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Eclissi

Summary:

"Oggi è il solstizio d'estate, il giorno più lungo dell'anno. Ho la sensazione che se mi addormentassi non mi sveglierei più."

Funziona così: si prendono decisioni sbagliate quando si è soli.
Del resto, la vita è tutta un gioco di solitudine, una continua gara tra chi abbandona e chi resta.

 

(Cronache di solitudine)

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Chapter 1: Solstizio d’estate

Chapter Text

☀ ☾

 

 

Eclissi (o eclisse), dal greco ἔκλειψις, derivante di ἐκλείπω «abbandonare, venir meno, mancare, sparire»

 

 

 

Giugno è un mese ingannevole.

È un presupposto popolare considerare giugno estate, come se non fosse primavera per metà.
Le notti diventano astratte, fittizie come sogni e doppiogiochiste come Giuda, e ti ingannano di essere interminabili quando, in realtà, tenendo conto del ticchettio dell'orologio, durano il tempo di una pennichella.

 

 

 

 

21:33

"Quindi... hai appena detto che non vuoi fare sesso con me."

"Sì."

"Quindi, non mi hai preso per fare sesso."

"Esatto."

"Allora che cosa vuoi che faccia?"

L'uomo dondolò sui propri talloni timido, lo sguardo vagante per la stanza. Per essere un uomo ben vestito e curato ne aveva poca di sicurezza.

La risposta giunse in un borbottio, "Tenermi compagnia."

"Che?!" Cosa, a parte uno sguardo sconvolto, poteva ricevere. Al ragazzo scappò un verso da racchia, simile al gracchiare di un uccello.

"Parlare."

"Hai seriamente portato un gigolò in un hotel solo per "parlare"?"

"Hai detto sei disposto a fare qualsiasi cosa..." l'uomo, imbarazzato, continuava a borbottare con la testa rivolta di lato.

"Pertinente al sesso, imbecille!" Era tanta l'incredulità che sfoggiava nel volto, sia bocca che occhi erano spalancati, l'uomo poteva scorgerlo con la coda dell'occhio. ""Parlare" non rientra nel mio lavoro. Non mi pagano per fare il consulente."

"Beh, ecco, io avrei intenzione di pagarti per farlo-"

Riuscì a finire la frase giusto in tempo per una raffica di urla esasperate. Il gigolò indossava pure abiti femminili, succinti e brillanti, e un eccessivo, immacolato, trucco, ma aveva proprio una voce da zitella.

"Allora vai da una cazzo di psicologa, no?"

Dovette sentirsi attaccato. "Mh, non ci avevo pensato." fece poi, stretto stretto in un goffo senso di colpa. L'escort, sul ciglio della porta, non perse neppure una frazione di secondo a girarsi. "Aspetta, aspetta Gloss!" si affrettò, "Perché ti stai arrabbiando? Ho detto che ti pago lo stesso."

"Perché, tesoro, prendo il mio lavoro molto seriamente e al momento sto iniziando a sentirmi presa per il culo."

"Cosa c'è di serio nel fare sesso a pagamento?" Il cervello non era collegato alla bocca. Di questo passo, non sarebbe stato in grado di fare nulla di concreto per fermarlo – anzi, aveva accelerato il processo così. Che lo volesse o meno, quel ragazzo avrebbe immancabilmente varcato la soglia della porta. A quel punto venne colto da un aggrovigliante senso di inquietudine, il panico si esplicava splendidamente nel suo viso.

"Senti," cominciò in un tono che si facesse sentire, "proprio questa mattina ho perso il lavoro e non sono nell'umore di scopare. Non voglio pagare qualcuno per lamentarmi o che provi ad aggiustarmi, voglio qualcuno che mi faccia compagnia e parli con me. Che cazzo ne so, qualche disadattato come me che non ha idea di chi sono, della mia vita, di quello che faccio, del mio colore preferito, di come si chiama il mio cane, o... che cazzo ne so!"

Si sa, le persone in preda alla disperazione hanno una propensione innata a sacrificare tutto, ma lui non si rese conto della piega penosa avesse preso la sua vita nel giro delle ultime ventiquattro ore finché non fu disposto a inginocchiarsi per implorare, senza la minima vergogna, una puttana di restare tutta la notte insieme a lui. Oltre al lavoro, aveva perso anche il pudore. Chiunque nella sua posizione si sarebbe sentito umiliato. Persino il gigolò di fronte, a specchio, si sentiva umiliato per lui, e non c'era niente di più umiliante di qualcuno che è umiliato per te.

Scelse di non decifrare l'espressione che aveva assunto l'escort e attese con il cuore ignaro. In risposta, aveva corrucciato le sopracciglia e si era limitato a stirare le labbra, le braccia incrociate al petto completavano il quadro di strafottenza.

"Intanto, ci sono modi e modi. Primo: pretendi che stia una notte intera con te solo per "parlare". Secondo: insinui che non sono una persona "scopabile". E terzo: mi hai letteralmente definito uno sfigato disadattato. Dovresti pagarmi solo per avermi trattato di merda."

Era andata meglio di quanto si aspettava.

Si scusò con un incerto sorriso e in un tono che trapelava autocommiserazione da tutti i pori. "Mi sono espresso male, non era mia intenzione offenderti." aggiunse, "Ma... mi sbagliavo?"

Aveva proprio una faccia incagnata. "Riguardo cosa? Il mio valere unicamente come oggetto sessuale per rendere realtà le perverse fantasie del viscidume XY o il mio appartenere allo strato più basso della catena sociale?"

Lui rimase un attimo interdetto dalla franchezza e non rispose subito. "Entrambi?" testò poi.

Non ricevette alcuna reazione per un paio di secondi.

"Un frocio non può passare una giornata senza venire discriminato." e con uno sbuffò, girò i tacchi.

"No!" l'uomo si tuffò in avanti con un urlo, sembrava un naufrago che nuota incontro ad una zattera. "Non andartene! Ti chiedo scusa. Mi dispiace sul serio, non..." risucchiò un respiro appena si accorse che sarebbe stato troppo invadente afferrarlo per il polso o toccarlo in qualsiasi modo. Il cruccio afflitto si aggravò e andò a pesare sul grado della voce. "Non so cosa mi è preso, non volevo mancarti di rispetto."

Lui poteva anche non saperlo, ma Gloss lo sapeva eccome. Tutti gli uomini pensavano di avere questo irragionevole diritto di poter schiacciare gli altri solo per il fatto di essere usciti dalla vagina di una donna. Non sembrava in ogni caso importarle, gli occhi suoi frugavano nella sua pochette concentrati e privi di suscettibilità.

"Rimedierò! Mi farò perdonare, lo prometto. Ti pagherò di più! Ti prego, non te ne andare via." Sputava una parola dopo l'altra come se non avessero un peso, nella speranza di giustificarsi e fermarlo. Non appena la gola gli iniziò a pizzicare, deglutì e si ammutolì. Non capiva cosa volesse dire il silenzio, poteva significare peggio come meglio.

"Per favore?"

Gloss aveva tirato fuori un pacco di sigarette. Alzò appena gli occhi, quanto bastava per adocchiare il viso del neo-disoccupato in piedi di fronte a lui impaziente di un verdetto, e gli fece una gran pena. Non era mai stata supplicata in questa maniera da nessuno, né tantomeno lei aveva supplicato nessuno in questa maniera in tutta la sua vita.

Le sue sopracciglia dovevano avere quella forma incurvata verso l'alto e preoccupata di loro. Da quando gli chiese di passare la notte con lui al club, per l'intero silenzioso tragitto in auto fino a questa stralussuosa suite, erano rimaste immobili in quella posizione. Doveva esserci nato con il viso sconsolato. Le faceva davvero un'enorme pena.

"Il doppio."

L'uomo sbatté le ciglia. "Eh?"

"Pagami il doppio, in contanti, e starò con te."

Solo gli spettatori di un evento raro e meraviglioso provano un certo tipo di spontaneità, disarmata, l'unica ad allargare le labbra in un ampio sorriso. Nelle sue pupille brillò uno scorcio di infantile felicità, quella che si prova quando si ritrova la luce dopo aver raggiunto il baratro e perso ogni speranza.

"Affare fatto."

E dunque, buttato fuori un sospiro e gettato la pochette sopra una delle tante sofisticate poltroncine nere, Gloss si scaraventò sopra il grande letto rotondo al centro della camera. Tastando le lenzuola viola sotto di lui, diede un'occhiata intorno: alla sua destra un enorme specchio sostituiva quella che doveva essere la parete divisoria del bagno, al muro era appesa una televisione da chissà quanti pollici e sulla sinistra si trovava una vasca idromassaggio. Alzò gli occhi all'insù e incontrò il suo riflesso nello specchio al soffitto. Fare sesso in questa stanza doveva essere un'esperienza fenomenale. Fischiò, colto dal compiacimento che un posto così chic sarebbe stato tutto suo per quella notte. Dopo squadrò l'apparenza del suo nuovissimo cliente ed emanò un mugolio di approvazione. "Okay chico, di cosa vuoi parlare?" La sua voce risuonò nella stanza come una cantilena sardonica.

Appeso il cappotto e il foulard nell'armadio all'entrata, sbottonato la camicia dalla sfarzosa fantasia e scosso la testa, il cliente non espose alcuna risposta. Non avevano iniziato col piede giusto. La camicia aperta scopriva una catenella d'oro sopra il petto e, dando un'ultima occhiata nei dintorni, Gloss storse le labbra. Nemmeno i politici che si scopava la portavano in hotel così di lusso né mai l'avevano pagata il doppio, e lei ne aveva conosciuti tanti di politici.

"Che razza di lavoro facevi?"

I movimenti dell'uomo non erano per niente fluidi. Camminava come se un fil di ferro gli stesse perforando la spina dorsale e ci fossero appigliati dei piccoli uncini ai suoi vestiti che lo tiravano da tutte le parti. Pure le sue labbra si contorcevano con delle movenze insicure. "Aiutavo un mercante d'arte a evadere le tasse." rispose arreso, con una scrollata di spalle aggiunse: "L'hanno scoperto."

L'escort sollevò lo sguardo. "Oh, Jung, quello di cui parlavano pomeriggio al telegiornale?" successivamente li abbassò, "Sei così depresso solo per il lavoro?"

"Solo?"

"Perdi un lavoro di merda, trovi un altro lavoro di merda. Così gira il mondo."

"Gira proprio di merda devo dire. Non contavo di diventare un pregiudicato tra un lavoro e un altro."

"Puoi sempre farti aiutare da qualcuno... Che so, la tua famiglia, i tuoi amici. Hai amici, no?"

"Non quando la mia reputazione è stata rovinata per sempre!" urlò inorridito lui, "Sono letteralmente incriminato come complice di un reato di dichiarazione fraudolenta, chi cazzo mi vorrebbe come dipendente?" buttando fuori un sospiro e posando le mani sui fianchi, continuò come se stesse valutando le varie opzioni fra sé e sé.

L'aveva scocciato. "Non farla così tragica." Roteando gli occhi mostrò rimostranza, "Sai quanti coglioni ho scopato che riescono a svignarsela tranquillamente – e avevano addirittura accuse più gravi di una insulsa evasione fiscale. Livelli di Berlusconi, ti dico. E poi, nessuno finisce più dietro le sbarre per frode, ti stai agitando inutilmente. Troverai un modo per scamparla, tranquillo."

L'aver evidenziato l'ultima parola con acidità, come a volergli far sentire quanto fastidio gli stesse dando, dovette aver riscosso una forte antipatia. Antipatia ricambiata al cento per cento, sia chiaro. Antipatia e menefreghismo, perché a lui non poteva fregare di meno delle sue sfortune mentre si portava una Marlboro Gold alla bocca e sbuffava una nube di fumo.

"Non so se a te sfugge," dalle labbra del disoccupato soffiò un risolino colmo di sarcasmo, "ma ci troviamo nel mondo reale, non in un film di Scorsese. Non è tutto soldi, auto, droghe e troie. Ma probabilmente hai passato tutta la vita a farti sfondare la figa per renderti conto dei problemi reali."

Non era tanto la scelta delle parole a offenderlo. Diciamoci la verità, Gloss durante la sua carriera da gigolò aveva sentito offese di gran lunga peggiori, era più che altro l'audacia a pruderle. L'espressione deformata da una vanitosa derisione, l'atteggiamento da sbruffone e la patetica superbia di qualsiasi cliente di possederti solo per averti pagato. Sbieco e zampillante di astio, alzò gli occhi gradualmente, con una lentezza tesa e pericolosa. Nel sollevare la testa si venne a scontrare con la luce soffusa delle lampade.

Sopra il pallido viso del gigolò esplose un sorriso da gattamorta. "Non ti agitare, Regina George. Fino a due minuti fa eri sull'orlo delle lacrime, a pregarmi di restare insieme a te, e adesso stai facendo una scenata. Perché non ti calmi? Non sarebbe carino scolarti un'intera bottiglia di champagne da solo in questa suite presidenziale."

L'uomo si spense come un interruttore. Mormorò delle scuse, "perdonami, hai ragione", e le scuse gli stavano dando il voltastomaco, ma rimase stupido.

Il disoccupato si recò fuori in balcone, abbandonando Gloss sopra il letto, solo a fare compagnia a se stesso. Una desolazione fluì fuori dal suo sospiro, tanto densa da saturare l'aria intorno. Gloss non sapeva come faceva, a trascinare con sé l'ombra di un grave sconforto, ma lo faceva bene, e a lui non piaceva restare con l'amaro in bocca. Dopo averlo perlustrato e studiato per bene, si levò la parrucca azzurra e balzò in piedi. Se non avessero quantomeno parlato quella notte non sarebbero arrivati da nessuna parte.

"Mi dispiace averti chiamato Regina George, è che non so il tuo nome." la menzogna scivolò dalle sue labbra liscia come olio. Fece scorrere la porta in vetro e si accomodò sulla sedia libera opposta a lui. "Mi hai fatto salire con te in macchina e mi hai portato qui senza neanche avermi detto come ti chiami. Non è tanto romantico."

Fu seducente la maniera in cui gli avvicinò il pacco delle sue amate Marlboro e lo invitò a prenderne una. L'uomo spostò gli occhi di lato con un sopracciglio inarcato, rispondendo con diffidenza alla lampante disonestà manifestata. "Sai il mio nome. Ci siamo presentati." Accettò la sigaretta, la strinse tra le dita e la accese, notando appena l'alzata di spalle del ragazzo.

Rise da stupido. "Devo averlo dimenticato..."

"Tu sei Gloss."

Annuì.

"Il tuo vero nome qual è?"

"Gloss."

"Non me lo dirai proprio?"

"Non dico il mio nome ai miei clienti sfigati. Che fai? Non la fumi?"

La sigaretta era rimasta immobile, statica, l'uomo non aveva mosso la mano di un millimetro né il filtro aveva azzardato a sfiorare la pelle delle sue labbra. Briciole bruciacchiate cadevano le une dopo le altre sul posacenere man mano che il vento accorciava la carta. Si stava consumando così, cinta da una carezza, immacolata e intoccata tra le sue dita, arresa agli effetti del tempo e del vento estivo.

Il disoccupato la adocchiò svogliatamente, come se avesse capito solo in quel momento che la stava tenendo in mano. "No. Mi fa schifo fumare." rispose piatto e assorto.

Gloss si strinse nelle spalle stranito, recuperando una sigaretta che poteva scommettere avrebbe fumato. Si mise comodo con le ginocchia rannicchiate al petto e la sigaretta tra le labbra e si rivolse al triste uomo dinanzi a lui.

"Allora, chico?" lo intimò, "Volevi qualcuno con cui parlare, parliamo. Raccontami qualcosa! Sono tutto per te. Che cosa succede nelle vite strabilianti dei tizi come te?"

"Non lo dovresti già sapere?"

Scrollò le spalle, "Devo solo scoparci con voi, non intrufolarmi nelle vostre vite."

L'uomo respirò una risatina, "Un cazzo. Si cerca di scampare alla morte."

Sebbene le dieci fossero dietro l'angolo, il sole era tramontato da pressoché poco. Il tappeto di acqua salata luccicava in lontananza, l'uomo ci puntava prepotentemente gli occhi sopra, e ad un tratto il suo sguardo venne catturato da una sfuggente nostalgia, fisso nelle increspature scintillanti e al contempo disperso nella sostanza immateriale di cui era fatto l'orizzonte.

"Non hai proprio nulla da raccontare? Zero?" insistette, rinunciandoci velocemente, "Devo star sveglio tutta la notte per quale motivo?"

"Sono solo molto stanco, tutto qui."

I capelli del gigolò erano dello stesso colore della cenere; lui la trovò una curiosa coincidenza che richiamassero la sigaretta peritura che teneva tra le dita. Si concesse di darle un'occhiata, offrendole un debole sorriso che poteva definirsi la manifestazione calzante dell'amarezza. Era tutto amaro di lui. I capelli neri, la ciocca che ricadeva sulla fronte, le guance incavate, le labbra spesse, le parole. Era un'amarezza muta e blu.

"Oggi è il solstizio d'estate, il giorno più lungo dell'anno." annunciò dal nulla con una chiara nota di compiacimento. Si stiracchiò nella sedia e levò lo sguardo al cielo vuoto di stelle. "Ho la sensazione che se mi addormentassi non mi sveglierei più."

L'amarezza era intinsa di qualche magia. Un brutto presentimento era riuscito a oltrepassare lo scheletro e arrivare fino alla pelle, Gloss si sentì punzecchiare le rughe d'espressione. Quel bastardo doveva averlo maledetto, non c'era alcun dubbio. E oscillando tra un incantesimo e una stregoneria, la notte davanti a loro si prospettava lunga.

Fortunatamente era una serata incantevole.

23:12

Hoseok aveva imparato a bere il soju nella giusta maniera a ventiquattro anni. Era successo in una camera d'hotel, nella notte più corta dell'anno. Non era stato suo padre o suo nonno ad averglielo insegnato ma un gigolò che non aveva mai visto prima.

La vita di Hoseok, sin da quando era in fasce, era stata una catena di sorrisi remissivi e ansimi affannati.

Una volta gli avevano detto di apprezzare tutte le cose che gli incombevano nella vita. "Il destino ha un disegno tutto suo, ogni fatto nasconde dietro qualche ragione inspiegabile e necessaria"; arrabbiarsi è una perdita di tempo, lo avevano rimproverato, ogni evento è un dono e bisogna apprezzarlo, cattivo o buono che sia. E lui apprezzava, apprezzava sempre tutto. Apprezzava l'essere finito alla dolce età di venticinque anni in un hotel assieme ad una puttana da una disinibizione sfrontata e un sogghigno cozzato di ambiguità.

Nessuno ti dice che inseguire l'apprezzamento è un lavoro bello grosso e sottopagato, a maggior ragione se ogni secondo del tuo di tempo è spaccato per rientrare in quello degli altri. Però, nonostante ciò, Hoseok non si era mai lamentato. Aveva sempre apprezzato tutto. Dite che non gli era mai pesato? Chi lo sa. C'è da dire che Hoseok si faceva ingannare facilmente dal brio delle prime volte, dai sorrisi di incoraggiamento e dalle menzogne sporche, e laddove le opzioni erano bianco o nero lui chiudeva gli occhi all'arcobaleno.

Naturale che allora gli fossero sembrate tutte cose strepitose, l'euforia che ti prende quando apprezzi tutto così ferocemente non lascia spazio alla ragione. L'aver rubato la bicicletta del suo compagnetto alle elementari, l'aver beccato una bustina trasparente piena di polvere bianca nel cassetto dello studio di suo papà alle medie, l'aver rubato il primo bacio al nuovo arrivato di cui tutti parlavano, tutta le urla esultanti della combriccola alla notizia che si era fatto sverginare da una donna più grande di lui. Senza che tu te ne accorga, via via che passano gli anni, i colori sbiadiscono, la freschezza si secca e il fascino appassisce, non lasciando altro che ciò che di loro è vero ed eterno, e comprendi che la vera natura della tua euforia è il disordine.

Non era normale che papà ti desse l'erba a undici anni per farti dormire; aver sparso la voce che Jimin, il nuovo ragazzo, era una troia omosessuale non era stato il passaggio all'età adulta che pensavi che fosse; penetrare una donna matura sotto le luci squallide di un vicolo lercio era a dir poco aberrante.

"Dovremmo chiamare il servizio in camera." propose Gloss dando un'occhiata alle bottiglie. La sua voce stolta bastò a risvegliare Hoseok. "Non abbiamo mangiato niente, e non esiste che una volta qui non usufruisca del pacchetto completo."

Nella sua breve maratona che erano stati i venticinque anni aveva capito quanto strambo fosse il destino, eppure non si era mai trovato in questa situazione, con un gigolò (non se la sentiva di chiamarlo puttana dopo che avevano raggiunto un certo grado di confidenza) non a cavalcioni su di lui ma in piedi con una bottiglia di Martini in una mano e una di rosato nell'altra, mentre lui se ne stava seduto dietro all'ammasso di mozziconi di sigarette dentro il posacenere, ad una coppia di bicchierini e a una bottiglia di soju con due rispettivi bicchierini.

"Ti ricordo che ricade tutto sul mio conto e io sono ufficialmente disoccupato."

Il gigolò posò gli occhi sull'uomo e alzò le sopracciglia con nonchalance, incapace di curarsi della serietà di un problema che non lo riguardava. "Non hai detto che vuoi sperperare tutti i tuoi soldi stasera?" ammiccò un sopracciglio al pensiero che questo patetico uomo, disoccupato, stava per scialacquare tutto il suo patrimonio restante per lui. Una prostituta. Una misera puttana.

Appoggiò le bottiglie sopra il bancone e ritornò a frugare nel frigo intonando un fischio. "Questi hotel sono super-forniti, cazzo. È pieno di alcol!" prese una bottiglia di tequila, "Ti vanno i dolci? Secondo te ce le portano le ciliegie se gliele chiediamo?"

Sembrava una scena a dir poco volgare e da poveracci e lui ci stava ridendo di gusto, perché Hoseok non si poteva considerare nient'altro che un pezzente, e pezzente attrae pezzente.

Inarcò un sopracciglio in una smorfia divertita. "Perché?" aveva perso per un istante i sensi mentre osservava la figura sfocata del ragazzo allineare fieramente le bottiglie l'una accanto all'altra. Una muraglia di alcol.

"Adoro i dolci." esclamò, "Il mio preferito è il tiramisù. Al secondo posto la sacher, al terzo millefoglie. Adoro i dolci." ripeté con una risatina intontita.

"Sai cosa sta bene con una fetta di torta? Un cocktail. Quando vivevo a Daegu avevo un amico fissato, me ne ha insegnati un sacco." Gloss camminò verso il telefono della camera. Gli venne una voglia matta di accendersi una sigaretta.

"Reggi bene l'alcol?"

"Urca! Bevo come una spugna e non sono mai finito in coma etilico, posso svelarti tutti i miei segreti per una lunga vita."

"Non accetto consigli di salute da una che ha i polmoni neri e il fegato collassato."

"Hai dimenticato i neuroni bruciati." gli mandò un occhiolino prima di portare la cornetta all'orecchio.

Il disoccupato scrutò ambizioso la bottiglia di soju davanti a lui. Voleva fare un numero di magia, voleva sollevarla e versare il liquido nel bicchiere con la telecinesi.

"Non sei di Seoul?" gli domandò dopo aver rinunciato e, deluso, attorcigliato le dita attorno al corpo della bottiglia.

"No. Non te ne sei reso conto dall'accento? È palese."

Al che Hoseok aguzzò le orecchie. L'escort manteneva una voce distaccata e cinica anche da brillo. Prestandoci attenzione poteva sentire chiaramente la grezza cadenza dialettale, o forse era che aver metabolizzato questa informazione aveva reso la sua voce più boriosa e Gloss, che nelle ultime parole aveva marcato l'accento volutamente, ci aveva messo del suo per palesare questa impressione e prenderlo in giro.

"No..." mormorò a fatica, provando vergogna. Avere i suoi occhi piantati addosso lo aveva reso più impacciato nei movimenti. "Non ci avevo fatto caso."

Poi, preso da una realizzazione improvvisa, Hoseok esultò senza un motivo apparente, ammirando con uno scorcio di infantilità la prostituta e ci tenne a farle sapere che lui invece veniva da Gwangju, dalle zone abbienti, dalle parti in cui potevi permetterti di far lavare ad altri le tue mutande sporche. Gloss, in risposta, si strinse nelle spalle e spostò lo sguardo nella stanza, uscendosene fuori con un commento stranito, ("Oh, sì. Si sente dal tuo accento. Ho scopato tanti figli di papà.") e più imbarazzato di prima.

"Sei stata a Gwangju?" l'esultanza di Hoseok non si era ancora consumata.

"No. Cioè- sì, quando ero piccolo. Gli uomini che intendo io venivano da lì, ma ci ho fatto sesso qui, in 'sta città." storse le labbra al ricordo, "Niente di memorabile. Pensate che con i vostri soldi potete nascondere il fatto che siete dei rozzi bifolchi."

L'accusa gli fece aggrottare la fronte, "No?" Hoseok si mise sulla difensiva. L'aveva presa sul personale. "Non siamo tutti così. Tu hai solo avuto sfortuna."

"Nove uomini su dieci lo sono. Il decimo dice che non è come gli altri ma non si lava la schiena sotto la doccia." Gloss polemizzò, gettandosi a peso morto sul materasso. Venne scosso da un brivido gelido al ricordo. "Soffro di disturbo da stress-traumatico come puoi notare."

"E dov'è che l'avresti visti questi uomini?"

"Al mercato."

Impiegò qualche secondo a metabolizzare. "È ovvio che a Hwagae incontri solo cafoni?! Ed è pieno di gente di Daegu lì!"

"Non siamo tutti così." gli fece il verso, "E per tua informazione, noi siamo persone dai sani principi! Gli uomini dalle mie parti sono belli ed educati. Persino i barboni hanno buone maniere."

"Non credo che i barboni di Daegu abbiano qualcosa da invidiare ai barboni di Gwangju."

"Che c'è, Hobi? Ho ferito il tuo ego? Ma fidati: ho conosciuto tanti uomini corrotti e rozzi a Seoul ma mai un barbone viscido a Daegu."

Hoseok assottigliò gli occhi con un sorriso sbilenco. Rimase interdetto. Barboni, stavano parlando di barboni. La conversazione aveva preso una piega inaspettata.

"Ti sei scopato anche loro?"

"Pensi che il mio culo sappia di spazzatura?"

Hoseok stava ingoiando il soju quando una risata vibrò tra le pareti della sua gola, facendogli correre il rischio di sputarla fuori. "Come? Sei venuto a fare la puttana da vergine?"

"Ah? Ti pare! Certo che no. Avevo già scopato."

"Perciò il tuo culo sa di spazzatura?"

L'offesa gli fece sgranare gli occhi. Il gioco poteva arrivare fino ad un certo punto e fino a dove voleva lui. "Un mio amico mi ha chiesto di scopare. Mi trattavano già come una zoccola ancora prima di esserlo, si vede che avevo un futuro."

"Però, una zoccola vergine. Io anche avrei fatto sesso con te."

Questo, nonostante le richieste a cui era abituato a sentire, si classificava nella top five delle robe più miserabili che avesse mai sentito. C'era qualcosa di intimamente spregevole nel tono in cui l'aveva detto e Gloss per un momento pensò che in realtà, in fondo, Hoseok fosse più subdolo di quanto lasciasse trapelare. Tipo un delfino.

"Solo solo per sverginarmi?" Non gli scappò una risata genuina.

"È erotico essere la prima volta di qualcuno, eccita ancora di più."

Gloss immaginò la faccia di Hoseok accartocciata nella goduria mentre infilava il suo pene nel buco stretto di una figa vergine, senza neppure averla toccata e preparata, anche senza preservativo, e roteare gli occhi ai gemiti di dolore. Magari gli si drizzava ancora di più a vedere le macchie di sangue sulle lenzuola e sul suo stesso cazzo, e avrebbe fatto un secondo round. Non riusciva a frenarsi dal fantasticare di vederlo nudo e su come sarebbe stato avere l'uccello di un sadico asintomatico dentro di lui. Questo discorso poteva anche finire lì. Gloss sorrise da stupido.

A questo punto la testa di Hoseok pesava troppo per reggerla sul collo. "Ma sei sul serio venuto a qui solamente per fare la puttana?" Non era il cambio di discorso in cui Gloss sperava, ma era pur sempre un qualcosa.

"Ho una dipendenza dal sesso e dal denaro, e siccome la città è piena zeppa di uomini dell'alta finanza dall'omosessualità repressa e con delle mogli da tradire ho pensato che questo fosse il posto perfetto per me."

Lui teneva gli stessi occhi spalancati di un ebete sprovveduto, come se stesse prendendo per oro colato tutto ciò che usciva dalla sua bocca. Si chiese se manipolare un sadico fosse semplice o se gliel'avrebbe fatta pagare prima o poi.

"Ti sto prendendo in giro, chico." chiarì. Il labbro inferiore di Hoseok cadde inerte, gli sfuggì un 'Ah'. "Se fare il gigolò fosse stato il mio progetto di vita non mi sarei impegnato così tanto ad andarmene. E inoltre, gradirei che ti riferissi a me come sex worker. Grazie."

L'uomo piegò la testa di lato, "Che fai oltre al gigolò?"

"Uhm, vediamo... Spogliarellista, pole dance, lap dance, strip tease, danze private, roba così, hai presente? I papponi cercano più froci di quanto tu immagini."

"Figo." l'uomo annuì distrattamente, continuando a fissarlo. "Porno?"

"Ci sto lavorando."

La conversazione si dileguò e un silenzio, che sarebbe stato meglio se non fosse esistito, cascò su di loro. Per non farci caso, Hoseok restava nel suo mondo a esercitarsi col soju. Sui lati della sua fronte delle goccioline di sudore avevano iniziato a scorrere e la sua faccia rossa stava raggrinzita in un broncio.

Non ci sarebbe stato da stupirsi se Hoseok fosse passato alla storia come l'uomo più pezzente e patetico sulla faccia della terra. Suvvia, aveva avuto un padre che gli aveva insegnato come rollare una canna al posto di come bere il soju. Era cresciuto un delfino sadico asintomatico. Cosa gli aveva portato di buono calare la testa ad ogni cosa? Nulla. Avrebbe continuato a rimanere annodato a questa nomina di pezzente con o senza una giacca Louis Vuitton ripararlo dal freddo o un rolex al polso.

"Dopo le mostre che il mio capo allestiva nella galleria, andavamo tutti insieme negli strip club. Offriva lui." esordì ad un certo punto Hoseok, "Bevevano litri di alcol, facevano un sacco di baldoria e lanciavano banconote a destra e a manca, importunavano qualche minorenne e ogni singola volta si portavano a casa una zoccola diversa. E lo facevano-" si fermò d'un tratto, guardando intensamente la bottiglia di soju mezza vuota come se potesse riempirla con la forza dei suoi pensieri.

Gloss aveva rinunciato da tempo al servizio in camera. Aveva lasciato la cornetta sopra il letto e si era recato dalla muraglia di alcol. Scolò un intero bicchiere senza pensarci due volte. Mentre riempiva il secondo bicchiere di rosato, mormorava qualche canzone a caso, con l'intento di scappare dal silenzio seccante e inopportuno. La pausa si stava prolungando più del necessario, aver interrotto la frase a metà aveva sparso un residuo scomodo lungo lo spazio che li separava.

"Gli artisti sono i peggiori scialacquatori e frequentatori di prostitute." lui commentò, "Credono che portare avanti delle vite dissolute possa mantenere florida la loro ispirazione o stronzate del genere. Facciamo restare la Bohème nel diciannovesimo secolo, per piacere."

"Sembravano divertenti queste oscenità, essere circondati da soldi, da tante persone con cui ballare, ridere, bere, fare sesso... Invece adesso mi rendo conto che probabilmente si sentivano soli come cani per ripetere sempre una routine del genere."

Si godeva il corpo accasciato del sadico dondolando il calice. L'illuminazione del balcone era scarsa, lo illuminava poveramente lasciandolo per metà catturato dall'oscurità. Metà nero, metà incurvato verso il basso; e di contro Gloss sorrise intrigato.

"È davvero triste, sentirsi soli." Abbassò la voce in un sussurro, insicuro sul voler essere sentito o meno, "Forse pensavano di ricevere un po' di amore in quel modo."

Ricadde il seccante silenzio. Questa volta Gloss non pensò neppure a come romperlo, restò a fissarlo indifferente. Se la gente facesse le cose per amore, farebbe cose ben diverse.

La risata acida in cui Hoseok scoppiò lo colse di sorpresa.

"Non funzionava manco per il cazzo. Non capisco perché continuavano ad andare a puttane e a festeggiare se non serviva a niente. Cosa cazzo c'era da festeggiare? Non essere amati?" allineò il loro sguardi attraverso il vetro, "Io non ho mai smesso di sentirmi solo."

Doveva essere uno sport inciampare nella propria ombra e cascare nell'abisso, lui ne sarebbe stato campione nazionale. Lo sconforto era un pacchetto unico con le immagini indelebili: ogni volta che ricordava, doveva toccare il fondo.

Vide come le sopracciglia del sadico si contorsero indispettite e come la sua espressione divenne un cipiglio al pensiero di qualcosa di molesto. "Quando sono sobrio faccio la qualsiasi per tenermi sempre impegnato e non avere spazio per pensare, perché pensare fa schifo ma stare sobrio fa ancora più schifo. Ogni volta che bevo capisco quanto la mia vita da sobrio faccia proprio schifo."

Osservando con occhi brilli le poche stelle che splendevano al di sopra, numerosi pensieri sgradevoli sgualcirono la sua mente. Era erotico? Nelle prime volte ci trovava davvero l'euforia o era solo un gioco da mocciosi? L'un due tre stella dei disgraziati, un passo alla volta senza farti beccare e ricominci da capo dopo aver toccato il traguardo. Partendo dal cielo in terra, viene prima la vetta del precipizio, e ad ogni gioia segue il disprezzo. Sul lungo andare questa notte sarebbe declinata nell'ennesima memoria disastrosa e si sarebbero scorte impronte di essa sulle rughe del suo viso. Odiare qualcosa era erotico, dunque?

Regalò un sorriso storto al cielo. La "benedizione" a cui la gente si riferisce lascia il tempo che trova. Tutto fino ad allora si era succeduto come un'evoluzione naturale e fatale. Ogni evento, cattivo o buono che sia, è uno squarcio nel tetro fiume della monotonia. Non c'è niente di benedetto nel destino.

"Lo faccio come se riempirmi l'agenda possa farmi dimenticare tutto." rise, "Ma io non dimentico niente sai, ho una memoria di ferro. Adesso che sono disoccupato avrò mooooolto tempo libero per ricordare tutto e non avrò i soldi per fare tutte queste cose e mi sentirò molto, molto, moltissimo solo. Uscirò fuori di testa."

Sotto gli occhi di Gloss giaceva un manichino con i vestiti firmati e i capelli ingellati all'indietro, tanti gioielli e un'auto di lusso parcheggiata nel parking lot di un hotel di lusso. Così dava l'impressione di possedere tutto quello che dalla vita si potesse desiderare e più. Aveva le maniere di un gentiluomo, precise e prudenti, il modo di parlare contenuto di uno che dà peso ad ogni parola, il cuore di uno che non ce l'aveva fatta ad accettare la vita; e così ti rendevi conto della miseria in cui viveva. Non era ricchezza potersi permettere di pagare una prostituta che gli parlasse né lo era sprecarli in hotel a cinque stelle. Aveva una dubbia esistenza. Non era ricco, ma non era nemmeno povero.

"Solo, ricco e alcolizzato." Erano tre parole che messe una dopo l'altra suonavano bene, un "Il buono, il brutto e il cattivo" rivisitato e in un'unica persona.

L'accenno sarcastico dovette aver ripulito la mente di Hoseok dalle inquietudini e gli fece raddrizzare il collo. Strinse le labbra tra loro. "Cosa?" assottigliò gli occhi e, giacché l'alcol esagerava le sue reazioni, il broncio divenne evidente a sufficienza anche da distante.

"No, niente. Pensavo."

"A cosa?"

"Che con i soldi che c'hai potresti pagare la solitudine per cacciarla."

"Che vuoi dire?"

"Che dire ad una prostituta che la tua vita da plurimiliardario fa schifo non è il picco di sensibilità. Cos'altro vuoi dirmi? Mammina non veniva alle recite, papuccio non ha mai visto una tua partita di calcetto, i tuoi amici ti fottono i soldi?"

"Ho amici fantastici." la corresse risentito, il cipiglio aggravò di ostilità. "Non sono alcolizzato e non ho un quattrino. Mio padre mi ha disonorato, ho speso tutta l'eredità dei miei nonni da un pezzo e il mio stipendio era uno schifo." Al che sollevò gli occhi al cielo, "Credo di avere una dipendenza dallo shopping però."

"Aspetta, non sei ricco?"

"Neanche lontanamente." ribatté rapidamente, "Vivo come un ricco. Sono un pesce gatto? Ah ah. Divertente."

"Ma allora, sei solo uno scialacquatore. Come diavolo fai a permetterti 'ste cose se sei senza un soldo?"

"Ho un mucchio di debiti."

"Come pensi di pagarli?"

"Non ci penso."

"Non puoi continuare a spendere soldi."

"Se non lo facessi non potrei stare con loro e loro non starebbero con me."

Più continuava a parlare, più sembrava alimentare l'avversione che Gloss provava nei suoi confronti. "Loro" era molto generico, poteva riferirsi a qualsiasi persona o cosa, però qualcosa gli diceva che Hoseok intendesse i suoi amici, o le persone che frequentava. In fin dei conti, non era minimamente diverso dagli altri uomini che scopava.

Mi pagherà il doppio, si ricordò in seguito, e dunque tentò di mandare l'avversione giù tutta in un sorso assieme al vino. Provò un'aggressiva sensazione di disgusto. Chiuse gli occhi smantellando la faccia infastidita, quando li riaprì era tornato nel ruolo: paziente, benevolente e stupido.

"Avevo un amico che aveva le allucinazioni e sentiva le voci, tipo Mosè e Gesù. Il mio amico non era un profeta però, era un tossicomane, ma se è questo il risultato... Dico, se facessi come lui, forse smetteresti di sentirti solo."

Fu impossibile descrivere l'espressione che nacque sul volto di Hoseok.

"Non l'ho mai visto triste." concluse, prima di ricordarsi del servizio in camera."

00:06

"... Tant'è che una notte sentii il ticchettio di tacchi provenire dal piano di sopra. All'inizio non ci feci caso, però poi iniziai a sentire quei passi tutte le notti. Il problema qual era, che al piano di sopra non ci abitava nessuno." Il gigolò si prese una pausa per sbarazzarsi della risatina che stava trattenendo. Proseguì il racconto dopo aver udito il deglutire rumoroso di Hoseok. "Poi abbiamo scoperto che anni prima lì sopra c'era morta una vecchia. Quindi sopra camera mia ci stava un fantasma, capito?"

Rise ancora più forte. La storia in sé non era esilarante quanto la faccia terrorizzata del sadico, si stupì persino egli stesso di quanto stesse ridendo. Aver tenuto le palpebre spalancate doveva avergli seccato i bulbi oculari, le sbatté più e più volte, boccheggiando qualche lettera a caso al contempo. Scosse la testa nel fallimento e, come lui, prese un sorso del cocktail alla tequila, rum e limonata che aveva preparato.

"Avete continuato a vivere in un condominio infestato? Seriamente?" Percepì un brivido scorrere lungo la spina dorsale all'averlo solamente accennato. "Pazzi. È da psicopatici. Preferirei essere un senzatetto."


A volte Gloss faceva questo gioco dove testava l'attenzione delle altre persone. Quando gli pareva che non lo stessero ascoltando, lui si interrompeva e attendeva che si rendessero conto che aveva smesso di parlare. Se non avevano alcuna reazione, se ne andava. Hoseok gli faceva sentire che stava ascoltando. Gli donava occhiate stranite, curiose, sfocianti in genuino sconcerto; mugugnava versi di approvazione e lo intimava di proseguire. Ascoltava, e più ascoltava più si sentiva stimolato. Gloss ne aveva ricevute attenzioni, ma mai buone così.

"Come mai te ne sei andato?" Hoseok aveva la bocca piena di torta.

Risistemandosi nella poltrona, la prostituta lo esaminò masticare, lo trovava adorabile. "Soffrivo di una brutta malattia e mi hanno trasferito per curarmi. Tu perché te ne sei andato?"

"Non faceva per me quel posto. Non- Non accettavo che quella fosse la mia vita."

Continuarono a tenersi d'occhio: uno mangiava il tiramisù, l'altro fumava una sigaretta.

Il sadico ingoiò l'ultimo boccone di tiramisù. "Allora, perché te ne sei andato?"

Si protese verso il posacenere in terra a spegnere la sigaretta e anticipò la risposta con un'alzata degli occhi. Hoseok notava le sottigliezze, molto più di qualsiasi altro uomo.

"Ce li avevo io i fantasmi. Ero io quello infestato."

Hoseok incrociò le gambe, raddrizzando la schiena come colto da un brusco interesse.

"C'era qualcosa che ti piaceva fare? Qualcosa che facevi sempre, che ti distraeva."

Il gigolò ci ponderò su bene per qualche secondo. "Non so se mi piacesse, ma suonare il piano mi distraeva."

"Sai suonare." Fu una domanda senza punto interrogativo.

"Pensavo che suonando avrei cacciato i fantasmi, non avevo mai calcolato che a loro piaceva la musica."

Si alzò in piedi e camminò in direzione della porta-finestra. Con lo sguardo affacciato verso i palazzi, si abbracciò con le sue stesse mani. Era affascinato dal non vedere il limite tra cielo e mare, ciò che viveva agli antipodi poteva congiungersi nell'incontro più naturale esistente.

"A me piaceva ballare." Gloss scoppiò a ridere. "Hey! Che c'è da ridere? Io non ho riso per te!"

"Scusa, è che-" si coprì la bocca, la risata andava man mano a scemare mentre le sue spalle non smettevano di vibrare, "Non riesco a levarmi dalla testa tu a sei anni che chiami tutti i tuoi parenti e li costringi a vederti esibire."

A vedere il tenero sorriso che la visione produceva in lui, Hoseok si sentì costretto a ricambiarlo. Inforchettò una fetta di torta.

"Andava proprio così. Ballavo e cantavo e loro dovevano darmi un voto. Quelli che mi davano un voto basso li buttavo fuori casa. Non capivano il vero talento. Un giorno tutti sulla faccia della terra avrebbero saputo il mio nome e loro si sarebbero pentiti di avermi dato un quattro."

Lo fece ridere ancora di più. Mentre asciugava le lacrime ai lati degli occhi, lo stuzzicò, "Perché non balli qualcosa per me, Michael Jackson? Vediamo se sei davvero da quattro."

"E tu-" sguizzò in piedi appena conclusa la frase, andò a tagliare un'altra fetta di tiramisù, "Eri da quattro?"

"Me la cavavo."

"Allora come ha fatto Mozart a passare dalla Sinfonia n. 40," l'uomo allungò una mano, squadrando su e giù il ragazzo, "a questo? C'è qualche passaggio che non mi torna."

Rimase con un sorriso sbilenco. Non le riusciva sorridere da stupido. "Mozart è caduto in rovina e si è reso conto che poteva solo succhiare peni se voleva campare."

"Non avevi tenuto in considerazione che, forse, trasferendoti, avresti avuto bisogno di soldi?"

"Il piano A era andarmene. Non avevo un piano B. Mi sono trasferito senza dire niente a nessuno, senza un soldo, senza nessun progetto, senza una vaga idea di dove stare, così ho improvvisato."

Michael Jackson inclinò la testa di lato, "Sei sparito all'improvviso?" annuì, "Senza dire niente a nessuno?" annuì ancora, "Perché?"

"Perché no?"

"Ma che-" un singhiozzo, "ti è saltato in mente?! Non ti hanno cercato?"

Scoppiò in una cattiva risata, "Questa è bella. No. Avevano tutti di meglio da fare che cercarmi."

Qualcosa frenava Hoseok dall'elaborare l'informazione. "Ad esempio?" e il gigolò sbuffò. Gli sembrava di essere stata abbastanza chiara.

"Flash news, chico," iniziò a spiegare, "a nessuno frega un cazzo di te. Ci sei o non ci sei, nelle loro vite non cambia un cazzo. Non hanno bisogno di te. Sei superfluo." Sperava di essere stato abbastanza chiaro adesso. "A me non fotte un cazzo. È fantastico essere superficiali, puoi fare il cazzo che ti pare, sparire, morire, senza creare alcun tipo di problema e non devi tenere conto a nessuno." Allargò le braccia come ali. "Se non conti niente sei libero!"

A dir la verità, Gloss si aspettava di vedere, una volta che il suo entusiasmo fosse svanito, quello di Hoseok nascere. Al contrario, ciò che giunse ai suoi occhi fu un antipatico silenzio. Qualcosa le diceva che non la pensava come lei. Neanche lo scorcio di un sorriso. Aveva un così grande broncio scontento che occupava tutta la sua faccia.

"Non è vero che non abbiamo bisogno degli altri." piagnucolò, "Le persone hanno l'esigenza di stare con gli altri per attribuire un senso alla realtà. Non possono... farlo da soli..." La voce, interrotta dai singhiozzi, si appiattiva sempre di più. "Io ci soffrirei molto se- Vorrebbe dire che- che non si fidano di me, che non mi hanno mai amato come li ho amato io. Non è giusto abbandonarmi così."

"Non sono tenuti a darti spiegazioni."

"Le merito! Soprattutto dopo tutto quello che faccio."

"Senti, bello-" cominciò roteando gli occhi, con un tono ammonitore insito di presunzione, "in un modo o nell'altro se ne vanno sempre, è inutile che ti arrabbi se i tuoi sforzi non sono ripagati. Piangere non te li riporterà indietro."

"Ma perché?" chiese rivolgendosi a nessuno in particolare, "Perché se ne vanno? Cos'ho che non va?" volle ridere, invece dalle sue labbra fuoriuscì un ansimo straziato.

"Perché?" Nella sua lingua erano ancora presenti dei residui di presunzione e uno scorcio derisorio gli sfuggì. "Tu non te ne andresti mai?"

La reazione di Hoseok bastò per fargli capire che aveva centrato in pieno. Capì, inoltre, che quest'uomo era così dannatamente triste e sofferente perché teneva troppo agli altri, più di quanto teneva a se stesso, e al posto di fraternizzare con la sua solitudine per trovare un compromesso, le permetteva di trascinarlo sul fondo. Vivere per gli altri... un sacrificio che solo le persone buone accettano di sopportare. Quelli come Gloss non potevano capirlo.

Un sorriso sconfitto stava germogliando sulle sue labbra, mentre ricordava tutte le miserie della sua vita. Chiuse gli occhi beandosi della consapevolezza di essere viscido.

"Beh, mi sa che sono io il pezzo di merda allora."

Ogni valore cattivo contenuto nel significato di quelle parole sparì nell'istante in cui lasciarono la sua bocca. Quando si arriva a capo con la propria natura si prova una serenità catartica, si vive un rituale di intima purificazione e non chiedi nient'altro. I nervi precipitano in una sorgente di gioia, una sorta di reale sconfitta. Persino Hoseok, un sadico squattrinato, si convinse che essere un pezzo di merda fosse la virtù migliore a cui auspicare.

E smussando ogni vertice del suo cuore, la gelosia si spianò la strada ardendo dentro i suoi vasi sanguigni. Pure lui desiderava porre un traguardo alla sua carriera da maratoneta e riposarsi.

"Sono stato io a chiederti di parlare," considerò, accertatosi che la sua fitta visione si fosse diluita e il malessere alla testa alleggerito, "ma finora hai parlato solamente tu."

"Qualcuno doveva pur farlo."

Con un sincero riso, la testa del cliente cadde di lato. Massaggiando le tempie con le nocche della mano, disse senza pensare: "Non hai motivo di sforzarti così tanto per farmi un piacere" ed ebbe una realizzazione inattesa che gli fece sollevare le sopracciglia. Parlò biascicando, storpiando i suoni, interrompendo e riprendendo le parole a metà. "Vedi? Mi stai facendo un piacere. Sei buono come il pane."

"Già. Perché mi paghi. E puoi stare certo che parlerò per tutta la notte, parlerò così tanto che sentirai la mia voce per tutta la vita, vorrai una lobotomia per farmi uscire dalla tua testa."

"Non vale, Gloss, io ho una buona memoria."

Lo vedeva frammentato. Il trucco si era rovinato, sotto gli occhi il nero si mischiava con il viola delle occhiaie. Le palpebre si erano appesantite, le lasciava vacillare senza forze.

"Sei strano. Di solito i clienti mi raccontano i loro problemi. È assurdo, non hai idea, si aprono tutti con me." Divise il ciuffo grigio in due ciocche e unì le mani, con un'espressione addolorata "Assomiglio a Madre Teresa?"

Il sadico ridacchiò, "Sfogarti con qualcuno che non conosci è più semplice."

"Se a quel qualcuno frega qualcosa. Mi pagano per fare sesso, non per fargli da psicoterapeuta."

"Magari ti trovano di conforto e basta."

"Tu mi stai trovando di conforto?"

"Bah, non direi."

"No?! E per quale motivo mi stai pagando?"

Stirò le labbra di lato, lo intimò di calmarsi con un gesto della mano e liquidò le sue lamentele, qualche commento lagnoso come "Uscirò da questa notte con una triennale in psicologia" e cose del genere.

"Sai cosa dicono del vaso di Pandora, che l'unica cosa rimasta dentro fu la speranza... Ero talmente disperato da riaprirlo per farla uscire, e visto che non ho nessun altro da poter perdere, ho pensato che affidarmi a qualcuno che non posso perdere fosse la soluzione migliore. Tutto qui."

Le labbra della suora si arricciarono, "Mi stai facendo fottutamente perdere tempo."

"Probabilmente i tuoi clienti fanno lo stesso. Tutti quelli che pagano per scopare con qualcuno devono sentirsi disperati e miserabili, no?"

Lo snobbò, schioccando la lingua contro il palato. "E tu cosa saresti, allora?"

"Oh, io appartengo a tutt'altra categoria." gli offrì un'occhiata dalla coda dell'occhio con un sottile, accennato ghigno, "Io sono proprio su un altro livello." Però il tentativo di fare una battuta autoironica fallì nel far ridere Gloss, il quale, piuttosto, persistette nell'osservarlo con quella sua espressione arida e priva di impressioni, e un piccolo sorrisetto, non indirizzato a Hoseok ma a se stesso. Stava immaginando di nuovo la sua faccia sadica. Moriva dalla voglia di sapere se lo fosse davvero.

"Okay, chico... Raccontami come sei arrivato qui."

Il chico non venne colto alla sprovvista dalla richiesta, una parte di lui già presumeva che quella sconosciuta non avrebbe ceduto alla sua ruffianeria. Questo ragazzo aveva uno sguardo fin troppo astuto, doveva averlo rubato ad una volpe.

Buttò fuori un sospiro di rassegnazione e ispessì il sorriso, e nel frattempo rispose, trascinando a fatica le parole una dietro l'altra.

"Università. Volevo farmi mantenere da mio padre, anche se quando l'ho mollata al secondo anno lui mi ha tagliato i viveri e..."

1:25

Un riverbero di luce riposava sul volto del giovane uomo. Si stava dissolvendo nel raggio di luna che penetrava dalle tende e giaceva debolmente sulla sua faccia. Doveva accecarlo parecchio per ignorare l'espressione contorta e tesa che Gloss gli stava riversando e al rumore che facevano le sue ossa allo sgranchirsi. Il capo di Hoseok ondeggiava al dolce ritmo, l'udito ben aguzzo e lo sguardo smarrito per comprimere la concentrazione in un unico punto. Era la terza canzone.

"Il piano qui crea un'atmosfera di attesa malinconica." valutò riportando la canzone indietro, "È bello come la melodia aumenti di tensione fino a esaurirsi."

Come cazzo aveva fatto a convincerlo?

Gloss schiacciò una ciliegia tra i denti. Non riusciva a sciogliere la tensione.

"Volevo una sorta di ponte che collegasse i due motivi. Se entri dentro un tunnel e hai paura del buio, l'ansia ti fa correre in avanti, e man mano che vai avanti la noti la luce in fondo e questo ti fa correre più veloce, e corri corri finché non sei fuori dove finalmente puoi fermarti, prendere fiato e dire-"

"Ce l'ho fatta."

L'affermazione lo destabilizzò, riscuotendolo dalla sua loquacità. Lo stupì la sua sensibilità. Sbatté le palpebre più volte alla realizzazione e si rimpicciolì nelle spalle, sentendosi a disagio e inappropriato.

Intanto, nella mente di Hoseok stava prendendo vita lo scenario che gli era appena stato descritto e la sua faccia subì un improvviso mutamento non appena premette il tasto di pausa. "Wow." Lo guardò con occhi brillanti, "Sei un cazzo di genio. Perché non hai continuato? Con questo talento, puoi diventare qualcuno."

Lo sbuffo contrario la faceva risultare maleducata, una che non apprezza la gentilezza, ma la realtà era che non poteva permettersi di sognare tanto in grande. "Non voglio essere famosa. Volevo solo... che si accorgessero di me."

"Potrebbero accorgersene tutti."

"Non sono così ambizioso."

"Abbandona questo mondo." arricciò il naso, accertandosi di non essere rude, "Sei abile nell'abbandonare."

Quiete. L'ultima mezz'ora, da quando avevano smesso di bere e Gloss si era lasciato persuadere a condividere le sue canzoni, poteva racchiudersi in questa parola. C'era qualcosa di agghiacciante in quella quiete, neppure tutta la tranquillità del mondo riusciva a scacciare in nessun modo quel brutto presentimento. Fatto sta che ci aveva perso interesse velocemente.

"Bah non so... non mi va." rannicchiò le ginocchia al petto, tastando il territorio, testando l'interesse e la genuinità dell'altro, "Non mi piace più, mi manca la determinazione."

Beccò Hoseok rattristirsi di nuovo, il suo viso si era crucciato tragicamente. Gloss non era mai stato portatore di grande empatia e non aveva ben chiaro come funzionasse, ma se per empatia si intende qualsiasi cosa stesse facendo Hoseok, allora a lui andava bene rimanere all'oscuro. Non si sarebbe visto con una faccia del genere, luminosa ma offuscata dalle emozioni.

La parola empatia è un arrangiamento di lettere belle e piacevoli alle orecchie, persino quando la si pronuncia sembra che svolazzi lieta sulla punta della lingua; questo è sufficiente per fregare chiunque sulla sua vera natura.

"Secondo me- sono fermamente convinto-!" marcò le parole con un pathos biascicato, quel modo di parlare tipico delle persone ubriache, "Che se qualcuno ha qualcosa di speciale da offrire non deve limitarsi. È uno spreco nascondere il proprio talento. Invece... Aspetta, aspetta, aspetta! Non è bellissimo che ogni persona è diversa e ha diversi punti di forza?! Siamo tutti diversi e possiamo tutti fare qualcosa di bello e diverso, tutti rendiamo il mondo un gigantesco pallone variopinto..."

Era un'altalena di emozioni: era passato da un mormorio triste a sussultare eccitato. Le sue pupille luccicavano dell'ebbrezza di una disillusa speranza; piuttosto che alcol sembrava che fino a quel momento Hoseok non avesse bevuto altro che cocktail di illusioni infrante. A Gloss dispiacque sinceramente dover rovinare quell'immaturo entusiasmo.

"È difficile, però, a volte..." lui provò a dire, cercando con tutte le sue forze di deluderlo il meno possibile. "Succedono tante cose che non puoi controllare e non permettono alla gente di dare il massimo, e... E poi, non tutte le persone sono uguali e riescono- hanno paura-" sospirò rassegnandosi, sporgendosi a prendere una ciliegia, "Non lo so, chico. Io ci vedo solo merda e non me ne frega niente. Sarò troppo cinica..."

Una breve risata. "Finché puoi trasformare le cose brutte in belle, va bene." Osservò con un tono flebile, ricadendo successivamente nel suo stato tetro. "Ma a fissare il sole finisce che ti bruci gli occhi."

Era incomprensibile. La sua testa aveva spazio per una sola persona e lui era l'unico individuo rinchiuso lì dentro che scambiava un dialogo intimo tra sé e se stesso che solo lui poteva capire. Aveva qualche scompenso verbale, sputava frasi sconnesse una dietro l'altra, tenendo fuori la logica, la coerenza e chiunque non fosse lui. Parlava in modo sommesso e con tanta convinzione da far credere che quelle frasi avessero senso e non fossero frutto di litri di birra; se avesse detto ad un malato terminale con due settimane di vita che stavano facendo di tutto per guarirlo, questo ci avrebbe creduto. A lui importava fino a questo punto.

Solo in quel preciso istante Gloss fu capace di realizzare che quest'uomo non ne aveva per sé ma solo ed esclusivamente per gli altri. Il suo snello, avvilito, corpo conteneva una quantità incommensurabile di sentimenti appassiti e che non aveva mai fatto nulla per sé stesso. Più che sadico, ora gli sembrava un masochista. Oscillava avanti e indietro, il peso del cuore lo trascinava a terra di faccia e il peso della vita lo tirava dalle spalle. Hoseok era un uomo che apparteneva agli altri. La richiesta che gli aveva fatto quattro ore prima fu senza ombra di dubbio il primo vero e proprio atto egoistico di tutta la sua esistenza.

"Tu sei troppo sensibile." Il gigolò sentenziò, più un rimprovero che una constatazione, e recuperò una sigaretta, "Finisci per tenerci troppo e poi soffri il doppio rispetto al normale."

"Oh, grazie per evidenziare l'ovvio! Avevo proprio bisogno di sentirmelo ribadire."

"Ma no~ quello che intendo è- sei la personificazione dell'amore—!"

L'esclamazione decisa immobilizzò Hoseok sul posto. Dopo la faccia interdetta, seguì l'argomentazione di Gloss.

"Hai tanto amore dentro di te che non vede l'ora di uscire fuori." saltò in piedi e gli corse incontro unicamente per posare la mano sopra il torace, all'incirca all'altezza del cuore. Ridacchiò, contento di avere ragione. "Senti! Sta battendo velocissimo. È come se stesse per esplodere. Boom boom. Boom boom."

Su questo lui non aveva nulla da ridire.

Hoseok poteva verificarlo in prima persona: il suo cuore stava martellando con una forza brutale le pareti delle sue costole; quello di cui era più incerto era la ragione dietro. Spostò gli occhi dalle unghie glitterate contro la sua camicia al viso del proprietario. Sapeva bene che era l'alcol a farlo comportare in questo modo, pure Hoseok era brillo quanto lui se non di più, non c'era alcuna ragione nascosta per prenderla più seriamente di quanto sembrava – anche perché Gloss, subito dopo aver comprovato la sua teoria, si era allontanato come se nulla fosse.

Strappata direttamente da una nebbia di discordanze, quella notte gli stava presentando ogni cosa così come le vedeva, e lui soffriva per quello che vedeva e sentiva. Era a dir poco un fatto ironico: seppur sotto l'influenza dell'alcol, la realtà non era mai stata più nitida di così. L'uomo aprì un Martini, deciso ad affogare il disorientamento in ulteriore confusione, pendendo verso l'estremità opposta dell'incoerenza.

"'Sta cosa mi ucciderà, ne sono certo. Ne ho le palle piene." bevette un lungo sorso dalla bottiglia, "Sul serio! Sono stufo di tenere troppo agli altri quando a loro non fotte nemmeno la metà di me. Sono stufo di dare tutto me stesso senza ricevere un cazzo in cambio." Un sorso più lungo del precedente, una gocciolina scese dal lato della bocca, si pulì con il dorso della mano. "Ma che cazzo, mi hanno preso per un rasoio? Ti sembro un cazzo di rasoio? Sono una persona presente, disponibile, comprensiva, non gli faccio mancare niente, lo aiuto, eccetera, eccetera, bla bla bla- Mi spacco il culo, cazzo, e non è mai abbastanza! Faccio tutto questo per un- cazzo! Mi sai dire perché non smetto? Non lo so neanch'io!"

Sembrava fatto. L'alcol gocciolava da tutte le parti e gli scendeva in gola senza il bisogno che lo ingoiasse. Sfoggiò un sorriso storpio che non poteva neppure definirsi un sorriso, somigliava più ad una smorfia che ad un sorriso, una specie di quegli esercizi che provi davanti allo specchio quando nessuno ti vede. Un singhiozzo venne seguito da una risata inquietante e allungò il palmo della mano.

"Piacere, sono Hoseok. Sono terrorizzato dalla solitudine e faccio di tutto per farmi amare e far restare le persone con me. Come, ti starai chiedendo? Facile! Gli do tutto quello che gli serve. Mi faccio usare, così avranno sempre bisogno di me e non se ne andranno. Giusto? Giusto?!"

Chissà cos'era che gli impediva di arrivare a capo con questa consapevolezza e accettarla. Il fondo della bottiglia contro il marmo riscosse un secco rumore acuto, non badò che un'azione così violenta avrebbe potuto romperla.

"No! Perché adesso non mi è rimasto niente!"

Il viso che si presentava a Gloss era la più comune e prevedibile rappresentazione del viso di una vittima esaurita. Esaurita, triste, patetica e ubriaca fradicia.

Durante la sua inconcludente protesta, il Martini si era ridotto di più della metà. Hoseok, di fatto, sciocco e disperato com'era, aveva pensato bene di snodare il groviglio d'ansia che lo stava risucchiando utilizzando l'alcol. C'era il cinquanta percento di probabilità che una cosa del genere potesse funzionare come c'era il cinquanta che non potesse. D'altro canto, lo stomaco di Gloss si era annodato per la perplessità visto che, oltretutto, non conosceva questo tipo e sospettava fosse un sadico maniaco. Non aveva la benché minima idea di cosa fosse capace di fare una volta ubriaco. Non sapeva nemmeno quanto fosse in grado di reggere, sapeva solo che era senza un lavoro e aveva bevuto molto, che attualmente si trovava in uno stato fragile in cui le uniche due opzioni disponibili erano o crollare o scoppiare, e l'unico che in tal caso avrebbe potuto fare qualcosa era la zoccola omosessuale che stava pagando esclusivamente per parlare.

Ad ogni modo, si ricordò che, sostanzialmente, a lui non fregava nulla e che era troppo brillo per i fatti suoi per darci l'importanza che meritava, e siccome Hoseok non era già abbastanza suscettibile, Gloss ebbe l'astuta idea di commentare uno spontaneo "Che spreco di tempo" e riaccese la Marlboro gold che intanto si era spenta.

"Siamo tutti tristi e soli. Accettalo e smettila di lamentarti."

L'umore di Hoseok era instabile e mutevole come il riflesso della luna sul mare. Sotto i giusti stimoli, poteva passare dal provare uno scompenso ad uno diametralmente opposto con una velocità sbalorditiva. Il banale sadismo non aveva niente a che vedere con la ferocia che gli consumavano i muti occhi. Forse era arrivato il momento in cui l'avrebbe piegata a novanta sul letto e tirata dai capelli.

"Non hai il diritto di dirmi cosa provare. No, tu non hai diritti e basta. Sono quegli uomini viscidi, schifosi, disgustosi, che ti scopano a darti il diritto di vivere."

In questo momento, Hoseok aveva la faccia di uno che aveva realmente ammazzato qualcuno.

Gloss si spaventò. "Ti ucciderai facendo così."

"Anche tu ti ucciderai fumando tre pacchi di sigarette al giorno, ma non sto qui a farti la predica."

La prostituta strigò il filtro tra i denti, "Io almeno non piango per le cazzate."

"Cazzata?" lo oltraggiò, lo diceva la ferrea presa attorno al collo della bottiglia. Ora gliel'avrebbe lanciata in testa, Gloss se lo sentiva. "Per te è una cazzata? No, no no no. Giusto, tu sei quello stronzo menefreghista che è sparito nel nulla, abbandonando tutti, ed è finito col fare una vita di merda! Ovvio che non puoi capire." Si volse di spalle intonando un'acida e sprezzante risata. Un topo nella sua testa rosicchiava le memorie di quello che stava accadendo di volta in volta.

Gloss inarcò un sopracciglio accogliendo la sfida. "E quindi?" Rafforzò la morsa e, guidato dall'istinto, si rizzò in piedi. Mai prima d'ora il sadismo gli aveva fatto girare così tanto le palle. Se gli avesse lanciato quella bottiglia addosso, lui l'avrebbe schivata; se gli avesse schiaffeggiato il culo, lui gli avrebbe dato un calcio nei coglioni.

"Ho abbandonato tutto. E quindi?! Cosa cazzo c'entra con i tuoi stupidi complessi?"

La risata celò, al suo posto si palesò un truce sguardo competitivo. "Quindi è logico che sminuisci i problemi delle altre persone se la loro sola presenza nella tua vita per te non conta un cazzo."

Dopo aver sbattuto le palpebre e aperto gli occhi con una evidente, melodrammatica, finta offesa, il gigolò si incamminò nella direzione del sadico. Ritornò a fare lo stupido, cattivo stavolta.

"Oh, ti chiedo umilmente perdono se non mi interessa nulla dei cazzi che mi entrano dentro. Vuoi che mi metta in ginocchio o va bene così? Almeno nessuno si approfitta di me!"

"Sei una fottuta troia, ti pagano per approfittarsene!"

"Grandissimo figlio di-"

"La tua intera vita dipende dal farti usare da dei pervertiti sessantenni a cui non fotte un cazzo di te! Sei ripugnante."

E Gloss gli diede uno schiaffo. Il suono fu così forte da tagliare la camera a metà, una parte rimase immobile e una parte scivolò in basso fino a disintegrarsi in mille pezzi.

Si provava una particolare umiliazione quando riuscivi a rivederti negli occhi di qualcun'altro. Si specchiava in Hoseok e nel frattempo le miserie ritornavano a galla. Le riprodusse nella sua mente come una pellicola che andava man mano ad accartocciarsi e, riguardandole, rivivendo tutta quella miseria in un attimo di secondo, provò l'infinità mole di cose che lo disgustavano di se stesso.

"A me non fotte un cazzo."

"È tutta la serata che lo ripeti, vuoi convincere me o te stesso?" Hoseok sbilanciò il peso su una gamba e si appoggiò al davanzale con quell'atteggiamento da sbruffone disoccupato. Roteò gli occhi, sottolineando la beffa con un risolino.

Gloss piantò i piedi sul pavimento, inveendo contro di lui e indicandosi il petto. "Sono io che uso loroIo!"

"Ah sì? Sei tu che paghi loro solo per leccargli il buco del culo? Apri gli occhi, io e te siamo sulla stessa barca."

Quando dissi che l'umore di Hoseok era instabile mi riferivo proprio a questo: all'espressione spregevole e alle intenzioni manesche che esternava senza un motivo apparente, forse per noia o per un capriccio personale.

"Ricordami-" Gloss sbraitò. Non gliel'avrebbe fatta passare liscia, era finito il tempo di fare lo stupido. "chi dei due ha chiamato una fottuta troia per fargli compagnia perché non ha amici, uh?"

"Io ho degli amici! Tu non hai amici!"

"Tu usi i tuoi amici per non stare solo! Io non ne ho bisogno!"

"Ma chi è che avrebbe bisogno di qualcuno come te?! Non ti penti di quello che hai fatto?!" aveva raddrizzato la schiena prima che le vene del suo collo iniziassero a pulsare, "Io mi sentirò anche solo, ma tu hai scelto di stare solo come un cane perché quelli come te prima o poi ci finiscono."

Le urla si erano fatte incontrollate e indistinte, erano straripate in un canovaccio di offese al punto che non si capiva più qual era la voce dell'uno e quella dell'altro e continuarono indisturbate per molto, molto tempo.

"Sadico viziato di merda- Cosa cazzo vuoi da me? Ah?!" gridò spintonandolo, "Quale cazzo è il tuo problema? Paparino ti ha comprato una Fiat? A pranzo hai mangiato un'ostrica troppo cotta? Il tuo pisello non si rizza più? E smettila di bere, per l'amore del cielo!"

Gloss riuscì a correre da lui giusto in tempo per afferrare il collo della bottiglia e impedire che raggiungesse la bocca. L'uomo allontanò la bottiglia. "Lasciala." ordinò, ma non mollò la presa. "Vomiterai se bevi ancora."

"Fatti i cazzi tuoi."

L'avanti e indietro andò avanti per quale minuto, entrambi fin troppi tenaci per lasciarla andare, questo finché Gloss non barò e, facendogli credere che la stesse tirando a sé, allargò la mano, facendo sì che la bottiglia scivolasse dalle mani di Hoseok. Tutto il contenuto si riversò sulla sua preziosa camicia e sui suoi pantaloni di marca. Entrambi si paralizzarono all'istante. La schiuma scivolava dalla mano del gigolò, lei osservò il casino creato con occhi sgranati.

"Merda!" urlò raccogliendo i pezzi di vetro in fretta, però poi correre via a procurarsi dei tovaglioli, "Scusa. Scusa. È stato un incidente, non volevo rovinarti i vestiti. Mi dispiace. Oh mio dio, ti ho rovinato i vestiti firmati, non c'ho i soldi per ricomprarteli."

"Non fa niente. Non ti preoccupare-" l'altro sforzò, cimentò un sorriso e provò a fermare il tentativo di pulizia. "Non sono rovinati, si risolve tutto lavandoli."

L'escort indietreggiò. Guardò l'enorme macchia protrarsi dall'addome fin sotto al ginocchio, gli indumenti si erano appiccicati alla pelle. Guardò la sua intera figura e infine la faccia. Sconsolato e sfiorito, ma bello. Inspirò un profondo respiro. Ma cosa diavolo stai facendo, Yoongi, si ammonì mentalmente, avevi detto basta.

"Vado a prenderti dei vestiti." gli riferì, "Conosco un mini-market aperto tutta la notte che vende anche vestiti."

"Non c'è biso-"

"Faccio subito. Aspettami qui."

E in un batter d'occhio se n'era andato.

2:37

"La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita. Dappertutto: nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c'è scampo: sono nato per essere solo."

Persino la televisione si prendeva gioco di lui. Ormai lo sapeva tutto il globo che Hoseok Il Triste, il sadico appena scoperto masochista più pezzente e patetico sulla faccia della terra, custodiva in sé una ingente e incolmabile solitudine. Era una verità intrascendibile, un fatto sociale.

Il signorotto si era depositato fuori in balcone. Non era solo, una montagnetta di mozziconi di sigaretta, le bottiglie di birra vuote di ore prima e il film trasmesso in TV che nessuno stava vedendo gli facevano compagnia. Aveva inscenato su due piedi questi validi sostituti per tutta la durata della sua assenza.

Quando Gloss mise piede dentro la camera, reduce da una corsa affannosa e da un malessere oltremodo tremendo, l'unico ad averla accolta fu Robert De Niro che provava a sparare davanti allo specchio.

L'insopprimibile nausea l'aveva perseguitato per l'intero viaggio, e non è semplice camminare su un tacco tredici di notte quando sei un uomo e ti sei scolato una bottiglia di rosato e una di tequila. L'istante esatto in cui chiuse la porta alle sue spalle, i suoi occhi si proiettarono all'indietro e credette di svenire – e, a dirla tutta, l'avrebbe preferito al provare ulteriormente questa sensazione. Non berrò più, si ripromise. L'indomani ovviamente avrebbe ripreso.

Hoseok sorvegliava la luna come se ci fosse il pericolo che potesse scappare via e, intanto, si faceva prendere a mazzate dalle folate di vento, godendosi la freschezza della pace notturna sulla carne.

A pendant con la peculiare musica di sottofondo, lui era in pura sintonia con il suo stato d'animo. Non era quel tipo di solitudine che lo mescolava e lo rendeva una irrilevante guarnizione delle tenebre, no, era la solitudine contenuta in tutte le cose usurate e piene di valore. Lasciato da solo, i suoi occhi denotavano una sciatta e implacabile voglia di vivere. La testa di Gloss era già afflitta di suo, eppure al ricevere un'occhiata da lui gli parve di provare un assaggio della gloriosa empatia che c'era nella solitudine umana. Una sorta di speranza intorpidita, che aveva fatto il suo corso e non voleva placarsi mai.

L'alcol gli martellava alla testa, il fumo gli aveva bloccato il normale fluire del sangue al cervello, per poco non ci vedeva più. Avvertì Hoseok del suo ritorno, dei due caffè che aveva comprato e degli indumenti da quattro soldi nuovi e puliti che non potevano fare giustizia al suo dispendioso armadio, e andò a chiudersi in bagno per una decina di minuti.

Quando uscì con un viso rinfrescato, l'eyeliner disintegrato, il mascara colato e lo stomaco svuotato, il sadico non si era mosso di un centimetro. Ci aveva affondato le radici su quella sedia. Stavolta aveva i vestiti puliti indosso e il bicchiere di caffè di lato, anche se la faccia sciupata e gli ingellati capelli mori restavano gli stessi di tutta la serata.

Non volava una mosca, il gigolò era troppo teso per poter rovinare il silenzio, lo raggiunse e si sedette sulla sedia libera. Stava per arrendersi alla tentazione di accendere una sigaretta, ma riposò al più presto il pacco di Marlboro lontano da sé e, al suo posto, prese un sorso del caffè annacquato. Faceva schifo.

Non avendo niente da fare, si dedicò a contemplare l'uomo: Hoseok teneva ostinato la testa verso l'orizzonte concedendole di vedere soltanto il suo profilo. Gloss poteva spostare le pupille in tutte le direzioni quanto voleva, non avrebbe mai allineato il suo sguardo facendolo passare per una fatale casualità; più insisteva nell'acchiapparlo, più Hoseok sembrava aumentare le distanze. Aveva l'aspetto di essere molto stanco, non per l'orario o per le sostanze, ma per la sua impetuosa vita.

"Scusami per prima." aveva una voce secca, "Non ero in me. Ero ubriaco e arrabbiato e me la sono presa con te."

"Ti scusi e giustifichi per tutto tu." considerò Gloss, come se lo infastidisse. L'uomo si girò con sconforto e lui si sentì sbagliato solo di aver provato fastidio. "Uh, non ti preoccupare. È vero che sono uno stronzo menefreghista e sminuisco le persone nella mia vita, stavi solo dicendo la verità."

"Mi sento lo stesso molto in colpa. Ho esagerato."

"Perché? Ti ho detto che non mi interessa." indietreggiò di schiena e sciolse i muscoli, "Avevo un amico anni fa-"

"Avevi molti amici lì." Il cliente sottolineò ridacchiando.

"Oh, no. Avevo un solo un amico."

Hoseok corrugò la fronte e poi scoppiò a ridere.

"Comunque- Seokjin era il mio migliore amico. Eravamo come quei fratelli inseparabili che vedi nei film, e io me ne sono andato." abbassò la voce al ricordo, "Eravamo migliori amici ed io me ne sono andato senza dirgli nulla. Ho abbandonato la mia vita, la mia casa, Seokjin, ho perso tutto quello che avevo per un capriccio."

"Beh, allora non ci tenevi abbastanza."

"Lo penso anch'io." Gloss grugnì, arricciando il naso. Cominciò a ricordare e prese un altro sorso di caffè. Faceva proprio schifo. "Ma loro a me tenevano abbastanza? Perché tenere a qualcuno che ha cose più importanti a cui badare di te. Per questo li ho abbandonati, perché io non do il mio tempo a chi non mi dà il suo."

"Sì, me l'hai già detto." lui cantilenò roteando gli occhi. "E fammi indovinare... non ha funzionato. Perché andarsene non risolve nulla."

"Andiamo Hoseok-" sbuffò beffardo, opposto all'enfatico tono del suo cliente, "Se ne vanno tutti, niente è fisso. Prima o poi Seokjin sarebbe uscita fuori dalla mia vita, io ho solo accelerato i tempi."

"Non è giusto."

"La vita è ingiusta." controbatté con disprezzo, "Soffrire per altre persone è ingiusto."

Hoseok alzò gli occhi al cielo e li ricongiunse alla luna, riprendendo la loro conversazione silenziosa di poco prima. Non aveva alcuna intenzione di indugiare o provare a combatterla, a lui non era mai piaciuto avere a che fare con gente caparbia e Gloss sembrava un ragazzo fin troppo testardo e pieno di sé per poter cambiare modo di pensare.

"Mi spiace, continuo a pensare che non possiamo stare senza gli altri. Secondo me le persone vivono per legarsi e combattere la solitudine."

"Ma qual è il tuo problema?" l'escort sospinse, "Sei davvero malridotto. Non sembri il tipo di persona che dovrebbe essere triste." lo squadrò, assicurandosi di non pentirsi di quello che ebbe detto, e si rannicchiò sopra la sedia.

Prima di rispondere sogghignò, "Non sapevo che la tristezza avesse uno stereotipo. Perché vuoi saperlo?"

In tutta risposta, Gloss storse le labbra. "Quanto splendore sprecato", borbottò indistintamente tra sé.

Hoseok lo stava esaminando con la coda dell'occhio, le sopracciglia corrucciate leggermente, in cerca di processare il vero significato dietro quelle parole ambigue. Parole. Fiumi di parole. L'alcol non lo aveva fatta smettere di parlare.

"Ti hanno spezzato il cuore?"

L'uomo trasalì. "Che t'importa?"

Bingo. Lo schiocco della lingua contro il palato. "Tipico. Non sei diverso dagli altri. Sai quanti uomini col cuore spezzato vengono da me."

Preceduto da uno sbuffo tra l'oltraggiato e il violato, Hoseok rispose in un filo di voce: "Mi ha mollato." Dirlo apertamente lo mandò in frantumi. "Come hanno fatto tutti gli altri."

"Com'è?" Gloss avvicinò il busto, "Com'è essere innamorati?"

Dall'inizio della serata, solamente adesso Hoseok lo aveva percepito: qualcosa riguardo l'aura che emanava questo singolare gigolò lo intimidiva a dovere. Cosa ci poteva trovare di entusiasmante riguardo una cosa del genere? Non capiva a cosa fosse dovuta questa spudorata curiosità. Sembrava un bambino che chiedeva di sentire per la miliardesima volta una favola di cui sapeva per filo e per segno ogni insulso particolare.

"Come..."

L'uomo aprì la bocca senza pensarci due volte, dato che diede per scontato fosse un argomento su cui era ben preparato pensava di avere la risposta pronta, invece, nel momento in cui dovette esporla, ingoiò a vuoto. Nessuna parola sembrava prendere vita dalle sue corde vocali. Allargò gli occhi spaventato, era la prima volta che realizzava di non sapere il significato dell'amore.

"Come se non fosse mai abbastanza." se ne uscì alla fine, "Come avere tutto ma non riuscire ad accettarlo per qualche motivo e pretendere sempre di più."

Il gigolò inclinò la testa di lato, "Non sembra una cosa bella."

"Non è bello per niente. È la cosa più egoistica del mondo. Cristo, dovrebbe rendermi felice e invece... Mi viene da vomitare."

La inclinò maggiormente, gli occhi indagatori e affascinati. "Non ti amava più?"

"Non mi ha mai amato. Lui è un artista: ama tutti allo stesso modo ma mai quanto ama la sua arte."

Hoseok grugnì. Il rancore bagnava la punta della sua lingua con spregio e la passò tra i denti pulendola. Buffo che non avesse alcuna stima per quella categoria di persone, dimenticava che sognava anche lui di farne parte.

"Tutti sono in grado di renderlo felice, io sono sempre stato uno come gli altri per lui."

"Prova a manifestare l'amore che ti rende felice."

L'uomo girò la testa di scatto, "Mani- che?"

"Amare non ti rende felice perché stai manifestando l'amore che tu pensi di dover ricevere, per confermare quello che già credi su di te."


No. Era meglio non finire. Hoseok non doveva più usare quella parola tremenda. Non doveva più essere frettoloso e sfacciato.

"E cosa crederei?"

Gloss strinse le labbra in un sorriso compassionevole, cedevole, come a dire che poteva capirlo perché, come lui, strizzava l'occhio alla solitudine e aveva confidenza con l'amarezza. Dover pronunciare "amore" è terrificante, eppure era proprio questa la parola che aveva minacciato di uscire più e più volte. Amore era quello che soggiornava sul viso di Hoseok.

"Che non meriti di essere amato. È la legge dell'attrazione."

"E funziona?"

Gloss stirò le braccia verso l'alto e sbadigliò. "No. Guarda dove sono finito io."

In quell'istante non poteva lontanamente immaginare che voltandosi verso di lui avesse appena commesso uno dei più terribili sbagli di tutta la sua vita. Nel suo viso poteva scovare tracce del suo passato che non gli andavanoi andava giù e poteva scoprire qualche orma del suo passato, e se era vero che non era mai abbastanza, dal momento che si trovava lì tanto valeva che sfruttasse un po' di quell'illusione.

Lo osservava con la guancia poggiata sul palmo della mano, un sorriso amareggiato e la testa fluttuante tra varie immagini lontane che le stavano balenando in mente.

"Sai, tu mi ricordi mia mamma."

Hoseok sollevò le sopracciglia, sinceramente toccato dall'affermazione. Gli scappò un sottile "oh."

"Che fine ha fatto?"

"Boh... Starà bene." mormorò scrollando le spalle, "È morta."

"Ah." gli scappò di nuovo. Non era piacevole essere paragonato ad un morto. Infatti deglutì, stendendo i muscoli. "Anche la mia." proseguì a bassa voce, "Cioè- Preferiva l'alcol a suo figlio e se n'è andata. È per questo che ho smesso di ballare e mi sono trasferito da mio padre. A lui non andava bene, non gli andava bene niente, e adesso che è malato ha bisogno di me."

"Aha! Sei traumatizzato!" esclamò il ragazzo con soddisfazione, "Ora capisco perché non vuoi che se ne vadano."

"Ora capisco perché tu invece te ne vai."

Cielo e il mare erano fusi insieme, non si era più in grado di distinguere il confine tra i due, non si scorgeva il riflesso della luna sulle increspature dell'acqua: cielo e mare avevano smesso di esistere come due realtà differenti, sotto i loro occhi si estendeva un unico infinito tunnel diretto verso la rovina.

Gloss venne avvolta da un caduco rimpianto. Tutti gli sbagli di una vita stavano gravando tutti insieme sulle sue spalle. Era per forza colpa dell'alcol, non è così? L'amarezza gli stava lacerando lo stomaco.

"Ti manca?"

Hoseok lo guardò. "Capita." replicò, stirando l'estremità della sua banale maglietta bianca. Era corta, Gloss aveva sbagliato taglia. "A te?"

"No." lui ingoiò e strofinò le mani sul volto, come se sfregando gli occhi questi avrebbero visto cose differenti. "No. Non mi manca." ripeté frustrato, sforzandosi di arrabbiarsi, non riuscendoci affatto. "Porca troia, quand'è che ho iniziato a mandare tutto a puttane..."

"Ci sono certe cose che non puoi controllare-"

"Ho scelto io di andarmene." strinse gli occhi, tediato dalla presenza del suo stesso cuore, "Me lo aspettavo, me lo merito di stare così, l'ho sempre saputo, sono un cazzo di veggente, ma allora perché fa così male?"

La bocca rimase aperta a insinuare che avesse ancora altro da dire, però nessun suono si decideva a uscire da essa. Parole. Silenzio. Alcol. Fumo. Parole. Parole. Non aveva fatto altro che parlare a dismisura, era giunto il momento per la sua corazza di crollare un pezzo alla volta. Forse era dovuto a ciò se stava sentendo freddo e se le sue labbra avevano assunto un colorito violastro per nulla florido.

"Perché ci tieni."

Unì le labbra e corrucciò la fronte. Il brutto presentimento si faceva sempre più oppressivo.

"Ti fa male perché ci tieni."

"A cosa?"

"A te stesso, a Seokjin, a contare qualcosa, alla musica."

Gli rivolse uno sguardo di deplorevole rifiuto, quasi a prendere le distanze da quello che aveva appena detto poiché si sbagliava di grosso. Ma come si permetteva? Come poteva pensare una cosa del genere, era inaccettabile che fosse vero, non era una caratteristica che gli avrebbe mai e poi mai appartenuto.

"Sei proprio un idealista di merda." rise, "Non mi piace suonare da un pezzo. Ho perso anche quello. Mi è rimasta solo questa vita di merda e il disgusto per me stesso." confessò visibilmente risentito. Probabilmente fu la prima cosa onesta al cento per cento che ebbe detto in tutta la serata e lui non gli credeva affatto. Si sentì più umiliato di quanto pensava. "Dovrei essere io quella morta."

Si stavano preparando alle tre. Dalle tre in poi è tutto in discesa.

La notte, così profonda da risucchiare chiunque nella sua oscurità, aveva catturato anche il bianco dei suoi occhi. A giudicare dalla rapidità con cui stava svanendo, tra i due era Gloss quella con maggiori possibilità di non arrivare viva alla mattina seguente.

"Tieniteli stretti." lui distolse lo sguardo grattandosi il capo. Hoseok aveva delle cattive abitudini, se ne rendeva conto, è che era ostinato a sufficienza da non volerle cambiare. "La vita di merda e il disgusto, intendo. Sono robe tue, alla fine. La vita è tua, sei tu che ne hai il controllo e decidi cosa fare. Decidere di rinunciare a qualcosa non è semplice, no? Avrai avuto i tuoi motivi, e uno si può fidare solo di se stesso, perciò è giusto così. Sei arrivata fin qui, voglio dire, dovresti avere più fiducia in te e nelle tue decisioni. Dico, dovresti andarne fiero.

Gli sfuggì un amaro sorriso. Non capì granché. "Fiero di essere una puttana?"

"Fiero di essere vivo in questo preciso istante."

Le troppe parole avevano fatto inconsapevolmente alzare le sue labbra fino a materializzare un sorriso, franco e premuroso al punto giusto, talmente sentito che Gloss non ebbe dubbi sulla sua affidabilità. La sua sincerità si basava sul fatto che Hoseok stava cercando di confortare per primo se stesso.

"Qui insieme a me."

La bocca gli si schiuse senza neanche accorgersene e rimase a fissarlo con occhi larghi, colta alla sprovvista dall'inspiegabile sensazione che nacque in lei. La sua mente era rinchiusa in quelle scene di grottesca umiliazione che si ripetevano in loop, e quando la sofferenza prende il sopravvento l'unica via d'uscita è mentire.

"Se me lo lasci fare-" esordì in preda all'agitazione, "posso farti vedere com'è essere amati da qualcuno."

Si mangiava le parole. Concluse in tempo per vedere che Hoseok, in piedi, si era girato nella sua direzione. Lui si era accorto dello sguardo pieno di speranza, una cosa che non gli aveva ancora visto. Nel volto suo non c'era stupore, né perplessità, né desiderio, solo il suo remissivo e triste sorriso.

"Sapresti fingere fino a questo punto?"

Non attese che replicasse, la sua figura slanciata le dava le spalle procedendo per il letto. Spense la TV, prese il telefono e fece partire della musica.

"Che stai facendo?" gli chiese sorpassando la porta ed entrando in camera.

"Ballo." rispose schietto, sollevando in aria la bottiglia vuota di Martini e piroettando su se stesso.

3:44

"... Non mi piace andare nelle private. Preferisco stare nella sala, insieme a tutti gli altri, non sai mai quello che quei rifiuti infami possono chiederti di fare se non vi vede nessuno."

"Ad esempio?"

"Ti pisciano addosso, ti fanno ballare mentre stanno nudi intorno a te a masturbarsi, ti vengono in faccia, aspettano che lo sperma si secchi e poi ti leccano."

Gloss eseguiva ciascuna azione sotto la rigida supervisione di Hoseok. I suoi occhi non lo abbandonavano per nessuna ragione al mondo, neppure quando, girando attorno alla sedia, gli passò dietro la schiena.

"Ovvio, ti vedono insieme alle tue "amichette" tutto allegro e sorridente e allora pensano che ti vada bene qualunque cosa, che questo lavoro ti rende la persona più felice del mondo."

Gloss fece strisciare le dita sopra il sedile, stuzzicando il collo del cliente con un leggero solletico.

"Ma odio lavorare fino a tardi, odio dovermi truccare e indossare i tacchi a spillo, non riesco a muovermi in questi vestiti, odio bere quando non voglio bere e sorridere quando non voglio sorridere."

Il dito scivolò lungo il bracciale della poltrona, attento a non toccare le braccia di Hoseok né ad incrociare il suo sguardo. Girando su se stesso le paillettes del tubino fecero rumore, acchiappò una ciliegia e quando balzò davanti la sua visuale, la sfoderò stretta in un maestoso, finto sorriso. Le ciocche incenerite danzavano dinanzi i suoi occhi e i suoi fianchi ondeggiavano al ritmo della musica sensuale, lasciva come i respiri di un bacio. A Hoseok veniva estremamente difficile staccare gli occhi da lui. Era ipnotizzante e serpentino, ricordava un cobra.

"Guardare ma non toccare."

"Bravissimo."

Una volta di spalle, le sue mani scesero lungo le curve della sua silhouette, si fermarono sui fianchi e li sporse all'indietro. L'abito era talmente corto da mettere in bella vista tutto ciò che c'era di proibito al di sotto. Il sedere tondo, la forma delle palle. Diede un'occhiata al suo cliente da dietro la spalla.

"Guardare qualsiasi cosa?" Tenne sott'occhio le sue reazioni. Vide il suo pomo d'Adamo muoversi su e giù. Fissava gli occhi in basso e si mordeva le labbra. Un verso di assenso. Gloss prima di avvicinarsi e incastrare la sua testa tra le braccia, si accarezzò il sedere e, provocantemente, strinse una natica. Diminuì lo spazio tra i loro nasi fino a farli sfiorare. L'onore di assistere a quei occhi felini ad una distanza ravvicinata gli suscitò un sospiro.

"Vuoi provare?"

Hoseok ingoiò di nuovo e ritirò il capo. "Posso?"

Lo guardò con tenerezza, "Sei adorabile" gli disse, prima di retrocedere e riprendere a ballare.

Nel frattempo era cambiata canzone, ne era partita una altrettanto sensuale, un ritmo soul che penetrava dentro le vene e solleticava la libido. Il gigolò toccò con l'indice una bretella del vestito e, con una lentezza da far saltare i nervi perfino ad un santo, la trascinò lungo il braccio. Prima una e poi l'altra, fino a rimanere con le spalle scoperte e i capezzoli quasi fuori.

"Da quanto tempo lo fai?"

"Cinque anni, suppergiù."

"Perché?"

"Perché mi servivano soldi, te l'ho detto."

Gloss si era piegato sulle ginocchia e, mentre giocava con il bottone dei pantaloni di Hoseok, continuava la danza per terra. Ballava senza ritegno e attenzione, si vedeva che aveva ripetuto questa routine talmente tante volte che le sequenze di passi si susseguivano meccanicamente.

"No- Perché proprio questo?" Hoseok lo guardò da sotto le ciglia, "Cazzate, i soldi. Non ne hai abbastanza per vivere una vita migliore? Nessuno farebbe la puttana se non fosse costretto."

La sfumatura scortese e tracotante aveva fatto ritorno nella sua voce. Erano usciti i sintomi del suo sadismo. Dopo che Gloss era tornati dalla sua notturna passeggiata da sbronzo, Hoseok si era velocemente sbarazzato della rudezza, ma stavolta qualcosa gli diceva che non se ne sarebbe pentito. Il gigolò studiò lo sguardo: sgarbato e vanaglorioso come non lo aveva ancora visto, losco e imponente come aveva visto tantissimi uomini.

Doveva immaginarselo che nessun uomo è mai sazio di verità, e che verità richiede altra verità. Quando cade giù il teatrino di menzogne ed esce fuori il retroscena, tutti finiscono per capirlo. Era esattamente per questa ragione che non parlava. Parlando vengono a galla fin troppe cose scomode e lo si vedeva chiaramente nella sua espressione che c'erano tanti motivi celati che non dovevano uscire fuori. Quando non hai niente, l'unica cosa di cui ti puoi prendere cura sono i segreti.

"Io sono bravo a farlo."

Lo sguardo penetrante si rabbuiò. Gloss strinse le labbra, nascondendo il petto dietro le sue mani.

"Devo farlo. Devo andare bene. Devo avere l'approvazione che ho sempre cercato. Forse ho paura, forse voglio un po' di onestà o di amore. Forse è tutta colpa di mio padre. Chissà." Si mise in piedi, trascinando le dita dalla caviglia lungo tutta la sua gamba depilata e ripetendo l'azione nella gamba sinistra. "Quando quegli uomini ti dicono che ti amano mentre gli succhi il cazzo lo intendono sul serio."

"È amore quello per te?"

Unì le ginocchia del sadico tra loro, si arrampicò e si sedette sopra le sue cosce. Venne accolto con un sussulto, i suoi muscoli divennero tesi e Hoseok gettò la testa all'indietro. Lo fece scoppiare a ridere, "Che c'è? Ti sto mettendo a disagio?"

"Non hai detto che è vietato toccarsi?"

"Non è vero tutto questo."

"Quindi non mi crederesti se ti dicessi che ti amo in questo momento?"

"No." rispose prontamente e abbassò lo sguardo, "Tu ami già qualcun altro."

"Non più." liquidò la questione velocemente con una alzata di spalle, "Lui non mi ama."

La cosa più spaventosa era che gli credeva. Perché i sentimenti umani mutano come le fasi della luna e lui ci aveva conversato abbastanza per sapere tutti i suoi trucchetti.

"Tutti quelli che dicevano di amarmi erano solo un branco di egoisti. Più di chiunque altro amavano loro stessi, facevano enormi gesti per far vedere quanto era grande il loro amore, solo per sgonfiare i loro sensi di colpa, non per me. E tu sei un egoista, Hoseok, non voglio un amore del genere."

Le punte delle sue unghie scavarono nel cotone della t-shirt e punsero la pelle delle sue spalle. Il suo bacino sfiorava quello di Hoseok ad oltranza mentre lo spingeva avanti e indietro, i loro peni non facevano che strusciare e staccarsi, strusciare e staccarsi. Sentiva il gonfiore nei pantaloni farsi più duro, fu naturale per lui sollevare il vestito e portare le mani al fondoschiena del gigolò. Lo strizzò, esigendo più che delle fuggevoli carezze e dei fragili ansimi.

"Non è da me aprirmi così tanto. Nemmeno con i miei amici lo faccio."

Gloss gli accarezzò il torace dall'alto verso il basso, fino a giungere poco sopra della protuberanza, e allontanò la mano, come a sottolineare che se n'era accorto e a umiliarlo, quanto fosse fragile, e fu una cosa estremamente erotica sentirsi patetico e debole. Da come Hoseok strinse le natiche tra le sue mani ancora di più, si poteva dedurre che avesse preso ad eccitarsi, perciò Gloss sorrise soddisfatto.

"Non puoi aprirti con persone che ti conoscono. Da sobrio per giunta. Che considerazione avrebbero di te dopo che l'hai fatto?"

"Ma tu mi conosci."

"Noi non ci conosciamo."

"Ti ho detto tutto di me."

Fece una sosta per prendere una ciliegia. Tornò a guardarlo, oscillando il gambo del frutto sopra i suoi occhi. Hoseok sembrava avere un broncio scontento e capì che era riuscito a provocare il suo sadismo, trasformandolo in uno stimolo per farlo cedere.

"E che problema c'è?"

"Usate nomi falsi per proteggervi e mantenere le distanze?" lui le chiese con difficoltà.

"Più o meno." Il gigolò poggiò il sedere sulle sue gambe e si toccò i capezzoli, "Ti rende intrigante non usare il tuo vero nome."

"Usi un nome falso per toglierti il peso che porta quello vero?"

"È misterioso."

"Ti spaventa farti conoscere dagli altri?"

"Più sei misterioso," ricalcò aggressivo, "più gli uomini ti vogliono."

Il sadico chinò il capo, "Pensi che io ti voglia?"

"Non mi vuoi, chico?" rispose con una domanda retorica, l'intonazione un ago. Chico protese il collo verso l'alto, e nell'esatto momento in cui stava per mordere la ciliegia, Gloss la tirò in alto e la morse sghignazzando sotto i baffi.

Se Gloss era una volpe, questo faceva di Hoseok una lepre. Tentennante, indifeso e del tutto ingenuo. Non si sa mai quando le volpi hanno programmato il loro prossimo attacco.

"Sul serio non ti fa sentire solo?"

"Non saprei." Era inutile provarci, non avrebbe compreso la vera identità delle sue emozioni nemmeno se gli avesse codificato gli occhi. "Mi sentivo più solo prima che adesso che lo sono davvero. Il lato positivo è che non devo avere nessun tipo di aspettativa per quelle fecce umane."

Le sue dita erano scivolate lungo la t-shirt di Hoseok e aveva afferrato i bordi, giocherellandoci.

"Ti sei mai innamorato?"

"No."

"Stai mentendo?"

"Può darsi." un piccolo ghigno, "Chi lo sa."

I suoi occhi contenevano chiare tracce di malizia e menzogne ed erano fin troppo arguti per acciuffarli, e le parole che cadevano dalle sue labbra erano pezzi di finzione, ma tutto questo per qualche motivo su di lui si incastravano in un complessivo mosaico di verità. Paradossalmente, Hoseok non si era mai imbattuto in un volto più onesto.

"Quanto di tutto quello che mi hai detto stanotte è vero?" domandò in un flebile sussurro, quasi avesse paura di sapere quale bugia avrebbe messo in serbo questa volta.

Il ghigno gli si addolcì con furbizia e cercò di avvicinarsi di più prima di rispondere, portando una ciocca di capelli dietro l'orecchio e sollevando il mento di Hoseok con l'indice. "Quanto tu vuoi credere lo sia." poi si allontanò velocemente, prima ancora di dargli la possibilità di solo pensare a cancellare la distanza.

"Io non ho mai conosciuto una persona come te. Un po' bugiardo, un po' sincero. Pieno di contraddizioni."

Ah, quel lieve sorriso che faceva sbucare le fossette e le piccole rughe ai lati dei suoi occhi. Gloss ricambiò. Ad un tratto si percepì crollare insieme a lui. Alla fine, fece capolinea il presagio terribile che aveva tentato di tenere a bada da inizio serata.

"E se non mi importasse e ti dicessi lo stesso che ti amo?"

Ecco svelato l'arcano.

"Che mi risponderesti?"

"Di dimostrarlo."

"E cosa dovrei fare?"

Pure lui era finita nella cerchia di Hoseok.

"Cosa devo fare io per te?"

"Tenermi compagnia."

"Lo sto già facendo."

"Non sei stanco?"

"No."

"Ti va di baciarmi?"

Per tutto questo tempo aveva creduto di essere lui a tenere le redini della situazione, invece era lui quello a essere manipolato.

Un fulmine gli trafisse la schiena e infilzò i denti nelle labbra. "Gran figlio di puttana."

Rise. "Hai rovinato tutto."

Sorprendentemente riuscì ad acchiappargli gli occhi. Era un dato di fatto che una volta che quella brace si abbatteva su di te, potevi star certo che non ti avrebbe abbandonato finché non ti avrebbero messo sotto scacco. Su Hoseok erano macabre e nere, schegge di ossidiana grezza, fin troppo narcisiste per entrare in contatto con la luce. Erano molto belle.

"Non stavo così bene da un po'." gli confidò sorridendo nella nostalgia. Portò le fragili dita sopra i suoi fianchi.

"Hoseok," respirò Gloss. Affilò la vista e trascinò le mani fino alla base del suo collo. "Per caso lo provi anche tu?"

Rispose a malapena, aveva la gola annodata. "Sì." Alle sue spalle, indisturbato e a entrambi ignaro, il vento aveva portato con sé alcuni bruscoli di cenere e la luna era ritornata a specchiarsi sul mare. Il riflesso li rendeva contemporaneamente vicini e distanti tra loro.

"Yoongi. Il mio nome è Yoongi."

"Yoongi..." Hoseok gemette con voce roca, "Mi piace."

"Sì?" ammiccò un sottile ghigno. Gli piacque come suonava uscito dalle sue labbra. "Piace anche a me."

C'era qualcosa di azzeccato nel suo nome, più rimbombava nella sua testa più l'eco si spalmava nel cranio. Yoongi, Yoongi, Yoongi. Yoongi si elevava innanzi a lui con la stessa magnificenza di una statua greca, esibita solo per poter essere venerata, e Hoseok alzò nuovamente gli occhi, dandogli quello che gli spettava. "Scopami" gli disse, lo pretese, e quella sulla sua bocca poteva benissimo essere scambiata per un broncio se non per il crescente desiderio gocciolare dai suoi occhi.

Voglio e devo sono due assunti diversi. La differenza sta nella paura, nella forma storta e tremolante delle labbra, nello stupore e nell'incertezza di richiedere intimità perché la si vuole e non perché la si deve.

"Sono Jung Hoseok."

Yoongi sgranò gli occhi al cognome. "Sei il figlio-"

"Sono stato io a incriminare mio padre per prendermi i soldi della liquidazione. Il mio colore preferito è il verde, il mio cane si chiama Mickey. Adesso sai tutto di me."

Alcol, tabacco, ciliegie, parole, sguardi... Tutto si era fuso e tutto era stato raso al suolo. Non esisteva più niente. Niente più felicità, o abbandono, o verità, o bugie. Non esisteva più il divario tra antitesi. Il suo cuore aveva resettato la conoscenza di tutte queste cazzate ed era pronto a conoscere centinaia di altre cazzate diverse. Aveva tutte le carte in regola per dar inizio ad una nuova vita. Niente più solitudine e amore, soltanto Yoongi di fronte a lui.

Dopo tutte le cose che aveva mischiato, Hoseok avrebbe sicuramente passato i giorni seguenti a stare di merda, a dannarsi per le ricorrenti pessime decisioni che prendeva, e magari allora si sarebbe reso conto che baciare Yoongi non era il bisogno indispensabile che credeva che fosse e che aveva commesso una serie di insanabili errori uno dopo l'altro per tutta la serata ‒ però, in quell'attimo niente di tutto ciò aveva importanza per lui. Gran fregatura la notte, eh?

Allo staccare delle loro labbra, delicato quanto era stato unirle, Yoongi aveva in men che non si dica poggiato i piedi sul pavimento e si era retto di fronte al corpo ancora comodamente seduto di Hoseok. Il sadico, dall'espressione appagata e un sorriso lussurioso, attese di godersi, poggiando la tempia sulle nocche delle sue mani, lo spogliarello che di lì a poco avrebbe concluso. L'escort, dal canto suo, sì, raggiunse insicuro la cerniera dietro la schiena e tirò giù la zip, il tutto a rallentatore, talmente tanto lento che sembrava non essergli di gradimento.

Non mi guardare, non guardare, non aveva fatto altro che implorare nei suoi pensieri. Teneva inchiodato lo sguardo in giù e non permetteva neanche alla curiosità di farlo cedere. Non mi guardare, sposta gli occhi, non mi guardare.

Le spalle stavano più ricurve del dovuto e le braccia facevano di tutto per chiudersi in avanti e coprirsi il più possibile. Cazzo, stava segnando il picco più basso di tutta la sua carriera da sex worker. Si stava comportando come un incredibile cretino a preoccuparsi di mostrarsi nudo quando essere nudo era la base di quello che faceva. Tutti lo vedevano nudo, il suo corpo era accessibile a chiunque. Non aveva rischiato di perdere pezzi di sé nel tragitto per preoccuparsi e tirarsi indietro adesso; non dopo che avevano passato le ultime sei ore a immaginarselo senza niente addosso e non dopo che aveva manovrato tutta la serata allo scopo di arrivare a questo. A fare sesso con un sadico asintomatico.

"Non vorrai rimanere lì imbambolato per tutto il tempo, spero."

Hoseok aveva un suo modo di fare, accorto, trattenuto, di uno che riconosceva il suo potenziale e ne era impaurito. Avanzava impacciato, quasi temesse di guastare la sintonia con la sua sola presenza. Doveva essere quel suo carisma muto e blu che gonfiava il suo fascino; non è che era all'oscuro di possederlo, è che a dispetto di ciò dedicava sempre una certa premura nel sfoggiarlo.

"Sai, non ho fatto che pensarci," fece, posando un gelido bacio sulla spalla nuda del ragazzo. "sei tanto bello da spezzarmi il cuore, Yoongi."

Aveva un suono splendido. Yoongi si piacque tantissimo. La sua mano raggiunse il punto dove lui aveva lasciato il bacio e lo accarezzò. Indolente, si voltò verso di lui. Lo prese dal ciondolo e lo attirò a sé con forza, in una posizione di stallo tra il vicino e il sesso. Ben presto la mano si trovò tra i capelli di Hoseok a schiacciare la sua bocca contro la propria fino a quando non avrebbe sentito sulla lingua il sapore del cuore.

"Fammi sentire l'uomo più amato del mondo."

C'erano due sconosciuti, erano entrambi nudi e si stavano baciando.

5:38

La stanza aveva cominciato ad illuminarsi grazie all'acerbo sole mattutino. L'alba aveva spiegato le sue ali e la luce del sole era tale da trapassare le tende, ricadendo e colorando di un fioco rosso i loro volti.

Gli occhi gli pizzicarono finché non riuscì a soccombere alla debolezza e ad aprirli. La prima cosa che Yoongi registrò una volta preso coscienza fu la fiacchezza dei suoi arti e l'aspra fatica che stava provando nel prender parte alla realtà. Sostenuto dai gomiti, guardò le sue gambe. La sua pelle emanava un certo pallore, rovinata da morsi, graffi e lividi. Diede una veloce occhiata ai dintorni in cerca di un orologio o del suo telefono, sopportò un severo capogiro e lesse l'orario mostrato sullo schermo del televisore. Ci vollero un paio di secondi affinché elaborasse quello che era successo qualche ora prima.

Posò le pupille sul giovane uomo che gli dormiva accanto, nudo nel suo decaduto egoismo, con le braccia sotto il cuscino, le lenzuola attorcigliate alle gambe e la faccia rivolta verso di lui. Sembrava il viso di un cadavere ‒ o perlomeno di qualcuno prossimo alla morte. Se non fosse stato per il lieve respiro e i piccoli sbalzi del suo petto lo avrebbe dato per morto. Aveva un viso disfatto, le gote erano rosate come il vino, i lineamenti storti in forme scomposte e al contempo dava l'impressione di star riposando sereno e rassegnato, ripagando tutta la fatica che aveva accumulato nel corso della sua breve vita.

Yoongi piegò la testa di lato, dando via libera al sole di ricadere su Hoseok. Una fugace scintilla brillò sulla carne dorata, come succede agli oggetti d'oro quando vengono colpiti da un raggio di luce. La visione gli tolse il fiato. Il cranio gli venne squarciato dall'idea che poteva innamorarsi di un uomo così: mesto, appassito e che non conosceva. E al pensiero sgranò gli occhi.

"Non sto dormendo." mormorò il semi-morto, "Avevo detto che non avrei dormito. Non sto dormendo."

"Non è che mi stavi fissando?"

Non rispose a parole, gli bastò un sorriso affaticato.

Le labbra di Yoongi, risollevato e intenerito, si arcuarono a specchio. "Congratulazioni Hoseok, hai superato la notte senza morire."

"Grazie," sbuffò un lieve risolino, "Anche tu."

Socchiuse l'occhio che non strofinava il cuscino e osservò il gigolò che teneva lo sguardo abbassato su di lui e il sole alle spalle. La sua vista ci stava impiegando più del dovuto a nitidizzarsi e il ragazzo pareva ancora un agglomerato di linee sfocate derivante dai suoi sogni. Lentamente Hoseok alzò lo sguardo. La sua testa copriva interamente la forma circolare del sole, i contorni erano imbruniti dal netto contrasto con la luce dietro e, mentre il suo viso accigliato si stava piano piano concretizzando, il malessere e il torpore vitale parevano allontanarsi sempre di più. Aveva una mente abbastanza lucida e sfibrata da voler credere che sotto ai suoi occhi stesse avvenendo un'eclissi.

Pensò fosse bellissimo, una stemperata bellezza senza eguali. Il sole non aveva alcun effetto sulla sua pelle bianca, la sua carne rimaneva pura e immacolata come se fosse il figlio perduto della luna. Se era vero che Hoseok era un uomo che apparteneva agli altri, Yoongi doveva per forza essere un uomo che apparteneva all'universo.

Appena riuscì a vederlo bene, lui scostò bruscamente il capo di lato.

La realizzazione cominciò a manifestarsi.

Hoseok avvertì il rumore dello stropicciarsi delle lenzuola, il materasso si sollevò e venne accecato dal sole.

"Alzati, sono quasi le 6."

Oh. Giusto, aveva preso Gloss per dieci ore. Alle 7 si sarebbero dovuti separare.

"Non è stato solo sesso."

Yoongi si immobilizzò. Gli dava le spalle.

"Noi due non ci conosciamo."

Oh.

6:41

L'inquietudine non faceva che accrescere man mano che l'auto si avvicinava a destinazione. Hoseok aveva prolungato intenzionalmente la durata del tragitto e in più provò, abusando fino all'ultima goccia di disperazione, a ritardare la loro separazione, ad inveire mentalmente delle inutili preghiere a dèi inventati su due piedi affinché estendessero i minuti.

Mancavano diciannove minuti.

Cascasse il mondo, qualunque cosa succedesse in quel lasso di tempo, arrivati a destinazione o no, una volta passati quei diciannove minuti e scattate le 7 in punto loro due si sarebbero divisi.

Diciotto minuti.

Quando l'aver girovagato per il parcheggio sotterraneo e ignorato l'infinità di posti liberi divenne troppo, Hoseok parcheggiò. Non spiccicarono parola neanche quando impugnò la chiave senza girarla, talmente sopraffatto dall'angoscia per avere le forze di muoverla e riconoscere quello a cui stava andando in contro. Yoongi non lo aveva ancora guardato, stava con il collo stirato e gli occhi ben fissi in avanti.

Sedici minuti.

Solo dopo aver dato un'occhiata veloce all'orologio esposto sul quadro e appreso l'orario, lui si decise a spegnere il motore. Imitò Yoongi e stirò il collo, puntò lo sguardo avanti. La gola aveva improvvisamente preso a raschiare, tutti i muscoli del suo corpo si erano irrigiditi ed emanò un pesante sospiro, come se assieme ad esso potesse sbarazzarsi di tutta questa situazione.

Quattordici minuti.

"Ora andrò a fare colazione, poi andrò a casa a darmi una lavata, chiamerò l'avvocato, cercherò un lavoro, pranzerò, pulirò casa, continuerò a cercare lavoro, cenerò e infine andrò a dormire. E domani farò lo stesso. Dopo domani anche. Magari chiamerò pure mio padre. Sarà la stessa storia finché non risolverò tutto e- e-"

"E noi non ci vedremo più."

Era un carico pesante concludere la frase. Hoseok si era strozzato con la saliva, la voce gli si era incrinata.

"Forse è meglio così."

Hoseok ultimò l'accordo. Sfilò il portafoglio dalla tasca posteriore, contò le banconote, le suddivise con attenzione e porse la mazzetta al gigolò . Il tutto avvenne in rigoroso e sgradevole silenzio. Yoongi puntò gli occhi sulle banconote con timore.

Avevano passato un'intera notte a parlare, a spogliarsi a vicenda senza indugio, a strapparsi strati su strati di pelle come se fosse una cosa all'ordine del giorno, e ora stavano entrambi seduti dentro la stessa auto spaventati di incontrarsi. La loro postura, i loro gesti e le loro voci reggevano in piedi il muro illusorio che avevano creato per camuffare gli sbagli, fingendo che non fosse mai stato abbattuto per colpa un insulso, graduale momento di debolezza in un momento indefinito della notte passata.

La mano sospesa in aria tremava leggermente, l'altra affondava le sue dita attorno al ginocchio e doveva sicuramente farle un male cane da come serrava la mascella. Un mucchio di carta colorata segnava la definitiva separazione. Bastava così poco per cancellare una notte di intimità.

Dieci minuti.

Gloss afferrò i soldi e le sue cose di fretta e furia, aprì la portiera e, con movenze goffe, ce la fece a uscire. Ancora con un piede dentro e la mano stretta alla maniglia, sentì la voce del sadico chiamarla.

"Yoongi" lo chiamò, "Prima che te ne vai-"

I nervi gli si tesero.

Poteva girarsi a guardarlo per un'ultima volta. Poteva concederselo. Uno sguardo, uno solo, niente di più. Uno e non si sarebbero più visti.

"Siamo due sconosciuti?"

Un velato rammarico colorava la sua voce. Hoseok si presentò con un paio di occhi disincantati e le rosee labbra schiuse verso il basso.

La pena, troppo intensa per essere nascosta, gli aveva spietatamente gelato l'espressione. Era diverso da quando l'aveva incontrato dieci ore prima.

"Siamo due sconosciuti."

Appena udita la risposta, gli occhi di Hoseok si riempirono di lacrime e si ritrovò senza parole. Lui, che aveva bramato come un matto qualcuno con cui parlare, non sapeva cosa dire.

"Lo sapevo." sfuggì dalla bocca di Yoongi sotto forma di sussurro, "Sapevo che se ti avessi guardato adesso non avrei voluto più smettere." sorrise, "Mi odio un sacco."

Aver messo in standby il proprio inesauribile amore per una notte al fine di dare ad Yoongi l'opportunità di tirare fuori il suo marcio, recondito da qualche parte, era stato un gesto incredibilmente da stronzi. In cuor suo sperava di infliggere a Hoseok la stessa umiliazione di cui si sentiva vittima o, semmai, che i sensi di colpa lo consumassero. Perché, in fin dei conti, Jung Hoseok era un semplice uomo triste e solo innamorato di qualcun altro e Yoongi una puttana che gli aveva semplicemente mostrato come ci si sente ad essere amati e sarebbero rimasti tali col passare del tempo.

"Possiamo baciarci? L'ultima volta." Lui sforzò uno storto sorriso nonostante tutto, "Yoongi. Per favore."

"Non chiamarmi Yoongi." ringhiò, "Devi smetterla di implorare le persone."

E unì le loro labbra. La delicatezza trafisse l'uomo, trattò le sue labbra con timorosa discrezione, come se fossero fatte di una fragile e scheggiata porcellana. Durò giusto il tempo della fugacità. Hoseok non avrebbe dimenticato il sapore del freddo rammarico mischiato al vino.

Cinque minuti.

"Non è impietosendoli che ti ameranno e resteranno." Yoongi proclamò i suoi saluti sulla soglia della portiera. In procinto di chiuderla aggiunse: "Dovresti tenere a bada il tuo amore. È quello che ti impedisce di splendere, e non ne vale la pena."

Le sue ultime parole risuonarono dal sorriso di circostanza, lo sforzo venne reso più palese dallo storcersi della bocca e il suo espediente ci mise poco a fallire miserabilmente.

Tre minuti.

Yoongi continuava a guardarlo. Storse il naso e scosse il capo cacciando un gemito frustrato, "Devo proprio andare via."

Un minuto.

"Add-"

Una smorfia. Il sole la colpì dritto in faccia.

"Ciao, Hoseok."

Erano scattate le 7.

Lo sbattere della portiera si dileguò nel silenzio.

Nel rumore udì il friabile eco della loro notte. Si portò con sé anche questo.

Hoseok diede un paio di colpi al poggiatesta, stringendo forte le palpebre per evitare a tutti i costi di provare a cercare Gloss e di vedere dove stesse andando. Passato qualche secondo le riaprì, i suoi occhi caddero sul sedile accanto e si accorse delle banconote gettate disordinatamente sopra il rivestimento in pelle nero. Le contò velocemente: esattamente la metà di quanto l'aveva pagato.

La realizzazione lo fece piangere. Spinse le mani sul volante e iniziò a suonare il clacson con violenza, nella speranza che il fracasso potesse asciugare le sue lacrime.

Si erano lasciati così, conoscendosi per il solo piacere di perdersi di vista per sempre.

Yoongi se n'era andato e Hoseok l'aveva lasciato andare, perché Yoongi non ci teneva mai abbastanza e Hoseok ci teneva sempre troppo.

Niente più amore, niente più solitudine e niente più Gloss. Solo lui nel silenzio.

Il sole aveva finito di sorgere e il suo corpo aveva ripreso a tramontare.

Uno. Due. Tre.

Stava di nuovo precipitando a capofitto nel torpore.