Chapter Text
Era ormai novembre inoltrato quando Merlino si accorse dello strano comportamento del re di Camelot. La prima cosa che Merlino aveva notato era l’assenza di frecciatine rivolte a lui stesso, quelle battute che di solito gli venivano rivolte quando non svolgeva un lavoro al meglio o quando ribatteva sarcasticamente a sua volta; all’inizio non ci aveva fatto molto caso dopo tutti gli eventi che avevano coinvolto Gwen e Lancilotto, avrebbe anzi trovato strano che Artú andasse in giro per la sua corte tutto sorridente e baldanzoso.
Ma piano piano lo aveva visto star meglio, così pensava.
Merlino aveva tentato di stuzzicarlo in modo da farlo in qualche modo reagire, senza successo.
La seconda cosa che aveva notato era il suo sguardo, assente nelle riunioni di Consiglio e distratto quando Merlino lo aggiornava sulle questioni del giorno. Il re riusciva ad avere comunque la testa sulle spalle in tutte le decisioni importanti ma si vedeva che qualcosa lo turbava tremendamente. E Merlino doveva scoprire cosa.
Per tutto quel lasso di tempo aveva evitato di nominare l’amata di Artù e il loro miglior cavaliere prima della sua dipartita e l’idea di disturbare i loro nomi non rendeva Merlino felice, no di certo! E infatti lo fece Artù una sera qualunque.
“Penso ci siano ancora alcuni abiti di Ginevra, potresti lavarli e darli a qualcuno che potrebbe usarli?” aveva chiesto il re, continuando a leggere e infilzando una delle bistecche nel suo piatto.
“Si, certo” aveva risposto Merlino, seguito da un “siete sicuro?”.
Artù aveva alzato lo sguardo, il volto contorto in una smorfia buffa.
“Vorresti per caso tenerli tu, Merlino? In caso fai pure” aveva scosso la testa e l'aveva abbassata nuovamente per poter tornare a leggere degli importanti documenti commerciali.
Merlino aveva incassato il colpo e si era dato da fare per sistemare gli abiti della donna, lasciando metà dell’armadio vuoto con ciò che ne era stato della sua amica tempo prima.
Merlino si stava scoraggiando sempre di più, arrivando a pensare che forse Artù stava bene e fosse semplicemente stanco poiché assorto dai mille impegni reali ai quali doveva attendere. Forse si stava preoccupando troppo per il suo re dopo gli eventi che lo avevano fatto soffrire inesorabilmente, ferendolo come solo la morte di suo padre era riuscita a fare.
Ma una notte fredda, Merlino ebbe la conferma che non andava tutto bene in fondo; il ragazzo continuava a fare avanti e indietro per portare acqua calda alla tinozza dove Artù si sarebbe lavato. Dopo aver detto al re che l’acqua era abbastanza calda per poter fare il bagno, vide Artù avere un attimo di esitazione e volgere un veloce sguardo a Merlino.
“Volete che aggiunga altra acqua calda per caso?” chiese Merlino, tenendo il recipiente in legno tra le braccia. Artù parve pensarci e convenne che sì, forse era meglio visto il freddo che infestava le sue stanze nonostante il camino acceso.
Allora Merlino era uscito dalla stanza ma, una volta tornato con dell’altra acqua bollente, Artù era già dentro la vasca che si lavava. Da solo.
Merlino aveva strabuzzato gli occhi e aveva aggiunto il resto dell’acqua senza proferire parola, ripiegandosi le maniche fin sopra il gomito e inginocchiandosi per terra.
“Ho quasi fatto, mi manca solo la schiena” disse Artù in tono piatto, quasi scocciato di dover chiedere aiuto. Il giovane servo era confuso come non mai, quello non era il solito Artù che voleva essere imboccato quasi a voler fare un dispetto a Merlino. Cosa gli stava succedendo?
“Avete strofinato bene ovunque?” domandò Merlino e prese in mano la spugna. La passò con energia sulla schiena del re, usando movimenti rotatori e coprendo ogni centimetro della sua pelle candida. Vi erano svariate cicatrici sul corpo di Artù e alcune di esse si trovavano per l’appunto sulla schiena tonica. Alcune erano più piccole, altre più grandi, ormai quasi tutte di un rosa sbiadito a segnare il passare del tempo.
“Non sono un bambino” rispose Artù, osservando il fuoco scoppiettare nel camino.
Una volta finito con la spugna, Merlino la lasciò affondare nella vasca e prese un asciugamano da sopra la sedia accanto a letto, attendendo di asciugare la pelle bagnata di Artù; quest’ultimo attese un attimo prima di alzarsi e prostrarsi nudo davanti a Merlino, il quale prese a strofinare prima i capelli per poi scendere verso il collo e le spalle.
“Perché non vai a riposarti, Merlino, qui posso finire io” disse il re. Lo stava guardando attentamente e lo scrutava nei suoi gesti, notando quanto si impegnasse in ogni sua faccenda.
“Non dite sciocchezze, sono qui per questo” rispose il ragazzo. Le sue mani scesero verso il ventre di Artù con noncuranza e sorrise lui con dolcezza; era già preoccupato abbastanza e non avrebbe voluto lasciarlo solo prima del previsto.
“Sono serio” ribadì Artù e prese l’asciugamano dalle mani del suo servo e iniziando a fare per conto suo. Uscì poi dalla vasca e si coprì pube e glutei con il pezzo di stoffa quasi del tutto zuppo.
“Anche io” fece Merlino. Poi prese i pantaloni dalla medesima sedia da cui aveva raccolto l’asciugamano e li controllò, porgendoli poi al re. I due uomini rimasero l’uno di fronte all’altro, guardandosi negli occhi per qualche secondo.
“Io… io non so se qualcosa vi stia affliggendo” disse Merlino. “In ogni caso vorrei sapeste che io ci sono, qual’ora vogliate parlarne” e concesse un altro piccolo sorriso. Lo stesso sorriso che metteva sempre in evidenza le sue fossette e creava delle leggere rughe intorno ai suoi occhi chiari.
Artù dischiuse leggermente le labbra, forse per dire qualcosa ma un solo sospiro lasciò la sua bocca. Merlino comprese di dover lasciar cadere il discorso e si inchinò per aiutare il re a indossare i pantaloni ma questo, dopo un respiro particolare lungo, afferrò i pantaloni e chiese a Merlino di lasciarlo da solo.
“Ti prego Merlino, fai come ti dico” e Merlino lo fece. Lasciò la stanza e tutte le sue faccende in sospeso e se ne andò, mortificato. Forse lasciare Artù da solo non era stata affatto un’idea brillante, né tantomeno portare alla luce quel discorso, si disse tra sé e sé.
Una volta tornato da Gaius, richiuse la porta con un forte “tuck” e guardò assorto il suo mentore, portava uno sguardo triste che parlava da solo.
“Tutto bene? Sembra tu abbia visto un fantasma” disse Gaius, procedendo a mescolare alcune foglie di menta con un intruglio particolarmente liquido. Dopo aver girato con un bastoncino in vetro, la poltiglia divenne più densa e schiumosa, di un verde intenso e poi blu; Gaius prese l’ampolla e la fece oscillare con una mano per poi avvicinarsi a una delle piante in fin di vita che Merlino aveva trascurato di innaffiare. L’uomo ne versò un buon quantitativo sulla terra arida e la pianta, come bruciata dal sole, crollò senza esitazione. Dopo, un piccolo germoglio si intravide, verde e vivo come non mai, mentre la terra tornava a brillare.
“Qualcosa non va con Artù” rispose Merlino e si avvicinò a lui. Guardare quella pianta riprendere vita lo rimise di buon umore e, solo lui lo sapeva, quanto ne avesse bisogno!
“Tu hai notato qualcosa?” chiese poi a Gaius.
“No, a me sembra il solito Artù” rispose infatti. “Sicuro di non averne combinato qualcuna delle tue?” ribatté prontamente. Merlino lo fulminò con lo sguardo e mostrò una smorfia poco divertita.
“Deve essere sempre colpa di Merlino, vero? Non ho fatto nulla… e poi sappiamo benissimo che non perderebbero tempo a sgridarmi e farmela pagare in qualche modo” disse il giovane. Poi spari nella sua stanza, stanco di quella giornata e di non avere sufficienti risposte.
Il giorno dopo la luce del sole lo svegliò prima del previsto e lo costrinse ad alzarsi, per niente pronto a un’altra giornata piena di faccende da sbrigare e preoccupazioni incessanti.
Per quella sera Merlino doveva rammentare la veste blu di Artù per la festa in onore del patrono di Camelot, festa che sarebbe proseguita per tutta la settimana e avrebbe occupato tutte le persone del regno con celebrazioni, messe e canti in ogni angolo della bassa e alta cittadella, fino oltre le mura alte. In aggiunta ai suoi doveri da sarto, Merlino avrebbe dovuto lucidare le spade del re, spazzolare gli stivali da cerimonia e sistemare le sue stanze lasciate in disordine dal giorno prima.
Una volta arrivato al secondo piano del castello, il ragazzo provò a bussare alla porta del re senza ricevere però nessuna risposta. Tentò di nuovo ma, prima che potesse fare un terzo tentativo, una guardia lo avvisò di essere arrivato tardi.
“Sua Mestá è uscito all’alba, non è ancora tornato”.
Merlino allora entrò nelle stanze, turbato dalla nozione appena appresa: c’era decisamente qualcosa che non andava in Artù.
Il giovane servo si scrollò in parte quella sensazione di dosso, sperando di poter indagare a fondo più tardi, una volta trovato il re; niente lo avrebbe fatto desistere dall’indagare ulteriormente e aiutare il suo più caro amico.
Niente eccetto Gaius e i suoi doveri alla corte.
Dopo aver sistemato la camera di Artù, Merlino era stato sballottato da una parte all’altra del castello, dalle cucine, alla stanza del trono fino alla sala grande dove si sarebbe svolta la festa.
Era riuscito a intravedere Artù di tanto in tanto, indaffarato a sua volta con i suoi doveri, ma senza la possibilità di proferire parola e mai una volta era stato chiamato al suo cospetto.
Erano ormai le sette di sera quando dovette prepararsi per la festa e riuscì ad avvicinarsi al re.
“Siete sparito dalla faccia della terra quest’oggi” disse Merlino e prese posto al fianco di Artù, due passi indietro insiem agli altri servi della nobiltà.
“Sono comunque venuto a conoscenza del fatto che ti sei dato da fare. Mi é sembrato strano stessero parlando di te in effetti” rispose Artù, lanciandogli un’occhiata divertita. Per un momento Merlino rivide il vecchio amico che non trovata dal tempo in quello sguardo indurito dagli ultimi avvenimenti e dal lutto e un moto di gioia si impadronì di lui. Moto che durò veramente poco, fino dopo l’inizio della festa.
Artù proferiva qualche parola di tanto in tanto ma si era rinchiuso in sè stesso con il solo bicchiere di vino a fargli compagnia. Aveva chiesto a Merlino di riempirlo ogni qualvolta lo avesse visto vuoto e, se la cosa sfuggiva all’attenzione di Merlino, sicuramente non succedeva a quella di Artù.
La musica era allegra e i balli di fecero via via più vivaci, con i presenti che si lasciavano andare all’atmosfera di festa e attendevano una nuova melodia ogni volta che ne terminava una. I menestrelli strimpellavano con foga, bicchiere dopo bicchiere per demordere alla fatica e intrattenere i danzatori incalliti.
“Merlino” venne richiamato il ragazzo. Morgana lo guardò e con la mano gli fece segno di avvicinarsi.
“Altro vino?” chiese ingenuamente, facendo per prendere la brocca ma la principessa lo fermò subito, posando la mano sul suo braccio e facendo in modo che Merlino si chinasse verso di lei.
“Merlino, non ho potuto non notare che mio fratello sta bevendo più del dovuto… potresti fare in modo che non peggiori la situazione?” chiese, perplessa. Morgana e Merlino guardarono per un attimo in direzione del re, lui li stava osservando a sua volta con fare cupo.
“Ci ho provato ma non vuole sentire ragione” ammise Merlino. Sconfitto nel tono e nell’umore, vide Morgana annuire preoccupata e lasciare andare il suo braccio, tornando poi alla conversazione con Sir Galvano dall’altra parte del tavolo, proprio di fronte a lei.
Quasi un’ora dopo, Artù chiamò Merlino schioccando le dita e sbuffando indispettito perché ci stava mettendo troppo per i suoi gusti. Nel mentre, la musica era scemata, divendo una ballata lenta e armoniosa, un sottofondo di compagnia per gli invitati ancora presenti che stavano finendo di mangiare e bere.
“Gradite qualcosa?” domandò Merlino rivolto al re. Artù lo guardò infastidito.
“Non c’é qualcun’altro disponibile a parte te?” fece, notando che in effetti tutti gli altri servi erano indaffarati qua e là per la sala.
“Sono io il vostro servo, perché vi serve qualcun’altro?” chiese quindi Merlino. Questo posò la brocca semi vuota di vino e guardò Artù alzarsi goffamente dalla sua sedia; probabilmente dall’esterno sarebbe stato difficile dirlo ma Merlino sapeva quando il suo re beveva troppo e perdeva i suoi soliti riflessi e le capacità motorie.
“Volete andare nelle vostre camere?” Merlino proseguì con le domande, constatando come veniva ignorato bellamente.
“Posso farcela da solo in effetti, grazie Merlino” disse Artù, rispondendo finalmente. Malgrado la sua testardaggine, Merlino non desistette e seguì il re fino al corridoio che conduceva alle stanze, sperando che l’altro non sarebbe ruzzolato giù per le scale o inciampato su qualche armatura o tendaggio posto sulle pareti.
“Merlino, puoi tornare di là, grazie” ribatté Artù e finalmente aprì la porta. Merlino sospirò stanco e lo seguì ancora una volta, chiuse la porta dietro di sè e si avvicinò a lui.
Si trovarono finalmente faccia a faccia, lo sguardo preoccupato di Merlino di fronte a quello perso di Artù; aveva le guance leggermente rosse e gli occhi languidi, le labbra erano secche e faceva fatica a deglutire.
“Mi volete dire cosa succede?” chiese Merlino. Le sue mani arrivarono al colletto del princile e iniziarono a slacciare i lacci in raso in modo da agevolare la rimozione della veste. “Siete distante, triste e mi sto seriamente preoccupando per voi” continuò, togliendo l’ultimo dei nodi.
“Non devi preoccuparti per me, Merlino. Sono grande e grosso” fu la risposta di Artù. Aveva girato il volto, lo sguardo era basso e Merlino notò come l’uomo teneva i pugni stretti lungo i fianchi.
“Io mi preoccupo sempre per te, Artù”
Quando il re sentì il suo nome, non poté fare a meno di volgere il capo e fissare Merlino; quest’ultimo temeva le mani salde sulla parte inferiore della veste blu di Artù, pronto a sfilarla.
“Posso farcela da solo” ribadì Artù. Ora la sua mano era su quella di Merlino, calda e tremante. Merlino lo osservò attentamente nella speranza di captare un qualche segnale da parte sua, un segnale che lo potesse aiutare a capire cosa non andava in lui. Cosa lo preoccupava oltre ogni limite e ne aveva modificato addirittura il suo carattere…
“Non dovete farlo da solo” disse Merlino quindi. “E non parlo della veste. Parlo del fardello che portate, parlatemi… parlami Artù” implorò.
Nel vederlo così ferito, Artù emise un lamento e chiuse gli occhi.
“Come posso condividere un simile fardello con te, Merlino, se tu stesso sei il mio fardello?”
Merlino sgranò gli occhi e fece un passo indietro, sgomentato da una simile affermazione. Lui? Lui era il fardello che Artù portava dentro di sè?
Lo aveva scoperto… dopo tutti quegli anni a nascondersi, Merlino aveva forse rivelato la sua vera natura?
“Io?”
Artù non accennava ad aprire gli occhi e la stretta sulla sua mano non accennò a diminuire; Merlino non riusciva a lasciarlo andare.
“Come posso confessarti che sei per me la persona più importante nella mia vita, più importante di quanto non lo sia stata Ginevra?” continuò Artù. “Come posso dirti in faccia quanto non riesca a starti accanto perché mi fa infuriare il fatto di non poterti accarezzare il volto, di non potermi concedere un tuo bacio? Come posso ammettere che vorrei condividere quel letto con te come se nulla fosse, Merlino? Dimmi come?”
Merlino sbatté gli occhi svariate volte, il suo respiro a riempire l’aria insieme a quello di Artù, entrambi fermi in quella posa statuaria per secondi interi.
La mano del princile sfuggì alla presa del suo servo, con decisione la tolse e si voltò verso il suo letto, poggiandosi contro uno dei pilastri in legno del baldacchino.
“Voglio stare solo” fu la sola richiesta di Artù a quel punto.
“Io vorrei…”
Le parole di Merlino furono stroncate da Artù stesso, un “fuori di qui” e il ragazzo si trovò a ubbidire senza riuscire a ribattere un solo fiato.
Il suo segreto era al sicuro, ancora condiviso da poche persone, ma quello di Artù era appena stato condiviso.
Il giorno dopo, Merlino rivisse la medesima situazione del giorno prima: sveglia presto, Artù aveva già lasciato le sue stanze e, per quasi tutto il giorno, fu impossibile vederlo. Anzi, peggio… fu impossibile vederlo senza la presenza costante della bellissima principessa Mithian, del regno di Nemeth, regno vicino a Camelot, venuta in visita con le due sorelle e il re in persona per le celebrazioni del patrono. Insieme a loro vi erano sempre presenti le due sorelle, Sir Leon e uno dei giovani di corte che servivano direttamente Artù oltre allo stesso Merlino.
La dama delle tre giovani era stata presa in ostaggio da Sir Galvano che, qualche metro più indietro, la stava certamente ricoprendo di complimenti non graditi e battute poco divertenti, stando a vedere la faccia della poveretta.
Merlino notò come Artù stava sfoggiando il suo sorriso migliore alla presenza della bellissima Mithian, capelli color ebano e occhi scuri, quasi neri, un visino vispo che avrebbe fatto girare la testa a chiunque.
Quando Artú aveva notato la presenza di Merlino, il suo sorriso si era spento e uno sguardo pieno di vergogna era apparso sul suo volto; dopo aver scosso la testa si era voltato per dargli le spalle e poi era rimasto in quella posizione.
Il giovane servo si irrigidì, irrimediabilmente irritato dal comportamento del re; non sapeva se avrebbe potuto reggere un altro singolo giorno così. E se il re stesse cercando di mandarlo via in qualche modo? Cercando di farlo dimettere dal suo ruolo? Ma perché non farlo direttamente allora, in passato non si era fatto molti scrupoli a togliere di mezzo qualcuno se necessario…
Merlino però non era uno qualunque.
Merlino non poté fare altro che sospirare e proseguire con la sua estenuante giornata, nonostante la mole di pensieri che lo appesantivano e la stanchezza tremenda che lo attanagliava.
La giornata era soleggiata, fredda come poche erano state fredde a Camelot in quel periodo, ma il giovane non ebbe troppo tempo per sentirlo; l’ultimo dei suoi doveri prima della serata era quello di attendere a un incontro del Consiglio per le ultime decisioni prese riguardo alcuni scambi commerciali proprio con il re di Nemeth, qualche piccolo cambiamento all’interno delle leggi per far si che Camelot fosse più sicura e un aggiornamento generale per sapere dai cavalieri del regno se ci fosse del malcontento tra i cittadini.
Merlino vide entrare tutti i Sir della Tavola Rotonda nella sala del trono, tutti lo salutarono con affetto e Sir Galvano gli diede addirittura un buffetto affettuoso sulla spalla vedendolo giù di morale rispetto al solito.
Re Artù entrò per ultimo, leggermente in ritardo e con il mantello messo alla bene e meglio; Merlino non aveva imposto la sua presenza e non aveva assolutamente insistito nell’aiutare il re nella sua vestizione, se la sua persona non era gradita, chi era lui per dire il contrario?
Merlino fece chiudere poi le porte una volta che tutti si trovarono seduti intorno al grande tavolo in pietra.
I flebili raggi di luce filtravano dalle alte finestre con una maestosità incredibile, mentre il tramonto si faceva largo in lontananza e il sole salutava in maniera calorosa la notte. Novembre era il mese preferito di Merlino, i colori si trasformavano, la foresta si faceva più fredda, le stanze del castello si riempivano di fuochi scoppiettanti nei camini e quella brezza invernale si faceva largo nel profumo estivo un po’ alla volta.
Il suo compito durante le riunioni del Consiglio era quello di versare acqua, vino, esaudire le richieste dei cavalieri e, fondamentale, stare dietro al re, fermo con le mani dietro la schiena. Essendo quella una serata di festa, il Consiglio fu molto sbrigativo nelle letture degli aggiornamenti e nessuno si mise a perdere tempo con bicchieri vuoti o cose non inerenti strettamente all’argomento. In meno di un’ora, di fatto, il re chiuse la seduta e con un sorriso lasciò liberi i suoi cavalieri di andare e divertirsi.
“Anche Merlino è libero di divertirsi, Vostra Maestà?” chiese Sir Galvano, ridacchiando e lanciando un’occhiata al giovane servo. Sir Elyan e Sir Percival risero a loro volta, coprendosi la bocca con la mano e facendo finta di niente; Merlino rivolse la sua attenzione verso Galvano, confuso e curioso di capire dove volesse andare a parare. Lui tramava sempre qualcosa di losco…
“Cosa intendi dire?” fece Artù, anticipandolo e usando un tono stizzito. Le sue dita tamburellano sul tavolo in pietra e rimase seduto ancora un po’.
“Beh, diciamo che una certa dama di compagnia ha notato il nostro caro Merlino e si domandava se sarebbe stato disponibile per un ballo, questa sera” spiegò Galvano.
“Intendi la stessa dama che stavi cercando di corteggiare ma con cui hai fallito miseramente?” commentò Sir Leon, scuotendo la testa e facendo per uscire dalla stanza.
“Non ho fallito, ho lasciato che anche Merlino avesse un’opportunità. È diverso” rispose Galvano e seguì Leon, oltraggiato oltre ogni modo dalle sue parole.
“Galvano sfrutta sempre i momenti meno opportuni” disse Sir Elyas, facendo cenno al resto dei cavalieri di uscire anche loro, notando la visibile aria furente del re.
“Prima o poi verrà linciato vivo, ne sono certo” furono le ultime parole udibili prima che la sala calasse in un silenzio tetro, a cui Merlino e Artù dovevano sommessamente partecipare. Ma Artù non cedette a tale tortura e si alzò, lasciando che la sedia dondolasse pericolosamente prima di poggiagirsi in maniera stabile al tavolo e se ne andò. Merlino venne lasciato solo con una nuova nozione nella sua testa e una tristezza che non avrebbe saputo quantificare.
Ma non riuscì a reggere più a lungo di così; aveva dato così tanto a quel regno, a quel re, che essere messo da parte, ignorato completamente senza un misero conforto, era un oltraggio troppo grande. Lasciò perdere tutto e proseguì anche lui verso le stanze reali dove era diretto Artù stesso, con l'intenzione di cambiarsi per la festa e sbollentare la rabbia accumulata.
Merlino salutò le guardie e aprì la porta delle stanze senza nemmeno bussare o avvisare della sua presenza; la chiuse dietro di sè e, prima che potesse chiamare il nome di Artù, lui si palesò.
“Cosa pensi di fare, eh?” domandò in tono duro. L’uomo era rimasto vestito a metà, i capelli erano scompigliati e uno dito puntava dritto al corridoio, invito non gradito a Merlino.
“No, non me ne andrò da questa stanza se prima non mi avrai detto cosa ti prende o non senza che mi avrai licenziato, asino che non sei altro” fece Merlino. Il giovane servo si pose di fronte al re, entrambi pronti ad arrivare alle mani se questo fosse in qualche modo servito a qualcosa. Merlino non avrebbe certo avuto opportunità alcuna ma si sarebbe tolto un sassolino dalla scarpa.
“Prima mi dici… mi confessi quelle cose, mi dici che sono importante e poi mi ignori” disse Merlino. Artù non riusciva ancora a sostenere il suo sguardo ma Merlino poteva sentire il suo respiro farsi accelerato e la rabbia montare in lui; fece quindi l’unica cosa che gli venne in mente. Merlino prese il volto del re tra le sue mani e lo costrinse a guardarlo, dritto negli occhi e affrontare quel discorso o lui non sarebbe mai uscito da quella stanza. Non senza un confronto, non senza una risposta.
“Non vuoi che ti stia sempre addosso, poi non vuoi che ti ignori. Fai pace con la tua testa, Merlino” disse Artù. Una falsa risatina scosse la torbida aria per un istante.
“Artù… io voglio sapere se ciò che mi hai detto ieri é la verità. Vedo come stai soffrendo, come ti stai chiudendo in te stesso” continuò Merlino. La sua stretta rimane salda, addolcita da qualche lieve carezza con i pollici sulla pelle appena rasata di Artù, calda e arrossata.
“Che importa, Merlino? Che importa?” borbottò Artù, una seconda risata si aggiunse.
“Hai persino una giovane dama che chiede di ballare con te, pensa più a quello e meno a me. Credimi, non ne vale la pena”
Merlino era affranto dalle parole del re, piene di insicurezza e di una tristezza mal celata.
“Artù” lo richiamò a sé. “A me non importa di quella ragazza, io voglio solo il tuo bene” ammise e fece un piccolo passo verso Artù. Non vi era tanto spazio tra i due e Merlino colse l’occasione per avvicinare i loro visi, posando la fronte contro quella del giovane Pendragon. “Non portare questo fardello da solo, te ne prego. Io sono qui, parlami” lo pregò Merlino. Ad Artù si smorzò il respiro, il giovane mago lo sentì tremare sotto il suo tocco.
“È vero” ammise infine. Artù portò la sua mano su quella di Merlino e la strinse con ardore. “Ciò che ti ho detto ieri, é vero. Era un peso che avrei voluto tenere per me, mi dispiace non esserci riuscito” disse Artù, lasciando che qualche lacrime cadesse sulle guance arrossate dall’emozione. Si inumidì poi le labbra e guardò Merlino negli occhi, ammirando il volto del ragazzo che lo aveva fatto sprofondare in un abisso che neanche i suoi sentimenti per Ginevra avevano provocato.
“Perché lo hai fatto? Perché tenerti dentro questo segreto?” lo rimproverò teneramente Merlino. Da che pulpito… Merlino colse la crudele ironia del portare con sé un segreto tremendo e talmente pesante da piegare la propria mente, plasmare negativamente i propri pensieri. Lui, più di chiunque altro, doveva sapere perché Artù aveva fatto ciò che aveva fatto. Merlino avrebbe dovuto comprendere perché a volte ci si rifugia in sé stessi quando si pensa di non avere altra scelta.
Artù tolse la mano e si liberò dalla presa di Merlino, si andò a sedere sul bordo del letto e alzò le spalle. Si asciugò poi le ultime lacrime che incorniciavano il suo volto e mise da parte la maglia che ancora stringeva in una mano.
“Come avrei potuto dirti quelle cose senza che tu scappassi? Avevo paura che avresti lasciato Camelot seduta stante. E oggi, ancora mi pento per questo, l’ho desiderato ardentemente, credimi” disse. Merlino si sedette accanto a lui, spalla contro spalla e annuì sommessamente.
“Con Ginevra non è stato lo stesso però” fece il ragazzo.
“É per questo che ho dovuto fare i conti con me stesso e ammettere che se avessi perso Ginevra, avrei comunque continuato a vivere. E così è stato, dopotutto… ma perdere te sarebbe stato cento, mille volte peggio, Merlino” rispose Artù.
“Non mi perderai, ottuso asino che non sei altro” disse Merlino. Le sue mani si trovarono di nuovo legate a quelle del re, ancora tremanti e incerte su come reagire a quel tocco.
“Merlino, giuro che se mi chiami nuovamente asino ti faccio impiccare all’istante” dichiarò Artù, questa volta guardandolo con il suo solito muso imbronciato. Merlino rise e annuì ancora.
“Non lo farai mai” lo schernì lui subito, pronto a trovare il vecchio Artù e il suo modo di fare da cocciuto bambino che non era altro.
“Mi stai sfidando, Merlino? Perché se mi stai sfidando lo sai come…”
Merlino interruppe Artù, si sentiva in dovere di farlo in quel momento.
“Anche tu sei la persona più importante per me” furono le sue parole e Artù rimase immobile, zittito da una semplice frase. Poi un flebile sorriso.
“Sono felice della tua lealtà nei miei confronti” disse sereno. “Ora so che posso contare su di te”
“Non sto parlando di lealtà” spiegò Merlino con una pacatezza estenuante, una tranquillità nell’esternare i suoi sentimenti che ad Artù fece invidia. “Non mi sono mai concesso di pensare ai miei sentimenti finora ma è da ieri che sono certo di questa cosa: tu sei la persona più importante per me e questo non cambierà mai. Non so cosa significhi o se per te sia abbastanza” disse Merlino. Un lieve sospiro portò via con sé il peso di quelle due lunghissime giornate e una serenità lo pervase improvvisamente.
“Pensi che il tempo possa portare una risposta a questo quesito?” domandò Artù. Il suo viso lasciò trasparire speranza che quelle parole contenevano per lui, speranza nel poter avere indietro quell’affetto che lui provava nei confronti di Merlino.
“Penso di sì” fu la sincera risposta del giovane mago. Le loro mani rimasero intrecciate ancora per un pò, beandosi di quella tranquillità ritrovata prima di dover affrontare ancora una volta il mondo e la realtà di Camelot.
