Chapter Text
Patricia era sdraiata a pancia in giù sul letto, con i gomiti piegati sul materasso e il mento appoggiato nello spazio tra le mani, mentre tamburellava i piedi sul cuscino, ammucchiato accanto alla testiera del letto.
«Come mai non riesco a starti lontano?»
Scrolla le spalle e gli rivolge un sorrisetto da sopra la spalle. «Personalità brillante? Brava a letto? Culo che non molla mai?»
Lui ridacchia e lascia che il dito indice scivoli lungo la spina dorsale, accarezzando la pelle serafica della sua schiena. «Qualcosa del genere».
«Uh, uh» annuisce mettendosi in bocca un acino d’uva mentre torna a rivolgere la sua attenzione verso lo schermo della tv; dove la Sirenetta era appena uscita dalle acque del mare, avvolta nel tessuto bianco della tela di una vela, legato insieme con delle corde.
Néstor sposta lo sguardo verso lo schermo e poi lo lascia scorrere nuovamente verso il basso, sorridendo all’immagine che ha davanti: una Patricia mezza nuda, avvolta in lenzuola bianche di seta e capelli sciolti, come onde sulle spalle.
Il paragone è immediato.
Sembrava una Sirenetta.
La sua Sirenetta.
Piega le gambe, avvicinandole al petto, e facendo perno sulle mani, scivola all’indietro, appoggiandosi con la schiena alla testiera del letto. Sogghigna divertito quando nota che con il suo movimento, il lenzuolo, che abbracciava la sua figura snella, si è leggermente tirato, lasciando scoperto il pizzo nero che ricopre il suo fianco.
Lo sguardo indugia per alcuni istanti sul tessuto che fa capolino tra le pieghe bianche, riportandogli alla mente un’immagine molto nitida della Patricia che lo aveva accolto in casa quella sera, sdraiata sul divano con il suo camice bianco e nient’altro che quelle mutandine indosso.
Se chiudeva gli occhi poteva ancora sentire la durezza del pavimento sotto le sue ginocchia, quando si era piegato a terra; la morbidezza del pizzo tra le dita, mentre scivolava sulla pelle fino a ridursi in un mucchietto di colore sul pavimento; l’incredibile profumo che aveva avvolto i suoi sensi non appena si era piegato nello spazio tra le sue gambe.
Joder, a quel pensiero il suo corpo reagisce istintivamente tirando leggermente contro il cavallo dei pantaloni di cotone. Si schiarisce la gola cercando di regolare il pantalone, colto da un improvviso senso di pudore, coprendosi con la parte libera del lenzuolo.
A Patricia, che apparentemente era concentrata sul cartone, non sfugge il movimento alle sue spalle, perché si volta e gli lancia un’occhiata provocatoria: «Ti stai godendo il panorama?»
«Del culo che non vuole proprio mollare?» Le sorride complice. «Immensamente». Dice, fissando lo sguardo sul sedere mal nascosto dal lenzuolo aggrovigliato in vita. Si passa una mano sui pantaloni cercando nuovamente di allentare la pressione sempre più fastidiosa del tessuto. Poi sbatte la mano libera sul materasso, nella spazio tra le lunghe gambe nude distese al suo fianco e le sue gambe. «Vieni e siediti più vicino»
«Prometti che guardiamo solo il cartone?» Dice, mordendosi il labbro inferiore.
L’attenzione di Nestor si sposta immediatamente dai suoi occhi alla labbra. «Sicura che è quello che vuoi?» Patricia libera il cuscinetto di carne dalla presa dei denti e continuando a guardarlo fisso afferra un altro acino d’uva che lentamente scompare tra le sue labbra rosse. «Non so perché, ma avrei detto proprio il contrario»
«No, ti sbagli»
«Se lo dici tu…» sospira, leccandosi a sua volta le labbra. «Ti prometto di non toccarti finché non avremmo finito…» sposta lo sguardo dalle labbra che avevano calamitato la sua attenzione, allo schermo della TV, cercando di ricordare il nome della ragazza rossa che cantava da sopra lo scoglio. «Com’è che si chiama? Ehm… Arabella?»
Patricia sgrana gli occhi, mentre le labbra si arricciano in un broncio sorpreso, assolutamente adorabile.
«Direi di no…» sorride divertito «A-Arielle?»
Ora l’incredulità iniziale si è trasformata in uno sguardo torvo. «Ariel» lo canzona, come se fosse la risposta più ovvia del mondo.
Come si fa a non conoscere la Sirenetta?
«Sì, beh, è quello che ho detto: Ariel».
«Veramente hai detto Arielle» risponde enfatizzando le ultime lettere del nome.
«Questione di semantica» Néstor la fissa, sorridendo.
«Questione di distrazione» inizialmente rimane silenziosa e poi piega le labbra in un sorriso sarcastico: «O forse… sovraccarico cognitivo»
Néstor sbatte le palpebre ripetutamente, totalmente sbalordito dalla risposta, e dopo un primo momento di silenzio si sporge in avanti, portandosi una mano al mento. «Sovraccarico cognitivo?» Ripete, «Chi sei tu? E cosa ne hai fatto di Patricia?»
Patricia si porta la mano alla bocca, cercando di reprimere un sorriso. «Che vuoi che ti dica: a stare con lo zoppo, si impara a zoppicare».
Si allunga verso il pavimento per posare la ciotola con l’uva, appoggia entrambe le mani e facendo perno sulle dita si spinge verso l’alto, ritornando con la schiena in una posizione dritta, sedendosi poi sulle ginocchia. Lo sguardo di Néstor segue ogni sua singola mossa.
Patricia finge di non vedere quello sguardo invadente, nonostante il cuore abbia preso a tamburellare con più insistenza nel petto, e simulando una sicurezza che non possiede, solleva i glutei dai talloni e camminando sulle ginocchia si avvicina al bordo opposto del letto.
Il lenzuolo, come un vestivo, scivola giù dal suo corpo dopo i primi passi lasciandola interamente nuda sotto il suo sguardo.
Sulla sua bocca aleggia un sorriso malizioso.
A Néstor non sfugge quel particolare.
Vista da questa posizione sembrava come l’attore di quel film che avevano guardato insieme qualche sera prima. Lui non aveva mai visto Ghost, mentre Patricia conosceva ogni battuta a memoria.
E ora, mentre la luce bluastra dello schermo illuminava la cornice del suo corpo come un’aureola, pensò all’assurda assonanza di Patricia come un fantasma, o come un angelo.
Quando i loro sguardi si incontrarono di nuovo, Patricia gli sorride complice, ben consapevole dell’effetto che il suo corpo ha su di lui.
Quel corpo che l’aveva delusa e ferita così tante volte nell’ultimo anno, sotto le mani attente di Néstor era rifiorito come una fenice dalle ceneri.
In questo ultimo anno aveva provato in prima persona che il cancro è un alieno cieco e privo di emozioni. Un piccolo nodulo che si fa strada dentro di te e cresce e si replica giorno dopo giorno. Come una forza che vuole farsi massa. Come una stalattite, che goccia dopo goccia, vuole invadere tutta la grotta.
E c’era quasi riuscito.
Quasi.
Mesi e mesi di cure avevano affievolito la sua fede e spento la luce della speranza. E mentre le braccia diventano blu per le flebo, il sangue si infettava, lo stomaco si chiudeva e non aveva più la forza di fare nulla; era arrivato lui, che come un fascio di luce aveva illuminato ogni punto oscuro della sua mente.
C’era voluto del tempo per riacquistare la sicurezza che l’aveva da sempre caratterizzata. L’intervento al seno di alcuni mesi prima l’aveva sicuramente aiutata a recuperare la fiducia e a farla sentire nuovamente donna. Quella donna forte e sicura che era sempre stata.
Per mesi e mesi si era sentita brutta, inadeguata, un contenitore senza identità, ma ora, con gli occhi di Néstor addosso, si sentiva nuovamente viva.
Si sentiva nuovamente sé stessa.
Con Néstor al suo fianco aveva smesso di pensare alle percentuali, alle probabilità, alla paura martellante di morire. Di non farcela.
Con Néstor al suo fianco aveva ricominciato a vivere.
L’alieno non avrebbe vinto.
«In questo momento credo di essere fortemente sovraccaricato» la voce di Néstor la riporta alla realtà. La brama che colora le sue pupille le fa infiammare le guance.
«Ti piace quello che vedi?» dice, stringendo nuovamente tra i denti il cuscinetto del labbro inferiore. Un riflesso incondizionato che sembra presentarsi ogni volta che è con lui.
«Non sai quanto» incrocia le braccia dietro la testa e lascia che i suoi occhi vaghino nuovamente sul suo corpo, coperto solo da quel paio di mutandine striminzite. Il movimento sinuoso delle sue cosce mentre si sposta sul letto lo fa letteralmente impazzire. Scuote leggermente la testa mentre abbassa lo sguardo sulle lenzuola e mordendosi l’interno della guancia sopprime un gemito. La pressione all’inguine ormai è insopportabile. «Sarà dura mantenere la mia promessa», sussurra con un tono di voce talmente basso che se non fosse stata così vicino non l’avrebbe sentito. «Molto dura».
Patricia sorride, arricciando le labbra in un un broncio adorabile, e poi si sporge in avanti per dargli un lieve bacio sulle labbra. «Ti prometto che se ci riuscirai, ne sarà valsa la pena» mormora, facendogli l’occhiolino.
Era una partita impari, del tutto scorretta, e lei lo sapeva.
Lo sapeva benissimo.
Ma sfidarlo era una tentazione irresistibile. Adorava stuzzicarlo e portarlo al limite.
Néstor chiude gli occhi. Il respiro caldo di Patricia ancora sulle labbra.
Apre gli occhi e le sorride complice prima di sporgersi in avanti annullando la distanza dei loro corpi. Se lei voleva giocare, avrebbe giocato al suo stesso gioco.
In un attimo annulla la distanza tra i loro volti e cattura le sue labbra, leccandole con la punta della lingua, e poi, una volta percorso tutto il perimetro del labbro inferiore, lo morde delicatamente, succhiandolo tra i suoi denti.
Dopo alcuni secondi in cui Patricia era rimasta immobile, accettando passivamente il suo attacco, si risveglia dalla trance emotiva e risponde attivamente al bacio. Ciò che era iniziato solo per gioco, una sfida senza troppe pretese, in poco tempo evolve in qualcosa di molto più profondo.
Poggia una mano alla base del collo e scorrendo le dita vero l’alto le impiglia tra i capelli, afferrando nel pugno i riccioli ribelli. Il grugnito basso che lascia le labbra di Néstor è il segnale che stava aspettando prima di spingere i loro corpi ad appiattirsi insieme.
Da questa posizione è impossibile nasconderle l’effetto che il suo corpo nudo ha su di lui.
Patricia sogghigna civettuola, sentendolo premere sul suo centro. Si tira indietro con il busto, muovendo il bacino contro di lui. Si spinge in avanti ed è quello l’inizio della sua fine.
Ha appena commesso un errore.
Grave, gravissimo errore.
Si rende conto troppo tardi del passo falso che ha appena fatto.
Lui non perde tempo e accompagna i suoi movimenti, spingendo il bacino verso l’alto, facendo aderire perfettamente i loro sessi insieme, divisi ora solo da un sottile strato di tessuto.
L’attrito è doloroso.
Brucia i loro corpi al solo contatto e come una fiamma il calore divampa dal punto di incontro delle loro cosce fino alla parte più interna dei loro corpi. Un nucleo di fuoco che arde senza sosta.
Chiude gli occhi e si gode la sensazione dei loro corpi che si sfregano i maniera indecente. Come se fossero due liceali alle loro prime esperienze si strusciano l’uno sull’altro senza vergogna. I corpi si stropiccino insieme in una pallida imitazione di quello che avverrà a breve.
Con un sospiro trattenuto lascia cadere la testa all’indietro consapevole che in poco tempo la terrà sulla punta delle dita ad anelare un sollievo che solo lui è in grado di darle.
Il modo in cui spinge contro le sue mutande la sta facendo diventare pazza.
Sospira frustata mentre combatte contro il suo stesso desiderio.
Si è spinta troppo oltre e sta cadendo vittima del suo stesso gioco.
Perdere non le è mai sembrato così bello.
Le labbra di Néstor si allargano in un sorriso vittorioso.
Si spinge in avanti e riconquista le labbra, afferrandole con i denti, sospira nuovamente, questa volta più lentamente, prima di ruotare lentamente il suo bacino sulle sue anche.
Se doveva perdere la battaglia, lo avrebbe obbligato ad alzare la bandiera bianca per primo.
Poi si sposta, appoggiando le mani sulle sue spalle larghe. Le labbra a poco più di un soffio di distanza.
«Néstor» sussurra sulle sue labbra. «Non stai mantenendo la tua promessa».
«Se è per questo nemmeno tu» mormora con voce roca. «Sei pessima», dice a bassa voce, mentre risale con le mani sulle sue cosce nude. «Ma ricorda, serve essere in due per ballare il tango» e detto questo le afferra i glutei, e facendo scorrere le mani verso il basso sposta il lembo di pizzo che copre il suo ingresso. Si spinge in avanti facendo scorrere la punta della sua erezione, ancora coperta dal tessuto dei boxer, sulla sua pelle nuda. Una leggera macchia bagnata si forma nel punto di contatto tra il cotone e il suo corpo.
Il gemito scappa dalle sue labbra senza preavviso. Si piega in avanti, poggiando la fronte sulla sua spalla, mentre con il corpo accompagna il movimento.
È rossa in volto. Il respiro accelerato si blocca in gola ogni volta che lo sente più vicino.
La mente, una nuvola densa di pensieri sconnessi.
«Vuoi ancora che mantenga la mia promessa?» Sulle sue labbra aleggia l’ombra di un sorriso e gli occhi brillano di ironia.
Da quando aveva tutto questo potere su di lei?
Maledetto bastardo.
«Io mantengo sempre le mie promesse e tu invece, dottor Moa?» Scuote le spalle, lasciando cadere la testa di lato.
Come risposta Néstor spinge nuovamente i fianchi verso l’alto, obbligandola a trattenere il respiro.
Osserva divertito il rossore che si espande dal collo alle sue guance, una mappa di puntini rossi e macchioline che le tinge la pelle. Può continuare a negare quanto vuole, la sua pelle non mente, tradendola nella maniera più evidente.
Si porta seduto, trascinandola con lui, mentre le accarezza la guancia, sfiorandola con le dita fino al mento, che prende tra il pollice e l’indice. Quando si ritrovano con i volti alla stessa altezza si china in avanti, depositando un rapido bacio sulle labbra, lasciandola stordita da quell’improvviso gesto così tenero e con le viscere in fiamme.
Patricia separa le labbra per parlare, ma Néstor non le da il tempo di articolare nessuna parola, e, spingendosi in avanti, l’appiattisce con la schiena sulle lenzuola.
Le afferra le braccia per i polsi bloccandole poco sopra la testa. Le bacia l’angolo della bocca e scivolando verso il basso, sfiora con le labbra la pelle sensibile del collo, dove si ferma per morderle delicatamente il punto esatto che sa farla impazzire. Poco dietro l’orecchio.
Soffia piano su un seno, mentre con una mano viaggia fino all’altro, e con il pollice tocca lentamente la punta del capezzolo, poi la pizzica. La reazione è immediata. La schiena si inarca in avanti mentre un altro gemito si perde dalle sue labbra.
Néstor ripete il movimento delle mani mentre con la lingua gira in tondo sull’areola prima di afferrare il capezzolo tra le labbra e succhiarlo.
Una scossa deliziosa la percorre fino ai lombi.
Il calore che velocemente si diffonde tra le sue gambe dovrebbe farla vergognare. Oh, ti prego supplica dentro di sé, stringendo ancora più forte il lenzuolo che aveva afferrato nel pugno della mano nel momento esatto in cui le attenzioni di Néstor si erano spostate dalle sue labbra al suo seno.
«Sei ancora sicura che vuoi continuare a guardare il cartone?» Mormora, continuando il suo lento assalto.
«Oh, sta zitto!» Sussurra arrabbiata, portando entrambe le mani tra i suoi capelli, immergendole tra i riccioli ribelli.
Con le mani lo spinge verso il basso e lui l’accontenta lasciandosi spostare, baciando e leccando ogni parte del corpo che trema sotto le sue attenzioni.
Con la bocca sposta le mutandine verso il basso e lascia un bacio umido sulla pelle.
Un’imprecazione sfugge dalle sue labbra: «Dio» Il respiro accelera, gli occhi si chiudono e la testa si spinge sul cuscino.
Néstor alza lo sguardo sorridendo, nei suoi occhi luccica un pensiero perverso.
Il cuore di Patricia accelera i battiti.
Continua a scendere sul suo corpo mentre percorre con la punta delle dita un percorso astratto tra le sue cosce. La accarezza, la pizzica, la bacia. La pelle brucia a ogni tocco, come se fuoco e ghiaccio insieme l’avessero attraversata. Divarica ancora di più le sue gambe e ci si posiziona in mezzo. Poi, con un sorriso sfacciato che lei conosce fin troppo bene, strappa la barriera di pizzo tra le sue labbra e il suo piacere.
«Ehi, quelle erano costose» protesta.
«Te ne comprerò un paio nuovo» dice e poi si abbassa di nuovo, seminando la coscia di baci. Lascia una scia di saliva dal ginocchio fino alla fine della coscia. Ripete gli stessi movimenti sull’altra gamba. La lecca, la succhia, fino a che non arriva nuovamente in mezzo alle sue gambe, e a quel punto le sfiora il sesso con il naso, con un tocco dolce, quasi delicato.
Patricia distende una gamba, scalciando con il piede il cuscino che si trovava lungo la sua traiettoria.
«Joder» ripete, scuotendo la testa mentre Néstor le afferra nuovamente la gamba per riportarla al suo posto. La piega e la allarga nuovamente lasciandola completamente esposta al suo sguardo famelico.
A quel punto si ferma, aspettando che si calmi. Patricia è terribilmente rossa in viso, il respiro è irregolare, il petto si alza e si abbassa ritmicamente. Apre e chiude le mani a pugno, stringendo le lenzuola tra le dita in un movimento che spera la aiuti a riacquistare lucidità. Poi alza la testa per guardarlo, con la bocca aperta e il cuore in gola.
«Sai, hai un odore buonissimo, presidenta» Mormora, e senza smettere di guardarla negli occhi, tuffa il naso in mezzo alle gambe.
Quell’appellativo che in passato l’avrebbe fatta andare su tutte le furie, adesso le provoca un brivido che le corre lungo la schiena. Le guance formicolano di calore, le ciglia svolazzano.
Quante cose sono cambiate in così poco tempo. Quando si sono conosciuti era la presidenta con cui combattere, ora è quella con cui mischiare la propria pelle.
Néstor preme un bacio morbido a pochi centimetri da dove è così disperata di sentirlo e lei con un movimento involontario spinge i fianchi in avanti per avvicinarsi alle sue labbra.
«Un po’ più a sinistra» sussurra, ondulando i fianchi che seguono il movimento delle sue labbra. Néstor allontana nuovamente le labbra dalla pelle, riportando con i mano i fianchi sul materasso. Lei sbuffa spazientita ruotando gli occhi verso l’alto. «Puoi solo-»
«Ehi, ecco un’idea» Néstor ringhia contro la sua coscia, la barba ispida contro la pelle le fa venire la pelle d’oca e istintivamente si porta una mano alla bocca per impedire a un gemito di uscire. Non gliela avrebbe data vinta così facilmente. «Che ne dici, per una volta, di smettere di gestire ogni cosa e…» passa un dito sul suo sesso, il contatto la fa saltare e il ventre si contrae in un movimento involontario. Stringe i denti sul pollice che ha appoggiato sulle labbra nel disperato tentativo di non far uscire nessun suono. «Semplicemente goderti il momento?»
Patricia tira nuovamente in alto la testa, guardandolo infastidita. «Potresti solo fa-aaa» l’ultima parola si trasforma in un falsetto acuto nel momento in cui Néstor si piega nuovamente tra le sue gambe e la lecca per tutta la lunghezza.
«Ah!» geme di nuovo, mentre la lingua si insinua dentro di lei prima scivolando dal basso verso l’alto.
Il corpo freme e si inarca al tocco della sua bocca.
Néstor ridacchia soddisfatto, finalmente è riuscito a zittirla.
Continua a descrivere cerchi con la lingua, senza smettere di tormentarla. Patricia sta perdendo ogni controllo e ogni atomo del suo essere è concentrato sulla piccola, potente centrale elettrica che ha in mezzo alle cosce. E quando le gambe si irrigidiscono, lui infila un dito dentro di lei, e la fa ansimare a voce alta.
«Oh, piccola. Mi piace che ti bagni tanto per me»
«Non chiamarmi» dice tra un gemito e l’altro, «piccola»
Come risposta descrive un ampio cerchio con le dita, mentre la lingua imita le sue azioni, girando in tondo. Le arriccia al suo interno e raggiunge quel punto esatto che sa la farà cedere nel giro di pochi secondi. Mesi di pratica entusiastica gli avevano insegnato a giocare in maniera magistrale con il corpo Patricia.
È troppo. Troppo forte. Troppo intenso. Troppo bello. Il corpo anela al sollievo e non riesce più ad evitarlo. Non avrebbe voluto cedere, non dopo averlo sfidato apertamente su chi avrebbe resistito di più, ma il suo corpo e la sua mente non sono allineati insieme e mentre la mente urla di fermarsi, il suo corpo la incita a correre verso il piacere e spingersi ancora e ancora e ancora fino a raggiungere la vetta più alta.
Néstor separa lievemente le labbra, lasciandole a pochi millimetri dal suo sesso, il respiro caldo le accarezza la pelle. È arrivata al limite e lo sa bene. Sorride soddisfatto prima di tornare a baciarla e nel momento in cui le sue labbra sfiorano la sua pelle, Patricia si lascia andare, scordando ogni pensiero razionale mentre il godimento la investe. Lancia un urlo e il mondo crolla e sparisce dalla sua vista mentre la forza dell’orgasmo annulla tutto ciò che la circonda.
Ansima a bocca aperta fino a che i gemiti non vengono attutiti dalla labbra bagnate di Néstor.
Quando la bacia sente il suo stesso sapore sulla lingua.
Le labbra si sfiorano assaporandosi lentamente. È gentile, delicato, così diverso dai baci infuocati di poco fa, quando il desiderio offuscava ogni pensiero razionale.
Patricia lascia scorrere le mani sulla schiena muscolosa, fino a raggiungere la base del collo e infilare le dita tra i capelli leggermente umidi. Li tira, spingendo la testa verso l’alto, e un sospiro soddisfatto lascia le sue labbra quando sente Néstor posizionarsi tra le sue gambe.
I denti si chiudono intorno al suo labbro superiore, la bocca stringe e non la lascia scappare.
Patricia chiude gli occhi e nel momento in cui la penetra lentamente, fino alla fine, le unghie affondano nella schiena lasciando un segno rosso sulla pelle. Si ferma un attimo dentro di lei, le lascia il tempo di abituarsi prima di iniziare a muoversi.
È una sensazione così dolce e dolorosa, brutale e tenera al tempo stesso.
«Come ti senti?» Mormora, sempre attento e vigile, alla ricerca di un qualsiasi segnale. Non riuscirà mai a scindere completamente il suo essere medico dal suo essere uomo.
«Bene, mi sento bene» sussurra. «Decisamente molto bene». Aggiunge sorridendo.
Néstor abbassa la testa, il respiro caldo le accarezza la pelle del viso. Le guance sono così rosse che si chiede se torneranno mai al loro naturale colore rosa pallido. Le labbra sono gonfie, gli occhi vitrei.
Il ritmo, inizialmente lento, aumenta in maniera calzante. Si muove sempre più in fretta, spingendosi più in profondità. Dentro e fuori e ancora dentro e fuori, dentro e fuori con un desiderio implacabile. I gemiti seguono ogni spinta dei fianchi, lasciandoli entrambi senza fiato.
«Vieni per me, piccola» mormora, con la voce roca.
Di nuovo quel nomignolo odioso.
Patricia avrebbe voluto rispondergli, dargli uno schiaffo, un morso o una testata, ma la mano di Néstor che scende verso il basso e l’accarezza nel punto di incontro dei loro corpi, blocca ogni protesta.
Muove le dita in sincronia con i movimenti del bacino e con un’ultima profonda spinta il corpo esplode, stringendosi convulsamente intorno a lui.
Appoggia la testa nell’incavo della sua spalla e accompagnato dal tremore del suo corpo, raggiunge il culmine.
Crolla sopra di lei e Patricia si sente affondare nel materasso sotto il suo peso.
I respiri di entrambe sono irregolari e sembrano sfidarsi in una gara di apnea.
Patricia allenta la presa e sposta le braccia verso l’alto, circondandogli nuovamente il collo.
Rimane immobile sotto di lui fino a che Néstor non si alza sui gomiti e la guarda.
«Sei incredibile» sussurra a pochi centimetri dalla sue labbra.
«Lo so» un sorriso beato le allunga le labbra, «E non ti azzardare mai più a chiamarmi piccola»
«Perché?» Corruccia la mente, fingendosi sorpreso. «Non ti piace?»
«No» risponde secca, dandogli una pacca sulle spalle. «Lo odio».
«Non ti piace che ti chiami piccola-a» ripete, allungando il suono dell’ultima vocale. Un misto tra un gemito e un lamento. Spingendosi in avanti, esce e rientra nuovamente con un unico colpo deciso. Il corpo di Patricia si piega al suo movimento, contraendosi di nuovo. «Eppure non mi sembra che ti dispiaccia» sussurra, «sbaglio, o ti stai contraddicendo da sola? Voi politici avete questo strano modo di dire l’esatto opposto di quello che pensate».
Patricia ride sommessamente, sbuffando l’aria fuori dal naso. Cerca di spostarsi verso l’alto per ridurre l’attrito tra i due corpi, ma non riesce a muoversi di un centimetro.
Néstor riempie ogni spazio fuori e dentro di lei.
«Odio essere chiamata Patri» dice, mentre Néstor si abbassa sulla sua pelle per baciarle il collo. «Corazón» aggiunge, con il respiro spezzato mentre la scia di baci si ferma poco sotto l’orecchio. «Paula ha continuato a ripeterlo ogni singolo giorno della chemio» le labbra si aprono e succhiano la pelle. «No - muove il collo nel tentativo di allontanarsi dalle sue labbra prima che lascino un segno ben visibile sulla sua pelle - avanti, smettila» Sbuffa ridendo, mentre gli afferra le spalle per allontanarlo, «Nessun segno, ricordi?»
Come risposta Néstor cerca di riconquistare lo spazio perso e azzannare la pelle tenera del collo. È quasi riuscito nel suo intento quando Patricia sposta le mani verso l’alto e gli chiude la bocca nel palmo della mano sinistra. «E più di tutto odio essere chiamata piccola».
Lo guarda, rimanendo per un secondo in silenzio, mentre le labbra si arricciano in un broncio adorabile.
«Pa-tri-cia» dice, esasperando lo spazio tre le sillabe «Ripeti insieme a me».
Néstor borbotta qualcosa nel palmo della sua mano e si lascia sfuggire una risata divertita.
«Sono seria, sai?» Dice, alzandosi sui gomiti. Ora i loro volti sono alla stessa altezza.
Ora che non c’è più nessuna barriera sulla sua bocca può parlare liberamente.
«Pa-» si piega in avanti sfiorandole il naso con il suo, «tri-» e poi un sorriso caldo gli tira le labbra, mentre lascia la parola sospesa nel vuoto.
Lei sbuffa esasperata e posizionando una mano al centro del petto lo spinge di lato. «Cia» aggiunge, guardandolo con cipiglio.
Néstor, preso alla sprovvista, perde l’equilibrio e atterra al suo fianco. Rimane steso sulla schiena ruotando solamente il volto verso di lei, che ricopia la sua posizione come se si trovasse di fronte a uno specchio, e ripete divertito il nome per intero. «Pa-tri-cia».
«Vedi? Non ci voleva poi così tanto» sussurra debolmente e sembra una gatta che fa le fusa.
Soddisfatta di aver raggiunto il suo obiettivo si avvicina nuovamente, e spostandosi lateralmente con il corpo sul letto intreccia le loro gambe insieme, si accoccola al suo fianco, posando la testa sul petto.
Néstor solleva le lenzuola, coprendo entrambi con il tessuto. La seta è fresca a contatto con i loro corpi accaldati.
Le passa un braccio intorno alle spalle per avvicinarla ancora di più. Rimangono in questa posizione per i successivi venti minuti, guardando il cartone.
«Questa è la mia parte preferita» dice improvvisamente Patricia, muovendo le gambe, come se volesse avvicinarsi ancora di più, nonostante i loro corpi fossero già perfettamente uniti. Così vicini che era quasi impossibile capire dove finiva uno e iniziava l’altro. Uniti in quell’incastro perfetto. Come se nulla, prima di ora, in natura avesse mai combaciato veramente.
Néstor la osserva, ammaliato dalla sua espressione. È talmente contenta che sembra che i suoi occhi sorridano e questa è di sicuro una delle sue tre espressioni preferite.
La sua terza espressione preferita, per la precisione.
La seconda è quando sorride socchiude le labbra in quel broncio adorabile, prima di tirarle tra i denti.
E la prima è quando sussurra il suo nome.
Aveva un modo di pronunciarlo che gli faceva venire la pelle d’oca.
Patricia ruota leggermente la testa e trova i suoi occhi già su di lei, ad aspettare il suo sguardo.
«Che c’è?» Chiede.
«Niente»
Il cuscinetto di labbra fa capolino tra i denti. Le labbra sono ancora rosse e gonfie. «Non stai prestando attenzione. Ti perdi la parte più bella.»
«Non sto prestando attenzione» annuisce muovendo la mano sul fianco, accarezzando la pelle morbida. «Ma ti assicuro che non mi perdo la parte più bella»
La sua sincerità non smette di colpirla. Dovrebbe essere abituata a questo punto, eppure il cuore perde un battito prima di riprendere a tamburellarle nel petto.
Ingoia la boccata d’aria che non si era resa conto di star trattenendo e abbassa lo sguardo.
La parte più bella. Il pensiero è fugace, ma le colora comunque le guance.
«Ok, ti faccio un breve riassunto» si solleva leggermente su un gomito. «Ariel, non Arielle.» Nega con la testa mentre accompagna ogni parola con un movimento della mano. Il dito si muove nell’aria per enfatizzare il discorso. «Solo Ariel».
Néstor si lascia sfuggire una breve risata. Si passa una mano sul viso in maniera drammatica prima di rispondere. «Sì, ho capito. Vai avanti»
«Ok, va bene» inclina la testa di lato, muovendo lo sguardo dal suo volto allo schermo della TV. «Ariel deve trovare un modo per farsi baciare da Eric prima dello scadere del tempo, altrimenti si trasformerà in una bruttissima alga ed entrerà a far parte dell’harem delle alghe della strega del mare»
«L’harem delle alghe?» Chiede corrucciando la fronte.
«Non interrompermi, coño»
«Scusa, scusa» alza le mani in segno di resa. «Nessun altra interruzione, giuro»
«Bene» risponde passandosi una mano sulla fronte e allontanando la ciocca di capelli ribelli che faceva capolino sul suo viso. «Che stavo dicendo?»
«L’harem delle alghe» risponde, cercando di essere il più serio possibile, ma il tremolio della sua voce lo tradisce. La risata contenuta si insinua tra una parola e l’altra facendolo parlare a scatti.
Lo sguardo torvo che riceve in cambio lo fa ridere ancora di più.
«Ti fa così tanto ridere?»
«Un pochino» dice, non riuscendo a trattenere un’altra risata che sembra uscirgli direttamente dal cuore.
Patricia alza gli occhi al cielo scuotendo leggermente la testa. Le labbra si tirano in un sorriso che non riesce a nascondere.
«Vuoi sapere o no cosa succede?»
«Sono tutt’orecchie» e poi stringe il pollice e l’indice insieme e passandosele sulle labbra mima il gesto di una zip che si chiude.
Con un sospiro esageratamente drammatico Patricia riprende a parlare.
«Ariel deve farsi baciare da Eric e sarebbe anche facile dal momento che il ragazzo è cotto di lei, ma… rullo di tamburi» e nel dirlo solleva le mani mimando con le mani le parole. «Eric è innamorato della ragazza che l’ha salvato sulla spiaggia» sposta teatralmente una mano in avanti. «Che ovviamente è lei, ma il ragazzo non l’ha ancora capito e lei non può dirglielo altrimenti verrebbe meno al suo patto con la strega»
«E diventerebbe un alga»
«Bravissimo!» Sorride soddisfatta, puntando un dito in avanti nella sua direzione.
«Inizio a capire una o due cose sul perché sei la presidenta della Generalitat.» dice con un sorriso impertinente
Patricia solleva gli occhi al cielo. «Un po’ indisciplinato, ma sei ancora un bravo studente dottor Moa»
In questo momento sullo schermo scorre l’immagine di Ariel ed Eric sulla barca, mentre Patricia muove la testa a mezz’aria canticchiando la canzoncina a bassa voce.
La mano che aveva appoggiata accanto al suo viso, si muove in tondo, disegnando dei piccoli cerchi sulla peluria del petto di Néstor, accarezzando la pelle con il polpastrello.
Lei ti è accanto
Se ne sta seduta lì
Non sa cosa dire ma i suoi occhi ti parlano
E io lo so che vorreste darvi un bacio, allora
Baciala
«E poi?»
«Cosa?»
«E poi cosa succede?»
Patricia si abbassa nuovamente con la testa sul suo petto. «E poi lo dobbiamo guardare»
Lui abbassa lo sguardo, passando una mano nei capelli d’oro sparpagliati sulla sua pelle, mentre le labbra si muovono verso l’alto, in un sorriso dolce, al suono della sua voce che canta insieme al granchio.
Sha-la-la-la-la-la
Il ragazzo è troppo timido
Coraggio baciala
Sha-la-la-la-la-la
Non lo fa
Ma che peccato
Se insiste lui la perderà
«Re Tritone andrà su tutte le furie» sussurra mentre Eric e Ariel si avvicinano pericolosamente.
«Ariel è la principessa del mare, non deve rendere conto a nessuno» annuisce. «E poi il padre se ne farà una ragione»
Ma proprio un istante prima di baciarsi, quando tra le loro labbra mancava poco più che un respiro, la barca di rovescia e i due ragazzi finiscono in acqua.
«Hai mai pensato a come sarebbe?»
«Cosa?»
«Se rendessimo pubblica la nostra relazione, se smettessimo di litigare in tv e fingere di essere due estranei»
Se smettessimo di fingere di non amarci, è quello che omette.
Lei sospira, chiudendo gli occhi per un istante. «Sempre» risponde cogliendolo di sorpresa.
La sua sincerità aveva il potere di distruggere e di creare e in questo momento le sue parole potevano cambiare il mondo.
«E?»
«Noi non viviamo nel regno del mare e la nostra vita non è un fottuto cartone Disney» risponde, stringendo le labbra insieme. «Non staremmo facendo questo» aggiunge, mentre ruota la testa suo verso il suo collo accarezzando con le labbra la pelle. La mano scivola verso il basso, accarezzandogli il petto ma poco prima di insinuarla sotto le lenzuola e raggiungerlo, Néstor la blocca.
Era sempre così con lei, quando si sentiva messa all’angolo trovava il modo di attaccare prima di essere attaccata.
Erano settimane che continuavano a girare intorno alla questione e, ora, come al solito, non appena si era resa conto che si stava mettendo in un territorio pericoloso, utilizzava il sesso come moneta di scambio per distrarlo, e solitamente sarebbe stato un pretesto più che buono per lasciare andare ogni questione, ma oggi no. Questa volta non glielo avrebbe permesso.
Le avrebbe tirato fuori la testa dalla sabbia, costi quel che costi.
Cerca di liberare il polso dalla sua presa. Strofina il naso sotto il suo orecchio per poi lasciare un bacio umido nello stesso punto. Néstor non cede di un millimetro tenendo ferma la mano all’altezza della sua vita.
Al secondo tentativa sbuffa spazientita.
«È complicato, lo sai»
Complicato.
La sua parola preferita.
Di nuovo questo termine che sembra essere diventato il sottotitolo della loro relazione.
Sempre che questo tocca e fuggi continuo si possa definire una relazione.
È sempre tutto complicato.
Mai una volta che le cose possano filare lisce.
Odia la sua cupa valutazione.
Sa che è la verità e che il partito la allontanerebbe subito. Anche prima di subito.
A letto col nemico.
Che vergogna.
Che scandalo.
A quanto pare puoi avere un cancro terminale che corrode giorno dopo giorno la tua vita, ma non ti è concesso di vivere liberamente la tua vita.
Il cancro sì, il medico sindacalista no.
Che ipocrisia.
Ripiombano di nuovo nel silenzio e rimangono seduti lì, l'uno nelle braccia dell'altro, sospesi nella piccola bolla che li protegge dalla realtà.
«Complicato per chi?» Solleva le sopracciglia in una domanda non così silenziosa. «La commissione non può dirmi più nulla, non sono più il tuo medico»
«No, non lo sei più» La sente muoversi al suo fianco come se cercasse una posizione meno scomoda. Ma nessuna posizione avrebbe reso meno scomode le sue parole. «Ma questo non cambia nulla. Non ci è concesso il beneficio del dubbio» scuote leggermente la testa mentre si solleva dandogli le spalle. «Ci siamo salvati a mala pena per quella maledetta foto uscita durante la campagna elettorale, figurati se adesso rendessimo pubblica la nostra relazione» solleva le braccia passandosi le mani tra i capelli. «Sarebbe come urlare a tutta Valencia che abbiamo mentito. Smentire una foto poco più di un mese fa, per fare cosa? Come….» Fa cadere nuovamente le braccia al suo fianco che a contatto con il materasso producono un rumore sordo. «Non possiamo farlo. Non ora»
«Non ora o non mai?»
Patricia ruota il suo corpo inclinando la testa di lato. «Néstor…» nelle sue parole c’è una supplica velata. Ti prego di non farmi questo.
«È per la mia posizione politica?» chiede e mentre lo fa si sposta anche lui, sedendosi a sua volta. «Se non importa a te, perché mai dovrebbe importare a loro?»
«Perché io sono loro, Néstor» sbotta infastidita.
«No, per prima cosa tu sei una persona che ha il diritto di vivere la sua vita, senza restrizioni, senza vincoli, senza limiti imposti» lei lo guarda di traverso, le parole si bloccano nella gola come un boccone amaro. «Sai, delle volte penso che tu non voglia superare questi limiti e non fai altro che ingrandire il cerchio in cui sei intrappolata».
«Questo non è vero» replica lei con un filo di voce.
Lo sguardo sarcastico che le rivolge parla più di mille parole. Sembra dirle: dimostrami che mi sbaglio.
Un silenzio pesante si allunga tra loro catturando tutta l’aria della stanza. Il pomeriggio appena passato a rotolarsi nel letto è ormai dimenticato. Un ricordo lontano.
«Non ho voglia di litigare» dice Patricia mentre raccoglie il lenzuolo per coprirsi il petto, sentendosi improvvisamente troppo esposta. Cercando nel lenzuolo freddo uno scudo con cui proteggersi.
«Non stiamo litigando, Patricia» allunga le braccia in avanti, posando la mani sulle sue ginocchia. «Stiamo parlando. Le coppie lo fanno, sai?» Alza le sopracciglia con un sguardo divertito. «La chiamano comunicazione».
«Mpf» lei ridacchia, sbuffando l’aria fuori dal naso.
Cerca il suo sguardo, mentre Patricia, assorta, continua a fissare il lenzuolo. Con le dita ne accarezza le pieghe, provando ad appiattirne la trama stropicciata. «Non è litigare solo perché non sei tu a tenere le redini del gioco»
Néstor fa un sospiro profondo. Sulle spalle il peso di una conversazione che rimandano da troppo tempo. Non voleva costringerla, non sarebbe stato lui a imporle altri limiti da rispettare, ma aveva bisogno di sapere che si trovavano sulla stessa lunghezza d’onda e che non era l’unico ad essere saltato su un treno in corsa senza guardarsi indietro.
Alza una mano e le accarezza una guancia, riconquistando lo spazio che li divide. Al contatto Patricia alza la testa, bloccando i loro sguardi insieme.
«Scegliere significa includere delle cose ed escluderne altre…» trattiene il respiro per un momento ingoiando i dubbi e le paure che lo accompagnano da mesi. L'attimo di pausa tra le parole le attanaglia le viscere. «Io ho scelto te».
Ho scelto te.
Le parole, dense, fluttuano per un istante tra di loro, occupando tutto lo spazio. Si annidano nella mente e poi scivolano tra lo sterno e le scapole, dove trovano il loro posto.
Ho scelto te.
Il cuore si riempie e il cervello si svuota.
Ha scelto me.
Patricia respira sottovoce, mentre il cuore batte a squarciagola. Non riesce a fare nulla tranne che cercare di trattenere le lacrime che si accumulano agli angoli degli occhi.
Néstor le passa il pollice sulla guancia, accarezzandola, e con il movimento lento raccoglie con il polpastrello una lacrima sfuggita alla rete delle ciglia. «Non devi scegliere ora. Ti chiedo solo di ingrandire il cerchio e lasciarmi lo spazio per entrare. Per entrare davvero. Non voglio rimanere seduto sul bordo»
Patricia tira su con il naso passandosi una mano sugli occhi. Stringe le labbra insieme, bloccandole tra i denti, nel tentativo di sopprimere la miriade di emozioni che la sta travolgendo.
Non vuole piangere, non ora, non davanti a lui. Ma le sue parole continuano a risuonare nella testa e scorrono come un fiume in piena che rompe gli argini, portando a galla tutte le emozioni represse.
Néstor solleva anche l’altra mano incastrando il volto tra i palmi e poi si muove in avanti permettendo ai loro nasi di sfiorasi. «Non piangere» le sussurra sulle labbra.
Patricia sta per rispondere, ma un singhiozzo le sfugge al posto delle parole.
«Ssh» bisbiglia, «Sta tranquilla».
Le sue mani scivolano dal viso di lei fino alla nuca; con una leggera pressione, l'attira a sé, stringendola in un abbraccio contro il petto.
Patricia si abbandona all'abbraccio e al calore del suo corpo. In un attimo, ogni barriera che aveva meticolosamente eretto intorno a sé per anni sembra sciogliersi.
«Posso aspettare. Per te posso farlo. Ma questa conversazione è solo rimandata.» Mormora piano, baciandole i capelli. «Per ora.»
«Per ora» ripete lei, con gli occhi ancora lucidi.
Sono accoccolati nuovamente l’uno accanto all’altro, immersi nella luce blu della televisione che proietta le sue ombre su entrambi. La musica di sottofondo accompagna le scene sullo schermo.
L'incantesimo è spezzato: Ariel emerge dalle acque, finalmente umana, con indosso un abito scintillante, mentre il Re Tritone, con un gesto di amore e accettazione, le ha donato le gambe per sempre. Il regno sommerso e quello terrestre sono finalmente in pace.
Un sorriso ironico gli affiora sulle labbra mentre coglie il parallelismo tra la loro situazione e il cartone della Sirenetta; si prende in giro da solo per un paragone così infantile.
Ma osservando il bacio tra Eric e Ariel, il suo cuore è stretto da una speranza profonda: trovare quella stessa serenità, un giorno, e poter amare quella donna alla luce del sole, senza doversi più nascondere. Di trovare un giorno il loro spazio, il centro esatto in cui poter esistere e smettere di sentirsi sbagliati.
Le accarezza le spalle nude e sospira pensieroso. Il respiro di Patricia è lento e regolare, un piccolo soffio caldo sulla sua pelle. Sente la curva morbida della sua guancia e la consistenza setosa dei suoi capelli. La leggerezza del suo corpo addormentato accanto al suo crea un piccolo, privato rifugio dal mondo esterno.
Un sorriso tenero gli tira gli angoli della bocca e non può fare a meno di pensare che il viso di Patricia appoggiato nell’incavo del suo collo è il pezzo mancante al puzzle sconnesso della sua vita, la chiave di tutto, il centro della circonferenza.
