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Kingdom Hearts: Echoes of a Forgotten Heart

Summary:

Dopo la scomparsa di Sora, i Guardiani della Luce seguono ogni debole traccia lasciata dal suo cuore nella speranza di ritrovarlo. Le loro ricerche li conducono però alle Isole del Destino, dove trovano qualcuno che non si aspettavano di vedere: Vanitas, privo di sensi sulla spiaggia. Nessuno lo aveva più visto dalla battaglia finale contro Master Xehanort, e la sua ricomparsa è un mistero. Ancora più inquietante, le flebili connessioni del cuore di Sora sembrano convergere proprio su di lui. Diffidenti ma senza altre piste, i Guardiani decidono di portarlo con sé e tenerlo sotto stretta sorveglianza, sperando che nasconda la chiave per ritrovare Sora.

Chapter 1: Il ragazzo sulla riva

Chapter Text

Le onde si infrangevano dolcemente sulla riva delle Isole del Destino, mentre il sole iniziava lentamente a scendere verso l’orizzonte. Aqua, Kairi e Riku camminavano lungo la spiaggia in un silenzio pesante, interrotto solo dal rumore del mare. Da settimane seguivano ogni possibile indizio sulla scomparsa di Sora, attraversando mondi e consultando chiunque potesse sapere qualcosa, ma senza ottenere alcun risultato concreto. La frustrazione cresceva ogni giorno di più. Nessuno di loro voleva arrendersi, ma l’assenza di progressi stava lentamente trasformando la speranza in un doloroso senso di impotenza.

Kairi osservò il mare mentre ascoltava la conversazione degli altri due, stringendo inconsciamente le mani dietro la schiena. «Potremmo tornare da Ansem il Saggio e controllare se ha scoperto qualcosa di nuovo», propose Riku, anche se dalla sua voce traspariva poca convinzione. Aqua scosse leggermente il capo. «L’abbiamo già fatto tre volte questa settimana.» Seguì un breve silenzio. Kairi abbassò lo sguardo sulla sabbia. «Forse… dovremmo restare qui ancora un po’.» I due si voltarono verso di lei. Non sapeva spiegare il motivo, ma sentiva una strana inquietudine nel cuore. Una sensazione debole, quasi impercettibile, che continuava a dirle che dovevano essere lì, su quelle isole, proprio in quel momento.

Kairi esitò per qualche istante, cercando le parole giuste per descrivere ciò che provava. «Non so come spiegarlo…» ammise, portandosi una mano al petto. «Non è forte come quando percepisco il cuore di qualcuno che conosco. È più… distante. Debole.» Abbassò lo sguardo verso la sabbia, concentrandosi su quella sensazione sfuggente. «È come un filo sottilissimo che continua a tirarmi in una direzione precisa.» Riku e Aqua la ascoltarono in silenzio. «Non credo sia Sora direttamente,» continuò, aggrottando leggermente la fronte. «Ma in qualche modo mi sembra collegato a lui. Come se stessi percependo un’eco della sua presenza attraverso qualcos’altro.»

Ripresero a camminare lungo la spiaggia, seguendo la linea dell’acqua mentre il sole colorava il mare di sfumature arancioni e dorate. «Potrebbe essere un residuo lasciato dal Potere del Risveglio,» ipotizzò Aqua, riflettendo ad alta voce. «Dopo tutto quello che Sora ha fatto, non mi sorprenderebbe.» Riku incrociò le braccia. «Oppure qualcuno che è entrato in contatto con lui dopo la sua scomparsa.» Nessuno dei due sembrava davvero convinto della propria teoria. Kairi stava per rispondere quando qualcosa attirò la sua attenzione più avanti sulla riva. Si fermò di colpo. Tra la sabbia e la schiuma delle onde, una figura scura giaceva immobile. Molto lontana, ma inconfondibilmente umana.

Il cuore di Kairi ebbe un sussulto. Prima ancora di rendersene conto, stava già correndo lungo la spiaggia. «Aspetta!» la chiamò Riku, scattando subito dietro di lei insieme ad Aqua. Più si avvicinava, più la speranza cresceva dentro di lei. E se fosse davvero Sora? E se fosse finalmente tornato? Con il fiato corto, raggiunse la figura distesa sulla sabbia e si inginocchiò al suo fianco. Le mani tremanti, lo girò delicatamente sulla schiena. Per un istante il mondo sembrò fermarsi. Non era Sora. Kairi sgranò gli occhi, mentre alle sue spalle Aqua e Riku si arrestavano di colpo. Davanti a loro c’era Vanitas. Immobile. Privo di sensi. Vivo.

«Kairi, allontanati da lui.» La voce di Aqua fu immediata e tagliente. Kairi alzò lo sguardo e vide la Maestra del Keyblade avvicinarsi con prudenza, una mano già stretta attorno alla propria arma evocata. Riku rimase poco più indietro, teso e pronto a reagire al minimo movimento. Kairi annuì, ma non riuscì a staccare gli occhi da Vanitas. Non sembrava affatto il guerriero spietato che avevano affrontato tante volte. Era disteso sulla sabbia, immobile, il respiro appena percettibile. Nessuna aura oscura, nessun segno di ostilità imminente. Sembrava semplicemente svenuto. Eppure quella vista le metteva addosso una strana inquietudine che non riusciva a spiegare.

Kairi stava ancora osservandolo, cercando di capire come fosse possibile che fosse lì, quando notò un lieve movimento. Le palpebre di Vanitas tremarono e si sollevarono appena. I suoi occhi, normalmente pieni di sicurezza e malizia, apparivano sfocati e disorientati. Per un istante sembrò non riconoscere nulla di ciò che lo circondava. Poi il suo sguardo si fermò su di lei. Prima che Aqua o Riku potessero intervenire, una mano scattò in avanti e le strinse il polso. La presa era debole, ma disperata. «Non… lasciarmi…» mormorò con una voce roca e spezzata, sorprendentemente fragile. «Non lasciarmi solo…» Prima che Kairi riuscisse a reagire, i suoi occhi si richiusero e ricadde nell’incoscienza.

Per alcuni lunghi secondi, nessuno disse una parola. Il rumore delle onde sembrò improvvisamente lontanissimo. Aqua, Riku e Kairi si scambiarono uno sguardo carico di incredulità. Ciò che li aveva sconvolti non era solo il fatto che Vanitas fosse vivo, ma quelle parole. Disperate. Impaurite. Pronunciate da qualcuno che non avrebbe mai dovuto mostrare una simile vulnerabilità. Riku aggrottò la fronte, come se stesse cercando di dare un senso a ciò che aveva appena visto. Aqua rimase rigida, incapace di abbassare la guardia. Kairi sentiva ancora la stretta della sua mano sul polso, e questo la turbava più di quanto volesse ammettere.

La prima sensazione che Vanitas provò quando riprese coscienza fu una fitta di irritazione. Acuta. Familiare. Esisteva ancora. Contro ogni logica, contro ogni desiderio, era ancora lì. Il vuoto che aveva tanto a lungo agognato non era arrivato. Nessuna fine. Nessuna pace. Solo un altro risveglio. Un altro giorno. Un’altra occasione per soffrire. Avrebbe voluto ridere dell’assurdità della cosa, se ne avesse avuto la forza. Invece rimase immobile. Non aprì gli occhi. Mai aprire gli occhi appena riprendi conoscenza. Era una lezione che il suo Maestro gli aveva insegnato a sue spese. Prima capire la situazione. Poi decidere come reagire. Lentamente, iniziò a fare il punto sulle proprie condizioni.

Il dolore c’era ancora. Un’eco persistente dell’ultima battaglia, come se il suo corpo ricordasse perfettamente ogni colpo ricevuto e ogni ferita subita. Tuttavia era sopportabile. Fastidioso, più che debilitante. Ciò che lo preoccupava maggiormente era la mancanza di energie. Si sentiva svuotato, pesante. Inoltre una strana sensazione di formicolio gli attraversava la pelle da capo a piedi. Non era dolore, né oscurità, né nulla che riuscisse a riconoscere. Ignorandola momentaneamente, si concentrò sull’ambiente circostante. Era sdraiato su qualcosa di morbido. Insolitamente morbido. Niente roccia, niente terra arida. E l’aria… l’aria era diversa. Più pulita. Più calda. Il dettaglio bastò a far scattare immediatamente un campanello d’allarme nella sua mente.

Vanitas aprì lentamente gli occhi, pronto a scattare in piedi al minimo segnale di pericolo. Per un attimo rimase semplicemente immobile, troppo sorpreso per reagire. La sua tuta era sparita. Al suo posto indossava una larga camicia bianca che gli scendeva fino alle ginocchia. Il tessuto gli sfiorava continuamente la pelle, spiegando finalmente quel fastidioso formicolio che aveva percepito fin dal risveglio. Con crescente diffidenza, osservò ciò che lo circondava. Si trovava in una stanza semplice ma confortevole: pareti color crema, una finestra da cui filtrava la luce del sole, un armadio di legno chiaro, un comodino vuoto e una piccola scrivania priva di qualsiasi oggetto personale. Nessuna decorazione. Nessuna traccia di chi vi abitasse. Sembrava una stanza preparata per ospiti temporanei. E questo, per qualche motivo, lo preoccupò ancora di più.

La prima cosa da fare era ovvia: sbarazzarsi immediatamente di quell’orribile indumento. Vanitas afferrò il bordo della camicia con evidente irritazione. Quel tessuto continuava a sfregargli contro la pelle in modi che trovava insopportabili. Con un sospiro esasperato, tese la volontà verso l’oscurità, pronto a richiamare la propria tuta. Nulla. Il suo sopracciglio si contrasse. Riprovò. Ancora niente. Una terza volta, con più forza, quasi pretendendo una risposta. Il vuoto. Nessuna oscurità. Nessuna armatura. Nessuna reazione. Le dita gli si irrigidirono. Un sottile disagio iniziò a insinuarsi nel petto. Per la prima volta da quando si era svegliato, sentì qualcosa che assomigliava pericolosamente all’ansia.

Stringendo i denti, Vanitas scostò le coperte e si alzò dal letto. O almeno ci provò. Appena il peso del corpo si trasferì sulle gambe, queste cedettero di colpo. Barcollò in avanti e riuscì a evitare il pavimento solo aggrappandosi al bordo del materasso. Ringhiò sottovoce, irritato dall’umiliazione. Dopo qualche secondo riuscì a rimettersi in piedi. Doveva andarsene immediatamente. Sollevò una mano e richiamò un Corridoio Oscuro. Nessuna risposta. Il vuoto. Riprovò. Ancora niente. Un brivido di inquietudine gli attraversò la schiena. L’ansia iniziò a mescolarsi alla frustrazione. No. Doveva essere la debolezza. Era rimasto incosciente chissà per quanto tempo. Era l’unica spiegazione ragionevole. Doveva esserlo.

Vanitas inspirò lentamente, costringendosi a reprimere il crescente nervosismo. Il panico era inutile. Doveva ragionare. Fu allora che notò la porta dall’altra parte della stanza. Probabilmente era chiusa a chiave, ma verificare non gli sarebbe costato nulla. Attraversò la stanza a passi cauti, trovando ancora strano sentire il freddo pavimento di legno sotto i piedi nudi. Ogni passo gli ricordava quanto fosse fuori posto. Quando raggiunse la porta, posò una mano sulla maniglia, già pronto a valutare alternative. La abbassò. La porta si aprì immediatamente. Vanitas sbatté le palpebre, sorpreso. Nessuna serratura. Nessuna barriera. Niente. Per un istante rimase immobile, poi un sorriso incredulo e indignato gli piegò le labbra. Che idioti. Davvero avevano pensato che sarebbe rimasto tranquillamente in quella stanza? Sarebbe stato quasi offensivo, se non fosse stato così ridicolo.

Il sorriso soddisfatto di Vanitas durò appena il tempo di mettere un piede oltre la soglia. All’improvviso qualcosa lo strattonò violentemente all’indietro dal polso sinistro. Si irrigidì e si voltò di scatto, pronto a reagire a un attacco. Non c’era nessuno. Aggrottando la fronte, abbassò lo sguardo sulla propria mano e finalmente lo vide. Attorno al polso sinistro era stretto un braccialetto dorato largo poche dita, così leggero che fino a quel momento non ci aveva fatto caso. Con crescente irritazione tentò di avanzare di nuovo, ma una barriera invisibile lo bloccò all’istante. Il braccialetto si fermava esattamente sulla soglia, come ancorato alla stanza da una forza magica. E se il braccialetto non poteva uscire, nemmeno lui poteva farlo. La realizzazione gli fece contrarre la mascella. Era stato rinchiuso. Con estrema attenzione. E qualcuno aveva previsto il tentativo di fuga.

Un’ondata di ansia gli serrò lo stomaco. Vanitas la soffocò immediatamente sotto uno strato di rabbia e ostinazione, rifiutandosi perfino di ammettere a sé stesso quanto fosse agitato. Afferrò il braccialetto con la mano libera e tirò con forza. Nulla. Tirò ancora. E ancora. La barriera non cedette nemmeno di un millimetro. Razionalmente sapeva che era inutile, ma continuò lo stesso, sempre più frustrato. Poi li sentì. Passi. Distanti, ma in avvicinamento. Il cuore gli diede uno strappo improvviso. Strinse i denti e tirò più forte, ignorando il dolore che iniziava a irradiarsi dal polso. I passi si fecero più vicini. E con essi i suoi tentativi divennero sempre meno ragionati e sempre più disperati.

«Ti consiglio di smetterla.» La voce arrivò alle sue spalle, ferma e tagliente. Vanitas si voltò di scatto. Per un istante il cuore gli mancò un battito, ma la sorpresa sparì immediatamente dietro una maschera di rabbia e disprezzo. Davanti a lui c’erano Aqua, già con il Keyblade evocato e un’espressione che lasciava trasparire ben poca fiducia, Riku, teso e pronto a intervenire, e Ventus. Fu quest’ultimo a metterlo maggiormente a disagio. Nei suoi occhi non c’era ostilità, ma qualcosa di peggiore: preoccupazione. Compassione. Vanitas represse l’impulso di distogliere lo sguardo. In quel momento avrebbe dato qualsiasi cosa per avere il proprio casco a nascondergli il volto. Naturalmente erano stati loro. Gli idioti responsabili del suo “salvataggio”. O del suo rapimento. A seconda dei punti di vista.

«Che accoglienza commovente.» Vanitas sbuffò con evidente irritazione. «Non vi è bastato trascinarmi qui? Dovevate anche tenermi al guinzaglio?» Sollevò il polso con il braccialetto dorato e rivolse loro un’occhiata velenosa. «Potevate semplicemente lasciarmi morto e risparmiare tempo a tutti.» Nessuno raccolse la provocazione. «Il Maestro Yen Sid vuole parlarti,» disse Riku senza abbassare la guardia. «Vieni con noi.» Vanitas rise amaramente. «No.» Quando Aqua fece un passo avanti, lui arretrò immediatamente e si precipitò di nuovo all’interno della stanza. Era l’unico luogo in cui poteva ancora muoversi liberamente. I tre lo seguirono senza esitazione, chiudendogli ogni possibile via di fuga mentre lui arretrava verso il centro della stanza, cercando disperatamente di mantenere spazio tra sé e loro.

Vanitas arretrò di mezzo passo e sollevò istintivamente il braccio sopra la testa, assumendo la sua abituale posizione di combattimento. Era un gesto che aveva ripetuto migliaia di volte. Il Void Gear sarebbe apparso nella sua mano. Sempre. Ma questa volta non sentì nulla. Nessun familiare peso. Nessuna scarica di oscurità. Il suo sguardo scattò verso la mano alzata. Vuota. Provò di nuovo. E ancora. Il nulla. Un improvviso senso di panico gli serrò il petto. «Che cosa mi avete fatto?!» sbottò, abbassando il braccio e fissando gli altri con rabbia crescente. «Ridatemi il mio Keyblade!» Aqua, Riku e Ventus si scambiarono un rapido sguardo carico di sorpresa. Nessuno di loro aveva idea del motivo per cui non riuscisse a evocarlo, ma nessuno sembrò particolarmente desideroso di condividere quella informazione con lui. Quando tornarono a guardarlo, le loro espressioni erano tornate prudentemente impassibili.

«Basta così.» La voce di Aqua si fece improvvisamente più fredda. «Seguici senza fare storie, Vanitas.» Lui sbuffò con aperto disprezzo. «Preferirei smettere di esistere piuttosto che eseguire gli ordini di una qualunque patetica incarnazione della luce.» Per tutta risposta, Aqua abbassò il Keyblade. Poi schioccò semplicemente le dita e si voltò verso la porta, iniziando a camminare con calma. Vanitas aggrottò la fronte, confuso. Un istante dopo il polso sinistro venne strattonato in avanti. «Cosa—?!» La barriera che prima circondava la stanza ora sembrava essersi spostata attorno ad Aqua. E il braccialetto era legato ad essa. Vanitas piantò immediatamente i piedi sul pavimento, cercando di opporsi alla forza che lo trascinava. Invano. Scivolò in avanti centimetro dopo centimetro, ringhiando insulti sempre più coloriti mentre veniva inevitabilmente trainato fuori dalla stanza. Ai suoi lati, qualche passo più indietro, Riku e Ventus li seguivano in silenzio, pronti a intervenire qualora avesse tentato qualcosa di più creativo della semplice resistenza passiva.

Vanitas continuò a opporre resistenza fino all’ultimo secondo, ma finì comunque trascinato attraverso l’enorme porta dello studio di Yen Sid. Il Maestro era seduto dietro la scrivania, le mani intrecciate davanti a sé e lo sguardo severo puntato direttamente su di lui. Aqua prese posizione al suo fianco e gli rivolse un’occhiata che trasudava aperto disprezzo. Vanitas si ritrovò al centro della stanza e, con apparente noncuranza, iniziò a valutare rapidamente la situazione. In realtà era teso come una corda di violino. Topolino e Terra lo osservavano in silenzio con espressioni indecifrabili. Riku rimaneva pronto a intervenire. Accanto a lui c’erano Ventus e una ragazza dai capelli rossi a caschetto che continuavano a guardarlo con quella fastidiosa compassione. Paperino sembrava desideroso di prenderlo a bastonate, mentre Pippo aveva l’aria di chi non fosse sicuro di cosa stesse succedendo. Poco più in là una ragazza dai capelli neri e un altro Ventus—aspetta, un altro Ventus?—insieme a un tizio alto dai capelli rossi, lo studiavano con evidente curiosità. Circondato da ogni possibile incarnazione della luce, Vanitas giunse a una conclusione poco rassicurante: non gli restava altro che aspettare e scoprire quale destino avessero deciso per lui.