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L'inferno è cioccolata

Summary:

Cioè, poteva essere qualunque cosa. I Lego. I Funko Pop custom made. Migliorare col pianoforte, che quando lo suona sembra ancora un mutilato di guerra a cui sono avanzate tre dita. Ma no, Riccardo ha scelto la pasticceria. E ora un’intera famiglia è ostaggio di formine in silicone, spatole e marise, e granelle di roba che Alessandro non pensa di aver mai visto nemmeno nei supermercati dei ricchi dove un hamburger impacchettato singolo costa ventitré euro e da bere trovi solo vini da intenditori e acqua Perrier.
Acciambellata sul divano, col musino contorto in un’espressione truce, Blu gli rivolge un’occhiata che sa tanto di supplica. Papà, perché permetti tutto questo? gridano i suoi occhioni da principessina viziata. Ma Riccardo è stato categorico, Blu è bandita dalla cucina fino a nuovo ordine. "Ale, lo faccio per lei,” ha detto, mentre cercava di tenere dritta una floscia sac-à-poche ripiena di un indefinito blob color Majin Bu. “Il cioccolato non fa bene ai cani, è tossico!"

 

Quella in cui Riccardo investe molto di più che il solo capitale nella sua pasticceria.

Notes:

Chi riconosce l'omaggio/citazione nel titolo vince una pirofila ❤

Ebbene, è successo. Ho comprato una box dalla pasticceria sponsorizzata da Riccardo, l'investimento del suo surplus di danaro, e...hands down, i dolci sono veramente buonissimi. Quindi boh, nella mia testa è nata questa storia in cui a Riccardo la pasticceria prende veramente un sacco bene perché ce lo vedo con le mani in pasta, literally

Come sempre, feedback apprezzatissimo. ❤

Work Text:

 

 

 

 

 

 

Il terzo giorno di fila in cui la casa profuma di cioccolato, Alessandro spalanca tutte le finestre anche se la giornata è grigia e ghiacciata e il cielo quasi quasi promette neve, non solo le gelate che ormai sul balcone hanno decimato le piante, stupido lui che non ha ascoltato Riccardo per via della serra domestica – a sua discolpa, Riccardo ha spesso idee di merda, e quella della serra domestica gli sembrava la regina delle idee di merda. Ora, guardando la sua povera aloe vera avvizzire e diventare tutta marrone, Alessandro riconosce il potenziale del suggerimento e si maledice anche in lingue che non credeva di conoscere, tipo il sanscrito o l'Alto Valiriano.

Ma comunque.

Gli duole, gli duole tantissimo rendersi conto che esistono idee ben peggiori che quella di montare una serra domestica verticale sul balcone.

Quella della pasticceria, ad esempio. Tipo fulmine a ciel sereno che squarcia l’aria e tu nemmeno hai avuto il tempo di lasciarti accecare dal lampo. Cioè, era dall’estate che Riccardo millantava di voler investire in qualcosa che non fossero fondi per passare una vecchiaia nella stessa opulenta serenità di una star di Hollywood ormai in pensione, ma sporcarsi le mani ? Insomma, non che Riccardo non ne sia in grado, ma quando si era iniziato a parlare di aprire una pasticceria Alessandro l’aveva intesa alla maniera dei ricchi: metterci la faccia-metterci il capitale iniziale-raccogliere il cash. Rinse and repeat. E invece adesso gli tocca sorbirsi lunghi discorsi - a volte a orari così balzani che Alessandro ha pensato di infilarsi un ferro rovente nelle orecchie per non sentire più Riccardo ciarlare mentre lui tenta di riprendere sonno - su quale granella sia meglio con quale cioccolato e sul perché la percentuale di massa grassa è importante nella definizione del prodotto in etichetta. E, di nuovo: non è che ad Alessandro dispiaccia vedere Riccardo impegnato con qualcosa che gli accende gli occhi e lo fa sorridere come un cretino, ma che cazzo gli è saltato in mente di incapricciarsi per la pasticceria?

Cioè, poteva essere qualunque cosa. I Lego. I Funko Pop custom made. Migliorare col pianoforte, che quando lo suona sembra ancora un mutilato di guerra a cui sono avanzate tre dita. Ma no, Riccardo ha scelto la pasticceria. E ora un’intera famiglia è ostaggio di formine in silicone, spatole e marise, e granelle di roba che Alessandro non pensa di aver mai visto nemmeno nei supermercati dei ricchi dove un hamburger impacchettato singolo costa ventitré euro e da bere trovi solo vini da intenditori e acqua Perrier.

Acciambellata sul divano, col musino contorto in un’espressione truce, Blu gli rivolge un’occhiata che sa tanto di supplica. Papà, perché permetti tutto questo? gridano i suoi occhioni da principessina viziata. Ma Riccardo è stato categorico, Blu è bandita dalla cucina fino a nuovo ordine. "Ale, lo faccio per lei,” ha detto, mentre cercava di tenere dritta una floscia sac-à-poche ripiena di un indefinito blob color Majin Bu. “Il cioccolato non fa bene ai cani, è tossico!" 

Alessandro non pensava di poter arrivare a tanto, ma sta iniziando a pensare che ormai il cioccolato sia tossico anche per lui.

“Eh lo so, amore di papà,” dice, scegliendo la via più diplomatica, ché di adolescente problematico in casa ne ha già uno di troppo, “ma cosa possiamo farci? Tu non lo puoi mangiare il cioccolato, lo sai, sì?”

Da bravo sottone, allunga la mano in un patetico gesto di riconciliazione, anche se in questa storia sente di non avere né colpa né peccato. Gli aveva proposto altri piani d’investimento, lui. Tipo sovvenzionare qualche stilista emergente o roba così. Però no, di mezzo ci si è messo il cioccolato, e ora Alessandro è costretto a subire le consegne di blocchi da un chilo di puro fondente ecuadoriano al 70% – come se poi avesse capito bene come si fanno le proporzioni tra cacao e massa grassa, che è tipo l’argomento di cui Riccardo gli parla più spesso. Alle tre di notte, giustappunto, quando Alessandro non sarebbe manco in grado di capire un episodio dei Teletubbies.

Blu, quantomeno, accetta l’offerta di pace e appoggia il musino sdegnoso sul suo palmo per rubargli qualche carezza.

Dalla cucina arriva inconfondibile il profumo dello zucchero che sobbolle e borbotta in pentola, in attesa che Riccardo caramelli la scorza dell’ennesimo agrume – il bergamotto. Chi cazzo l’aveva mai visto un bergamotto prima? O i cedri. Alessandro non è sicuro che al mondo esista qualcosa di più antiestetico dei cedri, forse soltanto la pancia da birra. E su quella è disposto a essere più elastico che sui cedri.

A distrarlo da una proficua sessione di ozio su Instagram e scrolling compulsivo nella labirintica rete dei reel coi bulldog ci pensa proprio il piccolo Ernst Knam, con una sonora bestemmia che segue il trambusto di ciotole in acciaio inox che si scontrano col pavimento, provocandone probabilmente ignominiosa e quantomai prematura scheggiatura. 

Nel tempo record di zero virgola zero zero tre secondi Alessandro è in piedi, il cellulare spiaccicato malamente sul tappeto a faccia in giù, che si getta verso la cucina come una madre-coraggio in difesa del proprio cucciolo tenuto ostaggio dai banditi in punta di pistola. Rischiando la vita e la quadriplegia riesce persino ad arrivare in cucina in scivolata, i calzini che operano ben poco attrito sul pavimento lucido appena lavato, pronto a trovarsi di fronte scene cruente che neanche la trincee della Prima Guerra Mondiale: sangue misto a cioccolato fuso, qualche dito abbandonato nella planetaria Moulinex nuova di zecca, Riccardo scivolato su una buccia di agrume rarissimo paraguaiano ormai esanime a terra, con la testa aperta in due come un cocomero. Insomma, tutto quello che potrebbe aspettarsi da Riccardo, in breve, data la sua ben nota mancanza di spirito di autoconservazione.

“Ricky! Cristo, cazzo succede?”

Per un attimo Alessandro sente la terra mancargli sotto ai piedi all’idea di aver azzeccato un pronostico; Riccardo non sembra essere da nessuna parte, e alla sua malcelata ansia risponde soltanto un grugnito scoordinato. Quando ormai ha già perso sette anni di vita e sta soltanto aspettando che una pozza di sangue fresco allaghi il pavimento, lo riporta alla realtà il sonoro sbattere di una ciotola contro il tavolo, accompagnata da un’oscena profanità da scomunica immediata e dallo spuntare di un cespuglio di ricci appiccicosi di caramello e cioccolato ruby da dietro una sedia.

Riccardo riemerge dalle profondità della terra come un soldato sfinito dopo una lunga battaglia. Sul viso ha striature di cioccolato, e l’indice destro deve esserselo di nuovo scottato perché ha una brutta bolla color rosso aragosta vicino all’unghia. Sembra stanco, anzi, esausto. Il grembiule che una settimana fa era immacolato ora è tutto macchiato di cioccolato, di ganache e incrostato di sciroppo di glucosio scaldato in padella. Guardando occasionalmente Bake Off Alessandro mica ci credeva che i corsi di pasticceria potessero operare un tale effetto devastante sulla psiche, ma di fronte all’espressione un po’ affranta di Riccardo non gli resta che ricredersi. L’ha proprio presa sul serio questa cosa della pasticceria, al punto da sacrificarci anche il sonno - lui che di natura dorme poco e un cazzo - pur di riuscire a caramellare delle bucce di merda come gli ha insegnato Chef Vattelapesca diplomata in qualche scuola internazionale di Alta Pasticceria. Il che dovrebbe fargli sorgere il legittimo dubbio che Riccardo si sia già cagato il cazzo di avere a che fare con l’industria musicale e voglia davvero diventare l’erede un po’ coatto di Knam, ma…una crisi alla volta, Cristo, che sulle crisi Alessandro Mahmoud è tutto fuorché multitasking.

“Scusa. Ho tipo dato una gomitata alla ciotola perché mi sono scottato col caramello…”

Alessandro era pronto al gore, allo splatter, al sangue, alle scene da slasher movie anni Ottanta, ma di certo non era pronto a vedere Riccardo schermirsi come un cane bastonato, tutto occhietti bassi e faccino contrito, che oggettivamente è una vista che fa un male al cuore paragonabile solo a quello di un infarto, o di un abito di alta moda a cui saltano le cuciture. 

Sarà che l’età lo ha rammollito, sarà che al faccino triste di Riccardo resisti solo se hai l’anima in marmo, ma Alessandro segue il suo primissimo istinto, braccia aperte e tre passi avanti, e un delicato “vieni qui” pronto sulle labbra che non deve nemmeno ripetere, perché Riccardo abbandona la ciotola e tutta la sua determinazione e si fa minuscolo tra le sue braccia, l’odore di cioccolato tenacemente impigliato tra i capelli. 

I froci francesi nella sua testa gli ricordano che, comunque, dovrebbe ritenersi un uomo estremamente fortunato: con Riccardo è impossibile anche solo contemplare la noia che inevitabilmente va a braccetto con la domesticità. Alessandro affonda il naso tra i suoi ricci tutti appiattiti, luridi, e inala forte il suo odore nuovo, alieno. Shampoo e cioccolata. Caramello e spezie, che forse forse sono più buone tra i suoi capelli che dentro a un cioccolatino. Lo stringe appena, tirando un sospiro di sollievo quando lo sente rilassarglisi impercettibilmente contro al petto, con il muso schiacciato nella sua felpa e le dita che tormentano l’elastico dei suoi pantaloni vecchi di ere geologiche, ormai quasi lerci quanto il grembiule che ha addosso.

“Che cazzo è successo?” Glielo chiede a bassa voce, saccarino, quando finalmente Riccardo ha dato fondo a tutto il suo arsenale di muggiti frustrati. 

Esattamente come Blu, anche Riccardo è un maledetto ruffiano viziato. Esattamente come Blu, anche lui gli appoggia il viso sul palmo della mano per lasciarsi accarezzare, indugiando senza vergogna nel suo tocco con un gran concerto per sospiri.

“Ma che cazzo ne so, Ale,” ammette grugnendo appena. “Ho rovinato il cioccolato e ho bruciato i canditi, poi ho dato una gomitata alla ciotola…boh, bordello.”

In effetti, la cucina adesso sembra un set di Danny Boyle ma in salsa Mangia, Prega, Ama. Del cioccolato è esploso e ha inzaccherato la cappa aspiratrice del piano cottura, rovinando per sempre un paio di bellissime e antichissime calamite dei Pokémon. Il fu caramello sembra essere stato vomitato direttamente dalle viscere della terra, una massa magmatica dalla temperatura presunta simile a quella del sole. Tanto di cappello a Riccardo, in ogni caso; se Alessandro fosse il responsabile di tanta distruzione, probabilmente starebbe già commettendo harakiri succhiando una Dash pod come fosse una caramella.

“Oh.”

Alessandro non dovrebbe avere pensieri impuri, non quando la cucina probabilmente è da buttare e il suo ragazzo sembra il ritratto dello studente di ingegneria esaurito nel pieno della sessione, ma quando Riccardo lo guarda da sotto con quegli occhietti da cucciolotto abbandonato in autostrada… beh. È in egual misura erotico e pietoso, un po’ come se Oliver Twist avesse fatto un incidente con uno di quei porno con gli atleti in calzettoni che Alessandro assolutamente non guarda – sul serio, non lo ammetterebbe nemmeno di fronte al plotone di esecuzione, nossignore, lui con quella roba sconcia non ha nulla a che fare, e nemmeno con Oliver Twist.

Però, Cristo, come gli resisti?

Riccardo sbatte quelle meravigliose ciglia a ventaglio che non si merita e si pulisce la fronte striata di cioccolato contro la manica della sua felpa. Poco male, tanto l’avrebbe messa nel cestone dei panni sporchi in ogni caso. Alessandro non riesce a non rivolgergli un sorriso incoraggiante, anche se in realtà la parte più barbara di lui non vorrebbe fare altro che piegarlo sul bordo del tavolo e darsi ad attività decisamente più interessanti della pasticceria dilettantistica, peccato che negli anni abbia sviluppato anche una coscienza e quindi anche no. 

“Cosa?”

Avere una coscienza fa schifo. Amare, amare da morire un bambino-bomba-a-orologeria, ancora di più. Quindi, contro il proprio buonsenso, la propria sanità mentale, e sprezzante della propria cronica voglia di non fare un cazzo, Alessandro gli accarezza lo zigomo col pollice - Cristo, prima o poi li denunceranno per procurata epidemia di diabete - e si convince a incurvare la bocca in quello che nei fatti dovrebbe essere un sorriso comprensivo, ma che probabilmente gli riesce solo a metà. Dura la vita del martire…

“Ti aiuto a pulire, che dici?”

Riccardo arriccia le labbra in una smorfia e sbuffa facendole vibrare. Sì, ora Alessandro ne è convinto: sarebbe stato tutto più facile se avesse adottato un coccodrillo abbandonato dalla mamma, o un cucciolo di grande predatore. Gli avrebbe fatto meno tenerezza e, sicuramente, gli avrebbe risparmiato un sacco di inculate con sale e ghiaia grossa – i leoni, no? Ecco, i leoni mica lo sanno fare il musino da Pikachu triste. 

“Ho fatto un casino,” constata mesto. “Il pentolino è da buttare.”

“Vabbè ma chissenefrega, dai. L’avrò pagato due euro al market cinese…”

Chiaramente è una balla di proporzioni atomiche, il pentolino era marca Agnelli e deve averlo pagato un rene, ma Riccardo sembra già mortificato abbastanza dalle fatiche della pasticceria, meglio non appesantirlo con il carico da novanta del pentolino Agnelli da gettare nella differenziata…onde evitare che inizi a riempire i cioccolatini con ganache all’ammorbidente Coccolino. 

Il rischio è basso ma non è mai zero, Alessandro.

“Ale?”

Alessandro guarda il pentolino, ponderando per un attimo se levarlo dal piano cottura con il guantone da forno o se chiamare per direttissima una gru, poi guarda Riccardo, che si è faticosamente districato dalle sue braccia per darci dentro di olio di gomito con il panno piatti giallo che si sono ripromessi di cambiare da almeno un mese ma che ancora fa bella mostra di sé vicino alle spugne Vileda e alle pagliette saponate. Ha ancora quell’espressione pensosa e abbattuta sul viso, che forse davvero Alessandro avrebbe fatto prima a spararsi, ci avrebbe sicuramente sofferto meno. La tentazione di mollare tutto e correre di nuovo ad abbracciarlo è fortissima, e gli ci vuole davvero la forza di volontà di un monaco buddhista per fingere imperturbabile serenità zen e decidere di buttare il caramello lava - e il povero pentolino Agnelli - nella rumenta così com’è, senza neanche fermarsi e chiedersi se scioglierà il secchione IKEA in pura plastica riciclata mandando a fuoco l’intero palazzo – zì, una volta è sfiga, due è Dio che ti punisce.

Probabilmente anche il cioccolato è una punizione divina. La pasticceria in generale. E dire che nel film con Johnny Depp sembrava tutto così divertente, easy peasy lemon squeezy.

“Dimmi.”

Il mondo torna lentamente a ruotare sul proprio asse soltanto quando Riccardo accenna un timido sorriso. Eccolo lì il suo sole. Ogni volta che Riccardo s’incupisce per davvero, ad Alessandro sembra un’eclissi – e un motivo ci sarà se nei tempi antichi le eclissi erano percepite come presagi di morte e distruzione. Eccoti qui, vorrebbe dirgli, prendendogli il viso tra le mani e schioccandogli un miliardo e mezzo di baci sulle guance e sulla bocca. Eccoti qui, mi sei mancato. Non dice niente, però, prende da sotto il lavandino quel misterioso prodotto che si utilizza per pulire l’acciaio e lo versa in quantità industriali su una spugna, sperando solo di non peggiorare una situazione che già ha preso i contorni di una tragedia greca. 

“Grazie.”

Ora, Alessandro non è esattamente il cucciolo più intelligente della nidiata, né un maestro nella sottile arte di leggere tra le righe, ma il sentore che il ringraziamento di Riccardo sia tutto fuorché situazionale riesce a captarlo persino lui, la regina dei rintronati. Sembra alleggerirlo, e conferire un filo di sicurezza in più al sorriso che è rimasto appiccicato alla sua bocca, minuscolo e di sbieco.

Grazie che mi lasci fare i cioccolatini, Ale. Grazie che mi ami anche se la casa puzza di Willy Wonka, Ale. Grazie che non mi giudichi, Ale.

Sospira, scuote la testa. Inizia a grattare il piano cottura e già gli fa male una spalla, e il pensiero di investire in un buon fisioterapista non gli sembra più tanto bizzarro. I trenta sono i nuovi ottanta, dopotutto, e lui se li sente addosso uno per uno.

“E di che? Dai, finiamo di pulire,” si affretta a dire, quasi stranito dal pudore che gli fa tremare le budella. Aprirsi con Riccardo, lasciarsi leggere da lui, è uno scoglio che ormai ha superato da un pezzo, ma una parte di lui - la personalità insicura, scostante, quella che ha sempre battuto il candido piedino per mandare a puttane ogni sua relazione dai quattordici anni in su - rifugge ancora la gratitudine credendo di non meritarla. Almeno col suo colorito è facile nascondere l’imbarazzo, e se Riccardo si accorge di quanto sia stato fulmineo a distogliere lo sguardo ha la decenza di non chiedere. “Altrimenti facciamo notte, eh?”  

 

***

 

“Vuoi ordinare per cena?”

È tardi per ordinare, per gli standard di Milano. A quest’ora ordinano gli studenti, e su Just Eat il tempo minimo d’attesa è quarantacinque minuti, ma Riccardo si merita il delivery oggi, magari persino il coreano che - ed è stata una sorpresa - mangerebbe tutte le sere. 

Alla fine ci hanno messo quasi un pomeriggio a pulire la cucina, Alessandro ha saltato la palestra e dopo la doccia… beh. Sfogarsi era d’uopo, e quale miglior modo di rilassarsi un po’ se non una bella sessione di tango orizzontale da far implorare pietà al materasso?

Ora Riccardo è soffice, pliabile, nudo tra le sue braccia, così morbido che Alessandro potrebbe impastarlo come la creta. Di sicuro è rilassato, su questo non ci piove. Lo guarda con occhietti sonnacchiosi, i capelli umidi che a dispetto di tutti i suoi sforzi e dello shampoo da seimila euro al litro odorano ancora di cioccolato fondente fuso a bagnomaria, e gli sbadiglia contro la spalla, più propenso a dormire che a cenare.

E chi ti biasima, Riccà.

Anche Alessandro si farebbe volentieri un sonnellino, anche solo per non sentire le proteste indignate dei suoi muscoli abusati per qualche ora, ma ha così fame da fantasticare di mangiarsi pure il tavolo, quindi.

“Tu di cosa hai voglia?” Mugugna Riccardo in risposta, strusciandoglisi contro che per poco non si mette pure a fare le fusa – eventualità alla quale Alessandro è preparato, e che attende più o meno con la stessa trepidante attesa con cui si aspetta il piatto forte in un ristorante stellato. Persino i suoni più sgraziati che riesce a emettere Riccardo - e ne ha un campionario più vasto di quelli di un rumorista - sono poesia, quando sono nudi, a rotolarsi tra le coperte sfatte, beati e sazi l’uno dell’altro. Che poi gli risponderebbe pure di un altro round , se il suo stomaco non avesse già avviato il processo di autodigestione per i morsi della fame – come potrebbe mai averne abbastanza di questo? Sì, anche se l’odore del cioccolato è pernicioso. Anche se probabilmente Riccardo ha ancora del caramello incollato sotto le unghie. Può farsene una ragione anche del caramello, tanto mica è schizzinoso lui.

E anche della pasticceria in generale, già che c’è. Certo, dovrà mettere in conto di andare in palestra una volta in più alla settimana, ma cosa non si fa per amore?

“Non lo so. Pensavo a qualcosa di…boh, piccantino. Ma aromatico, sai, tipo pepato.”

Non sa come gli sia venuta in mente una stronzata del genere, ma è forte la tentazione di imputarla alla massiccia moria di neuroni del post-orgasmo. Sta ridacchiando da solo come un cretino quando si accorge che c’è qualcosa che non va, che la creaturina senza ossa e senza peso tra le sue braccia si è di colpo trasformata in una statua di sale e cemento. Il cambiamento è drammatico, come se Alessandro avesse per sbaglio premuto un interruttore. 

La prima volta che suo padre l’aveva portato in Egitto, Alessandro era rimasto a guardare con un misto di orrore e fascinazione un incantatore di serpenti afferrare dei cobra per la testa e premere il pollice dietro la loro nuca per farli irrigidire come imitazioni pericolosissime di bastoni. Riccardo gli ricorda quei cobra drammatici, e per sicurezza controlla di non avergli sfondato il cranio contro la testiera del letto. Confuso, fa scivolare le dita lungo il profilo delicato della sua nuca, tastando lo scalpo. Non sembrano esserci bozzi o crepe evidenti, ma sente comunque un principio di familiare panico attorcigliarglisi attorno alla gola. Potrebbe essere un ictus. O un aneurisma. Non l’ha letto, una volta, di un tizio che ha tirato le cuoia per un vaso sanguigno esploso mentre stava avendo un orgasmo?

Oh, Gesù.

“Ricky?” Lo chiama piano, cercando di non tradire quanto stia iniziando a farsela sotto. Hey Siri, gli orgasmi possono causare l’ictus? E quante probabilità ci sono che succeda prima dei vent’anni?

Riccardo sembra reagire agli stimoli sonori, quantomeno. Ha lo sguardo fisso nel vuoto, ma sembra preda di un’intensissima attività cerebrale, tipo che se Alessandro si concentrasse abbastanza e socchiudesse gli occhi potrebbe scorgere i suoi pensieri che scivolano a cento all’ora dietro la vacuità delle sue pupille.

“Ale,” lo sente replicare dopo quello che gli pare un tempo inusitatamente lungo, “tu sei un genio, cazzo. Sei un genio!”

Quella che segue è una specie di folie à deux che ha, insieme, del tragicomico e dell’ansiogeno. Riccardo che lo bacia come se fosse l’ultima volta, prendendogli il viso tra le dita e premendo fino a fargli male agli zigomi, con una passione e un’intensità che quasi ad Alessandro viene da pensare che, per ragioni non specificate, questa possa essere davvero l’ultima volta. Sempre Riccardo, che gli scivola via dalle braccia come se fosse fatto di nebbia, poi si lancia completamente nudo fuori dalle coperte, e già a metà corridoio gli urla tu ordina quello che vuoi sei un genio Ale, seiungenioseiungeniocazzotiamocazzo e un sacco di altre cose che, purtroppo o per fortuna, sono un po’ troppo biascicate per essere considerate comprensibili. Rumori molesti di pentole, padelle, padellini, parolacce e di Blu che viene invitata a uscire dalla cucina con tutta la pancinesca cortesia di cui Riccardo dispone malgrado lo stato alterato evidente. Blu che, mesta, si ritira nelle sue regali stanze - cioè la loro stanza, ma la principessa fa orecchie da mercante ogni volta che Alessandro cerca di ricordarglielo - e gli appoggia il muso alla coscia sbuffando. Papà, perché permetti tutto questo?

Alessandro, invece, sospira, abbandonandosi tra i cuscini come un centenario ormai stanco dei clamori del mondo. Con un gesto atletico tale da far impallidire le ginnaste della Nazionale, riesce a recuperare le mutande di Riccardo che chissà come sono finite ai piedi del letto, e persino a farsi violenza per mettersi seduto, col paio di boxer CK che penzolano distrattamente dalle dita lasse.

Coreano per stasera. A giudicare dai rumori che vengono dalla cucina, Riccardo ne avrà bisogno.

 

***

 

“Perché vedi, Ale? Il cioccolato è un’arte, mica solo una roba buona che mangi quando sei triste.”

Riccardo parla a bassa voce mentre con una frusta super professionale rimesta il cioccolato che deve sciogliere lentamente a bagnomaria per rimanere liscio e lucido, perché la gente non lo compra se è grumoso e opaco, Ale. A giudicare dalle risposte estremamente lusinghiere del suo corpo, ora composto al 90% delle peggio porcate grasse prodotte dalla cucina dell’estremo Oriente, Alessandro sta iniziando a sospettare di dover aggiungere la dicitura competence kink alla sua crescente lista di disturbanti feticismi ma, ehi, positive thoughts only. E poi pure il Papa deve averceli i suoi kink, giusto? Alessandro sfiderebbe chiunque a rimanere impassibile di fronte a Riccardo, il suo piccolo, splendido David di carne e d’inchiostro, che con la grazia di un navigato maestro si destreggia tra pentolini dai quali si leva il profumo peccaminoso dell’inferno, dolce e agrumato, che ti si appiccica addosso e buona fortuna a tentare di lavarlo via. Per non parlare del fatto che indossa ben poco oltre al grembiule e alle mutande che Alessandro l’ha pazientemente convinto a rimettersi per paura che si scottasse quelle grazie divine che si ritrova. E, di nuovo: chi cazzo potrebbe mai biasimarlo se di fronte a una vista del genere si sente sull’orlo del baratro? Competenza+nudità. Di che altro ha bisogno un uomo per concedersi come la peggio puttana? Lì, sul tavolo, tra le ciotole e le marise. Anche subito, cazzo. Anche sui carboni ardenti, se necessario.

Concentrati, Alessandro. Non deve sempre finire tutto a boudoir e giochi erotici col cibo.

La flebile vocina nel retro della sua testa ha ragione, non può dare forfait al contegno come un ragazzino con l’ormonella ogni singola volta in cui Riccardo dimostri di non essere soltanto un minchione patentato. Si pinza la radice del naso nel tentativo di zittire le urla belluine del testosterone e si guarda intorno, cercando di decifrare nel caos blancotipico qualcosa che possa riconoscere, tipo qualche familiare blob color Majin Bu. Aggrotta le sopracciglia quando si accorge che le sac-à-poche sono ancora immacolate, e nessun frutto è stato ancora macellato per riempire dei cioccolatini.  

“Esattamente che cosa stai preparando?”

Riccardo gli rivolge un piccolo ghigno, un sorriso tronfio, arrogante, bello da levare il fiato, di quelli che Alessandro non sa ancora se odiare con ogni fibra del proprio essere o venerare alla follia.

“Tu che dici?” Ridacchia malizioso, invitandolo a chinarsi sulla ciotola del bagnomaria. “Chiudi gli occhi e usa il naso. Cosa senti, Ale?”

La prima risposta che gli viene in mente - il tuo odore, Ricky - non ha esattamente le caste implicazioni di una masterclass con Iginio Massari, ma almeno l’immagine mentale di Iginio Massari che ci prova col suo competentissimo ragazzo è utile a mettere il morso ai bollenti spiriti – se non altro, ora può assecondarlo e impegnarsi ad annusare per davvero il misterioso contenuto lavico che borbotta nella ciotola di vetro temperato. Scuotendo la testa e incurvando le labbra in uno di quei sorrisi da ma chi cazzo me l’ha fatto fare, Alessandro ne inala una bella boccata, se la lascia scivolare giù per la gola, fino a sentire il sapore del fondente monorigine dell’Ecuador sulle papille gustative. È amaro, penetrante, ma la combinazione è così affascinante che anche se preferisce quello al latte non direbbe mai di no a una tavoletta.

“Sento…che è fondente?” Risponde, andando a tentoni. Se Riccardo si aspetta una risposta più articolata, dovrebbe sapere che si trova davanti a uno di quelli che il cioccolato lo mangiano ascoltando la peggio merda strappalacrime di Adele, quindi.

Riccardo fa schioccare la lingua contro al palato.

“Fondente e basta, Ale?”

Fanculo, ma perché deve essere così maestro quando ci si mette a imparare qualcosa di nuovo? Nun se po fa ‘sta vita pe’ na vita, ha detto un saggio, e Alessandro gli dà pienamente ragione, cazzo, sta regredendo all’età mentale di uno scolaretto arrapato.

Gli sfugge uno sbuffo frustrato, ma incassa e butta giù l’amaro calice come fosse acqua fresca. Si concentra, allora, mentre sfarfalla le narici e apre i polmoni all’intrusione violenta del cioccolato che fonde placido, e per un lungo secondo gli pare di non avvertire nulla che sia fuori posto o in surplus – è sempre cioccolato fondente, è sempre monorigine dell’Ecuador, è sempre l’amaro che ti fa venire voglia di assaggiarlo perché ti tenta anche se non vorresti lasciarti tentare.

Eppure.

Ora che ci pensa, c’è qualcosa di diverso, un sottotono delicatamente pungente, aromatico, che prima non aveva notato. Riccardo nota il suo perplesso arricciare il naso e sorride, il bastardo.

“Ma la smetti di guardarmi così?” Alessandro non ce la fa a non ridacchiare, mentre prova debolmente di sgridarlo o richiamarlo all’ordine – come se poi fosse possibile, ah, le grasse risate. Farebbe prima ad asciugare il mare con un secchio bucato, onesto. “Comunque c’ha qualcosa di…piccante, tipo? Però non è peperoncino.”

Di questo, almeno, gli pare di essere sicuro, e l’annuire entusiasta di Riccardo fuga ogni dubbio.

“Vuoi assaggiare?”

Che domanda del cazzo, ovvio che vuole assaggiare. Alessandro apre la bocca, aspettandosi la sensazione gommosa della spatola in silicone contro la lingua, ma come sempre Riccardo deve sorprenderlo, e da bravo selvaggio cresciuto dai lupi intinge l’indice del cioccolato, sprezzante del pericolo, e glielo ondeggia davanti nell’ennesima, muta sfida.

Me lo succhi, il dito, Ale?

“Che stronzo,” mugugna, prima di avventarsi sul dito di Riccardo e succhiarlo come se volesse strappargli l’anima da sotto l’unghia. Così impara, il ragazzino, a fare il grosso col suo cioccolato e la sua competenza da Knam in erba. Così impari a rispettare le gerarchie, minchione che non sei altro.

Deve ammetterlo, comunque. Chiusa la piacevolissima parentesi da porno anni Settanta di bassa lega, il cioccolato è buono per davvero, la carezza del piccante che si accompagna con grazia alla potenza del fondente. Ma come cazzo fa a essere così bravo in tutto? 

Il suo piccolo Re Mida. Ogni cosa che tocca la trasforma in oro, persino il cioccolato.

“Allora, ti piace?”

Giusto per dare un contentino a quel poco d’orgoglio che gli è rimasto, Alessandro lecca via i rimasugli dal dito di Riccardo, perché è giusto che anche il minchione venga ripagato con la stessa moneta: un’erezione io, un’erezione tu…bisogna essere in due per ballare il tango, as the saying goes . E poi Alessandro venera la giustizia e l’equità, non ne ha mai fatto mistero. La soddisfazione che lo pervade quando Riccardo dischiude la bocca nell’intenzione di un gemito è pari quasi a quella di un orgasmo, giusto per dimostrare una volta di più quanto non sia competitivo.

“Tu che ne dici?”

Se è vero che Alessandro non resiste alle moine e agli occhi da Pikachu triste, Riccardo capitola sempre, sempre, di fronte alla sua dose quotidiana di Vergine Acida, che Alessandro provvede senza lesinare. Gli basta ricordarsi quant’era bello essere stronzo e voilà, Riccardo mangia dalle sue mani come un cucciolo – chi semina vento raccoglie tempesta, no? 

“Ale-”

Per buona misura, Alessandro fa pure una gran scena a tirargli il grembiule, mentre con gli incisivi gli morde piano il dito e lo libera soltanto per bearsi dell’immagine di lui che dà un’ultima mescolata al cioccolato piccante prima di spegnere il fuoco come se fosse un’azione che compie migliaia di volte al giorno, come se non fosse nuovo a tutte queste strane sofisticherie.

“Ne hai ancora per molto?”

Il buon proposito di non trasformare la cucina in un set del Tinto Brass dei tempi d’oro è andato a farsi fottere, e Alessandro ha buone possibilità di seguirlo a ruota visto che ormai l’eccitazione di Riccardo è ben visibile, se non altro dal rossore grazioso che gli colora le guance, e da quell’aria di languido abbandono che assume sempre quando vuole scopare.

“Mi aspetti senza toccarti?” Chiede, in un singolo respiro. Ad Alessandro sovviene che potrebbe benissimo farsi una sega solo guardandolo modellare cioccolatini.

“Non ti prometto niente,” è la sua laconica risposta, mentre si accomoda a osservare lo spettacolo, in attesa che arrivi davvero il dolce.

 

***

 

“Assaggia.”

Alessandro getta la spugna di fronte alla tenacia della macchinetta del caffè che ha deciso di fare i capricci proprio il giorno in cui attività molto più piacevoli l’hanno distratto dal suo sonno di bellezza e, seppur lento ai livelli di uno zombie investito in pieno da un tir, si lascia arrendevolmente imboccare con un cioccolatino, che gli viene messo in bocca senza troppe cerimonie come una monetina infilata dentro ad un juke-box.

Alessandro mastica cautamente, non del tutto sicuro di essere sveglio abbastanza da fornire una recensione adeguatamente articolata, gli occhi fissi su un punto imprecisato davanti a sé mentre Riccardo smanetta con la macchinetta del caffè e, senza nemmeno versare una goccia di sudore, riesce nell’impresa di farla funzionare.

Minchia, la vita sarà pur puttana, ma così è accanimento.

Il guscio fondente del cioccolatino si spezza e si scioglie, rilasciando una nota piccante su un ripieno impalpabile agrumato, che Alessandro ha imparato a riconoscere come il sapore del bergamotto per via delle note quasi floreali che ne smorzano l’acidità.

“Cazzo, sono buoni,” dice, sentendosi improvvisamente più sveglio.

Il sorriso di Riccardo lo ricompensa con gli interessi per una mattina che sembrava iniziata sotto i peggiori auspici.

“Cioccolato al pepe rosa con un ripieno di bergamotto,” spiega, mentre allaga il caffè con il latte di mandorla e si siede scomposto a tavola, appoggiandogli i piedi in grembo. “Pensavo al nome, no? Perché l’insegnante dice che tutte le creazioni devono avere un nome, e io con i nomi faccio un po’ cagare, si aspetta sempre che io sia quello creativo…vabbè, comunque dici che posso chiamarle praline per scopare? O delizie trombarelle. Secondo me con un nome così vendono un casino…”

Alessandro sospira. Non può affrontare questa conversazione senza avere in corpo talmente tanta caffeina da battere in corsa un cavallo all’ippodromo, non può. Butta giù metodicamente tutta la tazzina e lo guarda, con quell’espressione rassegnata e sconfitta tipica dei genitori all’ennesima delusione del figlio chiaramente degenere, e atono sentenzia: “Tu sei caduto dal seggiolone da piccolo”.

Come volevasi dimostrare, l’esemplare di bonobo depilato con cui divide l’esistenza ha pure l’ardire di ridere. Il minchione.

“Sono caduto nella vasca da bagno,” replica con noncuranza, sorbendo rumorosamente il suo caffè e macchiandosi il davanti di una canottiera già macchiata perché sogghigna nella tazzina.

Il minchione.

“È uguale.”

“Dai, Ale. Ci hanno fatto scopare, no? Quindi sono legittimamente praline per scopare. Il nome è già…uh…come cazzo si dice? Ready-made?”

Alessandro non ce le ha le forze per mandarlo a fare in culo, davvero. Non mentre Riccardo lo guarda con occhi stellati e assonnati, e con l’alluce lo punzecchia giocosamente nello stomaco, come un bambino in cerca di attenzioni. Brutto stronzo, lo sai benissimo l’effetto che fai, vorrebbe dirgli, piccato, ma Riccardo deve ritenersi fortunato che Alessandro non abbia la forza di fare nemmeno quello.

“Vieni qui,” si limita a dire, aprendo le braccia con il lirismo drammatico di un’Eleonora Duse d’annata e scuotendo la testa, come se volesse davvero sottolineare una riluttanza che, a conti fatti, sta solo fingendo – tanto Riccardo lo sa. Sa sempre tutto, e Alessandro ha smesso di domandarsi come ci riesca.

Rimangono così per un tempo che pare infinito, Riccardo con il viso delicatamente premuto nella sua clavicola e i piedi che ondeggiano senza toccare terra, in una bolla languida che fa desiderare di tornare sotto le coperte anche se fuori finalmente è spuntata una pallida lama di sole e tra poco sarà ora di muoversi, di fare, ma non adesso, non adesso che sono qui a bearsi semplicemente l’uno dell’altro.

Tanto c’è tempo, giusto? E se il tempo non c’è, sono sempre stati capaci di costruirselo – l’ennesima magia che scopri da saper fare quando ti innamori?

Difficile darsi una risposta.

Alessandro comunque spera che stasera Riccardo torni e prepari altri cioccolatini. Ora ne hanno la prova definitiva: gli vengono benissimo.

















 































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