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somber thoughts

Summary:

Claude and Dimitri are sparring under the moonlight. They don't talk much, yet many things are said.

«Claude…» chiamò, e si mentì a cuor leggero nel fare un passo in avanti, ora illuminato dalla torcia. «Buonasera.»
Un refolo di vento si alzò, galoppando per il chiostro che circondava il terreno battuto dell’allenamento, e fece baluginare la luce delle torce. Quando Claude si girò tremò un’ultima volta la fiamma, allungando le ombre tanto che parvero inghiottire il ragazzo — Dimitri trattenne il fiato, covandolo in petto finché non tornò la luce.

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

dreams or nightmares,

madness or sanity.

I don’t know which is which.





Quando Dimitri uscì dalla propria stanza venne accolto da una notte buia, in cui era difficile vedere. La falce della luna, pallida e aperta sul cielo come un taglio, non bastava a illuminare i corridoi esterni di Garreg Mach — ma l’aveva previsto. Anzi; l’aveva ricercato.

Dall’arrivo di Byleth aveva visto Edelgard farsi più arrogante nella propria forza e Claude più fine nelle sue strategie. L’ovvietà cui era giunto in pochi mesi di riflessione era stata dolorosa: si erano giurati guerra, alla fin fine, e la prima sconfitta era stata proprio vedere Byleth scegliere l’Impero di Adestria. 

Scosse la testa tra sé e sé, accendendo una lanterna cieca per farsi strada nel buio. 

Aveva preso ad allenarsi di notte perché non c’era nessuno. La sua era una violenza di cui aveva orrore lui stesso, ma di cui si rendeva conto sempre dopo. Era un vuoto a rendere, un male necessario; una volta sfogato svaniva, e Dimitri poteva tornare a respirare. 

Più passava il tempo più diventava una bestia scura, dalla fame isterica.

Più la lasciava mangiare dicendosi che quella sarebbe stata l’ultima volta, più sapeva di star mentendo e i denti si chiudevano intorno al suo collo bianco.

La notte era un compromesso felice. Nessuno assisteva allo sfogo di quegli orrori e Dimitri poteva comunque essere soddisfatto, beandosi del sollievo dei muscoli ammazzati dalla fatica — e, con vergogna, anche della portata della propria forza.

Uno spettacolo solo per i propri occhi, uno scempio solo per la sua mente. Inorridiva al pensiero di quello che avrebbero detto i suoi compagni, ma nulla poteva eguagliare la soddisfazione di vedere un manichino esplodere in una pioggia di schegge sotto i suoi colpi. Era un peccato innocente, un crimine senza volto, un corpo senza nome.
Finché non vide Claude.

 

Trasalì come fosse stato colpito in pieno volto. Si fermò all’entrata del chiostro che circondava il Campo Marzio, ancora avvolto dalle ombre, e trattenne il fiato.

L’erede dei Von Riegan non parve accorgersi di lui. La luce dell’unica torcia accesa faceva luce a malapena sufficiente per illuminare il manichino davanti a Claude, allungando le ombre quando questi si muoveva per colpirlo.

Notò che lo faceva con grazia, quasi poggiando la punta della spada piuttosto che cercando di incidere il legno con forza bruta. Era veloce, dal passo rapido e il corpo mai fermo, come fosse pronto a fuggire via al minimo movimento.

Dimitri non distolse lo sguardo, chinandosi lentamente per posare la lanterna fioca a terra. Avrebbe potuto far finta di nulla, si disse, e scivolare indisturbato com’era arrivato. 

Si scoprì, con sua sorpresa, reticente all’idea di sparire. Non era solito credere nel destino — no, Dimitri del Sacro Regno di Faerghus non crede nel caso, pensò, stringendo la presa della spada al proprio fianco — ma forse c’era spazio per un’incognita. Dopotutto non aveva davanti un semplice compagno ma un avversario!, se solo riuscisse a vincere una battaglia in più, a dimostrare una volta in più la propria forza… potrebbe essere una guerra risparmiata domani, un conflitto vinto sul nascere. Erano scuse cui avrebbe creduto volentieri, convincenti abbastanza per poter guardare il proprio riflesso nello specchio l’indomani.
O forse no.

 

«Claude…» chiamò, e si mentì a cuor leggero nel fare un passo in avanti, ora illuminato dalla torcia. «Buonasera.»

Un refolo di vento si alzò, galoppando per il chiostro che circondava il terreno battuto dell’allenamento, e fece baluginare la luce delle torce. Quando Claude si girò tremò un’ultima volta la fiamma, allungando le ombre tanto che parvero inghiottire il ragazzo — Dimitri trattenne il fiato, covandolo in petto finché non tornò la luce. Con essa ricomparve il sorriso dell’altro, e gli occhi verdi che soppesarono il nuovo arrivato con divertimento.

«Buonasera!» ribatté quasi cantilenante, con lo sguardo che si fece fine quando notò la spada al fianco del cavaliere. «Allora è vero che il principe non apprezza allenarsi in compagnia.» 

Sarebbe potuto essere un commento innocente — quando altri dei si fossero seduti ai loro banchetti divini, pensò Dimitri, e il mondo si fosse ribaltato, privando il rappresentante dei Cervi Dorati di quella lingua troppo affilata. Riuscì nel suo intento, e anche vergognosamente: Dimitri rimase bloccato sull’ingresso del chiostro e la sua mente stanca iniziò a divorarlo. Se Claude appariva in controllo la cautela del Blaiddyd, al contrario, era fin troppo palese.
«No,» provò a giustificarsi con voce ferma, ma si rese conto che non sapeva come continuare. Deglutì e tenne il viso basso, digrignando i denti. « Non… sono solo chiacchiere.» 

L’aveva notato Claude — chi altri? Quali voci correvano? , si chiese stringendo il pomolo della spada, i guanti di cuoio gonfi nella stretta, e quelli che sapevano, come l’avrebbero usato? Avrebbero riso— certamente avrebbero riso! Di nuovo! Per l’ennesima volta, dandogli del folle—  

A Claude forse parve solamente confuso, o impacciato, perché dopo qualche momento di silenzio sentì: «Duelliamo, allora. Non sarò il migliore degli spadaccini, ma sono sicuramente più bravo di un manichino.» 

Dimitri riconobbe immediatamente quella via di fuga. Valutò se rifiutare o meno un aiuto tanto palese, ostinato a grufolare nel proprio fastidio come un cinghiale, senza prendersi la briga di spiegare a Claude che non voleva allenarsi ma sfogarsi.

Importava? Non quella notte, decise, sguainando la spada. Avrebbe domato Claude von Riegan e la scelleratezza del proprio sangue, sotto lo sguardo disinteressato della luna.

«O avete paura di perdere?» suggerì languido, la spada già in posizione di guardia.

Dimitri non rispose. 

 

Duellare con Claude era come cercare di stare al passo con un cervo. Non ci volle molto prima che Dimitri se ne accorgesse, ma la realizzazione lo irritò comunque. 

I suoi movimenti gli sembrarono pesanti in confronto alla sveltezza dell’erede dei Riegan, come si muovesse sott’acqua. La punta della spada arrivava troppo tardi, troppo debole, incontrando la lama di Claude solo di sfuggita — il baluginare della preda prima che sparisca tra le felci, beffandosi del cacciatore.

Quella sveltezza — quella grazia — bastò a farlo perdere in pensieri fumosi, sfarfallando le palpebre mentre cercava di anticipare le mosse dell’altro. L’aveva visto brandire più spesso l’arco e le picche che la spada, riuscendo spesso e volentieri a togliersi dall’impiccio degli allenamenti con furbizia, e per la prima volta si chiese se non fosse fatto apposta. Se non fosse calcolato anche quello nella scacchiera che Claude percorreva insieme alle strade di Garregh Mach, unico uomo tra pedine bianche e nere.

La sola idea bastò a far infuriare Dimitri. Sentì il petto gonfiarsi fino al punto di scoppiare per l’indignazione, per la disperazione di non essere riconosciuto come principe, come uomo — come pari. Ma la rabbia gelò in una calma quieta e lucida, approfittando di un istante in cui Claude si fece più lontano, la guardia alta mentre riprendeva fiato. Era la sua occasione per attaccare.

 

Colpì, non come principe né come re e nemmeno come uomo, ma come Dimitri e quindi come bestia, come animale, come condannato. Il rumore sordo delle spade di legno che si incrociavano si fece più forte, e il riverbero dei colpi lungo le braccia fece intorpidire le mani di entrambi. Nessuno dei due accennò a cedere.

Il filo smussato della spada di Dimitri cercò il fianco di Claude, poi la sua spalla, facendosi avanti con foga. Incespicò in un passo troppo slanciato perdendo l’equilibrio e, in un istante, gli sembrò che l’altro cambiasse maniera di respirare.

L’aura leggera e scattante di Riegan scomparve, lasciando il posto a qualcuno di più solido, dalla presenza pesante come un macigno. Se non avesse avuto Claude davanti avrebbe tranquillamente detto di star affrontando un’altra persona. Ebbe il tempo di guardarlo solo un attimo prima che Claude iniziasse ad attaccare.

A Dimitri bastò un istante per scoprire che la violenza non ribolliva solamente nelle sue vene, la rabbia non piagava solamente le sue ossa. Riuscì per un soffio a sollevare la spada contro il petto e parare fendenti scivolosi come sapone, visti sempre con un attimo di ritardo. La spada che imbracciava Claude era uguale alla sua — ne era certo — ma in quel momento era come avesse mille lame e mille punte, tutte fameliche della breccia nella difesa di Dimitri. Se non riuscì a colpirlo fu solamente per la difesa sfiatata che Dimitri si ostinò ad avere, con sì brecce ma troppo piccole perché Claude potesse saziarsi trovando la pelle del cavaliere di Faerghus. 

Il principe indietreggiò un passo dopo l’altro, il viso nascosto dietro una guardia sorpresa, poco convinta, e Claude sorrideva. Avrebbe voluto attaccare, levargli quella smorfia di superiorità da viso, ma distrarsi avrebbe significato perdere. 

Difendersi non era nello stile di Dimitri, ma altro non poté fare. Colpo dopo colpo, seguendo un ritmo incalzato da una frustrazione sempre più acida, che iniziava a saettare in pensieri crudeli e incattiviti. 

 

La bestia — il fantasma di una, almeno, che aveva la faccia di Dimitri ma più adulta, più smunta, con un unico occhio che vorticava impazzito — piantò una stilla d’odio nello stomaco del cavaliere. Si serrò su se stesso, viscere bagnate strette come stracci, e tenne l’elsa di legno tanto forte da farla scricchiolare.

Non ebbe più Claude, davanti, ma un nemico. 

Riegan intuì, forse, capì il cambiamento nelle pupille lattiginose del Blaiddyd. Saltò indietro appena in tempo, evitando la lama di legno per un soffio.

 

Tra Claude e Dimitri c’era qualche metro di terra brulla, come all’inizio, ma qualcosa era cambiato. Erano più stanchi, nonostante la brevità dell’alterco, e sporchi di polvere. Le mani callose pulsavano intorno alle else e si studiavano con serietà, e non più come ragazzini che vogliono azzuffarsi. 

Claude sembrava più deciso. La testa di Dimitri girava su se stessa come una trottola, incapace di fermarsi sulla superficie scivolosa della paranoia. I muscoli del braccio tremavano e, a differenza della guardia sicura di Claude, trascinava la punta della spada a terra tracciando un solco che seguiva i suoi passi. 

 

Se Claude avesse potuto prevedere il futuro, probabilmente in quel momento non avrebbe giocato. Non avrebbe pensato che il suo avversario sembrava scontrarsi come un animale, trovandolo un paragone divertente rispetto il solito Dimitri contenuto, troppo rigido. 

Probabilmente avrebbe fatto qualcosa di diverso, col senno di poi. 

Per ora, si limitò ad alzare la spada.

 

Dimitri era pronto e scostò il fendente di Claude come fosse nulla, ben più veloce rispetto a un attimo prima. Sentiva i muscoli pronti ad esplodere al minimo cambiamento che vedeva nel proprio avversario, anticipando pensieri che nemmeno sapeva avrebbe avuto. 

Erano movimenti grezzi, per nulla tecnici. Dimitri serrò i denti, sciolto e selvatico, scansando ogni colpo di Claude come li vedesse al rallentatore. Non si curò di attaccare di rimando; non era più un duello ma un beffarsi, un prendere in giro la spada di legno che non riusciva a colpirlo. 

C’era un’ilarità isterica dietro lo sguardo di Dimitri, meravigliato di come il filo smussato sembrasse sempre qualche dito troppo in là, qualche centimetro troppo ampio. Sentiva una certa eccitazione nello stomaco, qualcosa che gli assicurava che era più forte del Riegan. 

Fece un passo indietro, ormai ai bordi del colonnato, di fianco alla lucerna che aveva gettato luce sul Campo Marzio per tutto il loro duello. Non si sentì con le spalle al muro — ebbe tutto il tempo di guardare l’espressione cupa di Claude, deliziosamente seria per un pagliaccio come lui, e seguire l’affondo che intendeva piantargli nel basso ventre. 

Di nuovo, non alzò la spada. Aspettò che lo sguardo di Claude s’illuminasse di una scintilla particolare, ansiosa di vincere e certa di farlo, trionfante.

Dimitri scelse quell’esatto momento per girarsi di scatto e sbattere con tutta la sua forza la lama di legno contro la lucerna, spaccandola. La fiamma crepitò, e poi morì soffocata dall’olio. 

Erano al buio, lo stesso atteso Dimitri per uscire dalla propria stanza, usato per strisciare senza essere visto. Prima di quello scontro aveva voluto nascondersi da se stesso, un ragazzino preda delle proprie paranoie — ma in quel campo era un avversario che si stava celando per colpire al meglio. 

 

Approfittò della confusione di Claude per colpirlo alla tempia con il pomolo della spada, spingendolo all’indietro con l’altra mano. 

Il cavaliere emise un rumore sordo e stupito, subito seguito dal tonfo del corpo contro il terreno brullo e il respiro che veniva mozzato dall’impatto. Claude era terra — finalmente a terra, cieco, inerme, disarmato, indifeso. 

Dimitri afferrò l’elsa della propria spada con due mani. Era di legno, ma poteva fare ancora abbastanza danni. La luce smorta della luna faceva intuire appena il profilo della spada, ora sollevata nel vuoto, con Dimitri che tese le braccia sopra la propria testa, pronto, ansante, ringhiante. Era lì ed era in quel momento, consapevole di ogni cosa, dal sangue che gli bruciava nelle vene agli occhi che pulsavano cercando la sagoma scura di Claude, vittima della bestia che gli stava dilaniando il cervello.
Bastò un colpo. Uno. 

Abbassò le braccia con tutta la sua forza. 



La lama si conficcò accanto al viso di Claude, entrando nel terreno per un terzo della sua lunghezza. Dimitri si appoggiò all’elsa con tutto il suo peso, esausto, il viso chinato madido di sudore che scivolava negli occhi. 

Sbatté le palpebre una, due, tre volte, frullando le ciglia chiare ed umide. Cercò di mettere a fuoco il viso dei Riegan senza troppo successo, ma non dovette attendere a lungo perché questi parlasse. O meglio: rise. 

Il legno vibrava ancora a qualche centimetro dal suo viso e Claude Von Riegan ridacchiò nel buio, accompagnato dal leggerissimo frusciare della sua sagoma contro la terra. 

«Che aggressività, Principe!» Dimitri si sentì avvampare, un brivido di vergogna gli percorse la schiena. «Se questo è come combattete con un amico, non vorrei mai incontrarvi dall’altro lato.» 

Il cavaliere di Faergus accennò un sorriso, allungando una mano verso il compagno. Bianca, tesa a mezz’aria, una silenziosa offerta di pace. Claude, ormai sulla via di abituarsi alla luce fioca che c’era senza lanterne, ne intuì i contorni e l’afferrò.

«Meno male che non abbiamo motivi per essere nemici, allora…» La voce di Dimitri era lieve, quasi incerta, come non fosse totalmente sicuro di quello che stava dicendo e aspettasse una conferma. Qualcosa di dolce,  su cui fare affidamento, nobile come i suoi ideali. 

Claude, però, tirò con forza la mano dell’altro verso di sé.

Dimitri perse l’equilibrio, a malapena sorretto dalle gambe stanche. Le ginocchia cedettero come se non stessero aspettando altro, lasciandolo cadere con un’espressione di instupidita sorpresa in viso. Ebbe a malapena il tempo di coprirsi la faccia con un braccio prima di scontrarsi contro il terreno, battendo il gomito con forza. Una fitta di dolore gli infiammò il braccio, ma non ebbe tempo di pensarci. 

Claude si alzò, spingendo Dimitri di lato, aprendogli le spalle con entrambe le mani, i pollici affondati nella carne, i grugniti di chi fatica in ogni gesto che fa. Gli salì a cavalcioni per bloccarlo a terra, cosce ferme lungo i fianchi, un palmo spinto al centro esatto del petto per assicurarsi che, se Dimitri ne avesse avuto la sveltezza, non si potesse muovere. Liberò la spada del principe dal terreno con un grugnito e la puntò, vittorioso, contro la gola di Dimitri. 

La sentiva ansimare. Ogni respiro affannato si piantò nel cervello di Dimitri mettendo a tacere qualsiasi altra cosa ci fosse. 

Sparì il sapore della terra dalla bocca, il retrogusto amarognolo della bile per lo spavento di quando s’era visto cadere. Sparì il Campo Marzio, la luna, Garreg Mach intera.

C’era solo Claude, la sua indiscutibile vittoria, e la sconfitta di Dimitri che era leggera ed accennata come la punta della spada che gli accarezzava la gola. 

«Siamo tutti nemici di qualcuno, Principe.» Ridacchiò roco. «E siamo amici finché conviene esserlo. Mettete troppo cuore in quello che fate.» 
Lasciò cadere la spada e si sollevò. Dimitri ascoltò i passi pesanti che si allontanavano, un cervo ferito che si ritirava con la calma di un vincitore, e non osò fiatare. 

«Non siate così nobile.» La voce di Claude arrivò da un punto indefinito del campo, ma Dimitri aveva già chiuso gli occhi. «Non lo meriterà mai nessuno.» 

 

E, con l’ultimo guizzo di una tensione ormai scappata, Dimitri fu solo.

Notes:

hi! thank you for taking the time to read my work.
it's almost a little miracle to post something i did and finished, and im pretty proud of this commission! its nothing too crazy but i dearly love dimitri and his brittlessness, so i really wanted to indulge into his crazy little head.
thank you again!