue cose e li aspetta davanti alla porta, quando Alessandro e Margherita, mano nella mano, - e dopo un paio di fermate per ammirarsi i piedi, o per recuperare l’equilibrio - arrivano in cucina. 

Le fanno ciao da dietro il vetro, che oggi piove, e aspettano che salga in macchina e continuano a farle ciao e a salutare finchè non la vedono più.

“Andiamo a mettere a nanna Mummu?”.

Margherita gli afferra l’orlo del colletto del maglione e tira. “Mummu,” sussurra. Le brillano gli occhi. Il giro post merenda di saluto e buonanotte agli animali della cascina è una delle sue cose preferite. Tutti sono stati istruiti su come si fa, anche se il professionista e inventore della cosa, l’unico che lo fa completo e nel modo giusto, è Riccardo. Gli altri sono solo sostituti, come Alessandro, che cercano di essere all’altezza. 

La porta nel guardaroba e la siede sulla poltroncina di vimini vecchia e sgangherata contro il muro. Le si inginocchia davanti e le infila delicatamente gli stivali di gomma rossa. 

Margherita borbotta e parlotta, come fa sempre. Alessandro non lo sa se è un modo inconscio di esercitarsi, ma non ci riflette più di tanto, da quando si è sorpreso a pensare che forse lo fa, Margherita, di non stare zitta un attimo e borbottare e ciarlare senza senso, senza mai un attimo di interruzione, perchè ha vissuto in silenzio tanto tempo. È un pensiero che gli dà fastidio. 

Infila una serie di suoni che sembrano una scala un po’ stonata e Alessandro si mette a canticchiare, seguendola, mentre le infila un giubbottino di jeans con il pelo dentro e glielo abbattona e poi le cala addosso una cerata rossa. 

Margherita borbotta insieme a lui, una melodia un po’ stonata e ripetitiva. Si guardano e si canticchiano cose a vicenda, le labbra di Margherita lucide, perché è così presa dalla loro sessione improvvisata che perde un po’ di bava. 

“Va bene, ti metterò nei crediti come autore, per il prossimo disco, bambola.” Alessandro si alza e si mette il giubbotto da lavoro, tira su il cappuccio e prende l’ombrello scozzese, quello enorme, sotto cui possono stare comondamente entrambi, più Riccardo. 

Marghertia si lancia giù dalla sedia e si affretta oltre la porta, verso la cucina. 

Alessandro la trova che punta l’uscita, come un cane da caccia. Si china a tirarle su il cappuccio e poi la prende in braccio, spalanca la porta ed esce nell’aia, aprendo l’ombrello a scatto.

Piove piano e lui e Margherita sono sotto la cupola dell’ombrello, come se fossero in una bolla a parte. Riccardo, che cazzo ti perdi. Gli manca suo marito, ma è anche felice di godersi questi momenti solo con Margherita. Di costruire un rapporto che sia solo loro, di creare ricordi, momenti, che siano loro soltanto. 

Margherita protesta. Si dimena. Vuole essere messa giù e camminare. Spinge e fa forza con le braccia. 

È uguale a Riccardo, in così tante cose, che a volte gli fa male. Solo un paio di mesi prima, in un pomeriggio piovoso della fine di settembre, ha notato un punto rosso oltre il vetro della finestra dello studio. Si è alzato, avvicinato al vetro, solo per rendersi conto che il “punto” era Margherita, con la sua mantella cerata, seduta nel prato sotto la pioggia, con Riccardo. Ridevano come pazzi. È corso fuori, incazzato e preoccupato e poi ha taciuto, perchè erano entrambi così schifosamente contenti che si è messo a ridere pure lui.

Chiude l’ombrello e lo posa contro il muro e si rassegna. Mette Margherita a terra e la prende per mano. Il sorriso che gli lancia è stellare e Alessandro sospira - questo è il suo destino, questo lo aspetta per i prossimi cinquant’anni, cedere, cedere sempre -  mentre si mette in marcia al passo di marcia di una bambina di sedici mesi, verso la stalla. 




 

 

Bella è enorme, vicino a Margherita. 

Alessandro l’ha sempre considerata una mucca piccola, rispetto alle altre, ma ogni volta che entrano nel suo recinto da regina con la bambina si rende conto che è un potenziale mostro che supera il quintale e che può schiacciare Margherita con una sola mossa maldestra.

Solo che Bella non è maldestra, mai, quando c’è la bambina. 

Tiene la testa bassa e si fa stropicciare le orecchie - cosa che neanche Riccardo può fare impunito - mentre Marghertia canticchia e chiama “Mummu,” tutto il tempo. 

Alessandro non perde d’occhio la scena. Se ne sta appoggiato alla parete e aspetta e quando Bella gli si avvicina e gli nasconde il viso nello stomaco, come se non ne potesse più, allora la accarezza piano, come ha imparato a fare il primo giorno. Le dice che è una brava mucchetta e che le vogliono bene. E di non fare scherzi, che adesso ne ha due di Fabbriconi che non potrebbero sopportare di perderla. Margherita gioca con la paglia - gliene troverà ovunque, anche sotto i vestiti, quando torneranno in casa - e ci si rotola dentro. 

Sorride sempre, Margherita, e Alessandro immagina che sia una cosa abbastanza comune per una personcina di quell’età, che è ben nutrita, tenuta al caldo e molto coccolata. Ma sua madre gli ha raccontato che lui da piccolo non sorrideva così. Non tutto il tempo. Ogni tanto, Alessandro, avevi una faccia, sembrava che ti avessero portato via la minestra da sotto il naso , gli dice. Lui sorride. Si chiama resting bitch face , ma’. Ma non glielo dice, non glielo dice che ce l’ha ancora adesso. 

Ma Margherita non ce l’ha, non sa cosa sia. Margherita ha sempre l’aria di qualcuno che sembra determinato a godersi tutto quanto e a prendere con filosofia tutto quello che la vita decide di tirarle contro. 

Alessandro spera che duri e che non prenda spunto da lui, cintura nera di sega mentale, e nemmeno da Riccardo, che ha un animo autodistruttivo a cui piace - ogni tanto pure un po’ troppo - flirtare più o meno consapevolmente con la morte, anche solo in musica. 

“Salutiamo Bella? La lasciamo tranquilla così può dormire?”, chiede piano.

Margherita si alza e si avvicina e quando è a un passo da loro, Bella si volta e le dà una testata leggera, che fa finire la bambina lunga distesa nella paglia. Risate. Matte.

Alessandro si china a dare un bacio a Bella tra le orecchie e recupera Margherita come se fosse un sacco - le piace da morire, glielo fa sempre Riccardo lo scherzo di trattarla come un sacco di mangime e caricarsela in spalla - per uscire dal recinto. 

Bella si avvicina e sporge il muso, per un’ultima carezza.

Hanno dovuto chiudere Margherita in casa, sarà due settimane prima, perché ha avuto un po’ di febbre. Bella è scappata dalla stalla e si è fatta trovare a muggire davanti alla porta della cucina. Riccardo non l’ha convinta in nessun modo a tornare nella stalla. Hanno dovuto portarle fuori Margherita un momento, per rassicurarla che non l’avevano data indietro. 

I “Mummu” si sprecano, così come i “buonanotte” e le ultime carezze. Alessandro torna indietro quattro volte dalla porta, Margherita in braccio, per dare ancora una carezza a Bella. 

Si avviano verso il pollaio. I saluti qui sono più brevi. Margherita tormenta un paio di galline, inseguendole finché non svolazzano troppo in alto per le sue manine rapaci e poi se ne tornano in casa. 

Una volta spogliati, puliti, asciugati e rivestiti caldi e morbidi, Margherita viene piazzata sul seggiolone al tavolo della cucina. 

Riccardo non ha ancora dato segni di vita, ma la cosa non è preoccupante. Era intenzionato a concentrare più cose possibili, per poter stare lontano solo il tempo indispensabile, e non un momento di più.

Alessandro mette un po’ di musica e gira il seggiolone, perché Margherita lo possa tenere d’occhio mentre va e viene, mette l’acqua sul fuoco e recupera le patate. 

Questa sera purè super spumoso e carne macinata, le annuncia, come se fossero al ristorante. 

Alessandro canta e dimena i fianchi al ritmo della musica - spettacolo privato, solo per intrattenere Margherita, che lo guarda intenta - mentre apparecchia tavola, per lui e la bambina, perché mangeranno praticamente insieme, le stesse cose - per lui solo un’aggiunta di vino - perchè troppo sbatti cucinare anche per se stesso, se tanto è solo. 

Le chiede consigli culinari e, quando il purè è pronto, chiede il suo parere, facendoglielo assaggiare dalla punta del cucchiaio. 

Margherita non molla la presa e Alessandro rinuncia, glielo lascia, per mettere il purè in caldo e finire di preparare la carne al piatto. 

Le piazza tutto davanti, con aggiunta di formaggino, e le si siede al fianco, bicchiere di vino e formaggio da grandi, per lui. 

La aiuta a mangiare, anche se Margherita è diventata abbastanza pratica nel centrarsi la bocca da sola e quando riesce ad affrontare il suo piatto, è praticamente freddo. 

Chiacchierano, borbottano e canticchiano e ad Alessandro verrebbe da ridere, perchè c’è stato un tempo - ormai lontano - della sua vita, in cui si è sorbito conversazioni meno interessanti, in ristoranti più alla moda, solo per prendere un po’ di cazzo. Questa è evoluzione, si dice. 

Sparecchia, ripulisce, carica la lavapiatti e Margherita, con la pancia piena, scarabocchia con dei pastelli su un foglio. Nessuna forma riconoscibile, ma colori accesi e vivaci. Sembra innamorata del rosso e del giallo e dell’arancione. Con chiazze bianche e nere, con un po’ di rosa. 

Alessandro le bacia la testa e sbircia. 

“Mummu,” spiega Margherita. 

Non può che confermare, e dirle di sì. L’accozzaglia di colori che vede non può essere altro che il disegno di Bella che scappa dalla stalla in fiamme, racconto epico che Riccardo ama raccontare a Margherita ogni sera che Alessandro gliene dà occasione. Inutile dire che, ogni volta, le fiamme si fanno sempre più alte, il pericolo più grave, e Bella sempre più coraggiosa. 

“Pigiamino,” le dice, prendendola in braccio. 

È ancora presto, per andare a dormire, ma preferisce averla pronta, che se crolla all’improvviso, poi la deve solo mettere nel lettino e levarle l’apparecchio acustico. 

Se ne tornano nello studio, Margherita che sfoggia un pigiamino a righe gialle e nere che la fa sembrare un’ape gigante e il pupazzo della mucca che le pende da una mano. 

Tra poco, una mezz’oretta, dovrebbe chiamare Riccardo, per la buonanotte. 

Sistema Margherita per terra, vicino al finestrone, dietro una specie di barricata che hanno studiato, fatta con i puff , per impedirle di vagare libera. In questo modo, se si alza e decide che se ne va, deve per forza passare dalle gambe di Alessandro, seduto al piano. 

L’ora passa, senza che Riccardo chiami.

Margherita inizia a ciondolare la testa, che tiene appoggiata al vetro, il ciuccio che si fa più lento e un cubo di legno che le pende dalle dita. 

Alessandro prova a chiamare, ma il cellulare è spento. Posa il telefono e non ci vuole pensare che è strano. Perché Riccardo non se l’è mai persa una messa a letto di Margherita, che fosse in presenza, o tramite videochiamata. 

Si va a sedere per terra. “Marghe, andiamo a nanna?”, le chiede piano.

Lei tace e ciuccia e si lascia prendere in braccio, con  la mucca, ma quando Alessandro prende la porta si mette a protestare e piagnucolare. Sputa il ciuccio, che Alessandro agguanta al volo.

La dondola e si infila nel corridoio, ma ottiene solo di trasformare il piagnucolio in pianto vero e proprio. Lacrimoni e urla. 

La stringe e si ferma. “Che c’è? Cos’hai?”. La guarda. “Non stai bene?”.

“Pà! Pà!”. 

Merda. Imprecherebbe volentieri. Margherita ha deciso da sola, qualche mese fa, che “Papà” era Alessandro e “Pà”, era Riccardo. Certo, Ale, gli ha spiegato Riccardo una sera, perché con te è sempre languida e si prende il suo tempo, e invece siccome noi ci divertiamo, allora non perde tempo a sprecare una sillaba in più per chiamarmi. E potrebbe anche essere vero, non lo mette in dubbio. Ma adesso il suo problema è un altro. Adesso Margherita vuole Riccardo e Riccardo non c’è. Non si è fatto vivo.

La culla e la dondola, mentre lei gli piange e smoccola sulla spalla, e pesca il telefono dalla tasca dei jeans. Telefona, ma nessuna risposta. L’utente non è raggiungibile. Non ha mai avuto tanta voglia di ammazzarlo, Riccardo. E questo la dice lunga, dopo più di dieci anni di conoscenza e amore folle.

“Pà,” gli mormora contro Margherita.

Che le deve dire? Quello stronzo di tuo padre è imboscato chissà dove, a farsi i cazzi suoi, e non si degna neanche di rispondere? Chiude gli occhi un momento. Perché l’idea che Riccardo sia impossibilitato a rispondere, che qualcosa di grave gli impedisca di dare la buonanotte alla sua bambina gli fa venire da vomitare. E non ci vuole pensare. Preferisce incazzarsi. Immaginarlo che se ne frega, lo stronzo. E maledirlo.

Torna nello studio. 

Conviene calmarsi un momento, darle ancora un attimo, prenderselo pure lui, e concedere a Riccardo il tempo di accendere il telefono - magari gli è morta la batteria e non riesce a caricarlo - e farsi vivo.

Si siede al piano e se la bacia, e le parla, “Marghe, Marghe, piccola Marghe, Margheritina,” le dice. Comincia a suonare con una mano - con l’altra la tiene stretta - scale maldestre, perchè già non è un pianista, poi è incazzato e con la sinistra ha l’agilità di un bradipo con l’artrite.

Piano piano, Margherita si calma. Gli si accoccola meglio contro, rasserenata, pare, dall’idea che se sono qui e non in camera, il suo “Pà” lo vedrà prima di dormire.

Le può cantare qualcosa. Le piace quando cantano. Riccardo di solito le canta pezzi suoi - modifica i testi, certo, levando le parolacce - e Alessandro preferisce classici italiani. Margherita non fa distinzione. 

La mano di Alessandro si muove automatica sulla tastiera. In fondo, è un pezzo facile da suonare. Non è neanche la prima volta, se ci pensa bene, che lo sfrutta a suo favore, per ingraziarsi qualcuno, in questa stanza, seduto a questo pianoforte. 

Riesce ad allungare anche la mano destra sulla tastiera - Margherita si tiene al suo braccio, ma riesce a muoverlo - e inizia a suonare gli accordi, uno dopo l’altro. 

Inizia a cantare piano, sottovoce. Chinato sulla testa di Margherita. 

“Quando sei qui con me…”. C’è un motivo se alcuni pezzi resistono al tempo, senza perdere mai nemmeno una frazione del loro impatto. “Io vedo il cielo sopra noi, che restiamo qui…”. E pazienza se è un pezzo che parla di sesso in un bordello e lui lo sta cantando alla sua bambina. No, Alessandro, è un pezzo che ti ricorda che quando stai bene con qualcuno, ci stai bene e basta

Margherita si è calmata. Non piange più e se ne sta tranquilla e fa dei versi che sembra che canti, che voglia cantare con Alessandro, con la sua voce che non è mai perfettamente intonata e che gli spacca il cuore, soprattutto quando lo chiama, “Papà”, quella seconda “a” sempre un po’ strascicata, un po’ in sospeso, come se non riuscisse a contenerci tutto in quelle due sillabe, Margherita. 

È quasi arrivato alla fine. Fa ancora un giro. “Suona un’armonica…”. Margherita, che non sa cosa sia un’armonica. E tantomeno un organo. Quante cose ha ancora da scoprire. Gli viene da sorridere.

Se l’è quasi dimenticato Riccardo, con il suo ritardo e il suo telefono spento, e si è quasi dimenticato l’arrabbiatura che preferisce sentire, al posto della preoccupazione. 

Riccardo, dove sei?

“Su nell’immensità del cielo.” Sbaglia un accordo, quando Riccardo compare sulla porta dello studio, cantando, un po’ sgraziato e un po’ forte. 

“Per te, e per me.” Riccardo si avvicina e Margherita quasi si lancia dalle braccia di Alessandro, che non suona più.

Riccardo le si inginocchia davanti. “Nel cielo.” La finisce a stento la frase, perché se la prende e se la abbraccia e se la mangia di baci. 

Alessandro gli vorrebbe sfasciare il piano in testa. E ce lo vorrebbe coricare sopra, perché cazzo, anche se sono passati gli anni, se la ricorda come se fosse ieri la sera in cui ha messo piede qui la prima volta, in cui si è seduto qui e ha suonato questa canzone, sperando di fare breccia nel cuore di Riccardo, di convincerlo a riprenderselo. 

“Scusami, Ale.” Riccardo lo guarda da sopra la testa di Margherita e sorride. “Volevo farvi una sorpresa e poi mi è morto il telefono e ho pensato che tanto arrivavo… e non ho calcolato che era così tardi.”

Alessandro gli afferra la felpa e se lo tira vicino e lo bacia piano. 

È vero che certi odori, certi suoni, e certe canzoni, sono come macchine del tempo e ti possono portare indietro a momenti passati. 

“Andiamo a nanna?”, chiede Riccardo. Si rimette in piede con Margherita abbandonata addosso. Non ci sono proteste, adesso, quando lasciano lo studio e salgono le scale per andare di sopra. Alessandro li segue e spegne tutte le luci. 

Non lo sa se Riccardo ha mangiato, ma non importa. Avrà tempo dopo. 

Adesso le cose importanti. Mettere Margherita a nanna e poi portarsi a letto suo marito e goderselo, riempircisi gli occhi e le mani e ricordarsi che le cazzate le hanno lasciate alle spalle e adesso andrà tutto bene. 

Margherita non oppone resistenza. Crolla addormentata ancora prima di posare la testina sul cuscino. 

Alessandro se lo trascina quasi in camera, Riccardo si libera - “Ale, la doccia, ti prego” - e ci finiscono insieme sotto l’acqua bollente. 

Riccardo se lo stacca un attimo di dosso per guardarlo. “Il cielo in una stanza?”, chiede.

Alessandro annuisce, gli occhi fissi sulla sua bocca, che si vuole divorare. Lo afferra per le braccia, ma Riccardo non si lascia stringere. 

“Lo sai, Ale, che è stato lì che l’ho capito?”.

Gli ci vuole un momento, poi Alessandro ci arriva. Che si era innamorato? “A Sanremo”, chiede?. Quella sera, quando hanno cantato? Quando hanno parlato, in camera, e lui stava male e Riccardo gli ha spacciato l’Imodium e gli ha tenuto compagnia? 

Riccardo ride piano e gli afferra la testa. Lo bacia  sulle labbra, come un soffio, l’acqua che gli cola addosso. “No, quando sei tornato.”

E che cosa ha capito, allora? “Che mi amavi?”. È sempre più confuso.

Riccardo gli strofina il pollice sulle labbra semi dischiuse. Poi lo bacia ancora, con calma, la sua lingua che lo assapora, a fondo. 

Gli fa tremare le gambe. Gli fa esplodere il cuore, quando lo bacia così.

Il resto della spiegazione gliela dà sulle labbra, Riccardo, in un sospiro. “No. Che andava bene anche se mi schiantavi il cuore. Era meglio averti anche solo un momento, che stare senza di te.”

Alessandro lo bacia, famelico e lo spinge contro le piastrelle. Riccardo lo guarda, la testa un po’ storta, quegli occhi che gli dicono che la resa è totale, che stare male con lui è meglio che essere felici con chiunque altro e cosa ci vuoi fare, Ale, è così e basta

Lo conosce il sentimento. Lo conosce molto bene. Anche lui l’ha pensato, in più di un’occasione, in momenti in cui entrambi non osavano sperare che ci potesse essere un altro modo di amarsi. 

Gli circonda la vita con un braccio e se lo tira più contro che può. “Ho una proposta, Ricky.”

“Sì?”.

Alessandro gli annuisce contro, i nasi che si sfiorano. “Essere felici, insieme, schifosamente, senza lasciarsi mai. Per sempre.”

Riccardo ride come il bambino che è rimasto. 

“Si può fare?”, gli chiede ancora Alessandro.

E Riccardo lo afferra per le natiche e se lo bacia. “Sì che si può fare.”



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