Work Text:
"Ale."
"Eh."
"Ma dovevi montarla proprio adesso la libreria dell'Ikea?"
Alessandro si gratta la testa, dove la rasatura di un paio di settimane fa si sta già trasformando in un'ispida selva di erbacce lunghe centimetri uno virgola cinque. Guarda lo scatolone, gentilmente portato al piano dal portiere che gli ha scoccato un'occhiata carica di compassione e sfiduciata pena prima di sparire di nuovo nell'ascensore, e poi guarda Riccardo, piedi incrociati, nudi sul pavimento, il culo mollemente appoggiato al pianoforte e la cannuccia del suo stracazzo di bricchetto di estathè mezza manducata tra i denti. Poi guarda di nuovo lo scatolone. Cristo, quando l'ha ordinata gli è sembrata una buonissima idea quella di montarsela da solo – Ikea ce l'ha un servizio montaggio mobili per niubbi, ma ad Alessandro a dare fastidio è il principio; non sono quei settanta euro a scazzo a cambiargli la vita, adesso, ma vuoi mettere la soddisfazione di guardare la tua libreria e dire che te la sei montato tutto da solo? Meglio della droga, cazzo.
Certo, potrebbe aver sopravvalutato le proprie capacità di carpentiere fallito, ma siccome la vita è una sola e va vissuta appieno, perché non provare anche l’ebbrezza di montare da zero un mobile? Fa molto Casa nella Prateria. E poi è virile montarsi i mobili da soli, no?
“Eh, mi serviva adesso, Ricky,” si giustifica, passeggiando attorno all’enorme scatolone come un gladiatore intento a prendere le misure di una belva feroce in un’arena. Stesso piglio calcolatore negli occhi. Quante probabilità ho di uscirne vivo? Probabilmente anche i gladiatori si ponevano la stessa domanda. E di sicuro la mise con cui si appresta ad affrontare l’ennesimo ostacolo che questa vita di stenti gli sta mettendo di fronte ricorda moltissimo quella di uno schiavo-combattente romano, e forse si presta allo stesso modo al pubblico ludibrio. Mutande nere, inverosimilmente sgambate, quasi indecenti. Come armi, forbici da cucina e un cacciavite un po’ arrugginito chiesto in prestito direttamente al povero portiere che, scazzatissimo, l’ha pescato dalla sua cassetta degli attrezzi - accessorio del quale Alessandro Mahmoud è drammaticamente sprovvisto - quasi sputandogli ai piedi un tiratissimo “Se poi volesse farmi la cortesia di rendermelo…” il cui unico risultato è stato quello di far gelare il sangue nelle vene di Alessandro per il decennio a venire.
Posto che non ha idea di come si tenga in mano, suddetto cacciavite, ma sono dettagli di poco conto, giusto? Quisquilie. Robetta da niente, quando devi montarti da zero una maledettissima libreria, mannaggia a te e a tutti i venerdì che ti mancano da quando sei venuto al mondo.
Sospira, grattandosi di nuovo la testa come se il corriere insieme al pacco gli avesse portato anche un bel carico di pulci, e poi torna a posare lo sguardo su Riccardo, serafico e pacifico nei suoi boxer da nonnetto al Centro Diurno Anziani, che lo guarda come a dire beh? E da me che vòi? Io te posso cantà ‘na canzone. Come se poi gli avesse fatto presente che era un’idea del cazzo quando Alessandro l’ha messo al corrente del fatto che avrebbe avuto bisogno di una libreria e che l’avrebbe comprata come i peggio poveracci proprio nel tempio del risparmio e del montatù, la fottuta Ikea. Ecco, ora lo sta guardando come se avesse cercato di dissuaderlo sin dall’inizio, piccolo mentitore che non è altro, e Alessandro afferra un cuscino dal divano per lanciarglielo addosso, preso da un momento di perfidissimo livore.
Lo colpisce nella pancia e Riccardo non fa un plissé, succhia il rimasuglio di tè chimico dal bicchierino di plastica facendo un casino infernale, e calcia il cuscino come un novello Francesco Totti, lustra faccia da schiaffi con annesso sopracciglio alzato.
“Ma se non ci sei mai a casa,” commenta, con la stessa sicurezza con cui rivelerebbe al mondo una verità inconfutabile, tipo che boh, l’acqua è incolore. “E poi non c’hai neanche così tanti libri…dillo che ti serve solo per darti un’aria da intellettuale,” lo sfotte, avvicinandosi allo scatolone incriminato ad aggraziati balzelli da uccello trampoliere con l’artrite. Sì, è vero, Alessandro non starà pieno impaccato di libri - e lui legge, davvero vostro onore lo giuro, solo che ultimamente gli manca anche il tempo per pisciare, figurarsi se ha quello di leggere - ma ha una collezione di manga da fare invidia ai peggiori giappominchia che vanno a vivere a Tokyo e poi se ne tornano in Italia dopo tre mesi perché è più comodo farsi lavare le mutande da mammà in un 90mq di Carugate che provvedere a sé stessi vivendo in un monolocale delle dimensioni di una scatoletta di tonno senza la lavatrice, solo che… beh. Un po’ perché è pigro, un po’ perché fisicamente gli mancavano le superfici d’appoggio, stanno ancora tutti a prendere la polvere negli scatoloni nello sbarazzacamere, insieme a qualche action figure e ai Funko Pop che non è riuscito a collocare in giro per casa dopo il trasloco.
Quindi.
La libreria, in fin dei conti, è un acquisto etico, checché ne dica Riccardo. E poi che ne vuole sapere lui che c’ha a malapena l’età per votare? Poppante.
“Oh, Ricky. Se ho preso una libreria è perché ho bisogno di una libreria. Io ti ho chiesto se avevi bisogno di un’altra sciarpa della Roma? No.”
“Mi stai velatamente dicendo di farmi i cazzi miei?”
Velatamente. Dove l’avrà sentita questa parola? Alessandro lo guarda di sbieco mentre Riccardo, sfidando la temperatura che ormai è prossima a quella della superficie del sole e l’intento omicida dietro le sue iridi, gli si appiccica addosso come una seconda pelle, appoggiando il mento alla sua spalla e sbattendo le ciglia in un perfetto recital del proverbiale ritratto dell’innocenza. Gran ruffiano che è. Alessandro vorrebbe riuscire ad incazzarsi con lui - ‘sto caldo che è scoppiato tutto di colpo aiuta a far ribollire il sangue in tre secondi netti - ma la verità è che resistere ai suoi modi di fare da gattaccio viziato è impossibile – ci sono giorni in cui si sente il professor Humbert Humbert alle prese con la sua Lolita, o il tizio sfigato di Morte a Venezia che insegue il ragazzino bellissimo fino a morirne, oh fucking joy, e quel che è peggio è che Riccardo lo sa e, essendone ben consapevole, se ne approfitta senza manco un briciolo di vergogna, e senza nemmeno nasconderlo.
Riccardo, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Ti prenderei a sediate.
“Dai, piantala di fare il babbo. Mi aiuti a spacchettare?”
Svogliatamente, Riccardo gli si scolla di dosso e, dopo aver fatto scrocchiare disgustosamente il collo e le spalle, afferra le forbici abbandonate con noncuranza su una sedia, le fa roteare pericolosamente sull’indice, e decreta “Però, figo l’ unboxing ”.
Forse le sediate, a questo punto, non bastano. Ci vorrebbero BDSM spinto e shibari, ma chi ha voglia di appendere tutti quei moschettoni al soffitto? Sempre di bricolage si tratta, e Alessandro non si sente assolutamente tagliato per il bricolage, anche se l’estetica da Casa nella Prateria fa sempre fico e bla bla bla.
In assenza di altre forbici con cui provvedere alla titanica impresa, Alessandro si risolve ad andare a prendere un coltello dal ceppo e farlo alla spartana , accoltellando lo scotch e sperando che la sua libreria di compensato di bassa lega non subisca danni nel processo.
"Hai un cacciavite solo?" Commenta Riccardo, già virilmente chinato a esaminare pacchetti di viti e fermi che Alessandro nella vita non è neanche sicuro di aver mai visto. "Un po' misero, eh, per due."
Alessandro sbuffa. Quanto gli può rodere il culo da uno a dieci ad ammettere che Riccardo ha ragione?
“Se hai delle idee dille ora o taci per sempre.”
Riccardo lo guarda con quel fare brigante, monello, da cagnolino che ami alla follia e che invariabilmente tutte le mattine ti piscia in salotto, e giocherellando con uno di quei pacchetti pieni di ferraglia, domanda candidamente se Glovo oltre alla spesa ti può portare a casa anche un ordine del Bricoman. O di OBI. O di qualsiasi cazzo di ferramenta in franchise sia disponibile a Milano.
Cioè tutte, a occhio e croce.
“Ma che cazzo ne so, zì, secondo te ho mai ordinato un cacciavite?”
Riccardo solleva beffardo un angolo della bocca, il pacchetto di viti già dimenticato, e si getta con il fare aggraziato di un gorilla adolescente sul divano, in un’imitazione ancor più scema e distruttiva della silly salmon challenge, il cellulare - di Alessandro, ovviamente - già appiccicato alla punta del naso mentre tenta di capire con una quantomai mirata ricerca su Google se Glovo consegna brugole a casa, o se qualche ferramenta del cazzo fa servizio a domicilio. Il quadro è, vista la fortuna di Alessandro, piuttosto desolante. È domenica, è estate - anche se non ancora formalmente - e neanche la peggior ferramenta di Caracas effettua consegne a domicilio in meno di ventiquattro ore lavorative.
Beh, zì, che dire. Sei sempre stato un tipo sculatissimo, eh?
Alessandro sbuffa, grugnisce inelegantemente, già spossato dall’impresa senza aver ancora alzato un dito – anzi, un dito certamente vorrebbe alzarlo, adesso, il medio contro la sua immagine riflessa nel brutto specchio rotondo appeso alla parete.
Maledetto te e maledetto il giorno in cui non ti è cascato il dito quando hai deciso di aprire il sito dell’Ikea sul tuo cellulare di merda. La carta ti dovevano bloccare. L’accesso a Google.
Guarda la carcassa della libreria ancora da montare, praticamente un aborto, un sogno ucciso in volo a metà, e vorrebbe prenderla a calci. Vista, giustappunto, la sua fortuna, finirebbe solo al pronto soccorso con un piede fratturato in tre punti, e allora addio tour, addio progetti e addio estate, ché se dovessero ingessarlo come un novello Ramsete se la giocherebbe per intero, si sa che le fratture agli arti inferiori ci mettono una vita a guarire.
Non ha ben idea del come ma si ritrova, sconfitto in partenza, seduto a gambe incrociate sul pavimento, a fumare una sigaretta e a maledire anche gli antenati del Signor Ikea per aver avuto quella bella idea di merda del bricolage prêt-à-porter. Le dita caldissime di Riccardo gli massaggiano lo scalpo piano, delicatamente, dalla fronte fino alla nuca e ritorno, soffermandosi proprio in quel punto dietro le orecchie che a lui fa perdere la ragione.
“Andiamo a comprarcelo noi, il cacciavite,” suggerisce, allungandosi giù dal bordo del divano per baciargli la scapola nuda, graffiargli appena la pelle con la punta dei suoi minuscoli denti da squalo. Che, in fin dei conti, non è una bruttissima idea. Cioè, Riccardo ne ha avute di peggiori, seppure anche questa non sia da annoverare nel firmamento dei suoi colpi di genio, che sono comunque frequenti abbastanza da rendere palese che sia sì un ragazzino, ma non un ragazzino scemo del tutto come potrebbe sembrare a un’occhiata sommaria e inesperta. Gli passa il telefono, e aperta c’è la schermata di Google Maps che rimanda all’OBI più vicino – conti a sei zeri o no, il risparmio prima di tutto. Le ferramenta a conduzione famigliare costano decisamente più che i paradisi del fai-da-te, e Alessandro non crede di essere disposto a spendere più di un pezzo da dieci per un cacciavite di ‘sta ceppa. Tanto, passato il momento di instupidimento per la libreria, si dimenticherà persino di possederlo, un cacciavite. Lui è uno che le cose che non ha sotto gli occhi tutti i giorni si dimentica di averle, tipo il frullatore a immersione o il tostapane, figurarsi un misero, stramaledetto cacciavite.
Ci vuole un po’ di persuasione, comunque, per farlo issare faticosamente da terra, dove ha finito col tirarsi Riccardo addosso per testare se i suoi metodi persuasivi continuino a funzionare - insomma, per la scienza - o se semplicemente ‘sto caldo che è esploso tutto insieme l’abbia anestetizzato fin nelle ossa. E pazienza se per strada si perdono almeno quarantacinque minuti, giusto il tempo per una sega d’incoraggiamento e qualche bacio umido che ha il sapore amarissimo e insieme stucchevolmente dolce del sesso, la persuasione richiede tempo, e Alessandro richiede attenzioni, specie quando sta facendo la drama queen e c’è un’intera libreria che lo fissa da dentro uno scatolone in attesa di prendere vita e alloggiare, finalmente, tutti i manga ancora gettati alla rinfusa come carta vecchia in una sporta dentro una stanza perennemente chiusa.
Va bene anche se poi prima di uscire si devono addirittura fare la doccia, perché puzzano da fare schifo e ce l’hanno scritto in fronte che si sono concessi una trombata che li accompagnasse dolcemente verso un pomeriggio di tortura e agonia, a stiparsi dentro a un centro commerciale per un cacciavite a stella – il termine l’ha sentito da Riccardo, lui mica la sa la differenza tra un cacciavite piatto e uno a stella; per quel che lo riguarda bulloni, brugole e fischer sono roba standard… Cristo, in un mondo ideale non dovrebbero essere roba standard?
Peccato che l’illusione di vivere nel migliore dei mondi possibili duri solo fino al momento in cui si varca la soglia della Prima Elementare: la dura realtà è che il bricolage, più che evitare sbattimenti, ne causa assai, Alessandro ne ha la certezza matematica quando Riccardo - che si butta distrattamente addosso una delle sue magliette con la schiena ancora bagnata, come se non gli stessero tutte larghe di spalle - inizia a sciorinare nomi improponibili di cose e a ciarlare di diametri, profondità, di buchi da fare nei muri col trapano – oh Ale a proposito, in garage ce l’hai un trapano?
Sì, anche Riccardo si accorge immediatamente di aver fatto una domanda del cazzo. No, in garage non ce l’ha un trapano. Che cazzo se ne fa di un trapano? Conoscendo la sua fortuna, probabilmente se dovesse decidere di mettersi a bucare le pareti causerebbe una fuga di gas, un terremoto, un’invasione degli ultracorpi, tipo scoperchiare il vaso di Pandora.
Ciò detto, dieci minuti dopo sono in macchina col navigatore acceso, Alessandro vestito come il peggiore dei ghetto boyz per riuscire a resistere a questa calura che non dà tregua e Riccardo che sembra minuscolo dentro la sua maglietta…e pure dentro ai suoi shorts cargo, che gli scivolano giù dai fianchi rischiando di lasciarlo in mutande ad ogni passo. Alessandro un po’ la capisce la sua fissa per rubargli i vestiti, in fin dei conti è un gesto super intimo, quasi tenero, ma, cazzo, quando arriverà a rendersi conto che di pantaloni non portano decisamente la stessa taglia? S’è pure infilato un paio di quelli larghi, il babbo, giusto per rimanere a culo all’aria nella corsia delle vernici, e Alessandro non riesce a fare a meno di prenderlo un po’ in giro quando, scendendo dalla macchina, lo vede sistemarseli con un gesto di fantozziana memoria.
“Non potevi mettere quelli più stretti? Ce l’ho i pantaloncini col laccio regolabile, eh, basta chiedere,” lo sfotte, tirandogli i passanti della cintura e scoccandogli un bacio dietro la sicura protezione della portiera, che non serve a un cazzo visto che il parcheggio è affollato di famigliole e uomini single in cerca di martelli con cui conquistare la loro prossima partner sessuale - guardami, Giancarlotta, so appendere un quadro, hurr-durr! - ma di questi tempi…boh, non si è mai troppo previdenti. Perché si sa, Dio non ti vede ma Alfonso Signorini sì, quindi.
Riccardo scuote la testa, gli preme giocosamente il culo addosso, e replica un sereno e inconfutabile “Ma a me piacciono questi.”
E che cazzo gli vuoi dire.
Interno capannone, quarantasei gradi soltanto all’ingresso. Le casse sono ingolfate e una masnada di infanti iperattivi corre attorno a un display di piante grasse moribonde, ricordando per l’ennesima volta ad Alessandro che non è l’omosessualità a precludergli i lidi felici della paternità, quanto l’idea di avere marmocchi impazziti per casa che lo devasta emotivamente – Riccardo basta e avanza, grazie ma no grazie, proprio come se avessi accettato, zì. Si sistema meglio gli occhiali da sole sul viso e, sudando anche i liquidi che non ha più in corpo sotto la mascherina, si fa faticosamente strada tra un tavolino per esterni e un tosaerba fino a raggiungere il più cheto, contemplativo reparto luci e lampadari, miracolosamente sgombro di ragazzini urlanti, dove l’apoteosi della frenesia è quello di una moglie un po’ attempata che asserisce che un brutto lampadario coi glitter sia “un oggetto di design”. Riccardo passa dritto sulla paccottiglia, solo all’ultimo Alessandro si accorge che al petto sta cullando un cactus con un piede nella fossa, col quale probabilmente gli sta anche bucando la maglietta.
Ben ti sta. Potevi levargli la brutta abitudine di rubarti i vestiti invece di incentivarla.
Per consolarsi, Alessandro compra una lampada-cammello neon pink. I sedici euro più spesi male della sua vita, ma vuoi mettere? Ci fa un figurone con una lampada-cammello in salotto.
Attraversano più o meno indenni anche il reparto serramenti, e la corsia delle assi di legno da farsi tagliare su misura al bancone apposito, dove un ragazzetto coi ricci e l’aria annoiata mastica una gomma sotto la ffp2 che gli fa appannare gli occhiali da vista. Riccardo bussa sulle assi, chiede ad Alessandro se possono comprarne una per ragioni che né la testa, né il cuore conoscono - o forse semplicemente perché è coglione - e accetta il rifiuto con signorile aplomb, ridendo come un ubriaco e ficcandosi una manciata di chiodi nella tasca dei pantaloni.
“Ma sei matto? Guarda che poi ci mettono in galera!” Sibila Alessandro, tirandolo per la maglietta mentre sta per andare a sbattere contro un vecchietto chino ad esaminare dei… cosi. Roba che dovrebbe andare nei muri, tipo. O nel legno. Riccardo lo guarda sbattendo le ciglia e arricciando le labbra, un bravo bambino che non vuole essere sgridato dalla maestra cattiva.
“Ma i chiodi ci servono,” protesta. Alessandro non è sicuro che i chiodi servano per davvero. Aggrotta le sopracciglia, stavolta non si lascerà comprare, no, col cazzo.
“Possiamo pagare per tutti i chiodi del negozio e anche per il negozio, Ricky…” suggerisce, indulgente. Lo sguardo di Riccardo si fa sempre più simile a quello di un povero cucciolo abbandonato senza la ciotola dell’acqua sulla A4.
“Li ho già messi in tasca.”
Obiezione ragionevolissima. Finisce che Alessandro si lascia comprare, ovviamente, e pure convincere a mettere in saccoccia un trapano che costa più di una cena da Cracco - onestamente, chi l’avrebbe mai detto che un trapano costasse cifre superiori al centone? - e quando prova a sollevare una flebile protesta Riccardo si affretta a dire che quelli sono i prezzi, e che poi comunque la marca tira, e Alessandro si ritrova a chiedersi quando, come e perché un ragazzino che ha imparato ieri come ci si lavano correttamente i piedi sia al corrente delle quotazioni di mercato dei trapani – domanda la cui risposta, comunque, può essere solo e soltanto una: Riccardo è imprevedibile. Non dovrebbe nemmeno fargli troppo strano che sia aggiornato sui prezzi dei trapani. Magari su TikTok c’è qualcuno tipo super appassionato di bricolage e l’ha imparato da lì, ma in ogni caso…che brutti prezzi ‘sti cazzo di trapani.
“Adesso spiegami che cazzo me ne faccio di un trapano, dai,” sbuffa, accomodando il tutto in un carrellino di fortuna che hanno trovato abbandonato vicino a una scansia altissima di prodotti per l’outdoor. Riccardo lo guarda con compassionevole clemenza, come se avesse davanti un matto che va ripetendo di essere Napoleone, e gli appoggia dolcemente la mano sull’avambraccio.
“Ale, la libreria va fissata al muro se vuoi che stia in piedi. Come pensavi di farlo? Con lo scotch?”
“Ma serio la libreria va fissata al muro?”
“Pensavi che ti pigliassi per il culo quando te l’ho detto prima?”
Alessandro annuisce. Ma chi mai ha fissato una libreria al muro? Follia! Fantascienza! Non basta tipo montarla, appoggiarla e ficcarci sopra cose? Va addirittura fissata al muro?
“Pensavo ti stessi approfittando di uno che non ha mai montato da zero neanche una abat-jour .”
Riccardo, a giusta ragione, gli molla una schicchera nel bicipite. Poi mette nel carrellino un cartello con scritto LAVORI IN CORSO e un omino che fa segno di alt! con la mano.
"E questo?"
Riccardo scrolla le spalle, passa le dita sulla superficie irregolare di una cosa che francamente Alessandro non saprebbe descrivere - e neppure ha idea di quale possa esserne la funzione - e poi si ripulisce nella maglietta i polpastrelli impolverati.
"Questo lo mettiamo sulla libreria, no? Ale, oh, paghi tu vero? Perché io non ho la carta. In tasca ho degli spicci, ma comunque sono tuoi…e non ci pago neanche il cactus, mi sa," dice, pescando dalla tasca dei cargo una monetina da venti centesimi lustra di lavatrice. Quindi non solo atomico scassacazzo, ma pure sugar baby approfittatore. Alessandro solleva gli occhi al cielo.
"Ma dici che dovrei farmi la cassetta degli attrezzi, tipo?"
Riccardo lo guarda con quella faccia da schiaffi che Alessandro, pollo di merda, ama con tutto sé stesso.
"Facciamo che te la faccio io, sennò te fai su un casino."
Ha pure il coraggio di fargli l'occhiolino. Alessandro non è sicuro che in cassa ci arriverà vivo.
***
Sorprendentemente, riesce a non morire né alle casse, né all'impatto con la temperatura vulcanica del parcheggio, e nemmeno sull'ascensore, stordito dalle ottomila parole al secondo che Riccardo riesce a sputare fuori come fosse una mitragliatrice. Alla faccia del ragazzino introverso. Comunque, varcata la soglia, è più povero di trecento e passa euro, con la voglia di vivere sotto ai tacchi, e sudato come se avesse corso una maratona. O scopato correndo. Però ha una cassetta degli attrezzi quasi professionale, anche se la metà della ferraglia che tintinna lì dentro non saprebbe per cosa usarla, e c'ha pure una livella, perché Riccardo gli ha detto che la livella serve sempre, palese.
E chiaramente anche la nuovissima lampada-cammello che ha già pianificato di mettere sulla libreria una volta montata, perché è rosa e su Instagram potrebbe fruttargli una pacca di like.
Ormai è ora di merenda. Succhiano due ghiaccioli a testa coi piedi per aria, sbracati sul divano, di nuovo in mutande, benedetti dal getto ciclonico del condizionatore acceso su temperature glaciali, fanculo anche al buco nell'ozono. Il cactus li guarda da una mensola, sempre mezzo morto ma leggermente rinverdito da quando Riccardo ha avuto la geniale idea di dargli dell'acqua, e accanto a lui la lampada-cammello con appoggiato il cartello che Riccardo ha voluto tantissimo e che Alessandro non ha ancora capito dove collocare.
“Dovremmo metterci a montare la libreria,” suggerisce il pazzoide mentre sugge oscenamente ghiacciolo all’ananas, rivoli di succo giallo radioattivo che gli rotolano sul mento e sul petto nudo in un glorioso trionfo di sconcezza che quasiquasi fa venire ad Alessandro la voglia di montare sì qualcosa, ma di certo non la libreria.
“Mh,” risponde, del tutto intenzionato a usarla così com’è, nel suo bel cartone ecosostenibile, senza neanche darsi la pena di guardare come sia fatta dentro. Tanto sul sito l’ha comprata a casaccio, sembrava carina, è praticamente la pagina di un quaderno a quadrettoni ma in formato libreria. Riccardo gli tira un calcetto nella gamba, ingoia rapidamente il rimasuglio del suo ghiacciolo, e si alza in piedi con uno scatto che solo a guardarlo Alessandro si sente girare la testa.
“Dai, cazzo, non fare il pigro. Hai voluto la libreria? Adesso la monti. Ti aiuto, non vedi quanto sono generoso? Stasera dovresti comprarmi ancora il coso…il coreano.”
Alessandro solleva la propria triste carcassa dal divano con un uno sforzo encomiabile solo per andare di nuovo a osservare il suo imballaggio nuovo di zecca come un umarell davanti a un cantiere. Cazzo, se dovesse anche mettersi le mani dietro la schiena sarebbe la fine, pronto per la casa di riposo.
“Da cosa partiamo?”
“Boh, io direi dalle istruzioni.”
Cosa si è perso? Da quando quello saggio e intelligente tra loro è Riccardo? Frugando come matti tra pluriball e cartone riescono a recuperare il libretto delle istruzioni e, come se la doppia prova fosse garanzia di buona riuscita, anche il PDF perché non si sa mai.
Il primo impatto con la quantità abominevole di pezzi è, per Alessandro, del tutto assimilabile all’effetto che ha sulle palle l’acqua ghiacciata. Un trauma, qualcosa da cui rifuggire come si rifugge la morte, e sperare di non averci a che fare mai più.
“Ricky.”
Riccardo maneggia il libretto con il volto concentrato in un’espressione di puro agonismo.
“Eh.”
“Io non ci ho capito un cazzo.”
Un simpatico omino stilizzato spiega che le assi, se brutalmente lanciate contro il pavimento, si rompono. E che non sarebbe il caso di pigliare i pezzi a martellate. Alessandro nasconde la mano con il martello dietro la schiena e spera che Riccardo, preso com’è dall’edificante lettura delle istruzioni, non l’abbia visto che era prontissimo a fare la cosa più sbagliata di tutte solo per…dimostrargli qualcosa, in fin dei conti. Cioè, come massaia Alessandro Mahmoud se la cava anche piuttosto bene, ma come pater familias aggiustatutto è – carente, per così dire.
Non che abbia davvero voglia di stare qui a rompersi i coglioni con una libreria Ikea da quattro soldi, ma è la metafora che la libreria rappresenta a tenerlo in piedi, verticale contro lo scazzo, più o meno pronto a infilare viti dove servono perché la libreria significa un mucchio di cose, e non soltanto che ha finito gli spazi disponibili dove alloggiare la propria merda – o quella di Riccardo, ormai, che s’è spanso a macchia d’olio per tutto l’appartamento e ora è difficilissimo dire a chi appartenga cosa nel cestone della biancheria, o tra le posate della cucina e le stronzate abbandonate tra tavolo e comò.
La libreria rappresenta la casa. Rappresenta la costruzione di una casa. Rappresenta un punto fisso in una vita passata a vorticare come un cazzo di Beyblade.
Una miriade di cose che non sapeva di volere ma che vuole adesso. Come dimostrare a Riccardo che lui, brugole e cacciaviti alla mano, può sul serio combinare qualcosa, come un adulto vero. Come dimostrare a sé stesso che, malgrado tutto, mettere davvero radici non è male come dicono.
“Non ci sto capendo un cazzo neanche io, però dobbiamo montarla tipo coricata. Prendi quel sacchetto là, per favore?”
Alessandro ubbidisce prontamente. Il sacchetto pesa, più o meno, come un bue al pascolo, e non farlo cadere è un’impresa, ma svuotarne il contenuto sul pavimento carica di senso il pomeriggio. E okay, ci mettono mezz'ora a capire dalle istruzioni cosa è cosa , perché l'omino stilizzato è simpatico ma non spiega comunque un cazzo di niente ma, in uno sforzo congiunto con qualche intoppo e un numero sufficiente di bestemmie da far scendere Cristo dal Cielo, in un'ora e qualcosa riescono pure a mettere insieme dei pezzi, chi l'avrebbe mai detto.
Sudano anche se il condizionatore è a palla e loro sono in mutande - Alessandro domani sarà pieno di lividi, la sua capacità di coordinarsi in situazioni in cui regge degli attrezzi da bricolage è inesistente - e quando hanno finito, praticamente è quasi ora di cena.
Ha fatto tutto Riccardo, a dire il vero. Alessandro si è limitato a offrire sostegno e muscoli e a confondere una cosa per un’altra più e più volte prima di riuscire a capire che cosa intendesse Riccardo con passami quei cosi quadrati tipo tasselli.
(Erano tasselli, alla fine. Chi l’avrebbe mai detto.)
Una volta appoggiata alla parete, la libreria sembra…bella, sorprendentemente. Non dà l’idea di posticcio che s’immaginava Alessandro - o che avrebbe avuto se avesse provato a montarla da solo - né stona particolarmente col resto dei mobili del salotto. Riccardo ha un’espressione da Jack Nicholson psicopatico in volto quando finalmente può dare sfogo alla creatività e accendere il trapano – Alessandro passa cinque minuti di puro terrore ad aspettare di saltare in aria o venire travolto da un getto d’acqua, ma forseforse sta esagerando, forse dovrebbe dare più credito a Riccardo, in fin dei conti sta dimostrando una maturità inaspettata e una conoscenza praticamente da guru del bricolage, quindi.
E va bene, poi passano i successivi dieci minuti a fingere di spararsi addosso con un trapano Bosch che costa quanto una cena stellata, ma è okay, lui mica è abituato a questo Riccardo serio e competente che gli monta la libreria e magari emette pure fattura. Quando collassano sul pavimento, sfatti, Alessandro rotola verso di lui, gli bacia la spalla ossuta e sudata, beve il suono roco e dolcissimo della sua risata mentre lo solletica con la barba ancora da rasare.
“Per la libreria emetti fattura?”
Riccardo gli si spalma contro, strusciando il viso contro il suo, occhi furbi che brillano nel bagno di sole arancione e bollente che entra dalla finestra – chissà dove cazzo sono finite le tende. Alessandro ricorda di averle avute, una volta. Poi le ha lavate e sono sparite, puff.
“Si può fatturare una scopata? Ti devo lasciare due righe?”
Alessandro ride piano, non si sente più le braccia e probabilmente si è strappato anche dei muscoli che non sapeva di avere, ma per il momento sembra esserne valsa la pena. Un po' come quando nei temi delle elementari scriveva che erano tornati dalla gita stanchi ma felici, chissà se Riccardo alle elementari faceva lo stesso o se 'ste nuove generazioni hanno un modo tutto loro di convenire la stessa cosa ma in parole meno banali.
"Dovresti. Secondo te quanto ci riprendo sulle tasse?"
La mina vagante gli mordicchia la mandibola, tirandogli piano i peli della barba come un bambino dispettoso.
"Ma che cazzo ne so," dice, drappeggiando una gamba sulle sue anche se poi con quest'afa farà l'effetto del velcro, "io la mia commercialista l'ho vista solo una volta, e quando parlava avrò capito tre parole su venti."
"Okay, allora a te lascio il compito di insegnarmi come si usa il trapano, e io in cambio ti traduco la lingua dei commercialisti."
"Però devi pagare un extra per l'insegnamento del trapano, eh. Tipo…boh, libero mercato, no?"
La bocca di Alessandro cattura la sua, mentre scuote la testa e cerca di mettere un punto al ciarlare senza senso di Riccardo. Sulle labbra gli soffia "Sempre in natura?" e lui annuisce, il bastardo, così Alessandro può mettersi il cuore in pace e accettare passivamente che stanotte non si dormirà un cazzo, e non per via della calura.
"Ale?"
"Cosa."
"Ma di quelle cosa ce ne facciamo?"
Riccardo indica col piede un triste sacchettino abbandonato, come loro del resto, sul pavimento. Strisciando sul sedere, Alessandro compie l'estremo sforzo e riesce a prenderlo in mano, scuotendolo un po' e aggrottando le sopracciglia quando lo sente tintinnare, metallico e minaccioso. Cautamente, ci fruga dentro e riesce a pungersi un dito; conta sommariamente sei viti e qualche fermo abbandonato, la cui presenza nella sua libreria potrebbe essere di vitale importanza per non farla collassare su sé stessa nei prossimi giorni.
Ah. Cazzo.
"Ma servivano nella libreria?"
Riccardo scrolla le spalle.
"Boh? A me sembra venuta bene lo stesso."
Alessandro la esamina da sotto in su. Effettivamente non sembra instabile o zoppa. Cioè, a ben vedere un po' pende di lato, sulla sinistra, ma ormai è fissata al muro e quindi chissenefotte. Anche lui ride, un po’ lo sta contagiando Riccardo con la sua ridarella inopportuna, e se lo tira quasi addosso, contro il fianco, premendo le dita nella sua spina dorsale prominente e arcuata che gli piace un casino sentire tendersi sotto i polpastrelli.
“Vabbè ma tutta ‘sta roba non doveva avanzare. E poi è storta la libreria se la guardi da qui. Sconto in fattura?” Scherza, scoccandogli un bacio sulla punta del naso. Riccardo la prende come una sfida personale, ovviamente. Gli si accomoda addosso con un colpo di reni e mentre Alessandro fa una gran scena per fingere fortissimamente di volersi divincolare - certo, certo, come no! - ha persino l’ardire di afferrargli i polsi e sollevarglieli sopra la testa, scaricando tutto il peso sul suo bacino per schiacciarlo contro il pavimento con una trionfante faccia da schiaffi.
“Col cazzo,” gongola, il minchione, strusciandosi addosso a lui come un gatto.
Alessandro si morde il labbro, in attesa del suo prossimo colpo di testa. In fin dei conti un sacco di professionisti chiedono l’acconto, no?
