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Gioventù bruciata

Summary:

“Certo che sei stronzo, eh,” dice, uscendo a fatica dai pantaloni. “Ti stai divertendo alle spalle di un anziano invalido!”
Riccardo scuote appena la testa, spingendolo verso la vasca con una pacca giocosa sul sedere. Quanto cazzo si sta divertendo, il minchione. E lui qui a soffrire con una spalla a puttane e la mandibola che sta ricominciando a fare spiacevoli click ogni volta che apre la bocca per parlare.
“Cazzo, è divertentissimo, infatti. Sicuro che ce la fai a finire il tour, rotto come sei? Te lo sei portato il fisioterapista, vero?”
Aggraziatamente, Alessandro si abbassa dentro la vasca da bagno. Su una cosa Riccardo aveva ragione: l’acqua che fino a pochi minuti fa stava praticamente bollendo, ora ha una temperatura calda ma gradevole, quasi termale. E questo, bambini, dimostra benissimo perché avevamo il tre fisso in fisica al liceo, si dice, scuotendo la testa e lasciandosi quasi sfuggire un oppelà! quando si lascia scivolare lungo il bordo, sommergendosi fino al mento.

 

Una storia di acciacchi, coccole e sesso dopo il Radio Zeta Future Hits.

Notes:

Parto col dire che questa fanfic non era nella lista. Non doveva proprio esistere, ma è nata praticamente da sola, autogenerata, e adesso ve la beccate perché ormai è qui, mica la lascio marcire...a differenza del povero Alessandro.

Venite a trovarmi su Tumblr, se vi va, @camilleisback

Feedback sempre apprezzatissimo ❤❤❤

P.S, l'eccesso di dramma di Alessandro è dovuto a una mistura di dramma esistenziale indotto da Mercurio Retrogrado, e dal cromosoma Y. Non sta morendo e non sta soffrendo come un cane. Il povero Alessandro è solo una overdramatic bitch.

Work Text:

 

 

 

 

 

 

“Cristo, che cazzo di male mi fa la spalla.”

Alessandro non vorrebbe lamentarsi tutto il tempo come un paziente geriatrico, davvero, ma stasera la spalla gli fa veramente un male cane, e il mezzo refolo d’aria che ha attraversato l’Auditorium del Parco della Musica proprio mentre lui era sul palco a fingere di non sentirsi settantasei anni per gamba deve avergli dato il colpo di grazia. Esattamente come i vecchi con tutte le artropatologie del mondo, anche Alessandro ormai deve stare attentissimo agli spifferi. Riccardo ha corso, saltato, si è lanciato tra la folla e si è persino arrampicato su un muro, beata stracazzo di gioventù, mentre lui…beh. Lui si è mosso come un robot privato disgraziatamente di sei o sette bulloni e ad un certo punto si è persino domandato se non avesse tragicamente abbandonato una giuntura sulle assi, in mezzo ai cavi dei suoi musicisti.

Riccardo sospira – anzi, no, sbuffa. L’ennesimo affronto alla già compromessa dignità di Alessandro. Appena uscito dalla doccia, con i boxer osceni trasparenti sul culo ancora umido, lo guarda con la stessa condiscendenza con cui si guarderebbe il nonnetto col girello mentre ti indica un supermarket e ti dice che una volta lì era tutta campagna. Beata stracazzo di gioventù, ma pure un po’ vaffanculo.

“Ci hai messo la pomata che ti hanno dato in farmacia?” Chiede, frizionandosi i capelli con l’asciugamano già fradicio e lanciandolo sul pavimento mentre si avvicina, dita piccole, caldissime, che gli sfiorano la spalla dolente e strappano ad Alessandro un mugolio…e non di piacere, per una volta.

La pomata è stata un’idea di Riccardo, a dire la verità, che ne ha decantato le qualità visto l’uso massiccio che ne ha fatto negli anni passati a giocare a calcio, e Alessandro si è fatto trascinare entusiasticamente in farmacia spinto dalla lunghissima serie di lodi che però, in ultima analisi, si sono risolti in un fiasco, perché la spalla non ha smesso di dolergli manco per il cazzo e, anzi, ora ci sta pensando e gli pare che gli faccia ancora più male di prima.

Cazzo, che rottame.

“Sì, ma fa male lo stesso. Mi ci dovrei fare il bagno, nella crema.”

Oppure potresti provare l’acqua di Lourdes. Dicono che faccia miracoli.

Se non fosse così impegnato a stringere i denti per non ululare di dolore come un’Eleonora Duse qualunque nel climax della performance drammatica, Alessandro riderebbe da solo della sua pessima battuta. Riccardo smette per un attimo di massaggiargli la spalla in punta di polpastrelli e Alessandro piega confuso la testa di lato, provocandosi almeno sette strappi muscolari e una protrusione cervicale. Cazzo, quand’è che è passato da giovane rampante a trisavolo con la mobilità simile a quella di una Barbie dell’epoca sua, di quelle che scrocchiavano come Tuc quando provava a piegare loro le ginocchia facendo un po’ troppa forza sulle giunturine di plastica friabile? Di questo passo morirà ben prima dei quarant’anni. L’unico pro in un mare di contro è che, quantomeno, morirà bello e - volesse il Cielo! - liscio in viso come il didietro di un pupetto. Magra consolazione, ma pur sempre una consolazione.

“Dai, vieni.”

Alessandro sente Riccardo tirarlo per la canotta. Si volta - lentamente, perché ha imparato la lezione, e poi è anche mezzo zoppo, ça va sans dire - e aggrotta le sopracciglia di fronte al suo sorriso ricolmo di quella pietà che possono indurti soltanto le bestiole mandate dal veterinario per l’eutanasia.

O i nonnini con la demenza e problemi di deambulazione, appunto.

“Dove? A fare che?”

Riccardo si allunga a baciargli una guancia.

“Rimedio della nonna. Hai dolori? Un bel bagno caldo e passa tutto. Ti preparo il bagno.”

Ora, ad Alessandro non sembra di essere morto sul palco, o di aver preso una botta in testa nelle ultime ventiquattro ore, ma il fatto che Riccardo si stia così cavallerescamente offrendo di preparargli un bagno è…utopia, tipo. Fantascienza pura. Non che il ragazzino non sappia essere servizievole quando vuole, ma quanti zerotre conosce che preparebbero volontariamente il bagno a chicchessia senza essere costretti o minacciati velatamente di morte in caso di inadempimento? Cioè, di zerotre non ne conosce abbastanza da crearsi un convincente campione statistico, ma gli adolescenti non sono mica famosi per essere campioni di altruismo e abnegazione, cazzo. Riccardo, come sempre, dimostra la propria originalità nelle maniere più sorprendenti.

“Cioè, tu conosci i rimedi della nonna? Serio?”

Il sopracciglio destro di Riccardo, perfettamente disegnato con goniometro e pinzetta, si solleva fino a diventare una buffa imitazione del simbolo della Nike.

“Ale, sono giovane, ma non sono mica un coglione. Mia nonna lo dice davvero che se qualcosa ti fa male allora devi fare un bagno caldo, sai quante volte mi sono lamentato che mi faceva male qualcosa dopo calcio e lei mi ha ficcato nella vasca perché i muscoli devono rilassarsi? E funziona, eh! Davvero!”

Alessandro non ha cuore di dire a Riccardo che molto probabilmente per i dolori articolari il bagno caldo non serve a una sega di niente, ma a caval donato non si guarda in bocca e allora lo segue, trascinato per il braccio buono perché quando si impunta Riccardo parte in quarta, travolgendo donne, vecchi, bambini e cani malati con la sua foga di fare, fare e fare finché non ha esaurito completamente le energie.

Di nuovo, come un mantra: beata stracazzo di gioventù.

Però è divertente vedere Riccardo prodigarsi per dare sollievo alle sue vecchie e stanche ossa, affaccendarsi attorno alla vasca da bagno della suite, fare scempio del suo beauty case alla ricerca di un bagnoschiuma che, a suo dire, “possa conciliare il rilassamento muscolare”. Certo, la citazione non è letterale - Riccardo con qualche birra in corpo ha la padronanza linguistica di un bambino che ha appena imparato a parlare - ma è il pensiero che conta. Riccardo vuole fare qualcosa per lui. Vuole farlo stare bene. E siccome poranonna gli ha insegnato che con un bagno caldo puoi persino mettere fine alla guerra, Riccardo sta seguendo pedissequamente le istruzioni, anche se a vedere un poco di vapore sollevarsi dalla vasca che sta iniziando a riempirsi spinge Alessandro a domandarsi se Riccardo non stia cercando di bollirlo vivo per fargli provare l’ebbrezza di sentirsi un po’ aragosta per un giorno, oppure direttamente un dado da brodo. 

“Non sarà un po’ troppo calda, così?”

Lui ride, ovviamente, e quando ride è cazzo pericoloso. Alessandro sospira vedendolo svuotare mezzo flacone di bagnodoccia di Marc Jacobs pagato quasi quanto un barile di petrolio dentro la vasca ancora mezza vuota, ma sarebbe da stronzi disturbare l’artista durante la creazione della sua scultura di schiuma spessa come panna e acqua bollente, che i muscoli non solo devono distendersi ma pure cuocere a fuoco lento.

“Ale, fidati. Si raffredda subito!”

Certo, zì, come no. Fuori ci sono ancora più di venti gradi, col cazzo che l’acqua si raffredda subito.

Alessandro preferisce non stroncare i suoi sogni di gloria con un’uscita da palese frocia nata sotto il segno della Vergine, quindi si mette comodo sul coperchio abbassato del cesso, incrocia i piedi davanti a sé e attende con pazienza che la vasca oversize abbia finito di riempirsi e strabordi schiuma a sufficienza da rendere Riccardo soddisfatto. Il giovinastro, giusto per non farlo sentire un inutile rottame, lo aiuta persino a uscire dalla canotta fatta di nulla senza dare troppi scossoni alla spalla già martoriata, e Alessandro non sa se essere estremamente felice di quella piccola accortezza o se annegare Riccardo nella vasca al profumo di troia costosa per il palese intento sfottidor dietro alle sue premure.

“Certo che sei stronzo, eh,” dice, uscendo a fatica dai pantaloni. “Ti stai divertendo alle spalle di un anziano invalido!”

Riccardo scuote appena la testa, spingendolo verso la vasca con una pacca giocosa sul sedere. Quanto cazzo si sta divertendo, il minchione. E lui qui a soffrire con una spalla a puttane e la mandibola che sta ricominciando a fare spiacevoli click ogni volta che apre la bocca per parlare.

“Cazzo, è divertentissimo, infatti. Sicuro che ce la fai a finire il tour, rotto come sei? Te lo sei portato il fisioterapista, vero?”

Aggraziatamente, Alessandro si abbassa dentro la vasca da bagno. Su una cosa Riccardo aveva ragione: l’acqua che fino a pochi minuti fa stava praticamente bollendo, ora ha una temperatura calda ma gradevole, quasi termale. E questo, bambini, dimostra benissimo perché avevamo il tre fisso in fisica al liceo, si dice, scuotendo la testa e lasciandosi quasi sfuggire un oppelà! quando si lascia scivolare lungo il bordo, sommergendosi fino al mento. Col braccio buono, comunque, rifila a Riccardo un bel dito medio. Altro che fisioterapista; per come è messo stasera, gli ci vorrebbero morfina e miracoli, non bagni caldi e vagheggi sulla fisiatria.

“Ma ti stai un po’ zitto, tu? Dovresti capirmi, hai la scoliosi, cazzo.”

“Sì ma io non c’ho mal di schiena come te. Cioè, sì, qualche volta, ma prendo il Moment e passa.”

Santo ibuprofene. In mancanza d’altro, prima di salire sul palco Alessandro s’è calato due Tachipirine, ma non sono servite a molto, si muoveva comunque come un ingessato e la spalla gli dava comunque il tormento, duh. Fanculo anche al paracetamolo. 

"Eh, a me non passa."

"Sei contratto perché hai troppi pensieri, Ale. Ti devi rilassare. Prendi la vita con più Blanchito, tipo," dice, facendo un gesto vago e un po' convulso nell'aria con la mano, con quella sua faccia da schiaffi che ami oppure detesti, senza possibilità di sfumature. 

È perché ho preso la vita con un po' troppo Blanchito, Ricky, che sto contratto. È già tanto se non mi sono anche venute le rughe, pensa, alzando gli occhi al soffitto candido, immacolato. Riccardo deve indovinare i suoi pensieri, perché fa una pernacchia con le labbra lasse e, senza dire né tanto, né quanto, si denuda dell'imbarazzante paio di mutande bagnaticce che lo coprono soltanto per finta e comanda ad Alessandro di farsi un po' più in là.

"Dai, fammi posto." Finge di essere scazzato, in realtà si sta divertendo da matti, Alessandro lo sa. Il che è un male, perché non ci metterà molto a iniziare a prenderlo per il culo con costanza riguardo agli acciacchi dell'età che avanza…ma questo è un problema dell'Alessandro di domani, giusto? L'Alessandro del qui e ora deve piuttosto concentrarsi sul non bestemmiare a causa del dolore lancinante alla spalla, e pure tenere a bada gli ormoni – il cazzo di Riccardo gli preme contro il culo, e le sue gambe lunghe e sode lo circondano, sono sussurri di sirena ai quali sarebbe meglio non prestare orecchio in una giornata in cui si sente addosso novant'anni, altro che ventinove.

Cazzo, cazzo, cazzo.

"Cosa stai facendo?" Gli chiede quando Riccardo inizia a…lavargli la schiena, apparentemente. Oh, Cristo. Potrebbe persino abituarcisi. Abbandona la testa all'indietro, contro la clavicola ossuta e bellissima di Riccardo, e un sospiro languido gli sfugge dalle labbra.

"Ti do una mano, no? Hai un braccio fuori uso. Faccio io."

Alessandro non è mai stato così felice di lasciarsi fare un bagno, anche senza l' happy ending. Al quale, comunque, non direbbe di no se potesse, anche in quel caso, lasciarsi maneggiare come una bambolina e non fare assolutamente un cazzo di niente.

Riccardo gli lava la schiena con cura, dolcemente, raccogliendo la schiuma nelle mani a coppa e frizionando coi palmi, premendo appena le dita nei punti in cui i suoi muscoli sono visibilmente più contratti e massaggiando piano. Dalla lista dei multiformi talenti di questo ragazzino, Alessandro dovrà spuntare un'altra casella: estremamente bravo a fare i massaggi. La casella pinzettatore professionale di sopracciglia è stata cancellata con un'enorme X il giorno in cui Riccardo ha provato a strapparsi le sopracciglia da solo, uscendone sanguinante e sconfitto, con il sopracciglio destro decisamente più spelacchiato del sinistro. L'importante, in effetti, non è riuscire ma credersela. Credersela un casino.

I pensieri di Alessandro sfumano in una dissolvenza statica non appena Riccardo inizia a lavargli i capelli. È delicato, ha tipo fatto la scuola professionale di parrucchieri quando non aveva voglia di studiare e rincorreva qualsiasi cosa avesse anche solo la forma delle tette sotto la maglietta, e Alessandro si spertica in miagolii svergognati ogni volta che gratta lo scalpo con la giusta pressione, il profumo dello shampoo che svanisce sotto quello schiacciante del costosissimo bagnoschiuma di Marc Jacobs – un acquisto oculato, visto che con questa roba Alessandro profuma per giorni. Grande investimento per non passare l'estate a farsi sette docce al giorno, considerato che l'odore da cervo in amore si addice a Riccardo, non a lui. Gli scende della schiuma negli occhi, che Alessandro scrolla via soltanto per poter osservare Riccardo da quel suo buffo punto di vista tutto sbagliato, con la testa inclinata e i nervi ottici che fanno un male cane quando ribalta lo sguardo solo per godere una volta di più della visione celestiale della sua mandibola squadrata, che si fa col passare dei giorni sempre più adulta.

Gli causa fermenti al bassoventre, quella mandibola, ma se ci pensa adesso è la fine, perciò gli tocca tornare a concentrarsi sul suo sguardo assorto mentre cerca di trovare ancora quel punto magico che lo trasforma in una lasciva odalisca gemente ogni volta che le sue dita ci passano sopra.

“Lì, vicino alla tempia, ecco-” lo indirizza, salvo poi chiudere gli occhi di fronte alla scarica di puro piacere che gli attraversa ogni singolo nervo quando finalmente Riccardo imbrocca la via giusta, una striscia di pelle ricoperta di capelli rasati a fil di cranio proprio sopra l’orecchio.

“Ti piace?”

“Cazzo, sì.”

“Forse dovrei lavarti i capelli più spesso.”

Lo sente ridacchiare. Le gambe attorno alle sue si stringono appena, e Alessandro deve davvero resistere alla tentazione di iniziare a mugolare sul serio, e invitarlo così all’ennesima nottata passata a non dormire. Che andrebbe benissimo, d’accordo, se solo non si sentisse pronto per essere trasportato seduta stante nel più vicino reparto di geriatria.

“Forse dovresti stare zitto. Più lavare, meno chiacchierare,” dice, con la vocetta capricciosa da diva che fa ridere Riccardo ancora di più. Come se non ridesse già abbastanza.

Come se a te dispiacesse, si dice, in luogo di un rimprovero. Sospira, e posa un bacio casto, minuscolo, su quella mandibola che riverirebbe come una santa in un tempio a ogni stracazzo di ora del giorno – e pure della notte, già che c’è, perché Riccardo non solo si merita il meglio, ma si merita tutto, persino le sue notti insonni.

Le ciglia di Riccardo tremano, abbassa le palpebre giusto il tempo di far capire ad Alessandro che se smettesse adesso si riterrebbe mortalmente offeso, e Alessandro non smette, neanche se il tendine del collo innaturalmente reclinato inizia a protestare con veemenza tutta la mestizia dei suoi novant’anni. Non ci mettono quasi niente a ritrovarsi avvinghiati, scivolosi di schiuma profumata, nell’acqua che sta diventando fredda, Alessandro che bacia la sua guancia bagnata e gli strappa minuscoli ansiti dalla bocca dischiusa, affanculo anche il buon proposito di non affaticare troppo le giunture che ormai sono da rimettere in sesto con le viti.

Anche il buon proposito di fingere di aver raggiunto da tempo la pace dei sensi è andato abbondantemente a farsi benedire.

Riccardo ha stretto le braccia attorno al suo petto, se l’è tirato vicino, e ora Alessandro riesce a sentire perfettamente la sua erezione premergli contro la base della schiena. Si ostina a continuare a lavarlo slash accarezzarlo slash qualunque cosa stia facendo, i polpastrelli che gli scivolano addosso e non lavano un cazzo di nulla, ma che il buon Dio lo fulmini se avrà il coraggio di dire che non gli sta piacendo. Sì, anche se l’acqua è fredda. Anche se tutto quello che vorrebbe fare adesso sarebbe guidare la mano di Riccardo sul suo uccello che, compreso l’andazzo, si è rizzato in tutta la sua gloria e aspetta soltanto di essere coccolato e viziato finché non verrà l’ennesima alba che guarderanno svegli dalla finestra, illanguiditi dall’ afterglow dell’orgasmo e svuotati di ogni energia.

“Dovremmo uscire dalla vasca…” suggerisce quasi timidamente, la bocca che cerca quella di Riccardo e ne trova l’angolo incurvato, che succhia e tira delicatamente con gli incisivi. D’altronde, le bestie più curiose hanno curiosi rituali di accoppiamento; per qualche strano motivo, loro hanno deciso che mordersi vicendevolmente le labbra è uno dei segnali convenuti, tipo quando il leone assalta la leonessa mordendole la nuca per indicarle che è ora della scopata quotidiana di Sua Maestà. Riccardo sogghigna, gli pinza un capezzolo, Alessandro contempla l’infinito dell’universo e le stelle tutte – e okay, a questo giro non per il dolore. 

“Ale?”

Alessandro mugugna qualcosa di incomprensibile contro la sua pelle fresca, pulita, leccando via Marc Jacobs e residui di shampoo. Riccardo butta indietro la testa, ed è un miracolo che non se la fracassi contro il bordo della vasca con tutta quella foga che ci mette sempre nel fare...tutto, più o meno.

“Dimmi,” riesce a mormorare quando Riccardo inizia a fargli il solletico, impaziente di avere tutta la sua attenzione.

“Ma secondo te è vero che scopare fa passare il dolore? Dicono che funzioni con il mal di testa.”

Sta fingendo pure di pensarci su, il bastardo. Per un brevissimo istante, quello che serve alla sua coscienza-nonnetto e a quella adolescente arrapato per accordarsi su come procedere di lì in poi, ci pensa davvero di farsi un palesissimo autogol e rifiutare graziosamente l’offerta, non del tutto certo di poter reggere una scopata intera dopo un concerto passato a tentare di non lussarsi la spalla sul su un balletto, ma alla fine l’adolescente arrapato ha la meglio - quando non succede, con Riccardo? - e il suo sorriso da giocoso si fa allusivo, anche se sul serio non è sicuro di poter reggere una scopata intera senza morire, o senza dover chiedere l’amputazione del braccio per via del fatto che questo minuscolo sgarro lo pagherà senz’altro col dolore – ennesima prova del fatto che a Dio non sono graditi i froci, se qualcuno si desse pena di chiedere la sua opinione sull’argomento.

“Possiamo provare,” accenna, in quella che spera essere una voce roca e sexy, da consumato macho mediterraneo. In verità con Riccardo non serve nemmeno; Alessandro sarà pure un ragazzo facile delle popolari, ma Riccardo si conquista con una carezza, e Alessandro di carezze stasera gliene ha fatte bastevoli per almeno due vite.

“Allora direi che proviamo,” proclama. Oh, sfodera anche il suo occhiolino. Alessandro sarebbe quasi tentato di mandarlo a fare in culo - la spalla in fin dei conti gli fa male per davvero e no, il rimedio della nonna non ha funzionato, come volevasi dimostrare - ma come cazzo si resiste a uno così? Semplice. Non si resiste. E pazienza se perderà un prezioso arto nel mentre.

Come diceva Oscar Wilde, l’unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi, e Alessandro cede, senza un briciolo di vergogna e senza giocare alla verginella sostenuta.

“Idee?” Lo stuzzica, spalmandosi su di lui in maniera abbastanza oscena da sentire i suoi muscoli irrigidirsi mentre un brivido gli percorre la schiena. Sì, cioè, potrebbe anche essere l'acqua che sta diventando fredda, ma ad Alessandro piace pensare di riuscire a essere sexy anche con più paracetamolo che sangue in corpo e acciaccato come il vecchio che ormai è.

La mano di Riccardo scivola senza sforzo verso il suo inguine.

"Per ora potresti rilassarti e lasciare fare a me."

Onestamente, Alessandro non sperava in nulla di meglio. Reclina la schiena all'indietro, per consentire a Riccardo più ampio margine di manovra, e chiude gli occhi sull'ennesimo rimprovero della sua coscienza-nonnetto che gli ripete che non è una buona idea, non sarà mai una buona idea, non è mai stata una buona idea.

E chi cazzo se ne frega.

Per Alessandro Mahmoud, anche con la febbre a quarantuno, sette ossa rotte e un principio di infarto la sega è una buona idea. Ché se tanto deve crepare, tanto vale morire felice, no? 

 

***

 

Stava andando tutto a meraviglia.

Avrebbero potuto fermarsi alla sega, darsi la buonanotte, e mettersi a letto ché l'orario è già indegno ed entrambi sono dilaniati dalla stanchezza…ma no.

Hanno voluto strafare.

Riccardo, a cavalcioni sopra di lui, geme e occasionalmente lancia miagolii acuti, lacrime incastrate tra le ciglia impossibilmente lunghe mentre con gli incisivi si tortura il labbro inferiore, e Alessandro, abbandonato contro i cuscini, riesce a tenerlo per i fianchi, ma a prezzo di una sofferenza che neanche l'orgasmo è riuscito ad attenuare.

A te non ti ci vuole una sega, zì. Ti ci vuole un chirurgo ortopedico. 

E anche in questo la sua personalità numero sedici si dimostra più intelligente di lui. Ma siccome ora è in ballo e dire al ragazzino scendi, Ricky, dai sarebbe un atto assolutamente criminoso, deve stringere i denti e ignorare le fitte nella spalla che gli si irradiano fino alla base della schiena. Sembrano coltellate ripetute. Com'è che fa la canzone di Riccardo? Anche mi avessi accoltellato/mi sarebbe piaciuto? Beh, è meno piacevole di quel che pensasse, comunque.

Non che non stia apprezzando la visione quasi divina di Riccardo che salta sul suo uccello come un canguro, beninteso. È raro che si metta sopra - o che Alessandro glielo lasci fare, per quello che vale - ma visto così è – beh, decisamente qualcosa. Selvaggio, con le guance arrossate e qualche gocciolina di sudore che gli imperla la fronte sotto ai riccioli sfatti, che lo osserva da sotto le palpebre socchiuse e geme, abbandonato, tutti i muscoli tesi sotto la pelle nello sforzo. Se avesse più padronanza di sé e meno disturbi di mobilità causati dall'estrema vecchiezza, Alessandro farebbe carte false per leccargli il petto, i capezzoli minuscoli, rosa e turgidi, ma siccome anche soltanto muovere il collo gli costa sette anni di vita non gli sembra il caso. Anche perché potrebbe finire male, tipo con loro incastrati al pronto soccorso, e allora anche no, cazzo, anche no. Si accontenta di stringergli i fianchi, incoraggiarlo coi propri ansiti, prendergli il culo tra le mani quando si solleva e accarezzarlo, piccolo e rotondo com'è, per poi lasciarselo sedere sopra e ricominciare da capo. Anche baciarlo è un'impresa, considerando che ha la mandibola mezza bloccata e per stasera l'ha sforzata a sufficienza. A Riccardo sembra non importare, e si piega in avanti sulla sua bocca con entusiasmo, entusiasmo al quale Alessandro si sente obbligato a sottostare perché, dai, farebbe brutto anche non baciarsi, Cristo, non sono mica hookups occasionali che non si rivedranno mai più. E poi Riccardo gli ha fatto il bagno, qualche carineria gliela deve.

E davvero, davvero, stava andando tutto a meraviglia. Senonché, perso nella frenesia da baccante dell'orgasmo, sospinto dall'onda di Alessandro che lo segue a ruota, Riccardo si lascia cadere pesantemente su di lui, ansante e sfatto, e urta esattamente la spalla che sta lentamente uccidendo Alessandro da ore.

Dio, ma perché proprio la sua vita deve essere un bruttissimo film dei Vanzina?

Vista da fuori, la scena deve essere assolutamente comica. Un uomo grande e grosso, che lancia via un ragazzino che pesa come una farfalla e ulula di dolore mentre il suddetto ragazzino deve aggrapparsi alle lenzuola per non finire giù dal letto con un triplo carpiato.

Alessandro perde i sensi, sì, deve essere così. Il dolore gli offusca la vista per una frazione di secondo – forse sto crepando , pensa. Forse non era l'articolazione, era il famoso infarto che aspetto da febbraio.

"Ale? Oh? Ale, sei vivo?"

Riccardo ha lo sguardo preoccupato, ancora torbido di piacere, pupille dilatate che si mangiano le iridi in un mare di nero screziato appena di castano. 

Alessandro non sta capendo un cazzo, se non che hanno fatto un gran macello sulle lenzuola e su loro stessi, che è venuto, e che sta comunque soffrendo come se gli avessero sparato sei colpi in petto, affanculo anche all'orgasmo che avrebbe dovuto essere una panacea.

"No," mugugna, buttandosi capricciosamente un braccio sopra gli occhi, a cercare di nascondere il fatto che tra qualche minuto scoppierà a piangere, se lo sente, è cazzo palese. Riccardo si accoccola contro il suo lato buono, colpevole come un cucciolo che ha mangiato la carta igienica.

"Ale? Ti faccio un altro bagno?"

Che cazzo di situazione assurda. In mancanza di una reazione emotiva adeguata - il suo cervello sta processando un po' troppe sensazioni tutte insieme, è pronto ad autoassolversi in questo frangente - Alessandro scoppia a ridere, perché effettivamente a quale altro stronzo potrebbe mai capitare di rovinarsi un orgasmo a causa di una spalla mezza acciaccata? 

È l'età, zì. Da qui è tutto in discesa. 

Certo. Una discesa verso il baratro. Tra tutte le Vergini froce del mondo, Alessandro deve essere per forza quella più sfigata, non c'è altra spiegazione.

"Amputami il braccio," afferma, petulante, tra una risata e un lacrimone. E lui dovrebbe essere l'adulto responsabile. L'esempio. L'uomo tutto d'un pezzo. 

Beh, ora di sicuro può essere l'uomo che perde i pezzi, se non altro.

Riccardo per tutta risposta sbuffa, il minchione, e ride appena, Alessandro sente il suo petto magrissimo tremare contro la sua cassa toracica, il riverbero roco di un ghigno basso che gli accarezza i timpani.

"Certo che sei drammatico, eh, Ale."

Alessandro tenta di spingerlo via. Col braccio malandato, ovviamente, perché se deve piovere, deve farlo sempre sul bagnato. L'ululato sofferente che si leva dalle sue labbra lo sente tutto l'albergo, con buona pace della discrezione.

 

***

 

Alessandro ricorda aftersex meravigliosi, passati tra coccole e sigarette rollate male, e gli sembrano le lontane memorie di un vecchio. Ora, seduto sul bordo del letto a masticarsi con determinazione militare il labbro inferiore, sta passando il magico momento postcoitale a farsi massaggiare costosissima pomata per dolori vari ed eventuali sulla spalla maledetta, da un Riccardo ancora nudo, discinto e con i capelli che grondano l’acqua della doccia sulle lenzuola da bruciare all’inceneritore più vicino.

Beh, almeno il suo happy ending l’ha avuto. E lui che pensava di andarsene a letto relativamente presto dopo il bagno, a bocca asciutta.

Sì, ma a che prezzo?

Sibila di dolore quando Riccardo prova a muovergli l’arto incriminato, e Riccardo ride perché pensa la stia facendo tragica. Dio, Alessandro gli spezzerebbe un braccio per fargli provare l’ebbrezza. Poi pensa che si sentirebbe male anche soltanto ad architettare il piano malefico e, fanculo, il massimo che riesce a fare è pizzicarlo. E nemmeno troppo forte, Dio non voglia che si riempia di lividi, bianco e delicato com’è.

“Ale?”

Lungo, lunghissimo sospiro. Riccardo gioca alla piccola scimmia e scivola leggero addosso a lui, per appoggiargli la testa in grembo e lanciargli di nuovo uno di quegli sguardi che ad Alessandro fanno tremare inevitablmente le vene dei polsi ogni singola, benedetta volta. Potrebbe quasi perdonarlo per avergli rovinato un bellissimo orgasmo. Quasi.

“Che dici, ce ne andiamo a letto? Per oggi penso di aver fatto abbastanza.”

Gli sorride, perché non potrebbe fare altrimenti, anche se una parte di lui vorrebbe tipo premergli un cuscino in faccia fino a morte sopraggiunta. Riccardo Fabbriconi, croce e delizia – sempre un po’ più croce, ma ormai senza di lui Alessandro non saprebbe stare.

Sei fregato. Hai adottato il cane zoppo del canile lager e adesso non puoi manco abbandonarlo in autostrada. Ti rendi conto che è la prima volta che non hai una via d’uscita, sì?

Oh, sì che se ne rende conto. Non è necessariamente un male, in tutta onestà.

“Scusa per la spalla. Ancora cinque minuti? Mi piace l’alba. Faccio su una sigaretta?”

Ricky, minchia, una cosa alla volta. Sono vecchio e convalescente, io.

“Sì, cazzo. Apri la finestra, già che ci sei, che io non vedo rilevatori di fumo ma…col mio solito culo, sai com’è.”

L’autoironia è la chiave del successo, dicono. Alessandro ha dovuto scoprirsi autoironico, altrimenti Riccardo gliel’avrebbe menata vita natural durante con la storia del palo nel culo, e avrebbe anche avuto ragione, ma non è questo il punto. Prende l’astuccetto del tabacco dal comodino, l’avanzo misero dei filtri che Alessandro si è dimenticato di farsi comprare stamattina, le cartine un po’ ammaccate, e inizia ad arrotolare due sigarette con la cazzimma tipica dei dilettanti. Vuole sempre rollarle lui, ma gli escono storte e larghe, e si consumano subito. Ad Alessandro piace guardarlo impegnarsi, e aiutarlo è fuori discussione nelle condizioni penose in cui versa.

Oddio, potrebbe persino darsi che stia esagerando. Forse. Però gli fa male, cazzo, e attendere che la pomata faccia effetto è pura agonia.

Quando ha finito con le sigarette, Riccardo le accende entrambe - insieme, perché si tratta pur sempre di un adolescente che è più simile ai goblin che agli esseri umani, o comunque un ibrido alieno tra Gollum strafatto di MD e un giovane scimpanzé - e ne passa una ad Alessandro, il filtro umido della sua saliva al sapore di Aquafresh sbiancante. Si riaccomoda sulle sue cosce per fumare, sistemando bene la testa, lasciando penzolare un braccio fuori dal letto come una rockstar consumata in botta di acidi. Poi sorride, il gran pezzo di merda . Sorride, dall’alto della sua gioventù priva di acciacchini, dolorini, fastidini e tutte quelle cosine - il suffisso ine è d’obbligo - simpatiche che accompagnano il corpo verso il decadimento ultimo appena passati i venticinque. Ora il cuscino in faccia non sembra una possibilità remota, ma una solida realtà in procinto di concretizzarsi.

Pensa bene a quello che vuoi dire, Riccà. Anche con un braccio solo posso scaraventarti dalla finestra e poi dire che ti ci sei arrampicato da solo.

“Pensavo,” accenna. Alessandro gli offre un sopracciglio alzato. La pomata sta iniziando a fare effetto visto che nella spalla gli si sta diffondendo una piacevole sensazione di torpore chimico.

“No, guarda, non iniziare neanche. Tu quando pensi fai danni.”

Riccardo ride, la bocca spalancata da cui esce un refolo di fumo azzurrino, e gli tira indelicatamente una testata nella pancia.

Cristiddio, Riccardo.

“No, dicevo – dai Ale fammi finire! Pensavo che comunque te la sei cavata sul palco, ieri, per essere un rottame. Davvero, eh. Mi è piaciuto soprattutto il balletto da paraplegico-”

Alessandro non lo lascia nemmeno finire. Si allunga sul letto, afferra un cuscino, glielo schiaccia sulla faccia e lo sente ridere. Finché Riccardo non chiama il KO tattico agitando la sigaretta col rischio di mandare in fumo tutto l’albergo, Alessandro non cede – e anche quando si fa muovere a pietà, comunque, pensa che potrebbe davvero gettarlo dalla finestra e poi inventarsi una balla qualsiasi per scampare impunito al sistema giudiziario.

Le scommesse sono aperte, comunque. Lo ammazzeranno prima i dolori muscolo-articolari, i radicali liberi, o il matto con cui divide il letto? Alessandro non ne ha idea. Di una cosa però è certo: l’alba su Roma è uno spettacolo.

Sì, anche se è una lamiera accartocciata che dovrebbe pianificare un bel pellegrinaggio a Medjugorje. Sì, anche se Riccardo sta continuando a sfotterlo per gli inconvenienti dell’età – non ti pisci ancora addosso, vero? Perché mi sa che su TikTok non ci sono i tutorial per cambiare il pannolone ai vecchi, Ale.

Oh, Dio. Se non finirà per l’età, per lo stress ossidativo o per un infarto blancoindotto, sarà un omicidio-suicidio.

“Ma la smetti di sfottere?”

Spengono le sigarette in un posacenere improvvisato. Riccardo gli mordicchia lo stomaco muscoloso, sodo, con gli incisivi. 

“No,” biascica.

Alessandro sospira, si abbandona pesantemente sul materasso, dondolando i piedi nell’arietta frizzante che entra dalla finestra spalancata. Riccardo gli si drappeggia addosso come una seconda pelle, e non passerà molto prima che entrambi finiscano in un bagno di sudore – been there, done that. Tutte le mattine, a onor del vero.

“Ne riparliamo tra dieci anni. Voglio vedere se ti arrampichi ancora in verticale come Spiderman," sbotta, fingendo indignazione, mentre gratta un punto della schiena di Riccardo che sa perfettamente essere in grado di renderlo pliabile, morbido, un panetto di creta che occasionalmente geme e ansima piano.

“Tra dieci anni a te avranno messo sei protesi,” Riccardo continua, imperterrito, tra un miagolio estatico e l’altro.

Vaffanculo, oh.

Però non ha mica tutti i torti, il poppante. Alessandro soffoca uno sbadiglio. Non ricorda nemmeno a che ore deve farsi trovare bello, pulito e profumato, pronto per tornarsene a Milano, ma teme che la sveglia suonerà presto, molto presto. Riccardo gli succhia un marchio rosso scuro poco sopra il capezzolo, rimirando la propria opera con autocompiacimento degno dei migliori artisti che espongono alla Biennale.

“Cerchiamo di dormire un po’? Se faccio pure after devono portarmi via in barella.”

Anche Riccardo sbadiglia, senza nascondere il versaccio degno della savana che erompe dal fondo della sua gola.

“Vecchio,” commenta, lasciandogli una scia di baci sulle clavicole prima di riaccomodarsi e sprimacciarlo per finta, ché i cuscini devono essere comodi sempre, persino quando sono organismi vivi, vegeti e respiranti, e questa è un’insindacabile filosofia di vita per entrambi.

“Infante,” replica Alessandro, stringendogli le braccia attorno alla schiena magrissima e sottolineando quanto non si sia ancora ripreso dalle sue sessantotto ore di sonno arretrato con un altro sbadiglio.

Minchia. Non c’ho più il fisico, pensa. Ha trent’anni ancora da compiere e si fa mangiare in testa da Gianni Morandi. Forse dovrebbe iniziare anche lui a correre maratone, se quello è davvero il segreto dell’immortalità.

O forse dovrebbe semplicemente abbandonare Riccardo in autostrada con una ciotolina d’acqua ai piedi e un bel cartello al collo con scritto adottatemi, non sporco (circa). Si può fare, no? Cioè, la troverà un’occasione per liberarsene, prima o poi, foss’anche solo affidandolo a qualche sua fan dedicata, possibilmente maggiorenne, o a qualche deejay rompicazzo di una delle solite tre radio. Ridacchia piano, prima di chiudere gli occhi. La spalla ha smesso di fargli male, adesso, e la mandibola non ha scrocchiato troppo quando ha sbadigliato come un serpente intento a inghiottire una preda, quindi può ritenersi un uomo soddisfatto; invece di novant’anni, adesso può dire di sentirsene addosso settantacinque o giù di lì. Per i prossimi dieci o venti, almeno le perdite urinarie sono scongiurate, checché ne dica il piccolo gremlin che adesso gli dorme beato sul petto, il ritratto dell’innocenza dopo averlo bistrattato e deriso, stronzetto senza cuore.

D’altro canto, comunque, le sue nefandezze si annullano nel fatto che ieri sera è stato così carino da preparargli il bagno, perciò forse l’abbandono in autostrada potrebbe rivelarsi una punizione eccessiva, anche se non ha dubbi che troverebbe orde di persone pronte a occuparsi di lui una volta rilasciato nella natura come la bestiola selvatica che è. 

Bel problema. Ora gli toccherà trovarsi un piano b. Prima, comunque, è imperativo che ci dorma su. In fin dei conti come puoi decidere il metodo migliore per liberarti del tuo ragazzo-gremlin se prima non ti sei fatto un pisolino?

Sei proprio coglione, lo sai? Non lo abbandoneresti neanche se desse fuoco alla tua macchina e ti pisciasse nella cabina armadio. Stai sotto mille treni, zì, ti lasci pure sfottere sull’età…

Questo è chiaramente l’inizio della temuta fine. Amare qualcuno così tanto da accettare gli sfottò sulla vecchiaia senza nemmeno arrivare alle mani sul pavimento. Alessandro si passa una mano sugli occhi stanchi, chiusi, il bagliore dell’alba romana che gli trafigge le palpebre e gli si stampa arancione e azzurro e tenue pesca nelle retine.

“Sei fortunato che sono troppo buono,” mormora alla figura addormentata di Riccardo che gli sta già facendo caldo abbastanza da sperare che si levi da solo nei prossimi minuti, perché Alessandro non ha cuore nemmeno di spostarlo, figurarsi abbandonarlo al suo destino quando non è nemmeno sicuro del fatto che sappia procacciarsi cibo non preconfezionato da solo. Riccardo, dal canto suo, mugugna delicatamente nel sonno. Un giorno gli chiederà anche come cazzo fa ad addormentarsi così, che vuole imparare anche lui.

Allora vedi che non ti conviene lasciarlo libero in qualche campo? Una cosa o due te la deve ancora insegnare.

Scuote la testa. Apre appena un occhio, giusto una fessura minuscola, per osservare Riccardo affondare la faccia nel suo sterno e arricciare il naso, poi lo richiude.

Anche per gli anziani adesso è davvero venuta l’ora di dormire.

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