Chapter Text
Ettore è sospeso nel vuoto. Le palpebre incollate rifiutano di aprirsi. Dove sono? Il corpo trema. Prova ad alzarsi, ma le gambe sembrano intrappolate in qualcosa. Allunga una mano. Il palmo fruscia su una superficie morbida. Chiude il pugno, tira: sembra stoffa. Lenzuola? Si solleva; il gomito affonda nel morbido di un materasso sconosciuto.
Un fischio acuto riempie le orecchie. La gola è bloccata da un grumo viscido. Incastrato.
Con uno sforzo enorme, finalmente, le palpebre si schiudono. Ispessite e pesanti. Nella stanza c’è odore di chiuso. Un nastro bianco si allunga da una tapparella socchiusa e spacca l'oscurità della stanza. Il cuore martella nel cranio, come se il cervello stesse per esplodere.
Un conato di nausea lo colpisce, sapore acido risale dalla gola. Sente freddo. Si tocca il petto con le mani che tremano, è madido, i vestiti gelati incollati alla pelle. Le pareti si chiudono su di lui. Ho bisogno d’aria. Si alza barcollando e spalanca la finestra con un colpo secco. I vetri tremano.
L'aria fredda lo colpisce. Un brivido lungo la schiena.
Si aggrappa al davanzale. Apre la bocca, ma l'aria non arriva ai polmoni. Sto per morire? Il petto gli implode, tutto fa male. No, è solo un attacco di panico. Prova a riprendersi, ma il controllo gli scivola via. Annaspa, come un pesce gettato sulla riva.
Si passa le mani sulla faccia. I muscoli, intorpiditi, rispondono a fatica: gli sembra di toccare il viso di qualcun altro. Chiude gli occhi. Le narici bruciano. Sembra un’eternità, ma alla fine il respiro si normalizza.
Riapre sul mondo esterno e riconosce il paesaggio, sente l’odore dei cornetti che stanno per essere sfornati dal bar all’angolo. Sono a casa mia. Inspira a fondo l’aria umida e si calma. La notte di maggio è carica di foschia salmastra che arriva dal mare. Un cinguettio distante, quasi irreale, contrasta con il silenzio delle strade. Passa un motorino solitario, un rumore stridente che riecheggia tra i palazzi. Perché è tutto così calmo, fuori?
Perché non sta bruciando tutto, come succede dentro sua testa? Al mondo non frega un cazzo di quello che succede nella mia testa. Sono solo un povero coglione che si è svegliato in preda al panico, perché non so reggere un po’ di stress fisico. Che femminuccia, che sono… L'immagine di Clotilde che lo guarda di traverso, pronta a lanciargli una lezione sugli stereotipi di genere, affiora nella sua mente. Un sollievo momentaneo.
Ricordi confusi della serata precedente riaffiorano: frammenti sparsi come dati corrotti su un hard disk. Luci stroboscopiche, risate sguaiate e musica assordante, odore di fumo e alcol, il retrogusto amaro della cocaina. Un senso di disagio lo pervade. Tira di nuovo su forte con il naso, sentendo l'amaro in gola. Ieri sera ho proprio esagerato. Poi, il ricordo della strada che scorre sotto alle ruote, del vento tagliente e il rombo della sua moto, gli portano un leggero sollievo. Prova a mettere a fuoco altri dettagli della serata, che possano spiegare il suo stato attuale, ma non riesce. E forse non è nemmeno una cosa specifica. È tutto l’insieme che lo sta logorando. Lo spigolo freddo del davanzale preme contro le sue costole. Il dolore è acuto, ma stranamente confortante. Gli dice che è vivo.
Un vago chiarore tinge il cielo d'indaco.
Devono essere le cinque. Ma quando sono rientrato? Non riesce a ricordare. Almeno sono tornato a casa… che fortuna. Guarda la camicia sgualcita: troppo fatto per spogliarsi, come sempre. Si sente meglio, ora, ma solo mentalmente. Il corpo è paralizzato. Si sente come Han Solo, intrappolato nel blocco di grafite: rigido, impotente, sospeso tra la vita e la morte.
Resta alla finestra finché la città non si anima: il rumore delle saracinesche dei bar, le campane, i clacson delle auto. Alla fine, il sole irrompe, impietoso. Solo allora Ettore si stacca dal davanzale. Si lascia cadere sul letto, svuotato. Resta lì, sospeso, paralizzato all’idea di chiudere di nuovo gli occhi.
***
Un sapore disgustoso gli riempie la bocca, e la lingua è un pezzo di carta vetrata. Il sole lo colpisce in pieno, ferendo gli occhi. Ma Ettore non si sottrae, anche se è costretto a socchiudere le palpebre. Non ha voglia di muoversi. Resta inerte, incapace di ordinare i pensieri, finché il ricordo della crisi notturna riaffiora alla mente, portando con sé sgomento e incredulità: non gli era mai successa una cosa del genere. Perdere il controllo del proprio corpo in quel modo. Quel tremore, quella sensazione di soffocamento; un brivido gli percorre la schiena. Che diavolo mi è successo?
Muove appena il collo per sbirciare l'orologio sul comodino. L’una e mezza. Sospira. Per fortuna è sabato, ho un giorno e mezzo per riprendermi prima di lunedì. Poi ricorda che lunedì non deve andare al negozio. Anzi, che forse non ci andrà mai più. Si sente vuoto. Forse dovrebbe provare rabbia o vergogna, ma non sente nulla. In fin dei conti, che importanza ha? Farà come tutta la gente ricca di questo mondo: camperà di rendita. Non gli serve un lavoro per vivere. Però mi serve un caffè.
Inspira bruscamente, raccoglie le energie e si solleva a sedere, ma una fitta al ginocchio lo inchioda. Sorpreso, digrigna i denti emettendo un sibilo di dolore, afferrando il ginocchio da dove il dolore si irradia. Il suo sguardo scivola sui jeans sgualciti con cui ha dormito: sono coperti di macchie nere che salgono dalla caviglia fino a metà coscia. In alcuni punti il tessuto è strappato. Tocca la macchia; le dita si ungono di nero. Grasso? Ma in certi punti vira al marrone scuro, rappreso. Il cuore accelera. Sangue.
In fretta, slaccia la cintura dei jeans e tenta di abbassarli, ma arrivato alla coscia, un lampo bruciante lo attraversa: il sangue ha incollato il tessuto alla gamba. Merda. Ogni movimento è un piccolo strappo che sembra portare via pezzi di pelle, come un cerotto infinito. Ogni centimetro liberato è un'agonia: spilli infuocati che gli perforano la gamba. Quando finalmente riesce a togliere i jeans, è sudato ed esausto, come se avesse combattuto contro il suo stesso corpo. La pelle della coscia è rossa e lucida di siero. La vista del sangue incrostato lo fa rabbrividire. Prova a sfiorarlo con un dito, che resta umido e appiccicoso. Lo stomaco gli si chiude. Una linea di fuoco parte dal ginocchio gonfio, segnando la pelle fino quasi alla natica. Prima quella crisi, ora questo.
Con angoscia, si ispeziona il resto del corpo, la testa, il viso, il busto, temendo di avere altre brutte sorprese. Non trova altre ferite, tranne una spalla leggermente dolorante. Si sente un po’ sollevato, ma un’ansia fredda e strisciante lo assale. Cosa è successo la scorsa notte? A parte frammenti sconnessi, non ricorda ancora quasi nulla della serata. C’è stata qualche rissa? Ho fatto qualche scommessa stupida? La sua mente cerca di razionalizzare, di mettere insieme i pezzi, ma ogni tentativo si infrange in un caos di pensieri confusi. Ho il cervello in crash. Cerca il telefono attorno a sé. Ci sarà qualche indizio su quello che mi è successo? Ma il telefono è sparito. Un'ombra di panico si insinua; lì dentro c'è tutta la sua vita. Ok, adesso devo calmarmi. Niente panico, niente dramma, sarà da qualche parte in casa. Una bella dose di caffeina mi rimetterà in sesto.
Si alza con cautela, imprecando silenziosamente, e zoppica attraverso la stanza. La gamba fa male. Certo, ho preso una bella botta. Deve appoggiarsi a qualsiasi cosa gli capiti a tiro, dal tavolo alle sedie, per non cadere. È come una sorta di strano gioco o la scena di una commedia demenziale degli anni '90. Solo che qui non c'è nessuno a ridere.
Arriva in cucina e, con enorme sollievo, il telefono è in bella vista, sul tavolo di marmo al centro dell’ambiente. Lo prende in mano e, come prima cosa, controlla che sia acceso. Questo almeno non l’ho perso. Attiva lo schermo, che è un po’ sporco. La batteria è al minimo. Sta per digitare il codice di sblocco, ma poi ci ripensa e lo posa di nuovo. Prima il caffè…
Va a prendere la moka e, passando davanti al frigorifero, i suoi occhi si fermano su un grande foglio di quadernone, attaccato con una calamita a forma di infradito. La grafia è grande e ordinata. Firmato C..
Clotilde. Sospira. Lo leggerò più tardi; ora non ho le energie. Ultimamente è come se ci fosse una sorta di barriera tra loro, un limite oltre il quale non vuole che lei veda. Un po’ gli dispiace di tenerla fuori dalla sua vita, ma si sente a disagio, da quando lei ha iniziato a fare la Dominatrice. Quella parola lo fa sempre un po’ ridere. Roba da sfigati e gente fuori di testa. Distoglie l’attenzione dal biglietto e si concentra sul caricare la moka. La mette sul fuoco, poi prende il telefono e lo mette in carica, mentre aspetta che il caffè esca.
Stare in piedi è faticoso; zoppica fino al tavolo e si siede con cautela, digrignando i denti. Il telefono sta caricando, ma prima vuole il caffè o non connette. Con la coda dell’occhio, cade di nuovo sul biglietto attaccato al frigo: Che mai potrà avere avuto da dirmi, che non poteva scrivere per messaggio? Non osa nemeno immaginare. Quella ragazza è imprevedibile, non sai mai quando sta per combinarne una delle sue. Come quella volta in cui spedì tre corteggiatori troppo insistenti in Grecia, con biglietti per una vacanza inesistente. Lui aveva riso per una settimana.
Pericolosissima Clotilde. Quel biglietto potrebbe essere qualsiasi cosa. Quando l'avrà messo lì, comunque? Stanotte? Forse è venuta a casa con me, ma non ricordo. Tamburella con entrambe le mani sul tavolo. La curiosità, in realtà, lo sta divorando, ma non vuole cedere. Anche se lei non c’è, gli sembrerebbe di darle soddisfazione. Provocarla è il suo sport preferito. Clotilde adora dargli ordini, lui adora fare l'opposto.
Finalmente la moka borbotta e l’aroma caldo, dalle note tostate, invade la cucina. I sensi di Ettore si risvegliano mentre sorseggia il caffè e il calore e l’amaro gli scivolano in bocca. Ecco, ora inizio a riconnettermi. Forse. È il momento di affrontare il mondo.
Ci sono decine di messaggi non letti sul telefono, per lo più da persone che conosce appena. Li scorre con apatico distacco e un po’ di insofferenza. Il dito si ferma sul nome di Leo e poi su quello di Olimpia. Che palle questa. Sbuffa, infastidito. Gliel’ho detto che non cerco niente di serio, ma certe proprio non capiscono. Scorre quelli di Leo con la stessa noia che si prova a guardare un film già visto mille volte.
Leo 🦁 ore 12:30
Frà, dove sei finito? Sei ancora in botta? Pensiamo di fare il bis stasera, ci sei? Ti serve qualcosa per tirarti su?
Nulla di nuovo sotto il sole, ma non che si aspettasse diversamente. Con lui e con quelli come lui, le conversazioni seguono sempre lo stesso copione. La vita che Leo e i suoi amici conducono è una continua reiterazione, una sequenza infinita di feste, serate, cene ipercostose. Ettore si sente diverso, pensava di essere diverso. Ora non ne è più così sicuro. Frequentava questa gente solo perché… beh, perché non ci si può aspettare molto altro da uno come lui. Nasci in un certo ambiente, cresci in un certo ambiente, le persone hanno determinate aspettative su di te, e tu ti adegui. Facile.
Apatico, naviga tra i suoi social, vedendosi taggato in una dozzina di foto; immagini, patinate e ritoccate in cui tutti sembrano incredibilmente felici, con sorrisi perfetti e pose dinamiche. Alle loro spalle, la villa di Leo risplende come un set cinematografico. Se non fossi stato lì, potrei credere anch'io che sia stata una serata divertente. Si trascina tra post e foto patinate, commentando con frasi vuote: "Serata fantastica!" Si sente stupido, ma è come stare su un nastro trasportatore da cui non si può scendere. Ancora nessuna risposta su cosa sia successo alla mia gamba, si rende conto, e nessuno gli ha scritto nulla in proposito. Forse non è successo alla festa. Ma non è detto. Erano tutti sballati, d’altronde, molto peggio di quanto fosse lui. Ettore, in fin dei conti, si prende solo un po’ di coca e qualche drink. C’è gente che usa roba molto più pesante, che la trovi catatonica sui divani o in mezzo alla stanza. Uno dei giochi preferiti a queste feste è fare scherzi idioti a quelli che vanno in blackout, tipo scrivergli sulla faccia o altre cose di questo tipo. Questo a Ettore non succede. E non succederà mai.
L'unica cosa che non torna è la chiamata a Clotilde, fatta alle tre del mattino. Lo sguardo cade sul biglietto, ma lo ignora ostinatamente e zoppica fino al bagno. Ha bisogno di urinare e poi di lavarsi, di sentirsi pulito. Il puzzo dolciastro di fumo e alcol impregnato nella camicia gli dà la nausea. Si spoglia velocemente, lasciando cadere i vestiti sul pavimento, e si ferma un attimo davanti allo specchio. Si compiace del corpo tonico, anche se non molto alto. Ma il viso... Oddio, sembro il cadavere di Pattinson in Twilight. Si passa le mani sul mento; la barba gratta sotto le dita. Devo radermi, pensa di malavoglia. Un segno rosso sul collo attira la sua attenzione. Un’altra ferita? Avvicinandosi, si rende conto che è un succhiotto.
Olimpia. Quella stronza! Un fiotto di rabbia gli sale in gola. Strofina il segno come per cancellarlo. Ma quanti anni abbiamo, quindici? Aggrotta la fronte e prova a ricordare. Effettivamente, l’immagine di lui e Olimpia su un divano, in uno degli angoli bui del giardino di Leo, si forma nella testa di Ettore: le labbra di Olimpia premute contro il suo collo, le sue mani che vagano sul suo corpo, lo tastano, gli sbottonano i pantaloni.
Perché non l’ha fermata? L'irritazione superava il piacere, ma si era sforzato di venire, per non deludere le aspettative. Sente un’ondata di disgusto verso sé stesso. Non avrei dovuto permetterglielo di nuovo. Scrolla via il ricordo di Olimpia e si abbassa sullo sgabello accanto al lavandino, per esaminare più da vicino la sua gamba ferita. Fa male. Il pensiero di andare all'ospedale gli attraversa la mente, ma lo scarta subito: aspettare per ore, rispondere a infinite noiose domande su come si sia fatto male, cosa a cui non saprebbe rispondere, oppure sottoporsi a esami o a iniezioni — un brivido lo attraversa a quel pensiero — solo per scoprire che non c’è nulla di serio. Se peggiora, ci penserò.
Zoppicante, entra nella doccia. L’acqua bollente rilassa i muscoli, ma brucia sulle ferite. Stringe i denti, rimanendo sotto il getto, anche se sembra che invece dell'acqua si stia lavando con le fiamme. Uscendo dalla doccia, si sente più stanco di prima. Il corpo dolorante, la mente confusa, senza idee chiare su cosa fare dopo. Mi serve qualcosa che mi tiri su, o non arrivo a sera. Tutti hanno bisogno di un piccolo aiuto ogni tanto, giusto? La coca era per le serate, per tenere su l’energia. Ma ultimamente la usa anche di giorno: è diventato un bisogno. Da mesi sembra che tutto gli vada contro.
Ancora gocciolante, si infila l'accappatoio e zoppica in camera da letto. Si siede sul letto sfatto, rovista nel cassetto del comodino e ne tira fuori un paio di tubicini di plastica, di quelli che si usano ai concerti quando non puoi allontanarti per sniffare. Per gentile concessione di Leo. Non ha nemmeno pagato tanto, ma è roba di qualità. Solo stavolta, poi basta. Nemmeno si crede. Spazza via fogli spiegazzati, pezzi di computer e pesi da palestra per fare spazio sul comodino.
La botta è immediata. Ettore scatta su, il collo inarcato, gli occhi spalancati. La pupille si allargano come monete. Un'ondata di calore parte dalla testa e gli invade il corpo. Energia, euforia. Il cuore ingrana la quarta, i muscoli si tendono come molle. Finalmente, il corpo si libera dal marmo.
Sentire. Tutto.
Tranne il dolore alla gamba, quasi completamente anestetizzato. Ora è pronto ad affrontare qualsiasi cosa.
Una spia nel cervello lo avvisa che presto sarà peggio, ma può essere ignorata. Ora è invincibile. Chi se ne fotte di cosa è successo ieri notte? È passato. Piega la gamba, ora quasi senza difficoltà; evidentemente non era poi così grave. Ma la vista del graffio continua a dargli fastidio. Non voglio sporcare altri pantaloni, si dice, e va a prendere bende e disinfettante dall'armadietto del bagno per medicarsi alla meno peggio.
«Vedi?» fissa trionfante il grosso pezzo di garza attorno alla coscia. «Niente ospedale.» Si sente pronto, la sua mente gira velocemente. «Ora meglio controllare la mia bambina. Magari ci facciamo un giro e sarà tutto dimenticato.» Il pensiero di mettersi a cavallo della moto e di sfrecciare sulla strada senza alcun pensiero, come fa ogni sabato, lo esalta. Il suo momento di intima libertà.
Dall'armadio tira fuori una camicia azzurra aderente e un paio di jeans puliti. Ma nota un vuoto nell'armadio: l'abbigliamento da moto non c'è.Ok, questo è strano. Forse è in lavanderia? Ieri sera aveva la giacca nera, quella imbottita. Se lo ricorda chiaramente.
Si dirige verso la porta, ma il gancio delle chiavi è vuoto. Manca anche il casco.Dove cazzo sono? Cerca in giro, vicino alla porta, dove tiene il casco. Anche quello è sparito. Inizia a cercare freneticamente per tutta la casa, ma niente. Le chiavi non ci sono. Poi il pensiero lo colpisce: Come cazzo sono tornato a casa? Prova a mettere insieme i pezzi della serata, ma niente. Buio totale. La situazione diventa snervante.
Decide di scendere in garage per controllare la moto. Scende le scale di corsa, ignorando il dolore alla gamba. Apre la saracinesca di scatto: il box è vuoto. Il terreno gli manca sotto i piedi. Com’è possibile? Incredulo, entra nel garage e lo ispeziona da cima a fondo, quasi sperando di trovare la sua Triumph nascosta da qualche parte, dietro un mobiletto o un telo sporco. Dopo meno di un minuto, però, si arrende all’evidenza: la moto non c’è.
«MERDA. PORCA PUTTANA. DOVE CAZZO STA?»
Con il cuore che batte a mille, afferra il telefono e chiama Leo. La voce squillante di quest'ultimo risuona nelle sue orecchie, penetrante e forzatamente allegra. «Ehi, frà! Sei resuscitato? Ieri ti sei dato alla pazza gioia…» ride sguaiatamente. «La moto? Ce l’avevi, frà, sei andato via a manetta. La tua amica urlava di fermarti.»
«La mia amica? Ma chi?»
«La bruna, Clotilde, giusto? Ha fatto un casino, frà, era fuori. Diceva che eri troppo fatto per guidare.»
Clotilde era alla festa? Il cuore di Ettore salta un battito. Una piccola parte del vuoto si colma: ricorda di aver preso Clotilde e di aver discusso con lei perché non voleva portarla. Perché ha insistito tanto? Per tenerlo d’occhio? Chiude gli occhi e i flash della serata gli tornano in testa a spezzoni confusi: Clotilde sulla moto, lui che le dice di non stargli addosso. Poi Clotilde in un angolo buio, con un sorriso languido. E un uomo. In ginocchio, le baciava le scarpe. Lo stomaco di Ettore si attorciglia. Chi cazzo era? Gelosia? Rabbia? Non lo sapeva. Ma vedere quella scena lo aveva fatto sentire irrilevante. No, non può essere. Lui e Clotilde sono solo amici. Da anni. Eppure... quell'immagine del tipo inginocchiato gli provoca un fastidio inspiegabile. Si scuote. Una cosa è certa: qualunque cosa sia successa, Clotilde c’entra.
La voce di Leo lo riporta al presente, ma non ascolta più. «Grazie, frà. Ci sentiamo dopo.» Riattacca bruscamente e chiama subito Clotilde. Il telefono squilla a vuoto e Ettore cammina avanti e indietro nel box. Il dolore alla gamba pulsa, ma l'adrenalina lo anestetizza. Parte la segreteria. Perché non rispondi mai a questo cazzo di telefono? Esasperato, le lascia un messaggio vocale: «Clo, richiamami. Subito. Sto impazzendo. Non trovo la moto, le chiavi, niente. Non ricordo un cazzo di ieri sera. Sai qualcosa?» Non ricordare lo turba, ma quel flash di Clotilde con il tizio in ginocchio lo sconvolge ancora di più, come se ci fosse un tassello mancante. All’improvviso si batte il palmo sulla fronte: il biglietto in cucina. E se fosse tutto scritto lì? Dio, sono proprio un idiota.
Si precipita di sopra, ignorando le fitte alla gamba. Spalanca la porta della cucina e si dirige verso il frigorifero. Con il fiato corto, stacca il biglietto e lo mette a fuoco.
So che mi odierai per questo, e sono pronta ad accettarlo.
Ecco, cominciamo bene… Ettore alza gli occhi al cielo.
Non posso continuare a guardarti distruggere la tua vita e la tua salute. Parlarti non ha funzionato, litigare nemmeno. Non so più che fare, e tutti sono preoccupati per te. Ma tu non ascolti nessuno.
Tutti? Lei, al massimo… Nessuno nella mia famiglia si preoccupa per me da quando avevo due anni, figuriamoci gli altri.
Non so se te lo ricordi, ma stanotte, anzi, stamattina, poco dopo le 3, mi hai chiamato dalla tangenziale. Ti eri mezzo schiantato con la moto. Per fortuna non ti sei fatto nulla, solo qualche graffio alla moto. Non so quale Dio ti abbia salvato, ma potevi essere morto. O in galera, viste le condizioni in cui guidavi. Ma non c'era nessuno, nessuno ti ha visto.
Schiantato? Con la moto? Oddio... ma quando, dove? Come diavolo posso non ricordarlo? Ecco che cosa cazzo è successo alla sua gamba. Cristo.
Comunque, non hai voluto andare all'ospedale, mi hai aggredito quando sono venuta a prenderti. Alla fine sei risalito sulla moto e te ne sei tornato a casa. Non ho idea di come hai fatto a rimetterla in piedi, ma eri strafatto. Ti ho seguito in macchina. Ti ho visto mentre tornavi a casa. Sembravi uno zombie. Mi hai fatto paura.
Un brivido gelido percorre la schiena di Ettore.
E così ho preso una decisione. Sono salita a casa mentre dormivi, ho aperto con le tue chiavi di riserva, mi sono presa le chiavi della moto, il casco, i vestiti, le scarpe, e tutti i documenti. Inclusa la patente. E poi mi sono presa la moto.
Ettore sbarra gli occhi. Un nodo gli stringe lo stomaco. Cosa? Il biglietto gli sembra irreale.
L’ho messa in un posto sicuro. Ma non ti dirò dove. Per ora.
Adesso ti lascio calmare. Ci sentiamo quando non avrai intenzione di uccidermi.
Ti voglio bene.
C.
Tradimento. Ettore sente quella parola rimbombargli nella testa, come un’eco che non vuole spegnersi. Una pugnalata nel petto, da chi pensava fosse suo alleato. Se questo p uno dei sui scherzi, ha veramente superatto il limite. Come ha potuto farlo? Sono sempre stati complici, uniti contro il resto del mondo. Lei sempre dalla sua parte. E ora… lei ha infranto il patto. Ha cambiato le regole. Ha preso il controllo, invadendo quel territorio sacro: la sua libertà di decisione.
Non è questione della moto, è il principio. Ettore sente in gola un nodo stretto e velenoso.
È come se, prendendo quelle chiavi, Clotilde avesse detto: «Non ti vedo come un pari. Non ti rispetto come uomo. Ti vedo come qualcuno da aggiustare, da controllare». Un senso di umiliazione lo pervade, brucia come alcol sulle ferite.
Eppure, c'è qualcosa oltre alla rabbia. Un sussurro, fievole ma insistente: forse si sta comportando da idiota. Forse Clotilde sta solo cercando di salvarlo. Ovviamente, a modo suo. Si aggrappa alla sua furia, cercando di non ascoltare quella voce che lo costringe a fare i conti con sé stesso. La mascella si contrae, sente i denti scricchiolare. Inizia a tirare su forte con il naso. La sensazione di cortocircuito è totale: poche ore di sonno, la coca ancora in circolo, e un dolore alla gamba che lo sta sfiancando. «Merda.» mormora a denti stretti. Scatta in piedi, il corpo teso come una corda. Prima che se ne renda conto, il pugno parte. Il frigo si ammacca con un suono sordo. Il dolore arriva subito dopo, una fitta rovente alle nocche, sbucciate.
Ora, deve fare qualcosa. Deve riportare le cose a posto: ristabilire l’ordine delle cose. Non importa se stavolta sarà la fine della loro amicizia. Lei se l’è cercata. È colpa sua, questa volta.
La chiama ancora la telefono. Ogni squillo che rimbalza a vuoto fa crescere una furia cieca. Non rispondi eh? Ogni secondo che passa intacca la sua capacità di controllo.Hai la coscienza sporca, o pensi di potermi ignorare? Il braccio si contrae, il suo respiro è quasi un ringhio.
Cosa credi, che mi inginocchierò ai tuoi piedi, come quello sfigato? La segreteria telefonica scatta per la decima volta, e lui scaglia il telefono contro il tavolo di marmo. Un crack secco riempie la stanza. Guarda lo schermo in frantumi, le crepe che si diffondono come ragnatele.
Merda. Non ha fatto altro che peggiorare le cose. Merda. Merda. E va bene, se non mi vuole parlare, vado a casa sua. Stavolta faccio un casino. Si infila il telefono rotto in tasca e va a prendere le chiavi della macchina. Cazzo, Clotilde si è presa la patente. Vabbè, che mi devono fermare proprio oggi?
***
Ettore impreca all’ennesimo pedone che si ostina a rallentare il suo percorso. Il sole delle quattro del pomeriggio si riflette sul parabrezza e offuscandogli la vista. Ma questo non lo ferma. Sfreccia bruciando i semafori, prende le curve senza rallentare. Le gomme stridono, lasciando l’odore acre di gomma bruciata nell’aria. La strada è sfocata, distorta. Il cervello di Ettore, sovraccarico, ruggisce come il motore della macchina, stremato da ogni marcia ingranata con forza brutale. Un solo obiettivo lo guida: riprendersi ciò che è suo. La sua moto. La sua dignità.
Frena bruscamente sotto al palazzo di Clotilde, i freni stridono. Lo sportello sbatte con un rumore sordo. Ettore si marcia verso il portone e schiaccia il pulsante del videocitofono con tanta forza da farsi male al dito.
«Ciao Ettore, Clo non c'è», la voce fredda e crepitante di una donna risuona attraverso l’altoparlante, evidentemente infastidita. Lui stringe i denti, ogni parola gli fa salire il sangue alla testa.
Non ha tempo per giochi. «Senti, lo so che è lì. Non fare la stronza fammici parlare,» il suo tono è basso, minaccioso, pronto a esplodere.
«Come scusa?» ribatte Amalia, incredula. «Ma ti senti bene?»
«Sto benissimo, cazzo.» Ma le sue mani tremano. Non è vero. Si sente di merda. La gamba lo tortura, il cuore batte fuori controllo. Si appoggia all’interfono, come un toro che carica.
«Non si direbbe,» ribatte Amalia. La sua sorpresa è già svanita, sostituita dal suo solito tono pungente.
Ettore emette un suono sardonico e amaro che potrebbe essere una risata. «Sarà perché la tua fidanzatina ha superato ogni limite…» La stanchezza lo avvolge, un’onda opprimente. Vuole solo che Clotilde gli parli. Che chieda scusa. Vuole tornare a casa. Ma non può arrendersi. «E se non esce, sfondo la porta e mi riprendo quello che è mio.»
«Ma di che stai parlando? Sei impazzito?» sbotta Amalia, sempre più perplessa.
Ettore aggrotta la fronte. Possibile che davvero Amalia non sappia nulla? «Si è presa la moto, ecco di cosa parlo. Mi ha derubato. Bell’amica, eh?»
Amalia resta in silenzio, e Ettore sente di aver ottenuto una piccola vittoria: se Amalia non sa niente, forse Clotilde non aveva poi la coscienza così pulita, nel fare quello che ha fatto. Poi la voce di Amalia torna a parlare più dura. «Senti, qui lei non c’è. Se non vuole farsi trovare da te avrà le sue buone ragioni. Ora datti una calmata e sparisci, ok? Ciao.» sbatte il citofono con una forza che il microfono fischia.
Ettore impreca. Si appoggia al portone e inizia a urlare il nome di Clotilde a squarciagola. Poi inizia a camminando avanti e indietro per la strada, gli altri abitanti del palazzo si affacciano, incuriositi e infastiditi. Alcuni passanti lo guardano preoccupati, accelerano il passo e attraversano la strada per evitare di incrociarlo.
Dopo interminabili minuti di urla, Ettore non mostra segni di calmarsi, Amalia si affaccia alla finestra. Dal quarto piano, Ettore non può vedere la sua espressione ma la sua voce risuona di indignazione e anche di preoccupazione «Vattene, o chiamo la polizia.» e, dopo queste parole, una secchiata d’acqua e sapone si riversa dalla finestra, dritta sulla testa di Ettore. Lui ha il tempo di scansarla, ma l’acqua schizza dappertutto quando impatta al suolo, incluso sui pantaloni e le scarpe di Ettore che impreca, ma si vede costretto alla ritirata. «E chiamala pure, stronza…» La voce si abbassa, ora è più debole, quasi strozzata. Si allontana verso la macchina e sente il rumore delle imposte che si chiudono con un rumore secco. Si sente un idiota. Scacciato come un cane da un po’ d’acqua. Clotilde ridererà per un mese, quando lo saprà. Perfino a lui verrebbe ridere, per l’assurdità della faccenda, se non fosse ancora così infuriato.
Un passante, un uomo imponente, vestito con eleganza e con una folta barba scura, si avvicina a grandi passi, il suo sguardo curioso e attento. «Tutto bene? Hai bisogno di aiuto?» La sua voce è calma, ma c'è qualcosa di vagamente divertito, nel tono.
Ettore, sorpreso, alza la testa per guardarlo in faccia. Lo studia per un attimo: un poliziotto in borghese? No, troppo curato. Deve essere un semplice passante. «Tutto bene, grazie.» risponde con circospezione. «È solo... caduta dell’acqua da una finestra.» La sua voce tradisce un leggero imbarazzo, come se stesse cercando di giustificarsi.
L'uomo inclina la testa verso l’alto, gettando uno sguardo fugace alle finestre sopra di loro, «Mi dispiace,» torna a fissare Ettore con un sorriso accennato «qui certi inquilini sono noti per… certe stranezze.» Il sorriso rimane sospeso mentre gli occhi si illuminano di divertimento represso.
Sembra sapere più di quanto dice. «Beh, buona giornata.» Con un cenno cortese del capo, l'uomo apre il portone ed entra, lasciando Ettore perplesso e con una strana sensazione di inquietudine. Chi cavolo era? Perché sembrava così... divertito? Ma adesso ha altro a cui pensare, zoppica in macchina, al sicuro da altri eventuali scrosci e tenta nuovamente di chiamare Clotilde. Non intende arrendersi. Non può permetterle di averla vinta così. Ma niente. Ancora nessuna risposta. Le urla, letteralmente, un messaggio vocale, con la voce incrinata e rauca per lo sforzo già fatto: «Dove cazzo sei? Perché non rispondi? Lo scherzo è durato abbastanza, chiamami.» Ma ora non sembra più tanto arrabbiato, piuttosto disperato. La furia che lo aveva travolto fino a poco prima sembra fumare, come spenta dall’acqua. Forse è il caso che torni semplicemente a casa. Se la ignora per qualche giorno, magari Clotilde capirà di aver fatto una stronzata e gli chiederà scusa.
Certo… nei miei sogni. Clotilde potrebbe andare avanti a tenersi la moto fino alla fine dei suoi giorni. Dopo alcuni minuti, il telefono vibra.
Clo ore 16.37:
Ma sei fuori di testa? Mi ha chiamato Amalia e mi ha detto che ti sei messo a urlare sotto casa. Ti sei fatto di nuovo, vero?.
Thor 16:37:
Io sono furoi di testa? E tu, allora?
Che mi derubi nella notte come una ladra! Perché l’hai fatto?
Clo ore 16.37:
Te l'ho scritto chiaramente nel biglietto, non l’hai letto?
E comunque non ci parlo con te finché non torni lucido.
Thor 16:38:
Sono lucidissimo. Ma incazzato nero.
Non so cosa succede se non mi dici dove sono cazzo l'hai messa.
Clo 16:38:
Certo, lucido. Come no… me lo immagino. So esattamente cosa succederà se ti restituisco la moto: finisci dritto all'obitorio. Ho delle foto di ieri sera, del tuo incidente. Vuoi vederle? Magari ti rinfrescano la memoria….
Le foto si caricano sullo schermo del telefono di Ettore, e il mondo sembra fermarsi. Le sue dita tremano mentre scorre freneticamente le immagini: la sua moto graffiata, lui accasciato a terra come un fantoccio rotto. Tutto gli appare surreale, come se fosse la scena di un film, eppure quella è la sua Triumph, e quello è lui, col casco che pende inerte dalle mani. Il graffio sulla vernice gialla è un coltello nel petto, ma il danno, per quanto doloroso, non è irreparabile. Il vero colpo lo prende dentro. Il suo volto, terreo, seduto al bordo della strada come un fantoccio. Una marionetta rotta. Questo sono io? Il nodo alla gola si stringe, ma lui lo soffoca. Non può cedere. Non può ammetterlo con Clotilde. Le darebbe ragione, giustificherebbe le sue azioni. No. Vuole tenere il punto.
Thor ore 16.42:
Merda! La mia moto è rovinata! Dove diavolo l’hai portata? Che tipo di amica fa una cosa del genere?
Clo ore 16.48:
Un'amica che ci tiene. Sto cercando di salvarti da te stesso.
Thor ore 16.48:
Ma con che diritto parli, cazzo? Chi ti credi di essere, mia madre? Non puoi controllare la mia vita!
Clo ore 16.49:
Non sei più te stesso. Quando ti sarai calmato davvero, allora forse riusciremo a parlare. Non prima.
Thor ore 16.50:
No, Clo. Dobbiamo parlare ADESSO, capito? Dimmi subito dove sei!
Clotilde non risponde. Ettore osserva il telefono, il suo riflesso fratturato dalle crepe come un volto spezzato. Mi sto sgretolando. Ogni crepa nello schermo sembra una linea tracciata anche nella sua mente, una faglia pronta a farlo crollare. Si guarda intorno. Il mondo sembra tornare reale e l'immagine di sé, fuori controllo, che urla contro Amalia, contro Clotilde, lo colpisce come un pugno. Le minacce che ha pronunciato senza pensare rimbombano nella sua testa. Quando cazzo sono diventato così? La paura lo colpisce, un lampo gelido che gli attraversa la spina dorsale. Non vuole pensarci, non ora. Ma non riesce a fermarsi. Le parole che ha urlato, le minacce... Sono io questo? Tira su con il naso ancora una volta. Un suono umido, schifoso. Sembro un tossico. No, sono un tossico.
Sente il bisogno di chiamare Clotilde, di scusarsi, ma sa che la sua voce lo tradirebbe. Meglio un messaggio? No, che pena… Devo parlarle di persona e sistemeremo tutto. Forse sta dai suoi. Magari riesco a rimediare, se riesco a spiegarle.
Appena preme il pedale della frizione, una fitta esplosiva gli trapassa il ginocchio. Si morde le labbra, assaporando il sangue mentre si accascia sul volante per non urlare. Un colpo di clacson involontario risuona nell’aria. Merda. Alza lo sguardo, e in lontananza sembra vedere un vigile. Non ci manca che questo… Parcheggiato in doppia fila, con il volto stravolto e ancora gli effetti della cocaina addosso, Ettore sa che deve andarsene. Tenta di muovere il ginocchio di nuovo, ma il dolore è insopportabile, come un coltello rovente nella rotula. Guidare è impossibile. Si accascia sul sedile. Come faccio? Scorre mentalmente le opzioni. Suo fratello è in Germania. I genitori? No, girebbero di chiamare un taxi. Taxi... ovvio. Cerca il portafoglio in tasca, ma non lo trova. L’ho lasciato a casa, che imbecille. E niente soldi, niente taxi.
E ora? Amici? Bah… inaffidabili. Leo potrebbe farlo aspettare ore, giorni. Resta l’ultima possibilità: Clotilde. La "fidanzata di sostegno," come ama definirsi. Ma chiamarla significa ammettere di aver bisogno di lei, e poi dubita che voglia aiutarlo ora. Ma la gamba lo uccide. Deve capitolare, lo odia. Con la mano tremante, afferra il telefono. Ogni parola che scrive gli sembra un’ammissione di fallimento. Cerca di mantenere un tono calmo, ma le dita fremono, testimoni della sua debolezza.
Thor 17:07:
Sono bloccato in macchina, sotto casa tua.
Ho una gamba fuori uso e non riesco a guidare
Non posso nemmeno chiamare un taxi, perché ho dimenticato il maledetto portafogli.
E la macchina è pure in doppia fila...
Ettore aspetta. Stringe nervosamente il volante, mentre l’altra mano tiene il telefono e guarda fuori dal parabrezza provando a distrarsi, ma ogni dieci secondi controlla lo schermo sperando in una risposta da Clotilde. Man mano che i minuti si allungano in quelle che sembrano ore, un senso strisciante di abbandono lo pervade. Il pensiero che anche Clotilde possa aver raggiunto il suo limite con lui, si insinua subdolamente... Dopotutto, riflette, prima o poi doveva succedere. Sono mesi che la sta respingendo. Non può davvero biasimarla. Proprio quando l’angoscia sta per sopraffarlo, il telefono vibra. Un nuovo messaggio.
Clo 17:20:
Rischio la vita se vengo a prenderti? 🤨
Ettore emette un sospiro, un lieve sorriso affiora sulle sue labbra. Dovrà sorbirsi le sue prediche, ma non gli importa. È sempre lì per lui.
Thor 17:21:
No, ma sei comunque una stronza. 💩
Clo 17:21:
Aspetta lì, ci metto almeno venti minuti.
Dopo circa mezz’ora, la Smart grigia e scassata di Clotilde si ferma proprio dietro l’alfa di Ettore. La vede uscire dalla macchina e avvicinarsi a passi lenti, con la sua andatura leggera ed elegante e l’espressione soddisfatta di chi stia per dire Te l’avevo detto, cretino. Clotilde sospira, scuotendo la testa. «Sei un coglione,» ma la voce tradisce un accenno di preoccupazione.
Ettore le lancia un’occhiata stanca, non è in vena di sopportare rimproveri. «Se non avessi il ginocchio a pezzi, prenderei a calci quel tuo culo da ballerina.» eppure, c’è una nota di sollievo, nascosta sotto il sarcasmo.
Il sottile sopracciglio di lei si arcua, interrogativo. «Davvero? Se riesci ancora a dire stronzate, non dev’essere così grave la tua gamba.» Sbuffa. «Ti meriteresti che ti lasciassi qui ad agonizzare.» Ma gli tende la mano.
Ettore afferra la mano «È colpa tua se sono in questa situazione.» si alza ma una fitta lo obbliga a fermarsi. Reprime a fatica un gemito.
L’espressione di Clotilde torna a farsi preoccupata. Si china, lo afferra sotto le ascelle e lo solleva quasi di peso. «Andiamo, ti porto in ospedale, così ti sistemano. Per l’idiozia, però, temo non ci sia cura.»
Ettore si appoggia a lei, si stupisce sempre per la sua forza. «Facile fare battute, quando non stai per morire di dolore.» Continua con tono recriminatorio, che maschera gratitudine.
Lei lo aiuta a salire nella Smart. «Non morire mentre sposto la macchina,» lo ammonisce, sarcastica, prima di citofonare ad Amalia. «Porto Ettore al pronto soccorso, si è fatto male alla gamba. Puoi parcheggiare la sua macchina?» Il suo tono si addolcisce, mentre parla con la propria compagna.
Amalia rimane in silenzio. «Stai facendo un gioco pericoloso,» dice infine. «Quello stronzo si meriterebbe di restare a piedi. Dovresti lasciarlo perdere.»
Clotilde sospira. «Hai ragione, ma ti ho spiegato qual è il mio piano. Voglio dargli un’altra possibilità.»
«Tu sei pazza, forse più di lui.»
***
Le radiografie illuminano lo schermo montato a parete. «È fortunato,» dice il medico del pronto soccorso con voce calma e annoiata, mentre esamina il ginocchio di Ettore. «Ha una frattura incompleta della rotula, una piccola crepa che non attraversa completamente l’osso. Dovrà portare un tutore per quattro o sei settimane. Poi, riabilitazione, ma tornerà a camminare normalmente.» Il medico rivolge lo sguardo a Ettore, con una nota di simpatia. «Ha qualcuno che possa aiutarla a casa nei primi giorni?»
«Sì, ci sono io», interviene Clotilde. Ettore la guarda stupito: non se l’aspettava. Non dice nulla, ma l’idea di averla vicino lo rassicura. Devono aspettare un’ora e mezza per le dimissioni, con una visita di controllo fissata tra cinque giorni. Ettore è esausto e sente la nausea ribollirgli nello stomaco. Vuole solo tornare a casa, ma l’idea di farsi sballottare nella Smart non lo entusiasma.
«Odio questa scatoletta,» borbotta. Clotilde accenna un sorriso. Gli antidolorifici stanno facendo effetto, ma ha dovuto tenergli la mano per l’iniezione, tanto che a momenti sveniva. Ha sempre avuto paura degli aghi.
Clotilde guida in silenzio, le mani strette sul volante. È ancora arrabbiata, e sa che Ettore se ne accorge. Vorrebbe non farglielo pesare, ma non riesce a perdonarlo per essere stato così stupido.
«Ma questa scatoletta ha gli ammortizzatori?» sbuffa Ettore, smorfia dopo ogni buca. «Perché non abbiamo preso la mia macchina?» Sa già la risposta, ma continua comunque. Conosce troppo bene Clotilde, sa che le sue lamentele faranno breccia: lei adora quella vecchia Smart, che Ettore considera poco più di una scatoletta di tonno con le ruote.
Clotilde sospira: «Perché mi diverte farti soffrire, e lo sai benissimo.»
Sono le prime parole che lei gli rivolge da quando sono usciti dall’ospedale, e il silenzio lo stava facendo impazzire. «Va bene, fai pure la parte di quella incazzata. Ma qui la parte lesa sono io, non te lo dimenticare.»
Clotilde non distoglie lo sguardo dalla strada. «Parte lesa? Ringrazia di essere vivo.»
Ettore guarda fuori dal finestrino. Il silenzio nell’abitacolo è surreale, assordante dopo il caos frenetico del pomeriggio. Si chiede dove sarebbe ora se lei non fosse stata lì a tirarlo fuori dal baratro. «Comunque... grazie per essere venuta,» mormora, la voce appena un sussurro. «Non sei obbligata a restare con me, se non ti va. Non vorrei farti litigare con Amalia, so che mi detesta. E come darle torto?»
Clotilde si volta di scatto, gli occhi grigi taglienti. Le labbra strette in una linea dura. «Amalia non ti detesta, smettila. E comunque è un problema mio. Ho detto che resterò con te e ci resterò.» Non è la verità completa, ma non sopporta sentirlo sprofondare nell’autocommiserazione. Quella voce da maestra di danza che non ammette repliche lo inchioda, come sempre. Ettore lo sa, con Clotilde non c’è mai spazio per discutere. Prende il controllo, e a lui non resta che cedere. E forse, in fondo, è proprio quello di cui ha bisogno.
Dopo un lungo minuto di silenzio, Clotilde lo guarda di sbieco. «Davvero non ti ricordi niente di ieri sera?» chiede, con una lieve esitazione, quasi incredula.
Ettore si stringe nelle spalle. «Poca roba. Flash qua e là, ma niente di chiaro. Dell’incidente, invece, zero. Ho il vuoto totale. Perché?»
«Niente, è solo che... mi hai detto delle cose. Ma ne parliamo meglio quando siamo a casa.»
«Sì, padrona.» la prende in giro Ettore, con un accenno di sorriso – il primo della giornata. Clotilde sospira, esasperata, ma il suo sguardo si addolcisce. Non riesce mai a restare arrabbiata con lui per molto. C’è sempre quella scintilla, anche nelle peggiori giornate.
Continuano il viaggio in silenzio. Una volta a casa, Clotilde lo aiuta a sedersi sul letto e a cambiarsi. Dai pantaloni strappati e sporchi di grasso passa a una tuta comoda, e la camicia attillata lascia il posto a una vecchia t-shirt dei Pokemon, che lo fa sembrare quasi un ragazzino. Clotilde osserva i vestiti ammucchiati ovunque e i piatti sporchi che coprono ogni superficie. Un sospiro le sfugge. Si chiede se ha sottovalutato quanto Ettore stia male.
Si sente vagamente inquieta, forse sta tentando qualcosa di troppo grande. Ma che amica sarebbe se non gli restasse vicino? «Ho fame,» prova a sdrammatizzare. «Ordiniamo qualcosa? Che ti va?»
Ettore siede sul letto, la faccia rivolta al pavimento, le braccia penzolanti. «Niente, grazie.» La sua voce è spenta.
«Se non hai fame, dormi un po’.»
«Non ho voglia di dormire,» mormora Ettore. Vuole solo liberarsi di quella stanchezza che lo sta spaccando dentro. Ogni muscolo duole, e il senso di impotenza lo soffoca. I suoi pensieri corrono subito all’unico sollievo che conosce: una striscia. Cibo e sonno possono aspettare. Ma non può farsi davanti a Clo. Non vuole che lei lo veda ridotto così. Non è un tossico, ha solo bisogno di riprendersi un attimo. È stata una giornata lunga e stressante.
Clotilde lo osserva, qualcosa gli frulla in testa, ma non saprebbe dire cosa. Lo vede esausto, ma è normale. Annuisce. «Dai, tesoro, non fare quella faccia. So che sarà dura con la gamba immobilizzata, ma io sono qui, ok? Ordino una pizza e poi ci vediamo un film, che dici? Sliding Doors, uno dei tuoi preferiti. Nessuno si aspettava l’inquisizione spagnola!» Ride, quella citazione ha sempre effetto su Ettore. Ma lui non reagisce come sperato. Clotilde stringe appena le labbra. Ok, sii paziente. Dietro quel muro di apatia c’è una battaglia che lui sta cercando di tenere a bada.
«Ce l’hai ancora il numero di quello che fa la pizza con i cornicioni imbottiti?» chiede con voce squillante, quasi troppo casuale. Osserva ogni minima reazione di lui, cercando un segno, magari un respiro più profondo. Non potrà restare indifferente per sempre, no?
Ettore la guarda, abbozza un sorriso pallido e alza un braccio. «Vedi sul ripiano.» Lei annuisce, soddisfatta, e si gira per andare a vedere.
Non appena si gira, il corpo di Ettore si tende. Finalmente solo. Gli basta un momento. Una sniffata e sarà di nuovo in piedi. Si allunga, trascina il tutore e rovista nel cassetto, tra schede madri e vecchi fumetti. Getta occhiate alla porta, controllando se lei stia tornando. Dov’è? Sono sicuro che ce n’è ancora uno.
Quando finalmente sente il tubicino tra le dita, tira un sospiro di sollievo. È l’ultimo. Lo apre con dita tremanti e lo porta al naso.
Lo schiaffo lo coglie di sorpresa, troppo veloce per vederlo arrivare. Il suono rimbomba nella stanza come una detonazione. La testa di Ettore scatta di lato, e per un attimo il mondo si ferma. Un fischio acuto gli riempie l'orecchio. La guancia brucia. Alza la mano, istintivamente, per proteggersi da un altro colpo.
Clotilde lo fissa, dilaniata tra rabbia e rimorso. Nemmeno lei può credere a quello che ha appena fatto. Si era ripromessa di essere paziente, ma quando lo ha visto approfittare di un suo attimo di distrazione per prendere quella roba, ha perso il controllo. I suoi occhi saettano da lui al tubicino che è volato dall’altra parte della stanza, colpito dalla sua mano. La polvere bianca si è sparsa sul pavimento e addosso a Ettore. Deglutisce, abbassa la mano e indietreggia di un passo. Non sa che fare.
Ettore si preme la mano sulla guancia, lo sguardo atterrito. L'umiliazione brucia più del dolore. Colto in flagrante, così. Le parole gli si bloccano in gola, soffocate dalla vergogna. «Scusa, mi dispiace… io, ne ho bisogno, capisci?»
Clotilde distoglie lo sguardo. La mortificazione sul volto di Ettore è una pugnalata. Si gira, le lacrime represse le scendono in gola. «Non ti è bastato? Vuoi proprio ammazzarti con questa merda?» La sua voce è un sibilo rabbioso, ma dentro di lei qualcosa si spezza. Non doveva andare così. Non sa che fare, se non proseguire. Deve scuoterlo, non può lasciarlo autodistruggersi. Si ricompone, elimina ogni espressione dal viso e si volta verso di lui.
Ettore è immobile, troppo scioccato per reagire. «Non puoi andare avanti così. Non dopo ieri notte. Non te lo permetto.» Cerca una minaccia che lo colpisca, ma nessuna parola sembra abbastanza forte. Poi l'idea le attraversa la mente, crudele e forse un po' infantile. «Chiamo tuo fratello.»
Si avvicina, la postura ferma, le mani lungo i fianchi.
Ettore spalanca gli occhi. Quello è un colpo basso. Non gli importa dei genitori, e lei lo sa benissimo, ma suo fratello... quello è diverso. «Non mi faresti una cosa del genere.» La voce è rotta. Se Ercole scoprisse della coca... Il solo pensiero che Clotilde possa dirglielo gli fa salire il panico.
Lei lo osserva mentre si sgretola, pezzo dopo pezzo, come un castello di sabbia al sole. Dentro di sé, muore insieme a lui, ma non può mostrarlo. Se Amalia mi sentisse, avrebbe molto da dire sulla mia etica. Prega che ci sia modo di farsi perdonare, di ricucire gli strappi. Forse, se riuscirà a fargli vedere il precipizio verso cui corre, prima che sia troppo tardi. «Non sfidarmi,» dice con una freddezza che lei stessa fatica a credere, gli occhi incatenati ai suoi.
L'espressione di Ettore cambia: la rabbia lascia spazio alla sorpresa. Cerca di alzarsi per affrontarla, ma il tutore lo blocca, facendolo quasi cadere, e un lamento di frustrazione gli sfugge dalle labbra. «Ma che cosa vuoi da me, si può sapere?» Le ringhia.
Clotilde rimane impassibile. «Non voglio niente,» replica, con una calma forzata. «Ma sei fuori controllo e hai bisogno di qualcuno che ti tenga in carreggiata, fino a quando non lo capirai.»
La rabbia di Ettore ribolle. Vorrebbe esplodere, ma la gamba bloccata lo inchioda al letto. Quest’impotenza lo fa impazzire. «Non so di cosa parli, ho tutto sotto controllo. Perché non te ne vai e mi lasci in pace?» Cerca di non urlare, ma la voce tradisce lo sforzo. «Vattene, ho detto!» Si curva su sé stesso, incrocia le braccia sul petto e distoglie lo sguardo.
Clotilde lo osserva attentamente. La postura, apparentemente distaccata, le rivela più di quanto le parole dicano. Le spalle tese, l'involontaria inclinazione del busto verso di lei: segnali che tradiscono il desiderio di vicinanza. Le mani strette sui gomiti, in cerca di controllo. Gli occhi scuri si alzano verso di lei, furtivi. Un rapido sguardo, un lampo che cerca e subito fugge: è il segnale decisivo. Clotilde si rilassa leggermente. Forse non tutto è perduto. Nonostante l’apparente ostilità, sa che la sua richiesta di essere lasciato in pace è vuota. Ettore si nasconde dietro la maschera del duro, ma lei lo conosce troppo bene. Lo legge come un libro aperto.
«Ho tutto sotto controllo, lasciami in pace» ripete Ettore, forse più a sé stesso che a lei, e la voce si spezza appena. Clotilde accenna un sorriso, non di vittoria, ma di comprensione. Se ti fossi visto ieri sera... pensa, senza contraddirlo apertamente. Esistono modi più sottili per arrivare a lui. Si siede accanto, né troppo vicina né troppo distante, il materasso si incurva dolcemente sotto il suo peso. È una danza, e lei la conosce bene.
Le sue mani sfiorano appena il lenzuolo. Non lo tocca, ma sa che Ettore percepisce la sua vicinanza. Aspetta. Sa che alla fine sarà lui a cedere, perché è quello che desidera.
«Ma tu vuoi perdere il controllo, non è vero?» Il tono è allusivo, né dolce né aggressivo. «Lo vedo. So cosa significa cercare una valvola di sfogo. Ma ci sono modi migliori che spaccarsi il cervello di cocaina, modi che posso mostrarti... come tu stesso mi hai chiesto ieri notte.» Si avvicina, sfiorando quasi le sue ginocchia.
Lui si ritrae leggermente e gira la testa dall’altra parte. «Puttanate. Io non ti ho chiesto niente.»
Lei non si avvicina oltre, gli lascia spazio. È indecisa se sia il caso o meno di insistere, cercare di fargli ricordare la loro conversazione alla festa, dopo che lui l’ha vista con l’altro uomo. Ma forse è meglio rimandare, lui sembra sul punto di cedere. «Come vuoi», gli cede un po’ di quartiere, e arretra leggermente. «ma ho comunque intenzione di restare.» La sua affermazione suona quasi come una minaccia e i suoi occhi grigi sono quelli di un falco, carichi di ostinazione. Ettore odia la calma lucida di lei, mentre lui è in preda al caos. Ma ciò che odia di più è la sensazione di voler cedere, arrendersi. Non sarebbe così facile e dolce? Questa consapevolezza riempie di vergogna E non sente di avere la forza di resistere, non a lei, non adesso.
Si accascia lentamente sul letto, le mani sulla faccia, la gamba con il tutore gli rende complicato ogni movimento. «Ti prego, Clo...» mormora, con voce spenta. Prende un cuscino e se lo preme sulla faccia, lo abbraccia, come per nascondere l’ammissione di sconfitta. «...Sono esausto.» La sua voce attutita dalla stoffa è un sussurro, quasi un chiedere pietà.
Clotilde lo osserva, immobile, è come vedere una diga che ha cominciato a incrinarsi, e lei sa che è solo questione di tempo prima che l’acqua inondi tutto. «Ok, ne parliamo domani,» mormora, la voce che si addolcisce fino a diventare quasi materna. Sa che lui accetterà. Deve solo dargli spazio per riprendersi. Lo osserva sistemarsi con difficoltà sul letto, ogni movimento sembra un piccolo tormento, e sente una fitta al cuore vedendolo così. Si alza lentamente, lasciandogli lo spazio di cui ha bisogno, anche se vorrebbe restare. Si dirige in cucina, lasciando Ettore a combattere il suo stesso dolore. Meglio che ora faccia un po’ i conti con i risultati della sua scelleratezza.
Appena rimasta sola, si passa una mano sulla faccia, e il peso della giornata la travolge. La stanchezza fisica ed emotiva è come un'onda che la sommerge. Non ha quasi chiuso occhio: ha passato la notte a seguire Ettore e poi a cercare di portare via la moto dal garage. Si rende conto di non aver neanche fatto pipì da ore. Un bisogno banale, ma lei è rimasta con Ettore tutto il pomeriggio. L'orologio segna le 20:30. Stanotte dormirò qui, si dice, senza emozione. Sul divano, ovviamente. Le sue spalle si afflosciano sotto il peso di quella lunga giornata. Va in bagno e si sciacqua il viso, poi si dirige al frigorifero. Sente il bisogno di qualcosa di fresco. Mentre afferra lo sportello, nota l’ammaccatura. La tocca, incredula. Nel punto esatto dove aveva messo il suo biglietto. Capisce subito che cosa è successo. Ha dato un pugno al frigo, quell’idiota. Infatti aveva le nocche di una mano tutte sbucciate. Scuote la testa, con un misto di esasperazione e tenerezza. Fruga nel frigo e tira fuori una soda al limone. Si lascia cadere sullo sgabello dell’isola, il tappo della bottiglia che gira tra le sue dita in un movimento irrequieto.
Ettore non ricorda nulla di quella notte, nulla di ciò che si sono detti. Eppure, nonostante la sua confusione, è stato più sincero con lei di quanto lo sia mai stato. Voleva cedere il controllo. Voleva cederMI il controllo. Non ha usato quelle parole, ma il concetto era chiaro. Clotilde non può negare che ci abbia fantasticato a lungo. Se Ettore non fosse stato così restio alle relazioni multiple, probabilmente sarebbero stati insieme da anni. Ma il poliamore non è per tutti. Clotilde appoggia la fronte sul freddo tavolo di marmo. Ettore è in bilico, e lei è convinta che, se riuscisse a far emergere quella parte di lui che reprime, potrebbe finalmente trovare pace. Chissà se lo sto facendo davvero per lui. La domanda la colpisce come un lampo. Forse lo sto facendo solo perché lo voglio per me. Mi sto approfittando della sua debolezza? Si morde il labbro, cercando chiarezza. Forse le due cose non sono incompatibili, si ripete, cercando conforto. E poi, è stato lui a chiedermelo. Questo mi dà il diritto di agire, no? Fa un lungo respiro, mentre la stanchezza pesa sulle sue spalle. Afferra il telefono: sono ore che non sente Amalia. Si sarà preoccupata. Non era contenta della sua decisione di essere accanto a Ettore, né di sapere della moto. Non gliel’aveva detto, per ovvie ragioni. Tuttavia, non vuole concludere la giornata senza sentirla.
Clo 20:40:
Ehi, come va?
Io sto da Ettore, ha il ginocchio ingessato.
Ho bisogno di restare con lui per qualche giorno.
Sta bene, ora dorme.
Domani magari passo a prendere la sua macchina. Va bene?
La risposta di Amalia non tarda ad arrivare.
Ami 20:42:
Sei ancora dell’idea di portare avanti il tuo piano ?
Clotilde fa una piccola smorfia. è un messaggio un po’ freddo, ma non non si aspettava di meglio. Comunque, non ha intenzione di chiederle il permesso, è una sua decisione.
Clo 20:42:
Assolutamente.
Ami 20:44:
È un petardo pronto a esplodere e lo sai. Comunque, tienimi aggiornata. Scrivimi ogni tre ore. Se non rispondi, chiamo la polizia. Non scherzo.
Le spalle di Clotilde vengono scosse da una leggera risata. Amalia sarebbe capacissima di far intervenire l’esercito, se pensasse che lei è in pericolo. Ed è confortante sapere che, anche se non condivide le sue scelte, lei è lì per proteggerla. Non smetterà mai di sentirsi fortunata per vare una compagna come lei.
Clo 20:45:
😂
Non credo che arriveremo a tanto.
Ami 20:46:
Meglio prevenire che curare.
Clo 20:46:
Non preoccuparti, ho tutto sotto controllo. Buonanotte. Ti amo.
Ami 20:47:
Ti amo anche io
Clotilde appoggia il telefono, un po’ rinfrancata nello spirito, se non nel corpo. Si stiracchia contro la superficie del tavolo e sbadiglia. Il corpo è rigido e teso. Avrebbe bisogno di un gin tonic, ma si accontenta della soda. Sbircia verso la camera da letto; Ettore è immobile, perso in un sonno agitato. Un petardo pronto a esplodere… Vediamo come va domani.
Si sdraia sul divano e accende la TV. La luce soffusa dello schermo illumina la stanza. Presto, si addormenta, con la mente ancora in subbuglio, piena di pensieri su cosa potrebbe portare il domani.
