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Ebrei 4:12-13
Infatti la parola di Dio è viva ed efficace, più affilata di ogni spada a doppio taglio, penetra fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a Lui; ma tutto è nudo e scoperto davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto.
Il sole spiccava alto nel cielo. L’azzurro limpido e cristallino, zero nuvole, solo la presenza fugace di uccelli in volo e un vento caldo e confortante. Una splendida giornata di primavera era la scelta migliore per togliersi la vita.
Salire fino al trentottesimo piano non era stato difficile – ringraziamo chi ha inventato gli ascensori – sono state le ultime rampe di scale fino al tetto ad essere stancanti. Ma niente è impossibile o tanto difficoltoso per chi ha nel cuore un obiettivo grande, e nessuno avrebbe fermato Hoseok dal fare un salto di 173 metri.
La vista era pazzesca. Seoul si dispiegava sotto i suoi occhi in una maniera disarmante, lì sopra si sentiva quasi come il padrone della città. Vedere una visuale del genere come ultima cosa prima di morire era fuorviante, ma al tempo stesso perfetto: sentiva un potere scorrere nelle sue vene che gli avrebbe permesso sia di vivere sia di morire. Salendo i trentotto piani aveva percepito solo il batticuore, adesso gli serviva tutta la forza possibile per compiere l’estremo gesto.
Tutti parlano di quanto suicidarsi sia da codardi, qualcosa che fa chi non ha il coraggio di vivere, ma nessuno parla del coraggio che serve per decidere di mettere fine alla propria vita e di saltare giù da un palazzo, di conoscere l’oblio. Forse la scelta del modo era da vigliacchi: saltare è rapido e irrecuperabile, scegliere ad esempio di annegare è più audace. Dicono che chi vuole davvero morire sceglie di morire annegando. Non sapeva da chi l’aveva sentito o dove l’aveva letto, era semplicemente una informazione che gli era rimasta impressa.
Controllò che dietro di sé non ci fosse nessuno. Il sole rifletteva sulla vetrata del palazzo e un raggio lo accecò, portò una mano davanti gli occhi. Si avvicinò alla porta che aveva chiuso alle sue spalle, decidendo di specchiarsi nel vetro e di guardare per l’ultima volta il viso con cui aveva vissuto per trentatré anni, quella faccia che celava innumerevoli pensieri di morte e sentimenti suicidi. La stessa faccia che aveva nascosto a tutti le sue vere intenzioni ed emozioni, e vide chiaramente metà del suo volto raggrinzito in una espressione stonata.
Fece un sorriso storto e spostò le ciocche da davanti gli occhi. Indossava ancora la giacca e la cravatta, aveva lasciato il lavoro ed era corso immediatamente qui. Ora che ricordava, aveva dimenticato di prendere con sé i suoi oggetti personali. Continuava a specchiarsi, finché il contorno di qualcosa alle sue spalle attirò la sua attenzione e dopo aver riaperto le palpebre vide un volto diverso specchiarsi nel vetro.
Ma questa non fu la prima volta che Hoseok vide Min Yoongi.
I vita
Il prete fu accolto dentro l’abitazione da una signora anziana con le lacrime agli occhi.
“Pace a questa casa e a quanti vi abitano.”
Si avvicinò cautamente al letto in cui giaceva pallido e debole il ragazzo, accompagnato dai singhiozzi delle donne presenti. Vide il ragazzo essere scosso da un colpo di tosse, le labbra viola socchiuse per il lieve respiro, il viso pallido era incorniciato da gocce di sudore. Il ragazzo girò lentamente la testa nella direzione del prete e, osservandolo con occhi lucidi, un flebile sorriso nacque sul suo volto. Il prete lo guardò con compassione: seppur così giovane, non era riuscito a scampare alla malattia. Ricambiò il sorriso.
“Buonasera, Hoseok.”
“Padre… Cosa la porta qui?” Hoseok riusciva a malapena a parlare, tentò di sollevare la mano.
“Ero di passaggio.” Gli afferrò la mano fredda e la appoggiò sopra il dorso dell’altra, conservandole, riscaldandole.
“Si fermi anche per mangiare.” Un colpo di tosse. “Proprio come anni fa.”
Vedendo Hoseok lottare contro la morte in quegli istanti, fu doloroso per il prete ricordare i momenti in cui erano giovani e spensierati, quando calciavano un pallone di carta e correvano per il mercato, quando malattia e dover assistere i malati non era tra i suoi pensieri.
“Cominciamo, padre?”
A padre Yoongi si riempirono gli occhi di lacrime, e mentre recitava Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, tenendo stretta una croce di legno, Hoseok si fece il segno della croce. Unse con l’olio le mani, la bocca, il naso, gli occhi e le orecchie del malato recitando solennemente Per istam sanctam Unctionem, et suam piissimam misericordiam, indulgeat tibi Dominus quidquid deliquisti a occhi chiusi. I presenti si erano radunati intorno al letto, recitarono all’unisono il Padre Nostro trattenendo chi il respiro, chi le lacrime, tenendo tra le mani il rosario. Padre Yoongi si sentiva sopraffatto come mai si era sentito nelle precedenti estreme unzioni. Darne una al suo caro amico di infanzia, appena arrivato alla soglia dei venticinque anni, un bell’orto, moglie e due figli a carico, in fin di vita era un dolore lancinante. Dolore che doveva sopprimere per volere di Dio e del suo compito.
“Amen.”
Concluse le preghiere, padre Yoongi rimase al fianco di Hoseok per tutta la notte. Il vento sussurrava tra le foglie degli alberi e le stelle brillavano nel cielo, Yoongi le poteva sbirciare dalla finestra della stanza. Era una splendida notte per morire. Ben presto si sarebbe aggiunta un’ulteriore stella. Padre Yoongi vegliò sul ragazzo continuando a pregare, sudato nella sua tonaca nera e il crocifisso stretto tra le mani, offrendogli sostegno mentre la malattia, lentamente, cercava di strappargli via la vita.
“Sono stato un gran peccatore in vita,” ad un certo punto affermò Hoseok, voce debole e occhi chiusi, “Spero il Signore possa perdonarmi.”
“Il Signore è misericordioso, perdona chiunque si pente sinceramente dei propri peccati.”
“Spero di dargli una buona impressione nell’aldilà.” Neanche la malattia riusciva a levargli la forza di scherzare. Il prete sorrise affettuosamente: a lui era sempre piaciuto scherzare, e la morte non gli aveva tolto il sorriso dalle labbra.
“Ti farai volere bene anche lì.”
“Mi pento di molte cose, Yoongi, ma non ho rimpianti.” Per questa volta padre Yoongi lasciò perdere, troppo addolorato per poter attenzionare queste futilità di appellativi.
“I tempi più spensierati li ho passati insieme a te, a mangiare pane dentro casa tua e a leggere le Sacre Scritture sui gradini della chiesa.”
Yoongi afferrò la sua mano con premura e, come se fosse un movimento inconscio, la strinse al crocifisso, con le sue mani attorno. Delle lacrime scesero lungo le sue guance e rimase in silenzio mentre osservava la vita uscire fuori dalle labbra di Hoseok, il ragazzo sensibile e spericolato che abitava in fondo al villaggio. E senza aggiungere nient’altro, padre Yoongi riprese a pregare. Non poteva sconfiggere la morte, ma poteva più che mai alleviare le sue sofferenze fino alla fine. Pregò, pregò e pregò fino al sorgere dell’alba, momento in cui Hoseok emanò l’ultimo respiro e il cuore di Yoongi venne squarciato in due.
II vita
Le strade erano illuminate dalla luce del sole, i profumi dei fiori si mescolavano con i passi sui marciapiedi e le risate contenute delle eleganti signore. Hoseok era impegnato a sistemare delle stoffe sopra gli scaffali nel suo negozio quando udì il rumore della porta aprirsi. Il sarto si affrettò a liberarsi e con passo svelto si recò all’entrata.
“Buongiorno signore.” Accolse il cliente con un radioso sorriso sulle labbra. Vide un giovane uomo dall’aria elegante e distinta, rimase affascinato dalla sua bellezza. Non aveva mai visto Min Yoongi di persona, erede di una delle famiglie più ricche e influenti della città, aveva sentito molto parlare di lui e della sua eleganza, fu come se un mondo di lusso e raffinatezza avesse varcato la soglia del suo modesto laboratorio. Di suo padre per l’esattezza, ma un giorno l’avrebbe ereditato lui.
“Come posso esservi d'aiuto?"
Il nobile ricambiò il sorriso con gentilezza. Prese a passeggiare per il piccolo negozio, dando un’occhiata distratta alle pareti. Il suo modo di camminare, di osservare, la maniera in cui univa le labbra… il suo portamento emanava una certa eleganza distaccata.
“Buongiorno. Sto cercando un completo per una imminente festa di gala. Qualcosa di elegante ma non troppo vistoso, se possibile.”
Hoseok non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. Aveva visto numerosi nobili entrare nel suo laboratorio, e ciascuno di loro emanava ricchezza, appariscenza, ma mai così tanta classe e raffinatezza. Era un uomo dalle maniere delicate.
“Certamente, signore. Ho alcuni tessuti qui che potrebbero essere di vostro gradimento.”
Hoseok aveva toccato infiniti tessuti, aveva aiutato numerosi uomini a trovare il completo perfetto, aveva posato migliaia di giacche su migliaia di spalle, il tutto con cortesia e professionalità. Ogni punto e ogni cucitura dei suoi completi rifletteva la sua dedizione. Aveva guadagnato la sua reputazione in tutta la città grazie al suo talento naturale: aveva mani abbastanza abili nel riconoscere alla prima carezza il tessuto più adatto all’uomo; ma mai aveva toccato il corpo di un uomo tanto elegante e affascinante. Qualcosa nel tatto lo disarmava, qualcosa che gli diceva che non poteva permettersi di avvicinarsi ad una tale bellezza.
“Lei ha buon gusto, signore. È molto affascinante con questo velluto.”
Min Yoongi rise leggermente. “Così mi lusinga.”
“Dico solo la verità.”
”Più che affascinante, direi elegante. Esattamente come lo volevo.”
Hoseok era piegato sulle ginocchia, all’altezza delle caviglie, inserendo degli aghi all’orlo dei pantaloni. “Se posso permettermi, lei non si rende conto della sua bellezza, signor Min.”
“La bellezza è una cosa terribile. A volte può essere fonte di gioia, altre volte di sofferenza.”
“La bellezza è una forma di genialità, e lei è molto acclamato per la sua cultura e intelligenza.”
“Ma la bellezza è effimera, sta dicendo che anche la genialità è effimera?”
“Non la bellezza che risiede nell’anima, quella discerne ogni limite di tempo.”
“Lei è un abile artigiano, signor Hoseok. Mi avevano parlato molto bene di lei, ha un talento naturale per la cura nei dettagli.”
“La ringrazio.” Hoseok concluse con un sorriso, rialzandosi in piedi, camminando dinanzi al signor Min, soffermandosi sulle maniche e sistemando la lunghezza. “L’abito è quasi completo, che ne pensate della vestibilità?”
“Sembra eccellente. Il taglio è perfetto, e il tessuto è di qualità superiore. Farò sicuramente un'ottima figura all'evento.”
Hoseok sollevò gli occhi, incontrando per un breve momento quelli del nobile, gentili e brillanti. “Sono lieto che vi piaccia, signore.”
Finito anche con le maniche, Hoseok si spostò dietro la schiena di Min Yoongi, spolverando le spalle del completo e osservandolo indossare l’abito ultimato allo specchio. Ne rimase meravigliato, e la contentezza fece nascere in lui un sorriso fiero.
“Le calza a pennello, signore. Il suo volto incanta e ammalia.”
Il signore sorrise accorto, “La vera bellezza non si trova nel mio volto ma nelle sue abili mani.”
“Come le ho già detto, la vera bellezza risiede nell’anima.”
“Non ho mai apprezzato il concetto di anima, al suo posto, preferisco il concetto di spirito.”
“Per quale ragione, se posso chiederle?”
“La parola anima fa riferimento agli aspetti sia materiali, sia immateriali dell’umanità. È la sede dei bisogni e dei desideri. I desideri sono per lo più di origine peccaminosa. Lo spirito, al contrario, è la parte che ci connette a Dio. È puro.”
Hoseok poteva immaginare Min Yoongi ballare tra le luci scintillanti e le risate allegre con indosso questo abito. Lo vedeva brillare in mezzo alla folla con il suo sorriso cordiale e delicato, e il suo cuore si riempì di un caldo amore.
“Noi possediamo lo spirito, noi in realtà siamo anima. Siamo i nostri desideri e motivazioni, la spinta a raggiungere i fini.”
“Lo spirito è fine a se stesso, ciò che intende raggiungere è il bene, Dio.”
“La sua fame di conoscenza nasce dal desiderio della sua anima di connettersi e appartenersi.”
“L’anima ricerca connessioni con altre anime. L’unica connessione che lo spirito ricerca è con Dio.”
Gli occhi di Yoongi incontrarono quelli di Hoseok nel riflesso dello specchio. La stimolante conversazione lo spronò a sorridere, Hoseok ricambiò con una gentilezza astuta.
“Non la ritenevo un uomo di fede.”
“Non lo sono, mi affascina la religione.” Min Yoongi stirò con le mani il tessuto della giacca e alzò le gambe, provando la comodità e vestibilità.
“Se ritenete abbia bisogno di qualche aggiustamento…”
“È proprio come desideravo. È semplicemente magnifico. Non posso che ringraziarvi per l'attenzione ai dettagli e per la vostra maestria.”
Hoseok arrossì, togliendosi il metro dalle proprie spalle e posandolo sul tavolo accanto, assieme ad aghi e fili. “È stato un piacere lavorare per voi, signore.”
Due giorni dopo, il giorno in cui sir Min Yoongi avrebbe ritirato l’abito, Hoseok aveva aperto gli occhi alle prime luci dell’alba e aperto il negozio un’ora prima del solito. Aveva aspettato tutto il giorno, osservando con devozione e cura la scatola contenente l’abito completo e stirato, attendendo il suo arrivo con tanta ansia. Aveva sospettato sarebbe passato di sera, i nobili ricchi sono presi da numerosi impegni durante il giorno, non aveva sicuramente trovato un buco di tempo. Aveva aspettato un’ora, un’ora e mezza, erano passate due ore dal normale orario di chiusura e Hoseok aveva cominciato a preoccuparsi, ma nonostante il dispiacere, decise di chiudere il negozio e di tornare a casa, più tardi del previsto.
“Che gran disgrazia! Che morte ingiusta!”
“Madre, chi è morto?” Hoseok si spogliò della sua giacca e raggiunse la madre. Il cuore gli cominciò a battere forte e agitato senza un motivo. Un brutto presentimento lo colse, e d’improvviso non volle che sua madre rispondesse.
“Sir Min Yoongi è stato trovato morto nel suo giardino! È stato morso da un serpente velenoso.”
E lì il cuore di Hoseok ebbe uno scompenso.
III vita
Sei bello tranquillo a sistemare il letto quando ti accorgi che le mura intorno stanno tremando e le interiora stanno risucchiando il tuo intestino in dentro, fino al punto in cui non riesci più a respirare e sei costretto a sederti. La maggior parte delle volte riusciva a non farci caso, ma in alcuni momenti l’emozione creava un disagio che non era in grado di lasciare in secondo piano. Era una emozione persistente, a volte più lieve, altre volte più forte, ma c’era sempre. C’è un nome al vuoto che non ti lascia mai da quando ti svegli a quando chiudi gli occhi. Solitudine? Angoscia? Tristezza? Tutte mancanze. La mancanza è la madre di tutte le emozioni.
Semplicemente, alcune volte diventava insopportabile. Gli si formò un nodo in gola assieme ad un bruciore allo stomaco e corse in bagno a vomitare. Le mani tenevano stretto il lavandino, aprì la bocca, ma tutto quello che uscì furono solo sputi e saliva. Sentiva ancora la gola chiusa e tentava di espellere il malessere senza successo. Alzò gli occhi allo specchio, si vide pallido, le occhiaie nere e profonde, gli occhi senza spessore. Per quanto ancora doveva vedersi così?
Udì dei rumori fuori dalla porta del suo dormitorio, dei veloci e pesanti passi e delle urla sprezzanti, come se un gruppo di ragazzi stesse correndo in corridoio. Erano forti e insistenti, così caotici che per un momento lo fecero distrarre dalle sue emozioni e lo stordirono. Si recò alla porta e la aprì, abbastanza da poter sbirciare cosa stesse succedendo. Un gruppo di ragazzi in divisa stavano ridendo animatamente, passandosi tra di loro un libro mentre un povero ragazzo al centro cercava di prenderlo. Che infantili. Le loro ricche e aristocratiche famiglie li avevano mandati a studiare in una prestigiosa università perché ci tenevano alla loro istruzione, e loro, il tempo che potevano dedicare agli studi, lo sprecavano giocando. Yoongi si ritrovò a guardarli con disprezzo. Non che lui fosse nella posizione di giudicarli: al posto di dedicarsi agli studi era tediato da uno profondo e strano malessere; però aveva sempre preso seriamente l’opportunità che aveva ottenuto nonostante la sua famiglia di contadini. Ogni momento libero lo passava in biblioteca, circondato da libri e testi, leggeva i Classici, frequentava salotti intellettuali, ascoltava Bach e Chopin.
I suoi occhi distratti si posarono sul giovane che rideva più di tutti. Aveva i capelli neri spettinati, gli occhi piccoli per il suo viso e per la sua bocca, la quale diventava un grande cuore quando sorrideva. Yoongi lo conosceva. Chiunque alla Seoul University lo conosceva. Jung Hoseok era ammirato e rispettato dai suoi compagni per l’eloquenza e il carisma, nelle sale comuni la sua presenza brillava per la sua dialettica affilata. Ovviamente era abituato a stare al centro dell’attenzione: era figlio di aristocratici, cresciuto nell’abbondanza e nel privilegio. Parlava sempre con un sorriso fiero e spavalderia, era orgoglioso delle sue origini. Chi non lo era, provenendo da una famiglia agiata?
L’incontro più ravvicinato che Yoongi ebbe con Hoseok fu molto tempo prima in biblioteca. Yoongi era immerso nei libri mentre gli schiamazzi di Hoseok e dei compagni intorno a lui lo disturbavano. Yoongi lo aveva fatto presente, non gli aveva chiesto gentilmente di smetterla, e Hoseok, offeso, aveva deriso le sue umili origini, denigrandolo e offendendolo di rimando, evidenziando la sua impossibilità a scalare socialmente e l’inutilità dei suoi sforzi. Ma Yoongi, determinato e riservato, aveva acquistato un posto tra i migliori studenti dell’università, al contrario di Hoseok che era solo bravo nei dibattiti. Min Yoongi non era un pesce fuor d’acqua solo per le sue origini inferiori, ma anche per la sua antipatia nei confronti di Jung Hoseok.
Adesso, Yoongi aveva scoperto che Hoseok non era solo bravo nei dibattiti ma anche a tormentare altri ragazzi. Causava le risate di tutti e la frustrazione della povera vittima. Non rispettava neppure il codice dell’abbigliamento, era senza la giacca e la cravatta, indossava solo la camicia bianca e il gilet grigio. Era un pagliaccio, un bullo.
Yoongi rimase a osservare la scena con occhi sprezzanti di astio, soffermandosi un tantino troppo su Hoseok, il quale dovette essersene accorto, perché ad un tratto voltò lo sguardo e incrociò il suo. Il signorino sorrise diversamente, tirò le labbra di lato con malizia e cattive intenzioni, e mosse i passi verso la sua direzione. Quando Yoongi si accorse che era la direzione della sua porta, si velocizzò a chiuderla, però Hoseok fu più veloce a spingerla dall’altro lato, e così Yoongi scoprì che Hoseok era più forzuto di lui.
“Lascia la mia porta, Jung.”
“Contadinello, non mi permetti di entrare?” Aveva una voce spudorata, riprovevole, era come se volesse sporcarsi le mani e in Yoongi aveva trovato un agnellino indifeso da sacrificare per i suoi insulsi e depravati capricci.
“Per quale motivo desideri entrare?”
“Per soddisfare la mia curiosità.”
“La curiosità è solo vanità. Chi è curioso, è matto.”
“L’unico peccato imperdonabile in questa vita è la noia, e Dio prenda la mia anima se un giorno la mia curiosità dovesse cessare.”
Yoongi roteò gli occhi. Jung Hoseok era un abile ciarlatano, cercava di ammaliare chiunque, e se Yoongi non fosse stato capace di vedere attraverso le sue vere intenzioni sarebbe caduto nella sua trappola. Il gruppo di ragazzi se n’era andato, nel corridoio era caduto il silenzio ed erano rimasti solo loro due. Yoongi lo osservò e notò che dopo il loro screzio in biblioteca, questa fu la seconda volta in cui ebbero un confronto, e lo ebbero a pochi centimetri di distanza. Il volto di Yoongi era raggrinzito in una smorfia, quello di Hoseok rilassato in un ghigno. I denti presero il labbro inferiore e, non appena fu certo che Yoongi non gli avrebbe chiuso la porta in faccia, appoggiò un braccio alla parete adiacente.
“Poni un freno alle tue tentazioni e allontanati dalla mia stanza.”
“L’unico modo per porre fine ad una tentazione è cedervi, ed io voglio che tu mi accolga dentro.”
Yoongi inarcò un sopracciglio oltraggiato, “Pensi che la vita sia uno scherzo?”
“La vita è troppo importante per essere presa sul serio.”
“Per questo motivo non si dovrebbe deridere e prendersi gioco di quella delle altre persone.”
Odiava ritrovarsi ad ammettere a se stesso che Jung Hoseok avesse fascino. Non faceva parte della manciata di pecore che aveva stregato, però comprendeva il motivo per cui la gente cadeva sotto il suo incantesimo. Era come se i suoi occhi se lo stessero divorando, donandogli tutta la loro attenzione, donandola persino a qualcuno che non amava. Era disposto a tutto per farsi adorare, era un arrampicatore sociale spietato. Il capo di Hoseok cadde di lato e lui sorrise.
“Non possiamo scappare dal nostro destino. Anche se decidiamo di fare qualcosa a riguardo, la nostra anima saprà sempre dove apparteniamo. La tua anima sarà sempre inferiore e povera, Min.”
Non immaginava Hoseok conoscesse il suo nome, ne rimase stupito, ma non lasciò che lo stupore storcesse l’espressione incattivita che aveva mantenuto per tutto questo tempo.
“Puoi anche essere di origini nobili, Jung, ma tutto ciò non vale niente se la tua anima non è buona.”
“Non è l’anima che deve essere buona o cattiva, ma le azioni.”
“E cosa ti dice che le tue lo siano?” Yoongi rise sprezzante, non contenendosi più.
“Le tue buone azioni cosa ti hanno dato, Yoongi?” Il viso di Jung si era trasformato, perdendo tutta la arroganza che lo caratterizzava, diventando quasi apprensivo, quasi serio, quasi profondo. Con un viso del genere, Yoongi poteva crearci una connessione. La sentiva formarsi. Non la comprendeva, come non comprendeva la connessione madre e figlio, tra spirito e Dio. I legami viscerali non sono destinati a essere capiti ma solo accettati.
“Ricorda: quando si è buoni non si è sempre felici.”
In quel momento, la rabbia di Yoongi subì una rapida escalation, appena arrivata al culmine, con il volto accigliato e il fiato corto, chiuse la porta.
Che diritto aveva, Jung Hoseok, a guardarlo come se potesse vedere la sua anima? Lo fece sentire violato e compreso. Ritornato nella solitudine della sua stanza, non ricordava più che sapore avesse la sensazione che stava provando prima. Sapeva solo che c’era e che Jung Hoseok l’aveva scoperta.
Finalmente, Yoongi poteva capire perché i cristiani fanno così tanto affidamento alla religione, perché trovano in Dio il compimento della loro anima, il riempimento del vuoto esistenziale, una comprensione divina e asfissiante.
Sopraffatto, avvertì un dolore al petto, come se gli avessero staccato a morsi un pezzo di cuore che non aveva mai avuto e gli parve di toccare la sua anima, tastò quanto astratta e carente fosse e quanto tutta questa insufficienza la rendesse opprimente.
Fu così che Yoongi quella notte decise di porre fine alle sue sofferenze e di attorcigliare un cappio al suo collo.
IV vita
“Il Giappone ha soppresso abbastanza la nostra cultura. Ha sfruttato abbastanza la nostra economia per il loro tornaconto, ha represso le attività politiche e ci ha privato dei nostri diritti. Non solo ha cercato in tutti i modi di cancellare la Corea, ha anche violato la nostra umanità. Ci hanno definiti in modi spregevoli: deboli, codardi, ignoranti, inferiori. Stanno facendo propaganda fasulla, dicendo che noi appoggiamo il loro dominio, li abbiamo accolti a braccia aperte perché non siamo in grado di governare la nostra nazione. Non è così! Non possiamo continuare a stare con le mani in mano. Dobbiamo fare qualcosa per la nostra nazione, per riprenderci la libertà. Noi popolo coreano siamo forti!”
La carta aveva raggiunto tutti nel giro di qualche giorno. Ventunomila copie sparse per la Corea in cui si dichiarava apertamente e fieramente l’indipendenza della Corea, governata non da un imperatore o un re né tantomeno dal Giappone. La Corea sarebbe stata governata dalle persone.
Dall’uno marzo il clima non era stato tranquillo: si erano susseguite centinaia di manifestazioni in tutte le regioni e zone rurali, gli studenti saltavano la scuola, i negozi chiudevano, gli operai scioperavano, studiosi confuciani interrompevano le preghiere per marciare leggendo la dichiarazione di indipendenza. Il Giappone aveva reagito male, bruciando case e chiese, uccidendo uomini e bambini, arrestando innocenti, rapendo donne, spogliandole e stuprandole.
Ma i coreani non avevano intenzione di mollare. Non poteva esserci pace in tutta l’Asia e nel mondo se prima la Corea non fosse stata libera. La Repubblica di Corea doveva essere una repubblica democratica.
C’era sangue e fuoco sparso per tutta la nazione, ma la gente era più unita che mai. Migliaia di persone marciavano stimolati dagli stessi ideali e desideri. Il clima era cruento, eppure le strade risuonavano dal clamore e la speranza di un futuro migliore e democratico, un futuro che dava la forza di combattere per raggiungerlo.
Tuttavia i coreani non si abbattevano facilmente, nel nero riuscivano a vederci dei colori, e durante le proteste intonavano canzoni, cantavano l’inno nazionale con una mano sul cuore e una in alto. Quando le gente è unita da un forte ideale, ci trova la bellezza anche nel sangue; Yoongi ne era convinto. Con i suoi occhi pieni di rabbia e il cuore pieno di passione, era convinto che la musica era lo strumento più forte di unione e denuncia.
Era in mezzo alla folla ad ascoltare il discorso del giovane Jung Hoseok, attivista studentesco e impegnato nell’attività politica. L’ingiustizia e la determinazione non avevano tolto la luce dai suoi occhi, e appena concluse il discorso, le sue labbra si incurvarono in un sorriso luminoso. Yoongi aveva famigliarità con la sua persona, lo aveva visto molte volte nel locale in cui suonava il piano la sera.
Non era la prima volta che Jung Hoseok presiedeva ad una protesta, aveva partecipato e animato molte manifestazioni, e da quando era stata diffusa la dichiarazione d’indipendenza era sempre stato in prima fila. Yoongi lo ammirava. Aveva un’anima animata da un coraggio incrollabile, e ciò lo intimoriva, impedendogli di parlargli ad ogni buona occasione.
La gente aveva cominciato a marciare e a intonare urla di protesta tenendo una torcia in mano, cartelloni, striscioni.
Quando sbatté gli occhi, Yoongi riconobbe la schiena di Hoseok di fronte a lui, stava indietreggiando cautamente, finché non se lo ritrovò accanto.
Yoongi gli rivolse l’accenno di uno sguardo, Hoseok lo colse e rimase a scrutarlo.
“Suoni impeccabilmente il piano.” gli disse, “Mi piace frequentare lo Chopin per poterti sentire suonare.”
Yoongi aprì gli occhi e arrossì, incrociando il suo sguardo.
Si inchinò, “Ti ringrazio.”
Rimasero in silenzio per qualche minuto, accaldati e infervorati.
“So che sei più grande di me.” Era insolito, Hoseok non dava del lei alle persone che non conosceva.
“Dai del tu a tutti?”
“Siamo tutti uguali.”
Anche Yoongi lo credeva, e pregava che anche gli altri la pensassero uguale, che sarebbe arrivato un giorno, anche in cui lui non esisteva più, in cui la gente avrebbe trattato tutti allo stesso modo e con rispetto. E nel soffermarsi su ciò, un’ombra di sfiducia cadde su di lui.
“Credi che arriveremo all’indipendenza?”
“Non lo credo, lo so. Ci riusciremo.”
Mentre Hoseok lo diceva, il modo in cui sorrideva era bellissimo, spontaneo e sicuro di sé, come se davanti i suoi occhi ci fosse una meta luminosa, e quando già lo vedi il traguardo, è il momento in cui sei più spronato che mai a continuare. Non basta solo un forte senso di giustizia, devi anche essere animato dalla fiducia. Yoongi ne rimase ammaliato e non riuscì a trattenere il sorriso arrendevole che nacque nel suo volto.
“Abbiamo già vinto, hyung, sebbene nessuno se ne sia ancora reso conto.”
Lo aveva chiamato hyung e neppure si conoscevano. Yoongi doveva rimanere offeso dalla mancanza di rispetto, invece continuò a sorridere, infatuato e ricolmo di affetto e speranza. Le anime come Hoseok mobilitavano la folla, donavano fiducia, ti rendevano invincibile – e Yoongi era uno come tanti.
Il ragazzo si girò a guardarlo, “Lo vedi? I coreani hanno smesso di avere paura. Abbiamo vinto”, e dopo ricambiò il sorriso, grande e brillante, così come il futuro che Yoongi sapeva di poter raggiungere. I coreani avrebbero vinto. I coreani non avevano più paura.
All’improvviso, udirono un rumore forte e terrificante. Il gruppo si fermò, si guardarono tutti attorno immobilizzati dalla paura. Al primo sparo ne susseguì un altro e tutti si abbassarono. Yoongi sentì una mano attorno al polso e notò che Hoseok l’aveva afferrato non appena si erano accovacciati a terra. Lui si guardava intorno, occhi non più fiduciosi ma attenti e scrupolosi, e i primi due spari ben presto si trasformarono in una vera e propria sparatoria.
Hoseok teneva ancora stretto il suo polso, si muoveva come se ormai fosse esperto, come se si fosse trovato tante volte in questa situazione e già sapeva cosa fare per salvaguardarsi, quando proteggersi e quando partire. Le persone intorno correvano da una parte all'altra come pazzi, non erano da biasimare, stavano scappando dalla morte. Hoseok approfittò del momento di caos totale per scappare e tirare con sé Yoongi. Yoongi aveva un martello dentro il petto, il cuore palpitava così intensamente che non lo sentiva più, percepiva solo il chiodo infilarsi tra i suoi polmoni. Non vedeva neanche dove stessero andando, era tutto linee sfocate e saette, doveva solo correre. Doveva solo essere sufficientemente veloce da schivare ogni proiettile, non importava dove Hoseok lo stesse portando.
Si fermarono ad un tratto e Yoongi si ritrovò davanti una sagoma nera, ci mise qualche secondo ad accorgersi che erano le spalle di un uomo, e poi ebbe l’istinto di guardarsi le mani. Non vide più niente attorno al suo polso e fu allora che ritornò in sé.
L’uomo davanti cadde per terra, il volto verso l’alto, gli occhi erano spalancati e la bocca sputava sangue, c’era un buco all’altezza del cuore e la sua camicia si stava colorando di rosso.
Nessuno ti insegna come reagire ad una persona che muore davanti ai tuoi occhi. Cavolo, non dovresti neanche trovartela mai una persona che sta morendo davanti i tuoi occhi. Gli occhi umani sono fatti per vedere la vita, non per assistere ad un’anima che lascia un corpo. L’anima è fatta per stare dentro il corpo, il corpo combatte con tutto se stesso per conservarla, per questo il suo corpo si dimenava e aveva spasmi: perché l’anima vuole vivere. Hoseok doveva vivere.
Yoongi si gettò per terra, sollevò il busto di Hoseok, lo scosse, lo chiamò, gli prese il viso tra le mani e le dita si sporcarono di sangue. Gli occhi morenti di Hoseok lo guardavano, dalle labbra scorreva del sangue e lui, con le poche forze che aveva, ne assaporava il sapore.
“Hoseok! Apri gli occhi, cazzo.” Yoongi era agitato, terrorizzato, confuso, “Cazzo, devi vedere il tuo sogno realizzarsi, la Repubblica della Corea non può esistere senza di te.”
Yoongi premeva con tutte le sue forze sopra la ferita, cercando di impedire alla sua anima di lasciare il corpo. L’anima è potente, ma se Yoongi fosse stato abbastanza forte ce l’avrebbe fatta, l’avrebbe fatto vivere. Non era così?
Le lacrime di Yoongi caddero sopra il viso pallido di Hoseok, non era certo se stesse urlando, non riusciva a sentire la propria voce. All’improvviso le sue mani non sentirono più il corpo che si stava raffreddando, oppose resistenza con tutto se stesso ma a poco a poco si allontanava sempre di più, gli uomini che lo avevano strattonato erano più forti di lui. Si riunirono attorno a lui e iniziarono a colpirlo con dei bastoni, agguerriti e spietati, Yoongi non riusciva neppure a prendere un respiro tra un colpo e un altro, dovette accasciarsi a terra e coprirsi il capo, mentre le lacrime non smettevano di scorrere.
L’anima di Hoseok desiderava la libertà, e desiderare la libertà ti porta a morire di una morte più atroce.
V vita
Un fiore sboccia ogni volta che una persona ama. Per questo motivo ci sono più fiori che persone, perché le persone amano infinite volte nel corso della loro vita. Amano quando mangiano, quando leggono un libro, quando ridono, quando si incontrano, quando si abbracciano, quando si pensano, quando si mancano. Quando l’anima desidera qualcosa lo mostra sotto forma di fiore; era questo che sua mamma gli diceva quando accorciava i gambi delle rose, e Hoseok ci aveva sempre creduto. Perché non doveva, in fondo? I fiori sono una bellissima creazione della terra, dovevano assolutamente nascere da qualcosa di tanto bello come l’amore, e solo l’amore aveva abbastanza forza per far nascere i fiori. Allora Hoseok abbracciava spesso sua mamma, così che potesse nascere un fiore, così che grazie a lui il mondo si sarebbe riempito di fiori.
Adesso Hoseok non abbracciava sua mamma così tanto spesso, però non aveva smesso di amare. Non solo avrebbe fatto sbocciare fiori, aveva deciso che li avrebbe anche curati; dopotutto, che amore era se non veniva custodito? Quale amore dura se nessuno lo cura?
Hoseok aveva appena messo via i tulipani e le orchidee, ora stava spazzando le spine e le foglie dal pavimento mentre le sue labbra chiuse intonavano una melodia. Il sole era già calato, quel giorno c’erano stati pochi clienti, era stata una giornata calda e tranquilla, Hoseok ne aveva approfittato per rilassarsi e godersi il profumo dei fiori. Improvvisamente, sentì la porta d’ingresso aprirsi e si ritrovò un ragazzo davanti. Non riusciva a vederlo in viso per colpa di un berretto marrone che gli copriva gli occhi, ma vedeva il suo petto gonfiarsi e sgonfiarsi con affanno, lo poteva descrivere come reduce da una corsa. Appena alzò il capo, Hoseok notò immediatamente i lineamenti dolci e la bocca sottile, incoerenti con l’aspetto ruvido, e a giudicare da come mordeva le labbra, da come gli occhi sottili tremavano e si girava spesso a guardare la strada alle spalle, come fa solo chi sta scappando da qualcuno, era agitato. Non era difficile capire che tipo di ragazzo doveva essere e in che guai doveva esserci cacciato. Hoseok strinse il manico della scopa. In un primo momento la sua reazione fu quella di allontanarlo, ma avere a che fare con i fiori per tutta la vita ti rende incline all’empatia, e Hoseok non voleva non porgere una mano ad un ragazzo spaventato.
“C’è qualche problema?” chiese con accortezza.
“No. Nessun problema.” lui rispose schiettamente deglutendo, continuando a guardare la strada con fare furtivo.
“Hai bisogno di fiori?”
Lo vide sussultare e gli parve immobilizzarsi. Il ragazzo lo guardò in pieno viso, poi spostò lo sguardo intorno alla bottega, tra tutti i fiori e le piante colorate, e a giudicare dalla sua espressione dovette essersi reso conto solo in quel momento di trovarsi in un piccolo negozio di fiori.
“Oh. Fiori. Mh, sì. Vorrei delle…” si guardò attorno, finché non posò gli occhi sulla scopa, sui petali sul pavimento, “Rose.”
Hoseok non trattenne il sorriso divertito, più rilassato, certo che era innocuo, e allentò la presa attorno la scopa. Questo ragazzo non doveva essere più grandi di lui, eppure aveva lo sguardo di uno che aveva passato cose che non doveva passare. Aveva un cipiglio in viso mentre guardava i garofani rossi alla sinistra di Hoseok, aveva visto pochi fiori nella sua vita, si poteva intuire; erano proprio le persone come lui che ne avevano più bisogno.
“Gradisci una tazza di tè?”
Ad un tratto udirono il rumore di passi frettolosi e di voci maschili e virili provenire da fuori, entrambi guardarono sulla strada, vedendo un gruppo di uomini vestiti in nero girovagare e guardarsi attorno. L’espressione del ragazzo diceva tutto e, vedendo la paura nei suoi occhi, Hoseok gli fece cenno di nascondersi velocemente dietro il bancone. Il tempo di accasciarsi che la porta si aprì di scatto, gli uomini irruppero dentro e il cuore di Hoseok saltò in gola alla loro vista. I completi neri li rendevano intoccabili e gli sguardi minacciosi misero Hoseok sulla difensiva; tuttavia, cercò di fare finta di nulla e di accoglierli con un sorriso gentile come qualsiasi altro cliente.
“Mi dispiace signori, il negozio sta per chiudere.”
“Non siamo qui per i fiori, pivello.” fece uno di loro, barba incolta, voce rauca e aggressiva e aria di superiorità.
“Stiamo cercando un ragazzo, non tanto alto, capellino e gilet marroni. L’hai visto passare?”
Hoseok piegò la testa di lato e aggrottò la fronte nell’espressione più confusa e ignara che potesse fare. Non era solo l’aspetto, era anche il modo in cui si approcciavano che urlava pericolo. Prendersi cura da solo di un negozio gli aveva insegnato a tenere gli occhi ben aperti e a notare i piccoli atteggiamenti del corpo e tonalità della voce della gente, doveva imparare a proteggerlo e proteggersi, evitare l’insorgere di qualsiasi disagio e fare di tutto per mantenere la serenità e l’armonia.
“Purtroppo non ho visto nessuno del genere. Sto chiudendo il negozio e-”
“Non ci interessa quello che stavi facendo. Vogliamo solo sapere se hai visto questo ragazzo.”
Hoseok doveva essere infastidito per la mancanza di rispetto, doveva difendere la sua dignità e il suo negozio, ma aveva fin troppa paura per se stesso e per il ragazzo che stava nascondendo per mettersi contro una gang di mafiosi. Più che spaventato, preferiva definirsi intelligente.
“Mi dispiace”, concluse con un filo di voce. Poté vedere il petto dell’uomo al centro, quello che doveva essere il capo, gonfiarsi e il viso accigliarsi, spostò la giacca e posò la mano sulla fodera dell’arma che teneva alla cintura, ma, fortunatamente, prima che potesse fare o dire qualcosa venne fermato da una mano sulla spalla. L’uomo si girò, il compagno gli fece un cenno con la testa di andare, ed uscirono dal negozio senza l’accenno di un saluto. Hoseok trattenne il respiro fino all’istanti in cui non furono abbastanza lontani, e non appena svoltarono l’angolo si abbassò sotto il bancone.
“Se ne sono andati,” sussurrò. I loro occhi si incontrarono, Hoseok nei suoi vide un leggero velo di sollievo ancora soppresso dal terrore. Prima di alzarsi, il ragazzo si preoccupò di sbirciare fuori senza farsi vedere, esponendo solo gli occhi da dietro il bancone, e quando fu certo che la minaccia era lontana, si resse in piedi.
Il ragazzo prese Hoseok dalle spalle, lo guardò direttamente nelle pupille con una gratitudine immensa, “Grazie infinite,” e parve proprio che gli stesse regalando il suo cuore. Hoseok ne sorrise genuinamente, poteva sentire gli occhi brillare per l’affetto e la gioia di aver fatto sbocciare un nuovo fiore.
Il ragazzo si chiamava Yoongi, glielo disse mentre sorseggiava una tazza di tè caldo. Yoongi era diviso. Da un lato c’era il desiderio di una vita onesta, dall’altro quello di guadagnarsi da vivere. Yoongi si era sempre cacciato nei guai, sin da quando era piccolo, trovava difficile lasciarsi la criminalità alle spalle. Era difficile cambiare stile di vita se quello che avevi vissuto finora ti aveva fatto sopravvivere, gli aveva risposto Hoseok.
“È più sicuro perché lo conosci bene.” proseguì con un tono affettuoso e comprensivo, “Io gestisco un negozio di fiori perché sono cresciuto tra i fiori.”
“È diverso,” Yoongi scrollò le spalle con una smorfia, “I fiori sono confortanti e belli, quello che faccio io è pericoloso.”
“Non tutto è perduto.”
“Questa vita è tutto ciò che conosco, non so chi sono al di fuori di questo.” Yoongi abbassò lo sguardo sulla tazza di tè. Si era raffreddata, decise di bere anche se non sarebbe stato buono e confortante in egual modo. “Certi destini sono immutabili.”
“L’unica cosa immutabile è Dio, il resto si può cambiare.”
Yoongi aveva uno sguardo amareggiato. “Ho macchiato fin troppo la mia anima per sperare in un futuro diverso”, affermò con rassegnazione, e il fioraio provò compassione. Doveva essere doloroso quello che stava provando, ma più di tutto era doloroso dover accettare ciò che non poteva cambiare, ammettere di non essere forte a sufficienza. Yoongi sollevò il viso, Hoseok aveva gli occhi allenati per le cose belle, non gli fu difficile notare la speranza dietro allo sguardo sconfitto, e dopodiché, in una maniera che nemmeno lui sapeva spiegare, in lui nacque, non un desiderio, più una propensione ardente a volerlo aiutare.
“Ma dai tuoi occhi si vede che vuoi cambiare.”
Yoongi rise timidamente, “Gli occhi sono lo specchio dell’anima, non è vero?”
“Non so, mi sento incompreso.” continuò Yoongi dopo un sorso di tè, “È come se tutti ormai si aspettassero questo da me, ed io sono obbligato a seguire un copione.”
“Ti sei mai chiesto cosa desideri per te stesso?”
“Non perdo tempo a desiderare qualcosa che non posso avere.”
“Cazzate. Tutti vogliono qualcosa che non possono avere. È questo che nutre l’anima.”
Il volto di Yoongi si aggrottò in una espressione riflessiva e si mise a pensare, occhi proiettati al soffitto e mani strette attorno alla tazza vuota. Ci pensò a lungo, palpebre assottigliate per la concentrazione, ma neppure dopo qualche minuto fu in grado di giungere a nulla.
“Facciamo così: quando ti verrà in mente, ritorna qui. Ti offrirò un lavoro e ti aiuterò.”
E l’espressione di Yoongi, mio dio, fu incredibilmente spontanea, come uno spruzzo d’acqua. Fu una vera sorpresa per Hoseok, fu l’espressione più grande e palese di gioia che ebbe mai visto in vita sua. Fu come se un fiore nato tra le crepe del cemento venisse colpito per la prima volta da una goccia d’acqua. Nessuno aveva offerto a Yoongi la possibilità di un futuro diverso dal suo presente, probabilmente nessuno gli aveva mai detto che i suoi sogni avevano una forma e dei colori e che era in grado di raggiungerli, ed era un gesto misericordioso da parte di Hoseok quello di annaffiare un fiore che era nato dove non doveva nascere. Forse il fiore più bello e inusuale che Hoseok aveva mai incontrato.
Si era fatto tardi, Hoseok non poteva trattenere ulteriormente Yoongi, né lui poteva continuare ad approfittarsi della sua gentilezza. Yoongi lasciò Hoseok concludere le ultime faccende, ringraziandolo ancora e ancora, facendo fatica a uscire dal negozio. Hoseok poteva già percepire che tra di loro si era creato un legame: quello che si crea tra chi si è perso e chi dà le indicazioni, un cieco patto di fiducia che l’altra persona sia in grado di riferirti la giusta direzione verso la tua meta. Hoseok sperava davvero che Yoongi avesse seguito la strada che gli aveva indicato. Forse nasceva da un desiderio egoistico, ma sperava che si sarebbero incontrati di nuovo.
Non ci impiegò molto per finire quello che doveva fare. Abitava non tanto distante dal negozio, e ne approfittava per assaporare con i suoi passi la luminosità e il buio delle strade. Era quasi arrivato quando vide una strana ombra, in altre circostanze l’avrebbe evitata, purtroppo, però, si trovava nel suo tragitto per casa. Rallentò il passo, camminandoci alla giusta distanza, per poi notare che l’ombra non era che una persona appoggiata al muro, e man mano che si avvicinava la figura diventava più nitida. Il gilet marrone gli risultava famigliare così come il cappellino ai suoi piedi. La paura crebbe nel suo stomaco in istanti rapidissimi, diventava sempre più difficile sopprimere il brutto presentimento, finché non divenne quasi impossibile farlo dopo aver visto una pietra macchiata di rosso e i capelli neri imbrattati di sangue di Yoongi.
“Yoongi-ssi?” cercò di chiamarlo, e Yoongi non rispose. Il busto scivolò di lato e il corpo cadde per terra.
VI vita
Per uno che aveva sempre sognato di diventare uno scrittore, lavorare in una libreria era una presa per il culo. Avrebbe potuto non accettare il lavoro e non dover fare ogni giorno i conti con la sua collezione di delusioni e sogni infranti, ma ci trovava ormai gusto a ferire il suo orgoglio. Quasi quasi, la mattina si alzava dal letto soltanto per provare questa scomoda sensazione nel petto. Ci percepiva delle note sadiche.
Eppure non è così male, si diceva, è divertente a volte. Lo pensava quando si fermava cinque minuti a fumare e la nicotina riempiva il vuoto tra le costole. Lo trovava divertente quando incontrava gente stramba in libreria. Incontrava ogni genere di persona in libreria, ogni volta che qualcuno gli si avvicinava si domandava come sarebbe stato se avesse permesso a uno di loro di fare parte della sua vita, come sarebbe cambiata e cosa avrebbe fatto. Lo sapeva che era spaventoso legarsi a qualcuno, ma a volte non poteva fare a meno di pensare che gli serviva questo per abbattere il senso di incompletezza che sentiva.
Passeggiando per il negozio, posò gli occhi su un ragazzo nello scaffale della Narrativa, intento a sfogliare le pagine di un libro. Lo chiuse e lo nascose dentro la giacca in pelle. Yoongi aggrottò la fronte, non gli era mai capitato di beccare qualcuno che così spudoratamente volesse rubare un libro, né che ne fosse così tranquillo a riguardo. Gli si avvicinò e si schiarì la gola, attirando la sua attenzione.
“Da quel che so…” iniziò, perlustrando con occhi svelti l’intera figura: il ladruncolo aveva chiuso il giubbotto nero per bene, facendo salire la zip fin sotto al mento, e pensò che fosse stata una fortuna che se ne fosse accorto, sennò non l’avrebbe mai immaginato. Non riuscì a trattenere un sospiro divertito.
“Il furto è ancora un reato penale.” concluse.
Gli abbassò velocemente la cerniera e recuperò il libro. Tutto fatto: libro salvato, furto impedito. Aveva risolto la situazione con una velocità che lo annoiava e lo lasciava insoddisfatto. Si inumidì le labbra e piegò la testa di lato, incontrando il viso del delinquente e mostrando il sorriso più cordiale e falso che potesse mai fare. “Se vuoi leggere un libro ti consiglio di farlo nel modo più legale possibile, usufruendo di uno dei nostri tavolini o addirittura acquistandolo!” esclamò.
Il tipetto non spiccicava parola, lo guardava sbattendo le ciglia. Yoongi sospirò, “Quindi lo prendi?”
Il ragazzo annuì. Yoongi si voltò di spalle e camminò verso la cassa, il libro ancora stretto al petto. Diede una fugace occhiata al titolo mentre premeva i tasti della cassa e lo impacchettava, il tutto in rigoroso silenzio. Osamu Dazai. Tra tutti gli autori aveva scelto proprio lui.
“Dazai non è il più adatto per le tue tendenze, se vuoi posso consigliarti un libro sulla cleptomania.”
“Non sono cleptomane, mi stavo solo annoiando.” La sua voce era distaccata ma offesa, era udibile un’intonazione acuta e capricciosa.
“Tutti siamo annoiati, ma non rubiamo.” Yoongi prese i soldi e gli porse la busta. “La prossima volta che rubi qualcosa,” fece con un sorriso, “cerca di non farti scoprire.”
Vedere l’espressione infastidita del ragazzo gli fece passare tutta la voglia di sorridere, fu quasi sollevato quando gli strappò la busta dalle mani con un gesto brusco.
“Intendi così?” La mano che sollevò teneva un telefono. Yoongi lo guardò confuso in un primo momento, in seguito, dopo aver notato che si era formato un angelico sorriso in quel volto stizzito e strafottente, istintivamente tastò le sue tasche. Sgranò gli occhi, controllò attorno freneticamente e poi incrociò il suo sguardo allarmato: era il suo telefono. Dannato ladro.
Nel volto del ladro nacque un broncio falso e pungente, Yoongi desiderò con tutto se stesso di prenderlo a pugni, e poi, con un tono ironico e teatrale, lo ammonì.
“Devi stare più attento vicino ad un cleptomane.”
“Dammele.” Allungò una mano invano, il ragazzo allontanò il telefono proprio nell’istante in cui lo stava per afferrare.
“Conosci il principio dello scambio equivalente?”
“Non mi piacevano le scienze.”
“Se ti do il telefono cosa ottengo in cambio?”
“Vuoi che chiami la polizia?”
Se da un lato Yoongi stava perdendo le staffe, dall’altro questo delinquente mostrava solo strafottenza, quel genere che ti tocca nei punti giusti. La fragorosa e forte risata in cui scoppiò colpì Yoongi come uno schiaffo in pieno viso, “Polizia?” continuò a ridere, non curandosi degli sguardi perplessi che gli stavano venendo rivolti. Yoongi aprì la bocca offeso, sentendo un nodo di indignazione crescere nella sua pancia man mano che la risata si dilungava. “Oh mio dio, sei proprio ridicolo!”
Yoongi non aveva le forze, o forse si sentiva fin troppo umiliato per rispondere. Un moccioso era stato capace di fregarlo e adesso gli stava ridendo in faccia come se fosse un imbecille.
“Okay, okay! Solo perché mi fai pena.” Finalmente smise di ridere e posò il telefono sul bancone, il quale Yoongi recuperò velocemente e nascose nei suoi jeans. “Almeno posso sapere come ti chiami?”
Yoongi lo guardò in viso, continuava a ghignare. “Non mi interessano i cleptomani.”
“Ti ho detto che non lo sono.
“Buono a sapersi! Arrivederci e buona lettura.”
Dopodiché, Hoseok non replicò, non prese neanche la busta. Restò a guardarlo in viso, e più lo guardava più Yoongi si sentiva piccolo, scoperto, smascherato. Lo guardava con una tale intensità che poteva sfogliare ogni suo strato e scoprire le parti più recondite della sua noia. E non aveva intenzione di smettere. Forse si aspettava qualcosa da lui, o forse la desiderava, o forse voleva squadrarlo per togliergliela.
“Per ottenere qualcosa è necessario dare in cambio qualcos'altro che ha lo stesso valore.” Gli disse. Si muovevano solo le sue labbra, il resto del corpo e del volto rimaneva immobile.
Yoongi assottigliò gli occhi con scetticismo, “Ah, sì?”
“Proviamo. Io ti dico il mio nome e in cambio ottengo il tuo numero.”
Aprì la bocca per la sfacciataggine. La gente non si nascondeva più come una volta, sebbene la Corea del Sud fosse ancora conservatrice e intollerante, ma non era abituato a persone che, orgogliosamente, lo mostravano senza averne paura. Lui si divertiva a sopprimere il suo orgoglio e lasciarla vinta alla paura.
Il ragazzo strizzò l’occhio e si avvicinò, abbassando la voce disse “Sono bravo a riconoscere quelli come me.” Dopo essersi allontanato ripristinò il tono di voce normale e allungò una mano, “Io sono Hoseok.”
Hoseok attese che succedesse qualcosa, ma Yoongi non fece né disse niente. Era troppo preso dalla sensazione nuova che stava provando, che non aveva niente a che fare con l’umiliazione, l’orgoglio ferito o la noia; era l’esatto opposto, era come se avessero messo un cerotto su una ferita e questa si stava cicatrizzando. Stava sperimentando la cura, e non immaginava che potesse avvolgere l’anima con tanta impetuosità. Il peso nel petto non era doloroso, era quasi confortevole, e per la prima volta poté dirsi contento. Per la prima volta qualcuno l’aveva visto senza che lui avesse dovuto spiegarsi. Non era surreale la speranza di legarsi a qualcuno, la sua anima si sentiva piena di speranza e non sentiva più freddo. Perciò, infine, Yoongi sorrise sinceramente e scoppiò a ridere. Una risata liberatoria dettata dal sollievo, come mai l’aveva provata prima di allora.
Hoseok piegò il capo di lato, genuinamente confuso. “Il mio nome è così divertente?”
“No. È solo che… nessuno l’aveva mai capito.”
Il ragazzo scrollò le spalle, ricambiando il sorriso. “Saper leggere le persone è una dote che non tutti hanno.” Lo diceva come se fosse una cosa da niente, non sapeva che con un solo sguardo era stato in grado di alleviare un dolore che non aveva causato – ed era terrificante trovare qualcuno che ci sappia fare con le anime, non puoi combatterlo.
Yoongi lo osservò prima di decidere. Aveva degli occhi che parlavano e un ghigno da sbruffone, era intrigante. Prese una penna che trovò lì vicino e afferrò il polso di Hoseok, scrisse al di sopra del palmo il proprio numero. Hoseok lo lesse sorridendo.
“Sono Yoongi.”
“Yoongi.” Ripeté annuendo. Persino il suo nome pronunciato da lui aveva tutto un altro sapore, “Ci sentiamo, Yoongi-ssi.”
Yoongi lo seguì finché non si lasciò la porta alle spalle, e nonostante l’ingresso chiuso, lui rimase a fissarlo, come se avesse messo una virgola e non fosse riuscito a continuare la frase. Non c’era mai stato un giorno in cui aveva incontrato qualcosa di più forte del malessere, la novità lo lasciò frastornato in senso positivo, e si sentiva pronto a tentare di riempire il vuoto dentro la sua anima.
Dalla vetrina poteva ancora vedere Hoseok, e non appena questo fu in mezzo alla strada, un’auto lo prese in pieno. E in un attimo, quella sensazione di gioia e pienezza che provava svanì all’istante, sostituita da un dolore straziante.
Presente
Hoseok sussultò e, mordendosi le labbra soffocando un grido, si girò. Un giovane uomo lo guardava curioso, con il capo inclinato e le palpebre sbattere velocemente, vestito anche lui con giacca e cravatta e una valigetta in mano. Le ciocche più lunghe dei capelli erano incurvate all’insù mentre alcune più mosse gli cadevano davanti gli occhi. Aveva lineamenti dolci e uno sguardo affilato. Una combinazione insolita e famigliare. La visione gli suscitò una peculiare sensazione che difficilmente sapeva descrivere, simile ad un alone che fosse caduto su di lui.
“Cosa ci fai qui?” domandò Hoseok, ancora con il cuore che batteva all’impazzata.
“Uhm, bella domanda.” L’uomo si guardò intorno, “Sono qui per la vista spettacolare?”
Hoseok capiva benissimo che stava mentendo, non ci aveva nemmeno provato a risultare credibile.
“Hah!” sorrise falsamente Hoseok, il sorriso svanì subito, “Serviva salire trentotto piani per vedere un bel panorama. Potevi cercare una foto su internet.”
A giudicare dalla sua espressione, doveva essere offeso. Posò le mani sui fianchi, “Potrei dirti la stessa cosa.”
Hoseok, come uno specchio, copiò la sua espressione, incrociando le braccia al petto. “Non sono qui per lo stesso motivo tuo.”
“E tu che ne sai?”
“Lo so.”
“Scommettiamo.”
“No.” Hoseok stirò il collo prima da un lato e poi dall’altro, cercando di sciogliere la tensione che il pensiero che i suoi piani potessero saltare in aria per colpa di un non calcolato imprevisto gli creò.
L’uomo lo guardò dubbioso, “Ci siamo già incontrati?”
“Non penso proprio,” gli rispose frettolosamente e schietto, “Se non ti dispiace, vorrei che tu te ne andassi e mi lasciassi solo.”
L’altro rise, “Che devi fare? Buttarti giù?”
Hoseok non rispose, restò a guardarlo con le braccia conserte e in silenzio, cercando di non permettere a nessuna emozione di mutargli l’espressione. L’uomo sbatté le palpebre, assottigliò gli occhi, come a studiarlo, e poi li sgranò.
“Vuoi ucciderti?”
Hoseok immaginava che sarebbe stato umiliante se qualcuno fosse venuto a scoprire delle sue intenzioni di togliersi la vita, per questo aveva tentato in tutti i modi di non esporle o di farle scoprire. Adesso che uno sconosciuto l’aveva scoperto, non era meglio di un conoscente, un famigliare o un amico, restava sempre umiliante. Mettere fine alla propria vita era qualcosa di così intimo e incomprensibile che non doveva essere ammesso.
L’uomo portò una mano al petto, ancora sconvolto. “Anch’io!”
Cosa?
Hoseok spalancò gli occhi e le braccia gli caddero lungo i fianchi.
“Anch’io sono venuto qui per buttarmi.”
E lo diceva con questo entusiasmo?
Era esterrefatto – e non in senso negativo.
“Cazzo, un doppio suicidio, come facevano i giapponesi!”
Hoseok era senza parole. Lo guardava con la bocca aperta per lo shock. Questo era ancora peggio di uno sconosciuto che interferisce con i tuoi piani: incontrare qualcuno che ha i tuoi stessi piani. A Hoseok crollarono le spalle e uno sbuffo gli fece, con l’amaro in bocca, dare forfait.
“Se avessimo scommesso, avresti perso.”
Hoseok allentò il nodo alla cravatta e si allontanò. “Che fortuna.”
Raggiunse il cornicione, passare dall’ombra al sole segnò un cambiamento drastico di temperatura, si tolse la giacca dalle spalle nella speranza di sentirsi più fresco. In realtà, si sentiva solamente stressato.
“Allora…” a giudicare dalla voce vicina, l’uomo dovette averlo inseguito. “Come facciamo? Sasso, carta, forbici per decidere chi si butta prima?”
Hoseok chiuse gli occhi. “Hai rovinato tutti i miei piani.”
“Come?”
Si voltò, il sole lo accecava. Alzò la voce, “Dovevo fare tutto da solo, salutare la mia famiglia, pregare di non finire all’inferno e buttarmi senza intoppi. Invece sei arrivato tu.”
L’uomo inarcò un sopracciglio. “Scusa?”
“Come posso buttarmi adesso?”
“Ti serve un tutorial?”
La sfacciataggine rese Hoseok ancora più stressato e indispettito. Si rivolse nuovamente al panorama e l’aria venne squarciata da un urlo brutale di frustrazione. Cominciò a calciare l’aria e a sferrare pugni al cornicione. Continuava a colpirlo, nonostante il rossore, i graffi, la pelle che cominciava ad aprirsi, ignaro del dolore che doveva provare, dimenticandosi dello sconosciuto alle sue spalle che lo stava guardando. Uno sconosciuto fin troppo insolente per i suoi gusti, così tanto per uno che aveva scelto di porre fine alla sua vita. Stava andando verso la sua tomba, come faceva a essere così spensierato? Però, probabilmente, era proprio l’aver perso ogni speranza, l’aver raggiunto un grado di rassegnazione totale da non trovare più alcuna ragione per continuare che gli dava il lascia passare per fregarsene di ogni cosa. Perché, in fondo, se non ci sarai più, ti puoi permettere di fregartene.
Hoseok non si calmò bruscamente, lo fece gradualmente. Aveva prima smesso di urlare, poi di sferrare pugni, poi stabilizzò il respiro e infine si resse dritto, sguardo in basso sulle sue scarpe.
“Con un mondo così bello, è un peccato morire.”
Hoseok alzò il volto, i suoi occhi incontrarono il cielo, gli innumerevoli palazzi e il fiume Han in lontananza ed era una vista mozzafiato, davvero, ma non una ragione valida per non morire.
“C’è così tanta bellezza nel mondo.” continuò l’uomo. “Yoongi.” si presentò e allungò la mano, aspettando che Hoseok la stringesse. Quest’ultimo era troppo lontano e con nessuna intenzione di avvicinarsi a farlo. Gli rivolse uno sguardo torvo, ma appena i loro occhi si scontrarono fu come se parlassero. È ironico trovare un’altra persona che vuole farla finita come te, nel tuo stesso momento, forse voleva significare qualcosa, era il compimento di qualcosa, la fine dolce e bella di una vita contaminata. Forse doveva stare a sentire cosa aveva da dire.
“Hoseok.”
“Ora che ci siamo presentati… chi si butta prima?”
-
Si era fatto pomeriggio, il sole non splendeva più come prima. Aveva perso il conto delle ore che avevano passato seduti in silenzio, avevano smesso di combattere su chi doveva buttarsi per primo e avevano deciso che sarebbe stato il destino a decidere. Dunque aspettavano.
“Hey.” Hoseok girò il capo verso Yoongi, “Tu perché vuoi ammazzarti?”
Yoongi si stava mangiando le unghie e dondolava le gambe nel vuoto, e nel frattempo non lo guardava. Hoseok condivideva con uno sconosciuto qualcosa che non poteva condividere con nessuno – inoltre, sarebbe stata l’ultima persona che avrebbe visto prima di morire, si sentiva in dovere di essere sincero, per sancire la sua fine e come favore per se stesso.
“Per tutta la vita mi sono sentito…” cominciò Hoseok, incerto delle giuste parole da usare, “Come se mi mancasse qualcosa.”
“Che cosa?” Yoongi si mangiò un’altra unghia e la sputò.
“Non lo so. Qualcosa che riempia il vuoto.”
“E tu credi che riempendo il vuoto ti sentiresti completo?”
Yoongi aveva un modo di parlare pacato, e quasi lo spaventò vedere che non era affatto toccato dall’attesa che lo separava dal compiere la decisione che aveva preso.
“Non è quello il punto?” Yoongi non disse niente, allora Hoseok tirò su col naso e si passò una mano tra i capelli, “Almeno la mia esistenza avrebbe un senso”, continuò.
“E cosa ci guadagneresti? Credi che verrebbe qualcuno a dirti «Bravo, ora sì che meriti di vivere»?”
Hoseok sbuffò un sorriso. Già, la pensava proprio così. Peccato che non avrebbe mai scoperto se sarebbe successo, aveva deciso di farla finita prima.
“Se per questo, nessuno verrà mai a dirmi che merito di morire.”
“Quello è inevitabile.” Yoongi lo disse con una rassegnazione fatale che Hoseok poteva comprendere bene, anche se non vedeva il suo volto e la sua voce non gli arrivava direttamente, riusciva a cogliere tutte le sfumature, come se lo avesse già sentito parlare.
“E tu, invece?”
L’uomo scrollò le spalle e posò le mani ai lati. “Mi sono stancato di aspettare.”
“Cosa?”
“La parte fondamentale che mi manca.”
Lì, in quell’istante, Hoseok capì che erano in quel luogo per lo stesso esatto motivo: perché la loro anima era incompleta. Nel corso della nostra vita proviamo infinite emozioni, gioia, dolore, rabbia, ma nessuna di essa è in grado di riempire l’anima. Un’anima fredda è un’anima divisa a metà, e non importa quanto cerchiamo di riscaldarla con altre emozioni se ciò che dobbiamo colmare è un vuoto, è tutto inutile.
Qualcosa nel suo sguardo mutò drasticamente, e gli occhi vispi si trasformarono in un pozzo profondo. “Passiamo tutta la vita ad aspettare qualcosa”, affermò, e la rassegnazione nella sua voce era diventata cupa e penetrante. Si voltò verso Hoseok. Non te ne rendi quasi conto e non capisci il perché quando succede, che guardare qualcuno ti causa un dolore straziante e intollerabile. Ci sono solo due cose che provocano dolore nella vita: l’amore e il lutto. Sono due facce della stessa medaglia, ciò che condividono è la mancanza. Nell’amore la mancanza è intrinseca della speranza di poterla colmare, nel lutto esiste la consapevolezza del contrario, e l’anima in entrambi i casi rimane vuota a metà. Hoseok, in quel momento, guardando Yoongi, percepiva la terribile unione di queste due sensazioni ed incuteva un male che doveva provenire dalle viscere, perché il dolore lo provava a livello dell’anima, e gli veniva solo un modo per poterne porre fine.
“Comunque,” Yoongi alzò la voce, ritornò il tono leggero e sconsiderato, “La vita è una corsa alla morte, che ci fa se acceleriamo le cose?”
Hoseok aggrottò la fronte, osservò Yoongi mettersi in piedi sul cornicione e godersi il vento che colpiva il suo volto.
“E se trovassi quel pezzo che ti manca adesso? Vorresti buttarti lo stesso?”
La domanda lo fece riflettere e stranire al tempo stesso, gli rivolse uno sguardo turbato. “Pensi che la tua anima sopporterebbe di vivere intera dopo aver passato tutta la vita a essere vuota?”
E quindi, era un destino ineluttabile il loro. L’anima non è fatta per essere un intero.
Hoseok si alzò in piedi come lui. Erano faccia a faccia sopra un cornicione e Yoongi gli sorrise.
“Noi due ci siamo già incontrati.” Lo affermò con una tale sicurezza che Hoseok riuscì a riconoscere il modo in cui il suo cuore batteva, i piedi battevano sull’asfalto e come si incrinava il respiro. Pure lui sorrise. Dovevano entrambi aver capito la stessa cosa.
Yoongi salutò con una mano prima di spostare il peso del corpo a destra e cadere nel vuoto.
