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Language:
Italiano
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Published:
2024-12-20
Words:
1,527
Chapters:
1/1
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2
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10
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173

Solstizio d'Inverno

Summary:

«Ah, davvero? Ma lo sai che giorno è, oggi, Nicky?».
Agatha interpretò il mugugno di Nicky come un verso di dissenso.
«È il solstizio d’inverno. Ti ricordi cosa facciamo, quando c’è il solstizio?»
La testa di Nicky si alzò di scatto, gli occhi luminosi per l’eccitazione. «Andiamo a cercare il nostro albero!» esclamò, un incredibile ed entusiasta sorriso sul volto.
Il cuore di Agatha quasi le scoppiò nel petto.
Avevano lo stesso sorriso.
«Sì, amore mio, andiamo».

Work Text:

 

 

 

 

Agatha accarezzò dolcemente i capelli di Nicky, stretto al suo fianco, una mano del bambino a stringere la pesante camicia da notte con cui dormiva e l’altra stretta intorno a un coniglietto di legno intagliato.

I primi raggi di sole filtrarono attraverso gli infissi di legno della piccola casa in pietra dove Agatha aveva scelto di fermarsi per l’inverno. Nei mesi più freddi, preferiva tenere Nicky al caldo, lontano dal terreno gelido e dalle stille d’acqua ghiacciata sui rami degli alberi.

Quell’anno, erano ospiti di una coppia di donne sulla cinquantina, che viveva al piano superiore della casa e che tutti, nella cittadina in cui ormai risiedevano da decenni, chiamavano “le zitelle”. Agatha era però dell’opinione, e la sua non era mai erronea, che “le lesbiche” sarebbe stato decisamente più veritiero. Erano donne ancora arzille, pur con i capelli già completamente grigi, e di buon cuore: a differenza di molti, non le avevano mai chiesto chi fosse il padre di Nicky o perché viaggiasse da sola. Al piano terra della casa, dove Agatha e Nicky avevano la loro camera, c’era un secondo locale, dove le donne trascorrevano le giornate a cardare e filare, mirabilmente, la lana, che poi vendevano a clienti affezionate in tutta la città. In cambio della loro ospitalità, Agatha si era offerta di aiutarle con le consegne. Non era tanto il risparmio economico ad averla spinta ad offrirsi, quanto la possibilità di poter girare per la città per giornate intere e conoscerne gli abitanti. Le era bastato un mese per individuare ogni singolo membro delle due congreghe cittadine e, la parte migliore, era l’odio reciproco che intercorreva tra i due gruppi. Agatha non vedeva l’ora che il gelo allentasse sufficientemente la sua presa, così da poter fare quello che sapeva fare meglio e assorbire il potere di tutte quelle streghe, possibilmente facendo passare i conseguenti omicidi come un regolamento di conti.

Nessuno avrebbe mai sospettato di lei.

Eccetto…

Ma quella era un’altra storia.

Nel frattempo, Agatha si accontentava di qualche strega incontrata nelle campagne e nei boschi fuori dalle mura della città, dove andava di tanto in tanto con il pretesto di voler far respirare un po’ di aria fresca, non appesantita dagli olezzi cittadini, a Nicky. Che poi, era anche vero: una volta arrivata la primavera, la puzza di piscio ad ogni angolo non le sarebbe certo mancata.

Accanto a lei, Nicky si stiracchiò nel letto, sbatté più volte le palpebre prima di riuscire ad aprire gli occhi. Agatha aspettò che si svegliasse completamente prima di salutarlo.

«Buongiorno, Nicky» sussurrò, con un sorriso.

«Ci-Ciao, mamma» mugugnò il bambino, rannicchiandosi di nuovo contro di lei.

«Hai ancora tanto sonno?»

Nicky annuì e Agatha gli accarezzò i capelli, prima di dargli un bacio sulla fronte. «Ah, davvero? Ma lo sai che giorno è, oggi, Nicky?».

Agatha interpretò il mugugno di Nicky come un verso di dissenso.

«È il solstizio d’inverno. Ti ricordi cosa facciamo, quando c’è il solstizio?»

La testa di Nicky si alzò di scatto, gli occhi luminosi per l’eccitazione. «Andiamo a cercare il nostro albero!» esclamò, un incredibile ed entusiasta sorriso sul volto.

Il cuore di Agatha quasi le scoppiò nel petto.

Avevano lo stesso sorriso.

«Sì, amore mio, andiamo».

 

─── ・ 。゚☆: *.☽ .* :☆゚. ───

 

Fin dal primo Solstizio d’Inverno di Nicky, sul loro cammino era sempre comparso un piccolo abete, alto tanto quanto Nicky e che cresceva con lui ogni anno, dai cui rami pendevano coni di pino, noci e mele. La prima volta, ad Agatha era bastato uno sguardo per riconoscerlo. Si era guardata intorno –si guardava sempre intorno— con la speranza, o forse il timore, di vederla. Non l’aveva mai vista, ma Agatha era sicura fosse lì, da qualche parte. Non si sarebbe mai persa la reazione di suo figlio davanti al loro abete decorato.

Quella mattina, Agatha avvolse Nicky nei pesanti indumenti di lana che le proprietarie di casa avevano regalato al bambino, sistemandogli con cura il cappellino perché gli coprisse le orecchie. Poi, mano nella mano, uscirono. Per colazione, comprarono un paio di mele caramellate al banchetto dei dolci sulla via del mercato, poi uscirono dalla città. Il sentiero che portava al bosco era coperto di neve, ma quella mattina il sole splendeva, pallido, nel cielo velato di nuvole, e Agatha era sicura che non avrebbe nevicato di nuovo tanto presto.

Accanto a lei, senza mai lasciarle la mano, Nicky camminava saltellando, canticchiando una vecchia melodia che doveva aver imparato dalle padrone di casa e smise solo quando si addentrarono tra gli alberi. Pur non lasciando mai la mano di Agatha, Nicky in quel momento spostò tutta la sua attenzione sulla vegetazione intorno a lui, stringendo gli occhi per vedere meglio tra i rami, soffermandosi o accelerando il passo senza preavviso ogni volta in cui credeva di aver scorto il loro abete. Agatha, invece, non osservava altro che lui, le sue gambe che si facevano sempre più lunghe e snelle e avevano ormai perso la rotondità dei primi anni, l’espressione determinata, gli occhi scuri uguali a quelli di-

L’abete, all’improvviso, comparve sul loro cammino, a pochi metri di distanza.

«Mamma! Eccolo!» urlò Nicky, trascinandola in avanti. «Guarda! È altissimo, è alto come me!»

Agatha gli sorrise, si accucciò accanto a lui. «Sì, diventa sempre più grande, cresce come te».

«Mettiamogli le luci, mamma!» la incalzò Nicky, afferrandole le mani con le proprie.

«D’accordo, aspetta» bisbigliò Agatha. Nicky sistemò meglio le sue manine su quelle della mamma, il piccolo palmo premuto contro il dorso di Agatha.

Esagerando i movimenti, Agatha fece comparire le piccole candele con le fiammelle viola, come faceva ogni anno, e le fece danzare intorno ai rami dell’abete per far divertire Nicky, prima di lasciarle posare tra le mele e le noci e i coni di pino.

«Sono bellissime, mamma» bisbigliò Nicky, osservandole.

Agatha lo abbracciò.

 

─── ・ 。゚☆: *.☽ .* :☆゚. ───

 

 

«Ma tu lo sai, che giorno è oggi?»

Per tutta risposta, Agatha sbuffò, divertita. Era nuda ed era pieno inverno, ma non aveva freddo, non tra le braccia di Rio. Erano ancora sdraiate davanti al fuoco scoppiettante della stanza della locanda in cui avevano trascorso la notte. Agatha era riuscita a dormire giusto qualche ora, quando già il cielo albeggiava.

«Tu lo sai che giorno è oggi? Da quando misuri il tempo come noi comuni mortali?»

«Tu non sei comune» rispose Rio, fingendosi contrariata e mordendo una guancia di Agatha, che sorrise e le allontanò il viso con una mano, ma allungandosi subito dopo per baciarla. Rio chiuse gli occhi, stringendo Agatha a sé.

«Il Solstizio d’Inverno» disse infine Agatha, allontanando il proprio viso da quello di Rio con un sospiro. Rio sorrise, con un tale entusiasmo e una tale gioia nello sguardo che Agatha venne colta di sorpresa.

«Non… Non credevo ti importasse».

Rio la guardò, confusa. «Ma si decorano gli abeti» rispose, semplicemente.

Agatha sorrise, scosse la testa. Diede un altro bacio, a fior di labbra, a Rio. «Avrei dovuto immaginarlo» bisbigliò.

«Possiamo farlo anche noi?» domandò poi Rio, esitante. «Non l’ho mai fatto, prima. Ma solo se vuoi. Tu l’hai mai fatto?».

Agatha annuì. «Possiamo farlo, sì. Dobbiamo solo trovare un abet-»

Rio si tirò su di scatto, mettendosi in ginocchio e dando le spalle ad Agatha, che tracciò la linea della sua schiena con gli occhi, percorse i suoi fianchi, ed era così concentrata su di lei che non si accorse dell’abete che, all’improvviso, era nato dalle assi del pavimento, dove teneva ben piantate le sue radici, fino a quando Rio non glielo indicò, voltandosi.

Agatha si mise a sedere con le gambe incrociate accanto a Rio. Le cinse i fianchi con un braccio e appoggiò la testa sulla sua spalla, studiando l’abete che Rio aveva fatto nascere dal nulla, i rami carichi di coni di pino, ma anche noci e mele. Era più che sicura che quell’albero avrebbe orripilato la maggior parte degli scienziati naturalisti, con quei frutti che appartenevano all’albero sbagliato, e così disparati l’uno dall’altro. Ma non aveva importanza, quell’albero era solo loro, suo e di Rio.

«È molto bello» fece Agatha.

«Davvero?».

«Davvero. Anche se…»

«Anche se?» domandò Rio, guardando Agatha di sottecchi e mordendosi il labbo inferiore, incerta.

Agatha alzò la mano libera, quella che non stringeva Rio a sé, e disegnò delicati gesti in aria, la sua magia come fili tessuti con maestria intorno all’abete. Qua e là spuntarono sui rami piccole candele dalla fiamma viola, traballante. Era solo un’illusione, ma Rio batté le mani per l’eccitazione e si voltò per baciare Agatha sulle labbra.

«Abbiamo decorato l’albero!» esclamò, ridacchiando. «Insieme».

«Sì, amore mio, abbiamo decorato l’albero».

 

─── ・ 。゚☆: *.☽ .* :☆゚. ───

 

Il Solstizio d’Inverno giunse anche dopo la morte di Nicky e, con lui, anche l’abete con coni di pino, mele e noci tra i rami. La punta dell’albero le arrivava ora al petto.

Agatha si guardò intorno. Non la vide, ma sapeva che era lì, che la stava osservando. Con un gesto secco della mano, diede fuoco all’abete, le fiamme lo avvolsero in un istante. Non rimase ad aspettare che bruciasse e si riducesse in cenere—aveva una nuova congrega da stanare, nuovo potere da rubare.

E come lei non le aveva concesso altro tempo, nemmeno ora Agatha aveva tempo per lei.