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Language:
Italiano
Stats:
Published:
2026-02-17
Updated:
2026-02-17
Words:
6,282
Chapters:
1/?
Kudos:
3
Hits:
69

Cassiopea

Summary:

Patricia è una giovane funzionaria del partito e ha scalato le gerarchie politiche con determinazione e intelligenza. Néstor è un medico sindacalista che combatte ogni giorno in prima linea tra le corsie d'ospedale. Due mondi distanti, destinati a scontrarsi e fondersi dopo un incontro fortuito a un gala di beneficenza. Da quella sera, l'equilibrio delle loro esistenze si spezza, trascinandoli in un legame indissolubile che riscriverà per sempre il loro destino.

Notes:

Néstor non è mai stato sposato e Patricia non è malata di cancro e non è ancora la Presidenta della Generalitat Valenciana.

(See the end of the work for more notes.)

Chapter 1: Un galà di beneficienza

Chapter Text

 

«Patricia! Sbrigati o faremo tardi»

 

«Cinque minuti» arrivò un urlo ovattato dal bagno, accompagnato dal rumore di qualcosa che cadeva a terra.

 

«Sì, questo l’hai già detto dieci minuti fa» replicò Emilio, mentre si passava un dito sotto il cinturino dell’orologio, spostando la fibbia per la terza volta.

 

«Ho solo un piccolo problema tecnico»

 

«Cosa?» chiese lui esasperato, aprendo la porta del bagno. Si bloccò sulla soglia, le sopracciglia che schizzavano verso l'attaccatura dei capelli. «Ma... Patricia, sei ancora in mutande?»

 

Lei non rispose subito. Fissava il pavimento con le spalle curve, sfregandosi freneticamente le mani sulle cosce nude. «Volevo mettere questo collant shaping ma ho dovuto toglierlo…» mormorò sconsolata, indicando il groviglio scuro ai suoi piedi. «Perché va bene shaping, ma anche breathing non è male»

 

Emilio continuava a fissarla, appoggiato con il fianco al telaio della porta, l’irritazione che sfumava in una rassegnata tenerezza.

 

«La commessa mi aveva assicurato una compressione graduata, ma questo è una gabbia di ferro. Mi sono sentita mancare l’aria dopo aver superato il ginocchio» aggiunse lei, scalciando via il nylon con la punta del piede come se fosse un serpente velenoso.

 

Si guardarono per alcuni secondi, Patricia seduta sconsolata sul bordo della vasca con i capelli ancora parzialmente raccolti, ed Emilio ancora fermo nella stessa posizione, prima di scoppiare a ridere.

 

«Patricia tu non hai bisogno di un collant modellante» 

 

«Facile parlare per te, che risolvi tutto con un po' di dopobarba e un completo scuro», ribatté lei lasciandosi scivolare all’indietro, affondando il sedere nella vasca vuota e lasciando le gambe a penzoloni sul bordo. «Cosa ne sai tu del penso delle aspettative… dei problemi di noi donne?»

 

Emilio accennò un sorriso, si chinò e raccolse i collant dal pavimento. Li appallottolò con un gesto secco e, con un tiro da cestista esperto, fece canestro nel cestino del bagno. «Quello che ti serve non è una guaina contenitiva». Allungò la mano, afferrando quella dell'amica per rimetterla in piedi con uno strattone deciso. «L’unica cosa di cui hai bisogno è di una bella dose di autostima e un bel paio di scarpe. Di quelle di cui ti innamori dopo solo tre secondi e maledici in aramaico nei successivi cinque»

 

La spinse fuori dal bagno, guidandola verso la camera da letto dove i riflessi dorati del tramonto incendiavano le tende di lino. La fece sedere sul letto e con un gesto teatrale fece scorrere le ante della sua imponente cabina armadio. All’interno, l’odore di legno di cedro e profumo costoso avvolse la stanza. 

 

Iniziò a far scorrere le grucce con dita veloci e sapienti, producendo un ritmico clic-clic metallico. Scartò un abito di paillettes che definì «decisamente troppo anni '80 anche per un revival», ignorò un tubino nero «adatto solo a un funerale di lusso» e finalmente si fermò. Estrasse un vestito in seta verde smeraldo, un tessuto fluido che sembrava scivolare tra le dita come acqua.

 

«Metti questo», disse voltandosi con un sorriso complice e un lampo di orgoglio negli occhi. Adagiò la seta fresca sulle gambe di Patricia, facendo un passo indietro per studiare l'effetto. «Dimentica le armature di nylon. Con questo addosso non camminerai, fluttuerai. Sembrerai una dea che sorge dalle acque, con la differenza che tu avrai una borsa coordinata e un carisma che una statua di marmo non può nemmeno sognarsi». 

 

Patricia si alzò, avvicinandosi allo specchio a figura intera con l'abito appoggiato alle spalle. Iniziò a studiarsi, voltandosi di tre quarti, mentre il verde smeraldo accendeva improvvisamente i suoi riflessi.

 

«E poi», continuò lui, puntando alla scarpiera come un predatore punta la preda, «passeremo all'artiglieria pesante». Spalancò i cassetti retroilluminati finché non trovò il tesoro: un paio di Manolo Blahnik in raso blu elettrico, con la fibbia gioiello che catturava ogni frammento di luce. Erano il tocco finale, l'elemento che avrebbe trasformato quel vestito da splendido abito a opera d’arte. 

 

Reggendo le décolleté come se fossero reliquie sacre, si inginocchiò davanti a lei e le depose ai suoi piedi nudi. «Stasera, Patricia, non dovrai comprimere la tua anima in un collant: sarai una divinità. E le divinità non hanno bisogno di respirare a fatica per essere perfette»

 

Patricia rise guardando l’amico inchinato sul pavimento vicino ai suoi piedi. 

 

«Mmh…» poi continuò a studiare il proprio riflesso, con le labbra strette in un dubbio che non voleva sciogliersi. «Questo verde? Sei sicuro che non mi faccia sembrare un’alga alla deriva?»

 

«Fidati di me, donna di poca fede» rispose Emilio, alzandosi in piedi e tornando alla sua altezza. «Questo vestito è la perfezione» aggiunse dando un colpetto con la spalla contro la sua in un gesto di rassicurante complicità.

 

«E va bene, sia fatta la tua volontà», cedette lei. 

 

Con un fruscio rapido, aprì la zip dell’abito che teneva tra le mani; la seta scivolò via come un soffio, afflosciandosi morbida ai suoi piedi in una pozza smeraldina. Con un gesto fluido ed esperto, Patricia lo infilò, facendolo risalire lungo le lunghe gambe e i fianchi finché il tessuto non trovò la sua dimora naturale. Si slacciò il reggiseno con una mossa secca e, voltandogli le spalle, offrì la schiena nuda all’amico. 

 

«Aiutami con questi», mormorò, indicando la fila di minuscoli bottoni di seta che correvano lungo la scollatura profonda. 

 

Emilio iniziò a chiudere i bottoni uno a uno, le dita agili che si muovevano con la precisione di un sarto d'alta moda.

 

«Sappi che ti ho concesso pieni poteri solo perché la situazione è disperata e perché mi hai paragonata ad Afrodite».

 

Emilio alzò un sopracciglio, mentre un sorriso di scherno gli tirava gli angoli della bocca. «In qualità di tuo consigliere e miglior amico, mi sento in dovere di aiutarti ad affrontare questa crisi di isteria. Ora smettila di frignare e lamentarti su quanto ingiusta sia la tua vita e finisci di vestirti».

 

Patricia continuò a fissarlo attraverso lo specchio, un sorriso divertito che le illuminava lo sguardo. Si passò una mano tra i capelli, cercando di domare un ciuffo ribelle che era sfuggito al fermaglio d'argento.

 

«E comunque, per la cronaca, non ti ho mai paragonata ad Afrodite» sussurrò Emilio, mentre tornava a immergersi nel labirinto di ripiani della cabina armadio alla ricerca del tocco finale. «Al massimo saresti potuta essere Euriale».

 

«Euriale?» ripeté lei, inarcando un sopracciglio perfettamente disegnato. «E chi sarebbe, una ninfa dei boschi?»

 

Emilio riemerse dall’oscurità dell’armadio stringendo tra le mani una micro-pochette tempestata di paillettes blu notte, dell’esatta, magnetica sfumatura delle Manolo. Le lanciò un’occhiata maliziosa da sopra la spalla. «Una delle Gorgoni della mitologia greca, cara. Tradotto per i profani: una perversa sessuale.» 

 

Patricia scoppiò in una risata sonora. «Che cretino che sei»

 

«È la pura verità»

 

Afferrò un secondo fermaglio, leggermente più lungo del primo e con un movimento fluido fissò l’ultima ciocca, spostando poi i capelli di lato. 

 

Ecco, ora erano decisamente perfetti.

 

«Euriale, eh? Beh, di sicuro lei non aveva bisogno di collant contenitivi per conquistare gli uomini».

 

«Esattamente», rispose Emilio, porgendole la pochette blu come se le stesse consegnando le chiavi di un regno. «Ora, smetti di ammirarti o finirai per innamorarti del tuo riflesso e non usciremo mai più». 

 

Lei s’infilò le Manolo con una grazia che solo dieci minuti prima sembrava impossibile. Il raso blu brillava contro la pelle nuda e la fibbia gioiello lanciava lampi di luce ad ogni passo. Patricia si diede un’ultima occhiata: l’abito verde smeraldo fluiva intorno al suo corpo snello come un incantesimo, e la schiena scoperta, chiusa da quei minuscoli bottoni di seta, le dava un'aria regale e pericolosa al tempo stesso. 

 

«Sono pronta», dichiarò, raddrizzando le spalle e piantando lo sguardo in quello dell’amico. 

 

«Finalmente. Abbiamo solo venti minuti di ritardo, un record assoluto visto le condizioni in cui ti ho trovata» commentò lui controllando l’orologio. 

 

Si infilò il cappotto e uscirono dalla camera lasciandosi alle spalle il campo di battaglia: i collant “gabbia di ferro” ancora abbandonati nel cestino del bagno, i vestiti scartati accatastati uno sull’altro sul pouf della cabina armadio e il profumo costoso che aleggiava nell’aria. 

 

Mentre attraversavano il corridoio, il ticchettio dei tacchi di Patricia sul parquet risuonava come un ritmo di guerra e seduzione. 

 

Arrivati alla porta, Emilio le aprì il passaggio e lei uscì sul pianerottolo, avvolta dal fresco della sera. Prima di chiudere la porta, lui le sussurrò all’orecchio: 

 

«Ricorda, se i piedi iniziano a bruciare, cerca di soffrire con la dignità di una Gorgone, non di una mortale». 

 

Patricia gli lanciò un’occhiata di fuoco, poi sorrise, sicura e radiosa. «Tranquillo, Emilio. Stasera non ho intenzione di camminare. Ho intenzione di fluttuare». 

 

Le porte dell'ascensore si chiusero su di loro, pronti a conquistare la città.

 

—————————

 

«Palau de les Arts Reina Sofia» disse Emilio, non appena si sedettero sui sedili logori del taxi, con la voce che vibrava dell’eccitazione del pre-serata.

 

L’autista, un uomo sulla cinquantina con il volto segnato da anni di turni notturni, si limitò a un cenno secco del capo. Con un gesto svogliato, schiacciò l'ultima cicca in un posacenere già colmo di mozziconi, poi ingranò la marcia e partì. L'auto si immerse come un proiettile nel flusso frenetico di Valencia. Nonostante l’ora tarda, la città pulsava ancora di vita: un fiume di luci rosse e fari bianchi che si riflettevano sulla carrozzeria lucida mescolandosi al riflesso intermittente delle luminarie natalizie. 

 

Le strade erano un ricamo di oro e argento: enormi archi di luce scavalcavano i viali, mentre i rami degli alberi spogli erano avvolti da migliaia di micro-led bianchi che brillavano come polvere di stelle.

 

L’aria fredda e secca della notte filtrava da una crepa del vetro del finestrino, raffreddando l’abitacolo nonostante l’aria condizionata impostata al massimo dei suoi gradi. 

 

In quel microcosmo di finta pelle e aria viziata, tra il coro stonato dei clacson e le frenate brusche sull'asfalto lucido, esplosero le note di Should I Stay or Should I Go. La voce ruvida di Mick Jones e il graffio della sua chitarra solista riempirono lo spazio, portando con sé l’energia ribelle dei The Clash. 

 

Patricia si voltò verso Emilio, mentre le luci dei lampioni e i riflessi colorati delle decorazioni natalizie danzavano sui suoi orecchini e sulla seta verde dell'abito. Si chinò verso di lui e, con quel piccolo movimento, il suo profumo si mescolò all'aria frizzante che entrava dal vetro.

 

«Questa è una delle mie canzoni preferite» sussurrò al suo orecchio.

 

«Lo so», rispose lui, incrociando il suo sguardo e accennando un sorriso complice. Sapeva tutto di lei, anche il ritmo esatto del suo cuore quando partiva quel riff di chitarra. 

 

«Cerca di non farti ipnotizzare troppo da Mick Jones», la stuzzicò Emilio, distogliendo lo sguardo dalle luci che sfrecciavano fuori dal finestrino. «Ti ricordo che tra meno di dieci minuti scenderemo davanti al Palau de les Arts e non ci saranno i Clash ad accoglierti, ma la crema della politica valenciana». 

 

Patricia sospirò, giocherellando con la pochette di paillettes. «Sempre il solito guastafeste». 

 

«Sono il tuo cosigliere e il tuo salvatore estetico, c’è una bella differenza», ribatté lui, raddrizzandosi il nodo della cravatta con precisione millimetrica. Il tono si fece improvvisamente più affilato, perdendo la leggerezza di poco prima. «Stasera è fondamentale, Patricia. Questa non è una semplice cena di Natale. Tra quei buffet di crudi e i calici di champagne, si decidono le prossime liste elettorali. Ci sono i pezzi grossi del partito che aspettano solo un tuo passo falso per etichettarti come “acerba”, e ci sono i finanziatori – medici chirurghi che spostano voti e avvocati che scrivono leggi – che devono capire che sei tu il cavallo su cui puntare». 

 

Patricia guardò fuori, dove la sagoma bianca e futuristica dell'edificio di Santiago Calatrava iniziava a svettare contro il cielo nero illuminata come un'astronave pronta al decollo. 

 

«Quindi», continuò Emilio, inchiodandola con lo sguardo, «evita di fare cazzate, intesi? Ci saranno persone che possono trasformare i tuoi progetti in realtà o seppellirli sotto una montagna di scuse educate. E, per l'amor del cielo, non farti trascinare in dibattiti filosofici dal Segretario Regionale dopo il terzo drink. Devi essere un bisturi: precisa, fredda e indispensabile». 

 

Lei ridacchiò, sentendo una scarica di adrenalina mischiarsi al peso della responsabilità. 

 

«Promesso. Niente attacchi di onestà brutale e sorrisi di circostanza anche per i peggiori dinosauri del Consiglio comunale». 

 

«Ecco, brava. Sfoggia quel carisma da “divinità della politica" e usa l'abito verde come un'arma di distruzione di massa. Se giochi bene le tue carte, entro mezzanotte avrai più consensi tu che un decreto svuota-carceri». Emilio le prese la mano per un istante, stringendola con forza. «Sei una forza della natura, Patri. Ma stasera, cerca di essere una forza della natura». 

 

Il taxi accostò con una frenata brusca proprio davanti alla scalinata illuminata, dove il tappeto rosso sembrava una lingua di fuoco pronta a inghiottirli. All'ingresso svettava un albero di Natale maestoso, una piramide di luci bianco freddo alta quasi dieci metri. Migliaia di cristalli appesi ai suoi rami riflettevano i fari delle auto e il riverbero delle insegne, creando un’aura magica.

 

Il taxi si fermò con un ultimo sussulto. Emilio scese per primo, raddrizzandosi la giacca, e con un gesto fluido le offrì la mano, mostrando la solennità di un cavaliere che scorta la sua regina in battaglia. 

 

Quando Patricia posò il primo sandalo blu sul tappeto rosso, il mondo sembrò rallentare. Il vento della notte valenciana le sferzò l'abito, facendo aderire la seta verde smeraldo alle gambe e rivelando la fluidità della sua silhouette. Non c’erano più i dubbi del bagno, né le tracce della ragazza rannicchiata nella vasca: ora c’era solo la donna donna decisa a scalare le vette del partito. 

 

Mentre risaliva i gradini, Patricia avvertì gli sguardi degli uomini in smoking e delle donne in abito da sera che sostavano nell’atrio. Sentì il mormorio dei suoi colleghi che interrompevano le loro conversazioni private per seguirla con gli occhi. Sapeva cosa stavano cercando: il difetto nel suo aspetto, l’incertezza nel passo, la conferma che dietro quel viso angelico potesse esserci la fermezza necessaria per gestire una segreteria politica. 

 

Ma Patricia non abbassò lo sguardo. Ogni passo, scandito dal ticchettio secco dei tacchi sul pavimento, era una dichiarazione di guerra al pregiudizio. Camminava fiera, il mento alto e la schiena dritta, decisa a dimostrare che l’intelligenza non ha bisogno di nascondersi dietro un tailleur castigato per essere autorevole. La sua bellezza non era un ornamento, ma una corazza. Poteva discutere di riforme strutturali e bilanci regionali mentre incantava la platea con un solo sorriso. 

 

«Li hai già messi all'angolo senza dire una parola», le sussurrò Emilio al fianco, mantenendo un'espressione imperscrutabile. 

 

«Non hanno ancora visto niente», rispose lei a fior di labbra, senza smettere di sorridere ai flash dei fotografi all’ingresso. 

 

Varcò la soglia del salone principale come una forza della natura, pronta a tessere la sua rete di alleanze con la grazia di una ninfa e la freddezza di uno stratega. Quella sera, il partito avrebbe capito che Patricia non era solo una promessa: era il futuro, ed era fottutamente splendida. 

 

Appena varcata la soglia, tra il tintinnio dei cristalli e l'odore di gigli bianchi, Patricia vide avanzare verso di lei Carlos Ventura. Quarant’anni di cinismo, un sorriso che sembrava una ferita aperta sul volto abbronzato e la sgradevole abitudine di considerare il partito come il suo giardino privato, in cui nessun fiore poteva sbocciare senza il suo permesso. 

 

«Patricia! Ma guarda che incanto», esordì lui, allargando le braccia mentre i suoi occhi percorrevano l'abito verde smeraldo con una condiscendenza viscida, che lei percepì sulla pelle come uno schiaffo. «Sei così splendida che quasi ci si dimentica che sei parte integrante del partito. Ma che dico: il fiore all’occhiello!»

 

Carlos, con i suoi capelli brizzolati e quel sorriso troppo bianco, era l'emblema della vecchia guardia del partito: quella che considerava le donne giovani come utili ornamenti elettorali, ma mai come pari. Il tono era mellifluo, intriso di quel finto complimento usato per relegarla al ruolo di segretaria che fa le fotocopie. Intorno a loro, il brusio si attenuò; un paio di volti noti del direttivo si scambiarono sguardi d’intesa, fermandosi a debita distanza per godersi lo spettacolo del veterano che metteva al suo posto la debuttante.

 

Patricia, però, non sbatté ciglio. Sostenne lo sguardo di Ventura con una fermezza che lo spiazzò, mantenendo sulle labbra un sorriso gelido che non arrivava agli occhi. 

 

«Grazie, Carlos. È il vantaggio dell'efficienza: riesco a studiare i dossier sui flussi logistici e a scegliere l'abito giusto nello stesso arco di tempo che tu impieghi per decidere quale nodo della cravatta nasconda meglio il fatto che hai riciclato l’emendamento dal tuo vicino di banco». 

 

Il sorriso di Ventura vacillò, un tremolio impercettibile che ne tradì l'irritazione.«Sempre così pungente. Speriamo che questa... esuberanza non finisca per bruciarti. La politica richiede moderazione, cara, non solo una bella presenza e la lingua affilata».

 

Patricia appoggiò una mano sul fianco. Il tessuto si tese sotto il palmo, enfatizzando i fianchi magri e la vita stretta. 

 

«La politica richiede risultati, Carlos. E mentre tu ti preoccupi che io sia troppo appariscente, io mi preoccupo che i tuoi interventi in aula siano troppo vuoti» ribatté lei. Fece un passo avanti, invadendo il suo spazio vitale e sfiorandogli appena il braccio con la pochette di paillettes blu, «Se i veterani mi considerano il loro fiore all’occhiello, è perché vedono in me qualcuno che non ha paura di farsi notare. Dovresti ringraziarmi: porto un po' di sostanza dove di solito regna solo la polvere».» 

 

Lo lasciò lì, impietrito, con il calice di spumante sospeso a mezz'aria e un'espressione che oscillava pericolosamente tra la furia cieca e lo sdegno impotente. 

 

Senza voltarsi, Patricia proseguì verso il centro della sala, sentendo lo sguardo di Emilio che, un passo dietro di lei, approvava in silenzio ogni parola. 

 

Quando la raggiunse le sussurrò alle spalle: «Uno a zero per Euriale»,

 

Patricia accennò un sorriso, un guizzo di pura malizia che le illuminò il profilo mentre salutava con un cenno del capo un assessore regionale.

 

«Ora andiamo a cercare il nostro tavolo», mormorò senza quasi muovere le labbra, «Ho un disperato bisogno di una sedia e di bere»

 

Posarono le giacche e si addentrarono nel cuore della festa. 

 

L’atmosfera del Palau de les Arts era intrisa di un lusso ovattato e festivo. Lungo il perimetro del salone, diversi alberi di Natale, alti e slanciati, erano decorati con soli cristalli trasparenti che riflettevano le luci della sala come prismi ghiacciati. Mentre avanzavano, Patricia intercettò un cameriere di passaggio e accettò un flûte di Cava gelido; Emilio imitò il suo gesto con la fluidità di chi si sente perfettamente a proprio agio in quell’ambiente. 

 

In un angolo della stanza, un pianoforte a coda in legno scuro sprigionava note jazz soffuse, una melodia liquida che si intrecciava al brusio delle conversazioni e al profumo dei gigli bianchi. Sui tavoli, la luce elettrica cedeva il passo al calore delle candele.

 

Decine di candele bianche, protette da cilindri di vetro, ardevano su ogni tovaglia, facendo tremolare le ombre dei commensali e accendendo riflessi dorati sui calici.

 

Patricia raggiunse finalmente il loro posto assegnato e si lasciò cadere su una sedia imbottita di velluto scuro. Il contatto con il tessuto morbido fu un sollievo benedetto. Appoggiò il bicchiere sul tavolo. 

 

Circondata dal calore delle fiamme e dal riverbero degli alberi di Natale, si concesse un respiro profondo, assaporando la felicità di essere qui questa sera.  

 

Incrociò le gambe con un fruscio di seta, lasciando che una delle Manolo Blahnik dondolasse pericolosamente sulla punta del piede. 

 

«Ok, ora posso respirare», mormorò lei, prendendo un sorso generoso di spumante. Le bollicine ghiacciate sembravano lavare via il fiele lasciato dalle parole di Ventura. 

 

Emilio si protese in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo con un’eleganza rilassata. Non guardava lei, però. Il suo sguardo era fisso verso l’angolo destro della sala, dove il pianista stava accarezzando i tasti con una malinconia magnetica. 

 

«Dimentica Carlos e i suoi emendamenti preistorici», sussurrò Emilio, socchiudendo gli occhi. «Guarda il ragazzo al pianoforte. Dovrebbe essere illegale essere così talentuosi e avere contemporaneamente quel profilo». 

 

Patricia si voltò leggermente. Il pianista era un giovane dai capelli scuri e spettinati ad arte, con le maniche della camicia bianca arrotolate sugli avambracci che si muovevano con una forza controllata sopra l'avorio dei tasti. La luce delle candele vicine al bar gli scavava gli zigomi, rendendolo simile a un ritratto dell’Ottocento. 

 

«Niente male», ammise lei con un sorriso divertito, tornando a guardare l'amico. «Molto poetico. Ma temo che se continui a fissarlo così, il ghiaccio nel tuo bicchiere si scioglierà per combustione spontanea». 

 

«Scherzi?», ribatté Emilio, finalmente voltandosi verso di lei con un lampo nello sguardo. «Guarda come tocca quei tasti. Uno così non suona solo la musica, la seduce. Se non fossi impegnato a fare da babysitter alla futura leader di questo paese, sarei già lì a chiedergli se nel suo repertorio c'è qualcosa di abbastanza lungo da permettermi di ottenere il suo numero». 

 

Patricia rise sottovoce, godendosi quella leggerezza che solo Emilio sapeva regalarle. «Vai pure, Emilio. Posso gestire i dinosauri del partito da sola per dieci minuti. Consideralo il mio regalo di Natale anticipato per averti costretto a infilarmi in questo vestito».

 

«Mph, forse più tardi andrò a scoprire se il pianista preferisce lo champagne o le conversazioni impegnate». 

 

Proprio mentre Emilio terminava la frase, il pianista eseguì un arpeggio cristallino e, con un movimento lento, sollevò il capo. I suoi occhi, scuri e intensi, non vagarono a caso per la sala: puntarono dritti verso il loro tavolo, fermandosi su Patricia con un’insistenza.  

 

Il ragazzo accennò un mezzo sorriso quasi impercettibile, continuando a suonare senza distogliere lo sguardo, come se le note fossero un filo teso tra lui e quella donna in verde smeraldo che brillava nel cuore della sala. 

 

Emilio, che aveva seguito tutta la scena con la precisione di un radar, sospirò teatralmente e posò il calice sul tavolo con un colpo secco. 

 

«Oh, andiamo! Ma è un complotto», sbottò, scuotendo la testa con una smorfia di finta disperazione. «È statisticamente impossibile. Esco con te, scelgo io il tuo abito, ti rendo una dea, e il risultato qual è? Che persino il ragazzo dei miei sogni, l'unico motivo di vero interesse di questa serata, decide di ignorare il mio impeccabile stile per fissare te». 

 

Patricia ridacchiò, sentendo il calore del Cava e del complimento implicito risalirle lungo il collo. «Non è colpa mia, è la seta che attira l’attenzione» 

 

«Non cercare di addolcire la pillola», ribatté lui, scoccando un'occhiata di sbieco al pianista. 

 

Patricia gli prese la mano sopra il tavolo, stringendola con affetto mentre continuava a percepire lo sguardo del ragazzo su di sé. «Magari sta solo cercando di capire chi è l'uomo di classe che mi accompagna». 

 

«Sì, certo, come no», mormorò Emilio, tornando a guardare il pianista con un misto di desiderio e rassegnazione. «Ora smettila di fare la modesta e goditi il momento. Hai un'intera sala di politici che ti teme e un pianista che ti dedica la colonna sonora della serata. Direi che la tua autostima può ritenersi ufficialmente guarita». 

 

La serata proseguiva con una fluidità inaspettata, sospesa tra il calore delle candele e il brusio vellutato del salone. Patricia mangiava con eleganza, assaporando le portate mentre scambiava battute veloci con Emilio. 

 

Tuttavia, proprio mentre rispondeva a una provocazione dell'amico, avvertì una sensazione familiare e magnetica: il peso di uno sguardo insistente. 

 

Spostò istintivamente lo sguardo oltre il pianoforte e, a due tavoli di distanza, lo vide. 

 

Era un uomo dall’aria risoluta, con uno smoking che sembrava cucito direttamente sulla sua pelle. Era seduto accanto a una donna dai capelli castani che gli parlava fitto all'orecchio, ma lui sembrava non ascoltare affatto. Nonostante fosse ufficialmente impegnato in quella conversazione sociale, i suoi occhi erano piantati su Patricia, seguendo ogni suo minimo movimento con un'attenzione quasi chirurgica.

 

«Patri, terra chiama Patricia», la richiamò Emilio, notando il suo improvviso irrigidimento e il modo in cui la forchetta era rimasta sospesa a mezz’aria, a pochi centimetri dalle labbra. Seguì la linea della sua visione e inarcò un sopracciglio. 

 

«Dimentica il pianista, tesoro. Il livello si è appena alzato», sussurrò Emilio, chinandosi verso di lei per non farsi sentire. 

 

Patricia tornò a guardare il proprio calice, rigirandolo tra le dita mentre le bollicine salivano veloci verso l'alto. 

 

«Emilio…» 

 

«Che c’è?»

 

«Smettila».

 

«Di fare cosa?» chiese lui con un sorriso d'innocenza fin troppo ostentata, sorseggiando il suo drink con una flemma irritante.

 

Patricia lo guardò di sbieco, gli occhi ridotti a due fessure scettiche sotto la luce tremolante della candela.

 

«Sto solo dicendo che è decisamente interessante», aggiunse lui con un sorrisetto malizioso, avvicinando ulteriormente il viso al suo. «Non ho idea di chi sia, ma è molto bello. Notevole, direi»

 

Patricia scosse leggermente il capo, raddrizzando la schiena. «Smettila, Emilio. Non sono qui per trovare un ragazzo, lo sai. È una festa ufficiale, non ho tempo per queste sciocchezze»

 

«Beh, questo non ti ha mai fermata prima» la stuzzicò lui, scoccando un'ultima occhiata d'apprezzamento allo sconosciuto. «E non lo definirei proprio una sciocchezza»

 

«Oh, per favore», disse lei, sentendo un calore improvviso salirle alle guance, un rossore impercettibile che cercò di mascherare dietro il calice. «Hai una così bassa considerazione di me?»

 

«Fidati, è tutto fuorché bassa» 

 

Entrambi risero insieme.

 

Il movimento delle mani della donna, seduta al tavolo con lo sconosciuto, catturò la sua attenzione. Si stava sporgendo verso di lui per sistemargli il colletto della giacca e poi con confidenza, gli sfiorò la guancia con un leggero bacio, prima di allontanarsi. 

 

A Patricia non sfuggì quel dettaglio.

 

Sostenne lo sguardo dell'uomo per un battito di ciglia di troppo, giusto il tempo di fargli capire che si era accorta della sua presenza e che sapeva benissimo a che gioco stava giocando. 

Distolse gli occhi con una lentezza studiata. 

 

Lei non era interessata a giocare. 

 

Si alzò, raddrizzando la schiena mentre la seta verde smeraldo scivolava fluida lungo i fianchi.  

«Vado un attimo a rinfrescarmi», disse a Emilio, sistemandosi con un gesto naturale la profonda scollatura posteriore. «Cerca di non farti arrestare per stalking visivo mentre non ci sono». 

 

Emilio sorrise aggiustandosi gli occhiali. 

 

La guardò incamminarsi verso l'uscita del salone. 

 

I tacchi battevano sul marmo con una cadenza sicura, consapevole che quello sguardo, a due tavoli di distanza, non l'avrebbe abbandonata nemmeno per un secondo. 

 

Quando Patricia tornò al tavolo, il clima era cambiato. Emilio non era più solo; era immerso in un dialogo serrato con l'assessore comunale, un uomo tarchiato dai capelli d'argento che gesticolava con vigore. 

 

Patricia si avvicinò con passo felino, il fruscio della seta verde che annunciava il suo ritorno prima ancora delle parole. 

 

«Assessore, spero che Emilio non la stia tediando troppo con le sue teorie estetiche sulla pianificazione urbana», esordì lei con un sorriso radioso, scivolando con naturalezza nella conversazione. 

 

L'assessore ricambiò il saluto con un cenno carico di rinnovata stima. «Ti prego chiamami Alfonso, te l’ho già detto, non c’è bisogno di tali stupidi formalismi tra noi»

 

Patricia annuì con uno sguardo d’intesa. 

 

Parlarono per qualche minuto del successo della serata, tra i riflessi degli alberi di Natale e il calore delle candele che iniziavano a consumarsi. Quando l'uomo si congedò con un augurio cordiale, Patricia si voltò verso il suo amico, gli occhi che tradivano una stanchezza mista a soddisfazione. 

 

«Emilio, io batto in ritirata. Sono distrutta. Ho intenzione di affondare nel letto entro venti minuti», sussurrò, poggiandogli una mano sulla spalla. 

 

Lui fece per alzarsi, ma lei lo bloccò con un gesto deciso. «No, resta pure, non serve che mi accompagni. Domani mi chiami e mi racconti tutto»

 

Emilio sorrise. 

 

«Sarò le tue orecchi e i tuoi occhi» 

 

Patricia gli scoccò un bacio sulla guancia e si diresse verso l'uscita, pronta a lasciarsi alle spalle le luci della festa per il silenzio della notte. 

 

S’incamminò lungo l’infinito corridoio del Palau de les Arts, dove le pareti bianche e sinuose parevano stringersi intorno a lei in un abbraccio marmoreo. Il ticchettio ritmico dei tacchi risuonava nel vuoto, amplificato dal silenzio che regnava lontano dal frastuono della festa. La seta verde smeraldo le sfiorava le caviglie a ogni passo, fresca e leggera come l'aria della notte che l'aspettava fuori. 

 

Dopo pochi passi raggiunse l'area degli ascensori, un blocco di acciaio e vetro che brillava sotto i faretti incassati. Premette il pulsante di chiamata e attese, sentendo finalmente la stanchezza sciogliersi nelle spalle. Quando le porte si aprirono con un rintocco metallico, Patricia entrò nella cabina specchiata, circondata dal proprio riflesso. 

 

Si voltò verso la pulsantiera e premette il tasto del piano terra. Le ante iniziarono a scorrere l'una verso l'altra, riducendo la visione del corridoio a una sottile fessura di luce. Ma, proprio un istante prima che il meccanismo si serrasse del tutto, una mano maschile, ferma e decisa, si intrufolò nello spazio residuo. 

 

I sensori reagirono immediatamente e le porte tornarono a spalancarsi con un sibilo soffocato.

 

«Ahi. Questo mi insegnerà a non mettere le mani dove non dovrei» esordì l'uomo, ritraendo le dita con un gesto calmo, per nulla turbato dal piccolo incidente.

 

Patricia sollevò lo sguardo, il cuore che accelerava impercettibilmente sotto il corpetto di seta.

 

«Qualcosa mi dice che non imparerai» replicò lei, la voce ferma ma carica di una sottile ironia.

 

L'uomo accennò un sorriso, lo stesso che le aveva rivolto da lontano, e varcò la soglia, portando con sé un profumo magnetico — una nota secca di tabacco conciato e legno di sandalo — che saturò istantaneamente lo spazio ristretto della cabina. 

 

Al suo fianco non c'era più traccia della donna dai capelli castani

 

Le porte si chiusero con un rintocco sordo e l’abitacolo riprese il suo viaggio verso il basso, scivolando nel silenzio, interrotto solo dal ronzio dei motori.

 

«Sai… è stata una mossa un po’ rischiosa la tua» mormorò lui, voltandosi leggermente verso di lei mentre le luci dei piani scorrevano veloci sul pannello metallico.

 

Patricia inarcò un sopracciglio, mantenendo il mento alto nonostante la vicinanza. «Quale, scusa?»

 

«Non esserti presentata prima di andartene» 

 

Lei accennò un sorriso obliquo, quello che Emilio avrebbe definito il suo "sorriso da predatore". Spostò il peso sulla gamba destra, godendosi la tensione che saturava l'aria tra loro.

 

«Che posso dire: amo il rischio» rispose a fior di labbra.  

 

L’uomo rimase a fissare il suo profilo per alcuni secondi.

 

«Io sono Néstor, piacere», esordì lui, inclinando leggermente il capo con un’eleganza che non aveva nulla di costruito.

 

«Colui che ritorna a casa» ribatté lei senza esitare.

 

Lui inarcò un sopracciglio, colto alla sprovvista. «Cosa?»

 

Si girò finalmente verso l’uomo al suo fianco, incrociando i loro sguardi.

 

«Il significato del tuo nome. Deriva dal greco antico: colui che ritorna a casa. E comunque, io sono Patricia»

 

«Di nobile stirpe» rispose lui istantaneamente, con un tono di voce profondo.

 

Patricia lo guardò sbalordita. Il cuore le fece un piccolo balzo nel petto, un misto di incredulità e stupore dipinto sul volto mentre sosteneva quello sguardo scuro e intelligente.

 

«No, ecco… di che sono stanco, di che sono banale o sfrontato», continuò Néstor, facendo un passo impercettibile verso di lei, quanto bastava perché il suo profumo di sandalo e tabacco la avvolgesse completamente. «Ma ti prego, aggiungi che Patricia mi baciò»

 

Lei lasciò che il silenzio vibrasse tra loro per un istante, poi ridacchiò, un suono cristallino che ruppe l'incantesimo del sussulto dell'ascensore. 

 

«Cerchi di rimorchiarmi paragonandomi a una nobile latina e citando poeti? Sei astuto, Néstor... o completamente folle».

 

«In realtà sono un medico» confessò lui con un sorriso sghembo che gli illuminò il volto, rendendolo terribilmente più affascinante. «Ma non volevo sembrare il solito sapientone che sciorina titoli ai gala di beneficenza».

 

L'ascensore si fermò con un sussulto quasi impercettibile al piano terra. Le porte si aprirono rivelando l’atrio deserto, ma nessuno dei due accennò a muoversi. Lui la fissò, gli occhi che brillavano di una sfida nuova.

«Che peccato», rispose lei con un sorriso radioso che fu l'ultima cosa che lui vide prima che Patricia iniziasse a camminare verso l'uscita. «Io adoro i sapientoni».

 

Néstor rimase immobile nel perimetro metallico della cabina, come stordito da quella scia di seta verde e intelligenza affilata. Fissò i tasti retroilluminati per dieci interminabili secondi, poi, scosso da un impulso improvviso, si lanciò fuori dall’abitacolo per inseguirla. 

 

Il ticchettio dei tacchi di Patricia rimbombava sotto le alte volte bianche, un suono ritmico e deciso che puntava dritto verso le maestose vetrate d’uscita.

 

«Dove stai andando con tanta fretta?» chiese lui, raggiungendola con falcate ampie ma discrete, la voce che tradiva un'innocente curiosità.

 

Patricia non rallentò, ma inclinò appena il capo verso di lui, un profilo di marmo illuminato dai riflessi blu dell'ingresso. «In un posto dove si beve e si mangia decisamente meglio, senza dover sorridere a persone che vorrei vedere in esilio... Me ne vado a casa mia», rispose, mentre le porte automatiche si aprivano con un soffio d'aria gelida. «E tu invece?

 

«Me ne torno alla festa… volevo solo scendere dieci piani con te» 

 

Patricia si bloccò di colpo sul marmo lucido del piazzale esterno. Si voltò lentamente, piantando i suoi occhi in quelli di Néstor. L'aria della notte valenciana, carica di salsedine, le sferzò l’abito, che ondulò morbido nel vento, avvolgendosi alle sue gambe.

 

«Questa è stata una mossa rischiosa».

 

Lui accennò un sorriso sghembo, infilando le mani nelle tasche dei pantaloni dello smoking. «Quale? Sfidare i sensori di un ascensore?»

 

«Lasciare la tua fidanzata da sola, al piano di sopra, nel bel mezzo della festa. Spero che ne sia valsa la pena» 

 

Néstor la fissò per un istante, sinceramente spiazzato.

 

«Di cosa stiamo parlando?»

 

«Oh, andiamo!» rispose lei con un pizzico di stizza, infilandosi il cappotto di lana pregiata con gesti secchi e decisi, stringendo il cappotto in vita e chiudendolo con un piccolo nodo. «Parlo della donna in blu. Quella che marchiava il territorio».

 

Néstor scoppiò in una risata breve e strozzata, un suono genuino che si disperse nel vento notturno. Scosse la testa mentre un lampo di divertimento gli accendeva lo sguardo. «Cosa? No. Aspetta. Intendi la donna che cercava disperatamente di non farmi sfigurare sistemandomi la cravatta?» 

 

Patricia inarcò un sopracciglio con scetticismo. Rimase immobile a guardarlo, incrociando le braccia suo petto. 

 

«Il suo nome è Laura. Laura Moa», spiegò lui, facendo un passo avanti per ridurre la distanza. «È uno degli avvocati più agguerriti di Valencia e... mia sorella minore. Quindi no, decisamente non è la mia fidanzata. È solo una sorella molto protettiva e con il solito, ossessivo bisogno dei Moa di avere tutto sotto controllo. Soprattutto l'immagine pubblica di un fratello medico che, a detta sua, non sa nemmeno distinguere un nodo Windsor da un cappio» 

 

Lo fissò per qualche istante, rielaborando l'intera serata alla luce di quella rivelazione. Il sospetto che l'aveva tenuta sulle spine per ore svaniva, lasciando il posto a una curiosità molto più pericolosa.

 

«Ah», mormorò lei, lasciando che un piccolo sorriso di resa le illuminasse il volto. «Un avvocato in famiglia. Questo spiega molte cose sulla tua sfrontatezza in ascensore. È un vizio di forma genetico». 

 

Néstor ridacchiò, accorciando ancora di più le distanze. Il calore della sua presenza sfidava l'aria gelida che filtrava dalle vetrate. «Diciamo che la diplomazia non è il pezzo forte di casa Moa. Preferiamo andare dritti al punto, senza troppi giri di parole o clausole rescissorie». 

 

«Lo vedo», rispose lei, sostenendo il suo sguardo per un ultimo, intenso secondo.

 

Poi annuì e lo superò, facendo frusciare la seta verde contro il marmo, e si diresse verso le imponenti porte a vetro che si spalancarono al suo passaggio. L'aria notturna le pizzicò le guance, risvegliandola dall'incanto ovattato della serata.

 

«Taxi, signora?», chiese il portiere in livrea, sollevando una mano guantata.

 

«Sì, per favore. Grazie», rispose lei, stringendosi nel cappotto. 

 

Rimasero fermi in piedi davanti all’entrata, sotto il riflesso siderale dell'albero di Natale. Il silenzio tra loro era carico di tutto quello che non si erano ancora detti, interrotto solo dal rumore lontano della città.

 

«Buonanotte» disse lei, voltandosi appena verso di lui, convinta di aver scritto la parola "fine" su quel capitolo improvvisato.

 

«Oh, lo aspetto con te» rispose lui con naturalezza, senza fare un passo indietro.

 

«Così puoi scoprire con estrema facilità dove abito?» lo stuzzicò lei, inarcando un sopracciglio.

 

«Così sarà molto più facile mandarti dei fiori domani mattina»

 

Patricia scoppiò in una risata cristallina che si disperse nel vento. «Ok, grazie per il pensiero. Ma non è necessario», aggiunse ridacchiando, mentre un taxi bianco si accostava al marciapiede con un ronzio sommesso. «Buonanotte, Néstor. È stata un’avventura interessante conoscerti. Davvero».

 

Si incamminò verso l'auto con passo deciso, senza voltarsi indietro, godendosi l'ultima scossa di adrenalina della serata. Ma proprio mentre si accomodava sul sedile posteriore e il taxi stava per ingranare la marcia, la mano di Néstor si abbassò rapida sul bordo del finestrino aperto, bloccando la vettura con un colpo secco.

 

«Aspetta!» 

 

Patricia sussultò, poi sorrise vedendo le sue dita stringere la portiera. «Hai messo di nuovo le mani dove non avresti dovuto. È un vizio allora». 

 

Lui abbassò leggermente la testa, il respiro che formava una piccola nuvola di vapore nel freddo della notte. I suoi occhi cercarono quelli di lei nell'ombra dell'abitacolo.

 

«Come faccio a trovarti? Valencia è grande e io sono un bravo medico, ma come detective non sono un granché» 

 

Patricia appoggiò il gomito sul bordo del finestrino, guardandolo con una sfida finale che sapeva di promessa. «Dimmelo tu, sapientone. Hai dieci piani di vantaggio e un cognome importante. Se sei bravo come dici, la soluzione è elementare». 

 

Fece un cenno all'autista e il taxi partì, scivolando via tra le luci di Natale, lasciando Néstor Moa immobile sul marciapiede, un sorriso incerto ancora sulla labbra e l’essenza di lei — fresca come rugiada, dolce come petali di gelsomino — che ancora aleggiava nell’aria invernale, come un’impronta invisibile.

 

 

Notes:

Ho letto talmente tante storie sulle sorelle Moa che ormai le considero dei personaggi realmente esistenti nella serie e mi sono permessa di prendere in prestito una delle sorelle.