Work Text:
Alessandro è stato tentato di spegnere il cellulare quando stamattina, finalmente, è riuscito a prendere un po' d'aria e sgranchirsi le gambe, per concedersi una colazione ipercalorica che comunque butterà giù con un po' di workout – è ancora giovane, e che cazzo, due pesi e la brioche al pistacchio sarà già andata a niente. Comunque non l'ha spento, perché può fare finta di niente, ma in realtà ormai s'è abituato al fatto che Riccardo gli scriva tipo ventiquattro ore su ventiquattro quando non l’ha fisicamente intorno, perciò anche spegnere il cellulare è diventata un’opzione piuttosto off-limits. Che poi un po’ gli mette ansia l’idea di spegnerlo - o impostarlo sulla modalità aereo - per poi trovarsi un centinaio di link a video più o meno stupidi di TikTok una volta tornato online – Riccardo è così, a volte. Sfinente. Un prurito che non puoi grattarti ma al quale a una certa ti abitui perché conviverci è meglio che combatterci contro tutto il tempo. Non gli sembra vero di star pensando a Riccardo in questi termini con affetto, in ogni caso. Il sé stesso di meno di due mesi fa avrebbe bollato l’idea di tirarsi quel matto in casa come suicida, deleteria e, in ultima analisi, stupida. Contraria a logica, raziocinio e buonsenso. Eppure, eccolo qui. A pensare a Riccardo con la stessa tenerezza con cui pensi al tuo primo pesce rosso morto suicida, o a quanto bello e allo stesso tempo orribile è stato quel primo bacio dato in spiaggia, un migliaio d’estati fa, a quel ragazzino che neanche parlava la tua lingua ma a ficcarti la sua in bocca non ci ha messo niente.
Cazzo, che schifo, commenta tra sé, ricordando distintamente la saliva del quattordicenne bello e biondo di cui ora gli sfugge il nome rotolargli giù per l’angolo della bocca. A ben pensarci, limonava come limonano i carlini. E lui, Cristo, lui fino all’anno successivo ha baciato con la bocca aperta. Ride da solo addentando la brioche. Però è vero, c’è poco da fare, quando pensa a Riccardo si sente così. Sicuramente è un sintomo dell’età che avanza, non si dice che da vecchi diventiamo tutti dei teneroni? Ecco.
Sicuramente è solo l'età che avanza, non lui che non si sente pronto ad affrontare le implicazioni profonde del rendersi conto che a pensare a Riccardo gli brillano gli occhi.
Ciò detto, il telefono. Il telefono che non ha spento gli vibra nella tasca, contro la coscia, e prima di leggere la sequela di messaggi che gli sono arrivati su WhatsApp Alessandro si prende il suo tempo per adorare con il sacro fuoco di un cultista la crema ai pistacchi di Bronte che riempie la sua brioche, la cui dimensione eccede persino quella della sua faccia – fate l'amore con il sapore.
Si lecca la bocca, spargendosi briciole sulla camicia, e poi pigramente si risolve di scorrere le notifiche, stupendosi piacevolmente del fatto che no, non sia stato Riccardo a scrivergli, ma un amico di vecchia, vecchissima data, Valerio – artista, performer, ricco sfondato ed ex reginetta delle froce di Gratosoglio.
Non è sempre stato ricco sfondato, in effetti.
Nella profusione di emoji, commenti alle sue ultime storie di Instagram e complimenti per il portamento sulla passerella di Burberry, Alessandro trova anche un invito.
Un invito a una festa.
Di Valerio.
Nel suo più intimo giro di amici, le feste di Valerio sono praticamente un irrinunciabile must annuale, se non altro per ricordare i bei tempi andati e per via del fatto che più di uno di loro ha perso la verginità a una delle feste di Valerio, giustappunto, che sono diventate via via più estrose e popolate tanto più la fama e il conto in banca di Valerio si allargavano. Che poi Alessandro non abbia mai capito davvero quale sia il suo mestiere è tutt’altro discorso. Gli basta ricordarsi dei cinque anni di liceo che hanno fatto come compagni di banco, le seghe occasionali mentre Alessandro esplorava la sua sessualità e si rendeva conto che no, le ragazze non gli interessavano neanche come case study per i compiti di Educazione Civica, e istantaneamente eccolo ripiombare nel baratro, ha di nuovo sedici anni e ha rubato e riadattato un top di sua madre perché cada bene sul suo fisico da sollevatore di ipotesi, ha spacciato un po’ d’erba per un tizio che conosce di vista per mettersi via due spicci e comprarsi un paio di pantaloni di pelle, e poi si è cosparso di gel glitter, incollandosi i capelli alla testa per le prossime due settimane.
Cazzo, zì, e dire che non ti ricordi cosa hai mangiato ieri a colazione. Però la festa di Valerio dove hai perso definitivamente la verginità te la ricordi.
Di nuovo, Alessandro sospira. Addenta la brioche, stavolta con meno voracità e più composta eleganza, mentre gli sovviene che se pure gli prendesse la malsana voglia di farsi un giro da Valerio, domani sera, dovrebbe farsela passare, perché a casa sua c’è Riccardo, e Alessandro non è sicuro che l’ambiente e l’atmosfera delle feste di Valerio sia…beh. Da Riccardo, molto semplicemente. E non crede di poterlo abbandonare sul divano a girarsi i pollici e giocare alla Switch mentre lui va a una festa, cioè, dai, fa brutto. Se le parti fossero invertite, probabilmente si offenderebbe moltissimo.
Il suo pollice picchietta ossessivamente contro il vetro dello schermo del cellulare, che ha una crepa minuscola sull’angolo dove Riccardo l’ha mandato a sbattere contro il comodino mentre gesticolava a letto intanto che gli faceva vedere qualcosa su YouTube.
Visto che Alessandro si considera ancora un animaletto dotato di raziocinio, pesa i pro e i contro mentre lecca via una quantità inusitata di crema di pistacchio che fuoriesce sensualmente dal foro di farcitura della sua brioche.
Ora. Qualsiasi persona dotata di buonsenso deciderebbe di lasciare il messaggio su visualizzato e ghosterebbe Valerio fino a data da destinarsi, ma.
Ma.
Ad Alessandro andrebbe davvero una festa di Valerio, sabato sera. Facce familiari, musica giusta, il larghissimo salotto da riccone trasformato in una pista da ballo, la terrazza rooftop con i tigli giapponesi intorno e la vasca idromassaggio di acqua caldissima – lasciate ogni pretesa di eterosessualità o voi ch'entrate.
Sì, cioè, Riccardo è un'incognita. Più volte l'ha visto scatenarsi in discoteca, in qualche privè o in mezzo alla gente, ma a una festa - Alessandro non se la sente di chiamarla col suo nome, cioè festino - non è sicuro ci sia mai andato. E ovviamente non è mai stato a una festa di Valerio, il che significa che per lui sarà l'ennesima prima volta, e forse potrebbe andare tutto male, però…Alessandro ha davvero voglia di andare a un cazzo di festino. Seppur con qualche pausa nella quale comunque ha lavorato - mica ha sfilato per Burberry spinto dalla carità cristiana, lui - Alessandro sta vivendo una vita a metà tra quella di un assicuratore triste e di una madre single. Per carità, gli assicuratori tristi non fanno tanto sesso quanto ne fanno lui e Riccardo quando rimangono tappati in casa tutto il weekend, ma qualche volta sarebbe carino vedere anche altre facce, no? In fin dei conti, per Alessandro non è la norma essere così strettamente legato a qualcuno.
Cioè lui non ha mai avuto una relazione così totalizzante. La chiamano la fase della luna di miele, ma di solito in luna di miele vedi qualcuno di diverso dal tuo novello sposo, tipo i camerieri, boh, i massaggiatori. Lui chi ha visto? Sua madre, la madre di Riccardo, i rider che portano a domicilio la cena e le loro frequenti merende, e il personal trainer in palestra. E la manager…di Riccardo. In video call. Per il resto, conclusa la parentesi della sfilata di Burberry, ha visto solo Riccardo, il suo faccino furbo spaccato perennemente a metà da quel sorriso a tremila denti che non vorrebbe mai smettere di baciare e, allo stesso tempo, gli mette un sacco voglia di prenderlo a pugni. Anche perché Riccardo ha un sacco di idee di merda, e non pigliarlo a male parole - o addirittura non tirargli almeno uno scappellotto - gli viene difficile, se non difficilissimo, quando Riccardo è davvero in vena di fare il minchione.
Oggi, invece, tocca ad Alessandro di spegnere il cervello. Di godersi questo meritatissimo cappuccino - percentuale lattosio 97% dio se gli manca il lattosio - che sta prendendo da solo a un tavolino del bar, dopo aver abbandonato Riccardo a dormire ancora il sonno dei giusti con le coperte tirate sopra la testa e una gamba nuda a sporgere fuori dal letto, ché il bambino coraggioso non ha paura dei mostri. L’ennesimo sorriso sciocco gli increspa le labbra mentre riflette sul fatto che comunque, anche se da Valerio dovesse andare proverbialmente tutto male, magari Riccardo si divertirebbe pure, e che cazzo. Dai, è fisiologicamente impossibile non divertirsi da Valerio. Alessandro alcune serate se le è praticamente scordate del tutto da quanto si è divertito.
E questo, bambini, potrebbe essere il motivo per cui le serate di Valerio sono divertenti.
Però c’è da dire che da quando ha fatto il cash, il fatturato vero, si beve roba decisamente migliore della vodka alla frutta chimica - sottomarca della sottomarca della Keglevic - che riuscivano a procacciarsi alla modica cifra di quattro euro e cinquanta suddivisi tra tutti i partecipanti quando avevano quindici anni. Questo, senza dubbio, rientra tra i pro. E anche tra le attività che probabilmente Riccardo farebbe volentieri.
Alessandro alza la mano quando vede la cameriera passare tra i tavoli con un vassoio con due di quelle buffe infusiere con lo stantuffo in cui galleggia…boh, roba.
"Scusa, mi porteresti anche una delle girelle bicolor se te ne sono avanzate?"
Stamattina vuole fare schifo. Se lo merita di fare schifo, cazzo, con tutto quello che sta sopportando da mesi – e che sopporterà. Brrrr. Meglio non pensarci. Appena la girella bicolor arriva, trasudando burro dalla frolla morbida come un cuscino di piume, Alessandro ci si avventa sopra improvvisamente dimentico di ogni grazia, mentre con la mano libera scrive a Valerio, in una profusione di emoji che sanno interpretare solo loro, che ci sarà. E che porterà, probabilmente, un amico. Questo darà adito a più di una speculazione, ma in fin dei conti chissenefrega, è Valerio, Valerio è una pettegola incapace di non farsi i cazzi altrui, letteralmente e metaforicamente.
Ma quindi è una buona idea presentargli Riccardo?
Se lo domanda. La risposta è sni, niente che abbia a che fare con Valerio e Riccardo nella stessa stanza - o anche solo nella stessa cazzo di frase - può anche solo remotamente essere ricondotta a una buona idea. A modo loro, Riccardo e Valerio si somigliano. Oppure Valerio è solo Riccardo se fosse molto frocio, molto amante delle droghe naturali e sintetiche, e molto attratto dalla vita posh-bohemièn di certi visual artist contemporanei con il loft ad Amsterdam e qualche buco di casa in centro a Parigi – in grazia di Dio, a Riccardo non sbatte proprio un cazzo della vita posh-bohemièn, e men che meno delle droghe naturali e sintetiche. Ovviamente Valerio inquisisce sulla natura e sull'aspetto dell' amico in questione, mandandogli una sfilza di messaggi alla Ungaretti che ad Alessandro fanno venire voglia di lapidarlo coi sampietrini, ma chiaramente bocca cucita, sorpresa zi dai non fare l'accollo, più chiacchiere inutili e una breve interrogazione parlamentare su chi ci sarà, in quale quantità, perché, e il trito, ritrito e inutile "devo portare qualcosa?". Il sarcasmo di Valerio nel digitare "Porta solo l'entusiasmo" - emoji sorriso perverso e ballerina di flamenco - è palpabile. Alessandro solleva gli occhi al cielo, già mezzo pentito di avergli detto di sì, ma rinnova comunque la promessa di andarci. Chiaramente arrivando fashionably late. Che Valerio gli ha spiegato che prima c'è una società di catering che provvede l'open bar e qualcosa da spizzicare, e ad Alessandro non va troppo di spingere la fortuna al limite nel portarsi in giro la sua relazione-non relazione clandestina, specie a un cazzo di festino gay. Che poi la gogna mediatica è sempre dietro l'angolo, e se lui sta provando a farci pace perché ritiene di avere le spalle abbastanza larghe da sopportare qualche palata di merda e un po' di gossip, non se la sente di mettere la mano sul fuoco per Riccardo, che è pure piccolo e allo sboccio della propria carriera – lui, a vent'anni, probabilmente si sarebbe impiccato in bagno alla prima polemica, quindi il catering cercherà di evitarlo come la peste. Tanto Valerio ha sempre roba fica da mangiare. Alle sue feste, la fame chimica è un rischio concreto, o in certi casi addirittura una solidissima realtà.
Passa comunque la successiva mezz'ora a prendersi la colazione con calma. Cazzo, il cappuccino pare gliel'abbiano servito in un'insalatiera. La girella bicolore, invece, dura persino troppo poco. Uscendo, ha un moto di carità - amore? - e chiede alla ragazza dietro al bancone delle frolle e dei pasticcini se abbiano qualche opzione vegana. Alla fine compra delle tartellette vegane con i frutti di bosco e decide che non le devolverà tutte a Riccardo, perché ha ancora il proverbiale buchetto allo stomaco e magari, come loro solito, pranzeranno a un orario non socialmente accettabile. A casa ci torna di umore vagamente più roseo di quando era uscito – che cazzo, gli pareva di stare giocando al lockdown 2.0, un uomo ha pure bisogno di sentirsi un po' d'aria tra i capelli e avere il sole sparato a mille contro la faccia, non si vive di solo delivery, sesso e moine tra quattro mura. Dal silenzio che si avverte fin dal pianerottolo capisce che Riccardo non deve essersi ancora alzato, lancia uno sguardo veloce al display del telefono e decide che, dopotutto, probabilmente è bene che adesso lo tiri giù dal letto, o finiranno davvero per pranzare alle sedici e cenare a mezzanotte. Priorità da vegliardo. Alessandro si morde la lingua e spinge piano la porta, l’odore di casa un po’ stantio dopo aver negletto le pulizie per così tanti giorni di fila – a sua discolpa, la colf regolarmente assunta a cui versa i contributi da bravo cittadino coscienzioso è confinata a letto con una gamba ingessata. E poi con il casino che lascia in giro Riccardo si vergognerebbe a farle trovare la casa in questo stato.
Toglie le scarpe e le abbandona nella scarpiera, accanto alle sneakers sfondate che Riccardo s’è portato per pro forma visto che generalmente esce alla tedesca, vincente accoppiata calzino bianco e ciabatte che mette addosso ad Alessandro un senso profondissimo di imbarazzo e inquietudine esistenziale che l’ha portato a domandarsi se tutti i bresciani siano così di default, o se è solo il suo aver vissuto praticamente tutta la vita sul Lago di Garda - nota meta vacanziera per famigliole tedesche con prole albina - ad averlo reso così permeabile ai fashion crimes prodotti quotidianamente al di là delle Alpi. Quale che sia la risposta, Alessandro prende nota mentale del fatto che deve fargli comprare delle scarpe adatte per la festa. Col cazzo che lo vuole vedere da Valerio vestito da profugo.
Cazzo, lo stai già trattando come una moglie trofeo da agghindare e portare in vittoriosa parata ai tuoi amici? Non ti fai un po’ schifo?
Alessandro occhieggia minacciosamente verso la sua personalità numero dodici. L’associazione di parole moglie-Riccardo gli fa venire voglia di stirarsi le mani come Dobby. Alessandro, elfo cattivo. Sospira rumorosamente mentre in cucina dispone le tartellette su un bel piatto - voilà, instagrammabile - e lo appoggia al centro del tavolo, sotto la finestra, per poi infilare già una capsula nella macchinetta del caffè. Sì, la moka lo fa meglio, ma che sbatti. E poi probabilmente il caffè per moka l’ha finito. È strano dividere la casa con qualcuno, il cibo finisce sempre alla velocità della luce, e le giornate sembrano durare tre ore scarse – ma quello, forse, è solo l’effetto Riccardo, e non lo proverebbe vivendo con nessun altro.
Ad ogni modo, percorre a passi silenziosi il corridoio, e si appoggia allo stipite della porta della camera da letto ad osservare con quale perizia Riccardo abbia fatto scempio delle coperte, avvolgendosi in una crisalide di lenzuola da cui sporge soltanto la sommità disordinata dei suoi riccioli. Ad Alessandro potrebbe scoppiare il cuore a vederlo così. Minuscolo. Pacifico. Si sente un cretino a perseverare nell’ostinarsi a non riconoscere la realtà dei fatti, ma non si sente ancora pronto…e forse non lo sarà mai, chissà. Per il momento, gli basta questa sensazione, le farfalle nello stomaco che credeva di aver digerito da ragazzino, il vibrato di soprano che gli riverbera nella cassa toracica e gli tinge le guance di rosso se si sofferma ad ascoltarlo.
Si arrampica sul materasso e carponi procede verso il lato del letto che ormai sembra aver assunto la forma in perenne movimento di Riccardo, disordinate sagome di stelle marine o croissant, senza una via di mezzo. O si allarga a dismisura, o si fa piccolo quanto un cecio. E non c’è un motivo apparente, a volte gli va di dormire raggomitolato, altre di rubare tutto lo spazio finché ce n’è. Vallo a capire.
Gli scosta delicatamente un lembo del piumone dal viso. Sta ancora dormendo beato malgrado il materasso si sia leggermente incurvato sotto il peso di Alessandro. Per svegliarlo, gli bacia piano la fronte, le guance. A Riccardo piace svegliarsi così, con Alessandro che gli stempera il viso di baci, gli stringe le braccia attorno e lo coccola nei trenta secondi che gli servono per mettere a fuoco la realtà circostante. Accade raramente, perché di solito il primo a svegliarsi è proprio Riccardo, ma quando succede Alessandro beve le sue emozioni - sapientemente convenute da una miriade di espressioni facciali - come fossero acqua fresca e lui un povero assetato nel deserto. Riccardo che sbatte le ciglia. Un bacio, sullo zigomo. Un altro, un poco rumoroso, vicino al sopracciglio. Riccardo che sorride con una dolcezza tale da lasciarlo completamente disarmato.
“Ciao,” soffia appena. Poi sbadiglia, con quella boccaccia larga come quella di un’anaconda, e pianta un bacio un po’ bavoso sulla guancia di Alessandro, succhiandolo e lasciandolo andare con un rumore del tutto simile a quello che fa una bottiglia di spumante quando esplode il tappo.
“Ciao. Stamattina hai fatto gli straordinari.”
Riccardo scrolla le spalle, gli si accomoda contro caldissimo di coperte e di cuscino. Non c’è momento più intimo che condividere il risveglio – se Alessandro si soffermasse a pensarci davvero, probabilmente verrebbe preso da violentissimi spasmi inframmezzati da un enfisema polmonare. Per fortuna, anche il suo cervello si è settato sul tepore indolente e languido che sprigiona il letto e di conseguenza i suoi pensieri sono lenti, disomogenei, spadine di gommapiuma contro il solito punzecchiare di pugnali. Riccardo gli bacia il mento, la mandibola, il pomo d’Adamo. Contro la gola gli mormora “Stanotte mi sono svegliato e non riuscivo più a dormire, ho scritto un po’ nelle note del cellulare, magari dopo guardi se fila?” e Alessandro annuisce, come potrebbe rifiutarlo? A lui i testi di Riccardo piacciono. E, per quanto possa apparire strano, quelli che scrive in preda all’insonnia sono decisamente più belli di quelli che scrive quando è lucido, sono più intimisti, più sentiti.
“Dopo pranzo ci guardiamo insieme,” acconsente. “Ci mettiamo al piano. Nel frattempo, ho due sorprese. Una, c’è la colazione in cucina, arriva dritta dalla pasticceria, quindi muoviti prima che mangi tutto io,” ridacchia, annusandogli i riccioli che profumano di federa pulita.
Dopo avergli rubato qualche altra coccola fugace, Riccardo rotola verso il bordo del letto, dove si stiracchia platealmente prima di buttare le gambe nude e impossibilmente toniche fuori dalle coperte e masticare una bestemmia perché il pavimento è gelato sotto le piante un po’ piatte dei suoi piedi.
“E la seconda?” Chiede, curioso, mentre si butta addosso una maglietta e un paio di calzini sporchi, osservandolo un po’ di traverso allungarsi sul letto, appoggiato sul gomito. Alessandro sorride enigmatico.
“La seconda è che ti porto a una festa.”
***
Le scarpe che l’ha costretto a comprare sono proprio belle, modestissima opinione. Che poi modestissima un cazzo, ha sfilato per Burberry lui, i suoi giudizi di valore circa i capi di vestiario dovrebbero essere la Sacra Bibbia per uno come Riccardo, che ha il fashion sense di un muratore della Valle Camonica misto a quello di un naturista settantenne. Si è trovato nei cassetti delle mutande con la scritta “uomo” sull’elastico, quelli che vendono in pacchetti da sei a tre euro i bangla al mercato rionale. Terribile. Per non parlare del fatto che quasi tutti i jeans di Riccardo fanno schifo, e riportano al sopracitato muratore della Valle Camonica.
A ben pensarci, comunque, indosso gli starebbe bene anche un sacco della rumenta, ma quei jeans… dio, Ricky, che schifo.
Ad ogni modo, stasera l’ha agghindato lui, e Riccardo è uno splendido gioco di pieghe e trasparenze, i pantaloni che gli cadono perfetti sulla vita e su quel culo da modello che si ritrova. Okay, forse un po’ lo sta trattando come una specie di moglie trofeo. Forse gli sudano le mani all’idea di presentarlo ai suoi amici. Forse hanno iniziato a bere qualcosa a casa, lui per stemperare la tensione e Riccardo perché raramente dice di no a un goccetto. Il loro Uber arriva puntuale, e quando salgono in macchina Riccardo è già carico e brillo – ad Alessandro sudano solo un po’ meno le mani.
Duh.
Il viaggio sembra durare sei ore. Il traffico è intenso, i semafori tutti rossi. In giro c’è qualche pedone suicida, e Riccardo non fa che sporgersi verso i sedili davanti perché la luna è una palla enorme, color arancio scuro, appiccicata con la colla su un cielo nerissimo e senza nuvole. A un certo punto deve fisicamente placcarlo prima che il loro autista lo narcotizzi con un dardo da cerbottana.
Casa di Valerio si trova in uno di quei posti chic, da ricchi, con i parchetti rasati due volte a settimana e le opzioni ecosostenibili classe energetica A++. Alessandro potrebbe permettersi un tale lusso antiostentativo e green, ma il punto è che a lui posti come questo mettono l’ansia. Cazzo, a lui piace salutare i vicini quando si scende a buttare la plastica il mercoledì, o a prendere quelle cazzo di lettere nella posta solo quando le cassette sono strapiene. Gli piace l’odore del caffè che arriva dalla casa della vicina, e il casino che fanno a volte i bambini dell’altra famiglia che vive sul suo stesso pianerottolo. Sono tre, uno sproposito. E la più grande sta iniziando a suonare il flauto a scuola. In un posto come questo, di aiuole simmetriche e vetro e alberi mangia CO 2 che costano un capitale la gente mica si saluta quando scende a prendere la posta. Non che questo gli impedisca di rimanere meravigliato dalla bellezza casual e un po’ svedese della casa di Valerio, su all’ultimo piano di un grattacielo superlusso con l’ascensore talmente grosso che potrebbe ospitare un’intera squadra di calcio, riserve comprese. Riccardo fa le sue solite facce da culo nello specchio. Il fondotinta che Alessandro gli ha messo con tanta fatica mentre aveva già in corpo almeno tre bicchieri di bianco fermo - Riccardo ha insistito perché “Se te lo metti tu lo voglio anche io” - gli si raccoglie nelle pieghe ai lati della bocca, rigandolo di rosa avorio. Non è neanche il suo colore, ma Alessandro ha dovuto, per ovvi motivi, improvvisare. Prima che le porte scorrevoli si aprano con uno squillante ding, Alessandro cerca di sistemare il macello con le dita, ma il risultato rimane comunque grottesco. Pazienza, presenterà ai suoi amici una zebra rosa e un po’ ubriaca. Tanto peggio di così…
Le mani ricominciano a sudargli quando Valerio, ospite perfetto, apre la porta - fresca manicure su mise da passerella - e come funghi alle sue spalle spuntano anche gli altri, la musica che giunge soffusa dal salone – i vicini non avranno di che lamentarsi, visto che l’appartamento di Valerio è completamente insonorizzato.
Un numero imprecisato di baci e cazzo che fico che sei fatti guardare dopo, conditi di apprezzamenti e baci anche per Riccardo che accetta ogni manifestazione d’affetto con l’esuberanza tipica dei bambini, si ritrovano seduti intorno al tavolino di cristallo del salone, Alessandro bersagliato di informazioni sugli ospiti - minchia, stasera c’è il mondo - e semi assordato dalla musica che proviene dall’impianto hi-fi incassato e nascosto nelle pareti pannellate di liscio legno chiaro. Léon, il nuovo toyboy di Valerio, ha un anno in più di Riccardo, è vestito di nulla, e ha lunghi capelli biondi che porta accrocchiati sulla nuca in un messy man bun che gli dà l’aria di uno che a letto si lascerebbe fare qualsiasi cosa – è esattamente il tipo di Valerio, si ritrova a considerare, bevendo uno shot di…qualcosa. Valerio racconta, sovrastando la musica con la sua voce argentina, di come si siano conosciuti a una serata industrial ad Anversa e siano andati a vivere insieme due settimane dopo; Léon guarda Riccardo come se fosse qualcosa da mangiare.
Dentro Alessandro si agita un pensiero balzano. Malsano. Che sia questa l’occasione giusta per… nah. Riccardo è diverso dai tizi ai quali Alessandro generalmente si accompagna, foss’anche soltanto per la sua età. Per lui la monogamia ha un valore. Non è il classico ragazzino che si presenta alle feste per darlo via come se non fosse suo, banalmente. Il salone, invece, è pieno fino a scoppiare proprio di gente che non vede l’ora arrivi il momento giusto per girare il remake di Mucchio Selvaggio in ogni anfratto disponibile della casa.
Non che ad Alessandro darebbe fastidio se anche Riccardo provasse l’insano desiderio di giocare ad acchiapparella col didetro con qualcuno dei presenti, anzi. Paradossalmente, gli darebbe sicurezza l’idea che Riccardo sotto sotto possa non essere così strettamente monogamo – un po’ uguale a tutti gli altri. Un po’ qualcuno che, nel malaugurato caso se ne andasse, non gli strapperebbe il cuore dal petto. Non più di quanto abbiano fatto, appunto, i già citati altri.
Pezzi della conversazione gli sfuggono. Riccardo sembra a suo agio, chiacchiera, beve, scuote la testa a ritmo di musica. Le luci soffuse mascherano lo scempio che ha fatto del fondotinta. Tutto questo arancione e il blu ultravioletto che fa brillare la vernice fosforescente di cui è ricoperto un tizio rendono il viso di Riccardo un caleidoscopio meraviglioso di ombre e angoli e spigoli. Lo ama, un po’. Indubbiamente, è innamorato di lui. Indubbiamente, non si sente pronto per un cazzo.
“E comunque se vuoi vederla fuori c’è la Jacuzzi,” cinguetta Valerio a un certo punto, e Alessandro perde il filo dei propri pensieri – menomale.
Riccardo schizza come una molla verso la porta a vetri che dà sulla rooftop terrace , facendo gesti inconsulti verso Alessandro.
“Voglio fare il bagno,” annuncia, quando Alessandro si è avvicinato e in un gesto quasi automatico gli ha stretto il braccio attorno alla vita.
Eh, no, cazzo. Ai festini per giocare al maritino no.
“Fallo. Non ti devo mica dare la mia benedizione,” dice, e l’intonazione dura stride con il fatto che gli sta sorridendo, e che Riccardo lo sta guardando con le stelle negli occhi. A liberarlo da un empasse che ha creato con le sue sole, sante manine, ci pensa Valerio, che attraversa la calca di gente che balla per dire ad Alessandro “Dai smettila di fare la fidanzatina gelosa, giuntino della rimpatriata?” – nel linguaggio segreto di Valerio, si traduce rozzamente come “lo vedo che ti stai imparanoiando. Scollati dal toyboy e vieni a raccontare tutto alla zia mentre fumiamo una canna”. Onestamente, non è per questo che sono fatti i cazzo di festini, ma tra una stronzata e l’altra lui e Valerio non si vedono da qualcosa come otto mesi e magari fare un pochino di Salottino di Barbarella gli potrebbe fare bene in un periodo come questo, in cui si sente incastrato tra due fuochi e impossibilitato a placarne anche solo uno.
Bacia Riccardo sulla bocca.
“Dai, fai un po’ il socialite. Se vuoi fare il bagno fallo pure, che io fumo qualcosa con i miei amici e torno, okay?”
Ma non farà brutto lasciarlo da solo a una festa dove non conosce nessuno?
Beh, obiezione Vostro Onore. Riccardo potrebbe benissimo fare amicizia anche con il tavolino di cristallo se lo volesse. E non sembra intimidito dalle attenzioni che un po’ tutti gli stanno riservando in quanto appartenente alla privilegiatissima categoria dei giovani belli ed efebici, quindi Alessandro può abbandonarlo a sé stesso per cinque minuti senza che dentro prenda a morderlo il senso di colpa.
“Oh. Non stare via mezza serata che il bagno lo voglio fare con te.”
Riccardo lo afferra per il polso. Alessandro glielo bacia prima di districarsi dalla sua presa e mordersi il labbro per il modo in cui Riccardo ha sottinteso che loro, in quella Jacuzzi, finiranno per scoparci. È sempre più convinto di essere fottuto, adesso.
***
“Ma quindi te ti sei innamorato sì o no?”
A parlare è la voce di Giacomo, proteso sul tavolo a penisola della cucina ultramoderna a combattere la chimica mangiando da solo un pacchetto di anacardi salati. Valerio gli passa il giunto con un gesto molle, pigro. Se ne sono rollati un altro e Alessandro sente la testa galleggiare beata nella boccia di un pesce rosso. Beve un goccio di - boh, cazzò è, succo di melograno? - e sospira, inspira. L’erba di Valerio naturalmente è top quality. Si vanta di prenderla dallo stesso spaccino di alcuni volti noti della tv e della movida milanese, e Alessandro non fa troppa fatica a crederlo.
“Ma sì, certo,” sputa fuori insieme al fumo.
“Però ti fai le pare,” commenta Valerio, asettico. Alessandro gli offre un acidissimo sopracciglio alzato.
“Zì, c’ho trent’anni quasi. Non dovrei farmi le pare a stare con uno che ne ha undici di meno?”
“Io con Léon non mi faccio le pare.”
Alessandro ride piano e scopre che gli gratta un poco la gola con tutto ‘sto fumare compulsivo.
“Perché tu con Léon ti permetti di fare la troia in giro e fai fare la troia anche a lui. Io e Riccardo non…boh, noi non siamo così. Cioè io lo farei pure, ma lui non è così, e a me dispiace, sai, deluderlo, dargli un’immagine sbagliata di me, o quel cazzo che ti pare. Forse sento la pressione sociale, cazzo ne so, Tebo si è sposato. E anche Jack qua ci droppa la bomba che ha trovato l’amore della sua vita…”
Giacomo, abbarbicato al suo sacchetto di anacardi, fa una mezza pernacchia.
“Non tirarmi in mezzo eh. Io da parte mia mi sono sistemato. E poi, cazzo, insegna al Politecnico. Sputaci sopra a uno che insegna al Politecnico.”
Valerio lo zittisce prontamente.
“Comunque è indicativo, eh. Che continui a dire noi, noi, noi quando ti riferisci alla tua mezza relazione col toyboy.”
“Ma indicativo di cosa, oh.”
“Eh, lo so io di cosa.”
Alessandro prende una lunghissima boccata dal giunto. Quanto cazzo odia il fatto che Valerio sappia leggerlo così bene.
***
“Ma Riccardo?”
Il salone si sta svuotando. Chi può se n’è andato a copulare da qualche parte. Chi è troppo fatto della roba sbagliata sta ancora ballando in capannelli scomposti vicino al mobilio.
“Ma Riccardo cosa?”
“Dov’è?”
Valerio scrolla aggraziatamente le spalle.
“Boh. Quando siamo andati di là a fumare era qui.”
E grazie al cazzo, Valé.
A parte che quando è una parola che ha perso di significato. Potrebbero essere stati via cinque minuti come sei ore, Alessandro non saprebbe dirlo. La verità è che, cazzo, lui mica ci sa portare i suoi… partner alle feste. E comunque le poche volte in cui l'ha fatto non erano proprio partner, ma gente con cui si divertiva occasionalmente e che poteva benissimo abbandonare senza supervisione senza che questo scatenasse l'inverno nucleare.
Tipo.
"Léon?"
Valerio alza gli occhi al cielo.
"Non sono mica sua madre. Sarà in giro. E poi non ti sei accorto di come guardava Riccardo? Magari sono in vasca, o magari in camera. Léon ha la chiave, visto che la porta l'ho chiusa."
Per qualche secondo, Alessandro è tentato di ribadire ancora il fatto che Riccardo generalmente certe cose non le fa - certo, poi cazzo ne sai di come ragionano ‘sti teenager, è probabilissimo che dicano A, pensino B e facciano C - ma si morde la lingua appena in tempo.
Se anche Riccardo avesse deciso di appartarsi con gli unici ragazzi nel range d'età appropriato per partecipare ad un'orgia con lui, ad Alessandro non darebbe particolarmente fastidio. Non sono tanto le implicazioni della sua sparizione improvvisa in sé a farlo preoccupare, quanto la sparizione stessa. Cioè. Okay, è Riccardo. Da Riccardo può aspettarsi di tutto. L'ha trovato nudo come un verme in pieno marzo sul balcone - e grazie a Dio che il balcone di casa sua è chiuso, un bel cubo di cemento dove anche lui potrebbe praticare il naturismo se volesse - perché "c'è un bel sole, Ale, non ti spogli anche tu?" . Quindi, onestamente, non è proprio quello a fargli vibrare i sensi di ragno, ma.
La situazione a casa di Valerio è, come al solito, degenerata un po'. E Alessandro non ha idea di come Riccardo possa reagire al degenero, che si traduce brutalmente in gente che ha le mani in posti inappropriatissimi in piena vista, luci basse che invitano all’accoppiamento selvatico, rimasugli di droghe varie ed eventuali su ogni superficie piana disponibile e Dio solo sa che cosa stia accadendo nella Jacuzzi in terrazza. Alessandro si sporge dalla portafinestra trasparente a scorrimento, così, per sicurezza. Tra le teste intente a darci dentro nell'acqua calda da scorticare la pelle non individua quella ricciuta di Riccardo. Una parte di lui ne è persino sollevata – Cristo, ma quando cazzo sei diventato così morboso?
Gli sovviene, provocandogli simultaneamente un accesso d’orticaria, che il termine morboso in realtà non è quello più corretto, semmai dovrebbe ripensarsi in termini di una persona che ha una relazione, una relazione più o meno stabile, più o meno monogama, ma la sola idea gli è ancora indigesta, quasi più indigesta del cocktail shakerato a cazzo di cane che ha preparato Valerio mentre facevano salottino in cucina ed erano ancora bene o male sobri, termine inadeguato a definire il suo stato ma pazienza, questo c’è e questo si tiene.
“Hai provato a vedere in bagno?”
Alessandro lancia un’occhiata torva a Valerio, allegro e cinguettante, che si fa passare una canna da Nonsochi, anni forse venticinque, tank top trasparente e jeans talmente attillati che Alessandro si chiede come faccia ad arrivargli il sangue alle caviglie.
Però in effetti in bagno non ci ha guardato, e dove andrebbero ad appartarsi dei ragazzini - ubriachi e probabilmente strafatti - per farsi una scopata di gruppo? In bagno, ovviamente. Been there, done that. Mentre marcia verso il corridoio, Alessandro si ritrova invischiato in più di una situazione che costa alla sua camicia la perdita di almeno tre bottoni, compreso quello del polsino destro. Districarsi dai corpi sudati che richiedono platealmente le sue attenzioni lo conterebbe quasi come un lavoro di fatica, stesso carico fisico che prova giornalmente un manovale in cantiere, anche se Alessandro di cantieri ne sa quanto di fisica quantistica, cioè tipo un cazzo. Al bagno ci arriva sudato, ricoperto per metà dei glitter precedentemente appiccicati al corpo di un efebo mezzo svestito che probabilmente qualcuno ha pagato profumatamente per offrire un po’ di intrattenimento in caso quello già offerto dagli ospiti non bastasse. Okay, ora può ammetterlo a sé stesso: dire sì a Valerio non è stata una grande idea, dopotutto. E, a conti fatti, non era del festino tout-court che aveva voglia, ieri mattina, quando ha malauguratamente detto a Valerio che ci sarebbe andato con un amico, quanto piuttosto di quello che il festino rappresenta. Gioventù bruciata, scatenata, sesso, popper da inalare in quantità industriali…una vita senza legami fissi, senza sbattimenti, un piede nell’adolescenza e uno nell’età adulta per sempre, senza fare mai lo spaventoso salto nel buio – sì lo voglio, sì mi va, sì solo io e te.
Si accorge che si è aggrappato con un po’ troppa foga alla maniglia di gelido acciaio zincato solo quando le nocche iniziano a dolergli.
Minchia, anche tu. Che cazzo ti fai le sessioni di autoanalisi ai festini? Una volta non eri mica così scemo.
Apre la porta, e la scena che si trova davanti è prevedibilmente oscena, lercia abbastanza da sparargli dritta in vena una rush pazzesca di serotonina. Riccardo, schiacciato tra i corpi ugualmente magri e sinuosi di Léon e di un ragazzino di cui Alessandro ha dimenticato il nome nel momento stesso in cui gli ha stretto la mano, buona parte dei loro vestiti sparsi sul pavimento, e una quantità spropositata di fluidi di varia natura, la maggior parte dei quali indecentemente spalmata sulla pelle tatuata di Riccardo. Non è un fan del voyeurismo - e non ci tiene ad aggiungere anche questo alla crescente lista dei suoi feticismi - ma l’idea lo accarezza, rimanere qui e godersi semplicemente lo spettacolo. Magari fumarsi anche un’altra canna nel mentre. Osservarli e farsi sconciamente una sega, ché la bellezza va celebrata, e che cos’è un orgasmo se non un grande, grandissimo complimento? Perso nella contemplazione di questo quadretto che sembra uscito direttamente da un film di Pasolini, lascia vagare lo sguardo sul modo in cui Léon succhia, lecca e bacia la spalla ossuta di Riccardo, e si perde il momento in cui le palpebre socchiuse di lui si aprono come serrande sui suoi occhi fuori fuoco, annebbiati, arrossati dal fumo che ormai pervade tutte le aree della casa che non siano state prudentemente sigillate dietro le loro spesse porte di legno costoso, smaltato d’azzurro carta da zucchero. Si accorge che Riccardo ha, apparentemente, recuperato un minimo di lucidità solo quando lo sente gemere il suo nome, e tendersi e contorcersi per sfuggire all’abbraccio di Léon e dell’efebo che gli sta artigliando possessivamente la vita per avvicinarsi a lui. Il bagno sembra una cazzo di reggia, e Alessandro sospetta sia grande almeno quanto il suo salotto.
“Ti ho cercato ovunque,” lo ammonisce, ma la realtà è che in un istante si è dimenticato ogni paranoia da mammina ansiosa…e tutto il resto. La vista, dal suo punto d’osservazione privilegiato, è troppo bella perché Alessandro possa davvero dirsi anche solo vagamente seccato da Riccardo, e se non fosse per il fatto che stasera indossa una gonna si sentirebbe già da un pezzo costretto all’altezza del cavallo. Il che dovrebbe spingerlo a riflettere intensamente su quale orrenda china abbiano preso i suoi gusti da quando conosce Riccardo - non era tipo da efebi, prima - ma… well. C’è tempo e luogo per certe considerazioni, e come gli ha già fatto gentilmente notare la sua personalità numero ventotto, un festino non è esattamente il posto migliore per trovare le risposte alle grandi domande dell’universo, a meno che le grandi domande dell’universo non si riducano a “vuoi venire?” e le risposte a “sì” . Paradigma, comunque, universalmente applicabile a come si sta sentendo in questo preciso istante. Vuole venire. Sì.
Pazzesco come il cervello perda di colpo qualsiasi capacità logico-critica di fronte a una situazione da Pornhub.
Riccardo accenna qualche passo dinoccolato e incerto verso di lui, e ad Alessandro un brivido percorre la schiena, per piantarglisi direttamente in mezzo alle gambe – questo è l’effetto che Riccardo ha su di lui, anche se ha palesemente bevuto un bicchiere - anzi, a ben vedere una bottiglia intera - di troppo e lo guarda con queste enormi pupille dilatate, come quelle di un'upupa sotto benzodiazepine, la bocca morbida e un poco cadente, umida di saliva d’altri e livida di morsi e baci. Alessandro passerebbe volentieri il resto della serata in questo spazio liminale e annebbiato in cui godere della bellezza arrendevole, di carni senza ossa, di Riccardo, se non fosse che la malagrazia pesante con cui gli si schianta addosso non appena trova la retta via per le sue braccia sia abbastanza inusuale da fargli trillare almeno un paio di campanelli d’allarme nel cervello, con la nefanda conseguenza di strapparlo anzitempo alle sue fantasie scandalose da frequentatore abituale di locali per scambisti – altro kink che non desidera sperimentare, cazzo no grazie.
Bracca Riccardo prima che, a furia di spingerlo, appoggiandoglisi contro con la stessa leggadria di un elefante, finiscano entrambi per attraversare in malomodo il cristallo senza aloni del box doccia.
“Oh, Ricky. Tutto a posto, sì?”
La risposta di Riccardo è un mugugno inarticolato che si perde nella stoffa della sua camicia. Alessandro si impone di contare almeno fino a cento prima di saltare a conclusioni affrettate, ma nella sua mente si aprono già scenari apocalittici degni del peggior action movie hollywoodiano, accanto a serene prospettive di sbronze che il ragazzino smaltirà in qualche ora o stronzate simili – avrà fumato troppo? Per quello che ne sa, ossia quello che afferma Riccardo, la sua personalità scoppiettante nulla ha a che vedere con l’uso abituale di droghe, anzi, tutto il contrario. Forse, magari, Léon e quest’altro piccolo Adone l’hanno convinto a farsi un personal per sciogliersi un po’ - anche se Alessandro dubita che Riccardo necessiti di un giunto tutto per sé per sciogliersi quando la situazione lo richiede, cazzo, è Riccardo; di solito gli basta una carezza per abbassarsi le mutande - e il connubio alcool+THC l’ha fatto sfasare. Non sarebbe strano, anche Alessandro a volte sfasa quando si cimenta nei proverbiali mischioni. Delicatamente, prende il viso di Riccardo e lo solleva appena, pollice e indice a sostenergli il mento progettato ed eseguito da un maestro scultore in stato di grazia. Léon e l’altro giovane baccante li osservano curiosi, appollaiati come strani uccelli esotici contro al lavabo ovale grande quanto una vasca da bagno.
“Tutto a posto?” Gli ripete, lentamente questa volta, sfiorandolo piano. Riccardo curva la bocca in un sorriso piccolo, non esattamente lucido, che assomiglia all’espressione soddisfatta di un gatto dopo che ha sapientemente liberato a colpi di zampetta un’intera mensola da ogni suppellettile. Non risponde, e questo dovrebbe essere indicativo. Alessandro attende fiducioso, perché non può fare che questo…o imparanoiarsi talmente tanto da rivelare al mondo quanto follemente in basso sia caduto per stare dietro a Riccardo come una paziente maestra di sostegno. Riccardo rimane a fissarlo instupidito per qualche secondo di troppo. Quando deglutisce a vuoto per mandare giù il groppo che gli si è formato in gola, Alessandro sente distintamente il click disgustoso del proprio pomo d’Adamo riverberargli nelle orecchie.
Da lì in poi, è tutto in discesa. Dall’Everest. Su uno skateboard infuocato. A cui mancano tre ruote su quattro.
Mentre lo sta ancora fissando come se avesse in corso tre ictus tutti insieme, a Riccardo inizia a sanguinare il naso, copiosamente, come se qualcuno avesse aperto un rubinetto per mettere in scena una delle Piaghe d’Egitto, letteralmente un cazzo di fiume di sangue. Gli cola giù per l’angolo della bocca, sporcandogli quel poco di vestiti che gli sono rimasti addosso, macchiando probabilmente per sempre la camicia di Alessandro, schiantandosi al suolo in dense gocce tonde. È Léon quello che inizia a urlare, isterico e più rauco di quanto Alessandro si aspettasse da qualcuno che sembra provenire da una dimensione di esseri assimilabili agli angeli – che a quanto pare hanno la voce da gallina. Avesse le energie mentali per farlo, ne prenderebbe nota. In qualche testo lo potrebbe dire che gli angeli hanno la voce da gallina. Riccardo si lascia andare tra le sue braccia come un sacco di patate, strisciando i piedi sul pavimento in maniera totalmente scoordinata. Alessandro si sente morire quando vede i suoi occhi roteare senza apparente motivo all’interno delle orbite, senza che stia esibendosi in una delle facce da culo che gli piace tanto fare davanti alle fotocamere. Il suo primo, asfissiante pensiero è che Riccardo, per nessuna ragione, stia avendo una crisi epilettica, ma i suoi muscoli sono docili, pliabili, distesi…di solito gli epilettici sono tonici, giusto ? Stecchiti. Rigidi. Incapace di ricordarsi l’ABC del primo soccorso, Alessandro prende a picchiettargli le dita contro le guance, buffetti leggeri che gli danno l’illusione di stare facendo qualcosa di concreto mentre il cervello di Riccardo sembra combattuto tra il totale shutdown, la perdita di coscienza, o il mantenimento di una qualche parvenza di allerta, sia pure con limiti che Alessandro non ha neanche la pretesa di comprendere o spiegarsi. Innanzitutto, per azzardare almeno un’ipotesi dovrebbe avere una vaga idea di quello che ha preso, fumato e bevuto - Alessandro è sicuro di aver visto dei farmaci con prescrizione venire passati di mano in mano, e qualche pasticca di MDMA - ma l’ultima volta che l’ha visto dopo aver avuto la malaugurata idea di lasciarlo da solo Riccardo stava semplicemente osservando la Jacuzzi con la faccia di uno che l’avrebbe voluta divorare, perciò… perciò un cazzo.
Ma perché minchia l’hai lasciato da solo a un festino di Valerio?
No, Alessandro trova la forza di rispondersi, perché minchia ce l’ho portato, a un festino di Valerio.
Bella domanda.
Ora, per il suo egoistico bisogno di staccare e di fare finta di non avere una cazzo di relazione vera , deve fare i conti col fatto che forse avrà Riccardo sulla coscienza. Cristo. Se aprisse bocca adesso verrebbe scomunicato, palese.
“Ricky, oh, guardami. Se svieni ti lascio qui,” minaccia, ma gli trema la voce. Riccardo continua a roteare gli occhi senza soluzione di continuità, e dal naso gli cola una fontana di sangue. A un certo punto qualcuno lo sposta. Valerio. Con lui c’è un tizio che ha il rossetto sbavato, mangiato.
“Lui è medico,” dice Valerio. Il tizio si gratta la testa e precisa: specializzando. Ad Alessandro andrebbe bene anche un veterinario, non è schizzinoso.
“Ma che cazzo ha preso?” Chiede lo specializzando mentre gli prende il polso, e Léon e l’Adone si guardano spaesati. Alessandro sa che dovrebbe specificare che Riccardo non prende mai un cazzo, ma il cervello non dà il comando giusto alla bocca e quello che gli esce è semplicemente un gemito. Bruttarello. Stonato. Grazie alla ricostruzione un po’ balbettata ed estorta con le tenaglie a Léon e Piccolo Adone, scoprono che stasera si è dato alla pazza gioia, perché non ha detto di no ai popper, ed essendo Léon, Adone e Riccardo giovani e completamente incoscienti la quantità consumata è stata assolutamente eccedente anche a quello che è umanamente accettabile a un festino. Nel generale clima di tragedia greca con spettatori, si decide di mettere Riccardo a letto a riprendersi un po’ - gli altri decidono, Alessandro è abbastanza fuori di sé da avere l’ agency di un personaggio secondario in una romcom di bassa lega - con l’ammonimento che se dovesse iniziare ad avere difficoltà respiratorie andrebbe portato dritto in pronto soccorso. Alessandro si sente dire “Ma in che senso difficoltà respiratorie?” ma non ascolta la risposta di Specializzando, preso com’è a caricarsi Riccardo a peso morto in braccio, in una stranissima messa in scena della Pietà in cui lui interpreta la Vergine Maria. Cazzo. Merda. Cazzo.
Si ripete bestemmie e parolacce in testa finché non sono riusciti in uno sforzo corale a mettere Riccardo su un fianco, a letto, con una bacinella per i panni dove farlo vomitare alla bisogna e, drenato di ogni energia, siede in un mezzo squat sul pavimento, a guardarlo aprire e chiudere ritmicamente gli occhi come se volesse rimanere sveglio e se ne pentisse subito dopo.
Bravo, Alessandro, proprio una bella idea del cazzo hai avuto.
***
Il festino finisce in maniera piuttosto misera, con Valerio che manda via gli ospiti - tutti più o meno troppo leggeri sulle gambe - alla chetichella. Vengono risparmiati solo quelli che stanno dormendo nelle due camere di servizio e quelli che stanno ancora giocando al remake di qualche porno degli anni Settanta nella Jacuzzi. Specializzando si offre di accompagnare Alessandro e Riccardo a casa, una volta che il naso di Riccardo ha smesso di sanguinare e hanno appurato che non sta rantolando o annegando a secco.
Metterlo in macchina si rivela essere una sfida degna di Bear Grylls, con Riccardo che è un gomitolo di arti scomposti che sovente tira in faccia a qualcuno col rischio di cavare occhi, collaborativo come una tigre dopo che è stata sedata e risvegliata a calci. Recupera il senno per pochi minuti, e solo per stringersi ad Alessandro e annunciare lamentosamente che gli scoppia la testa, per poi ripiombare nel suo dormiveglia agitato, con il cuore che gli rimbalza fuori dal petto e gli fa pulsare le vene del collo a velocità quasi supersonica. Specializzando ha detto che farà qualche giorno a stare di merda, visto che non è un consumatore abituale, e ha sciorinato una lista di farmaci che Alessandro non deve assolutamente fargli toccare per il mal di testa – questo qui no, per via del fegato. Quest’altro no, ha effetto vasodilatatore. Con questo è matematico che lo fai collassare, evita.
Durante il tragitto si fermano due volte per farlo vomitare. La prima ricorda moltissimo una scena de L’esorcista. Alessandro gli tiene pazientemente la fronte sudata, prendendosi da solo a male parole per averlo trascinato a una festa e aver innescato una catena di eventi che avrebbero potuto essere cento volte più tragici di così, e pensa che dovrà a Valerio delle scuse, gli regalerà uno di quei vasi stra costosi che gli piacciono tanto, una cena da Cracco, qualsiasi cosa. Cristo, Riccardo, ma che cazzo ti è saltato in mente?
A casa si ripete il copione, con la sola differenza che Alessandro congeda Specializzando senza farlo salire e tirare in casa un Riccardo assolutamente non collaborativo è più difficile del previsto, in parte perché anche lui non ha ancora smaltito del tutto la botta e in parte perché, man, Riccardo ci mette davvero del suo per non rendergliela easy.
Quando riesce, di nuovo, a metterlo a letto e togliergli le scarpe, Alessandro è incazzato. Con sé stesso, principalmente, ma siccome è profondamente convinto della capacità umana di autodeterminarsi, anche con Riccardo, che ha consapevolmente scelto di annusare delle cazzo di boccette colorate fino a collassare dio solo sa perché.
Cioè.
Alessandro sa benissimo perché. Ammetterlo non gli servirebbe comunque a nulla adesso. In fretta si libera dei vestiti; la camicia molto probabilmente sarà da buttare, macchiata com’è del sangue che è sceso dal naso di Riccardo. Senza curarsi di andare a levarsi di dosso i glitter e il resto delle schifezze appiccicate alla sua pelle, Alessandro gli si stende accanto, il naso quasi a toccare il suo, e con le dita gli scolla pazientemente i ricci dalla fronte, piano, accarezzandolo e cercando di ammansirlo quando si agita e geme, il battito del suo cuore un orologio impazzito che riverbera rumorosamente nel materasso.
Alessandro si sente cazzo stanco. In colpa e stanco. Si passa una mano sulla faccia, pesantemente, e gli sovviene che non ha ancora nemmeno dato una scorsa all’orario. Sicuramente è già quasi l’alba. Meglio così, meno ore per l’autoanalisi e i patemi mentali. Sempre che Riccardo non decida di avere una crisi respiratoria adesso, che sarebbe solo la ciliegina su una torta di merda.
Perché cazzo l’hai portato da Valerio? Una vocina molesta e rabbiosa nel fondo del suo cervello gli domanda. Alessandro potrebbe scrivere un’epopea sui perché e i percome della sua scelta ma l’unica risposta che si sente di darsi mentre guarda Riccardo corrugare la fronte ed emettere un sospiro lamentoso è non lo so. Davvero, non lo so.
***
“Bevi.”
La prima cosa che gli dice quando Riccardo si sveglia è bevi. Gli porge il bicchiere, Riccardo lo guarda, ed è ancora annebbiato abbastanza da non porsi domande. Com’era prevedibile, lo tracanna in meno di sette nanosecondi, giù per la trachea alla velocità della luce, e Alessandro deve distogliere lo sguardo perché anche nei momenti meno opportuni la sua gola che si muove e il collo che si piega aggraziatamente all’indietro gli causano non indifferenti movimenti tellurici tra le cosce, e allora meglio non rischiare che ieri s’è già rischiato abbastanza – da questa storia, Alessandro spera di averci cavato un insegnamento. Se saranno solo capelli bianchi, riterrà Riccardo moralmente responsabile.
Riccardo gli rifila una delle sue migliori occhiate da cucciolo bastonato – Sei arrabbiato con me? Lo pensa, glielo si legge negli occhi. Non lo dice.
“Cazzo, che legnata. Ho mal di testa. Ho bevuto tanto ieri sera?”
Non vuole sputargli addosso parole caustiche che non pensa davvero. Come al solito, vorrebbe prenderlo a schiaffi e poi baciarlo. Oggi, in particolare, prenderlo a schiaffi, e prendere contestualmente a schiaffi anche sé stesso, eppure prima di parlare conta fino a dieci, perché davvero Riccardo non si merita anche i calci nelle gengive. Sarebbe come prendere a calci il proverbiale cavallo morto, e Alessandro è stronzo, okay, ma mica un bastardo di prima categoria.
“Ma magari avessi solo bevuto, figlio mio,” gli scappa dalla bocca, un po’ acido. Riccardo aggrotta le sopracciglia e si mette a cercare altra acqua. Previdente, Alessandro ha portato la bottiglia, gli riempie di nuovo il bicchiere e annuisce incoraggiante quando Riccardo lo butta giù alla russa. “Tu non ti ricordi proprio niente di ieri?”
Riccardo scrolla le spalle. Il suo colorito tende al grigio, e il fatto che abbia le labbra quasi dipinte di gesso è preoccupante. Non è tipo sintomo di poca ossigenazione o qualcosa del genere?
“No boh cioè…qualcosa. Cos’è che ho preso?”
Eh. Cos’è che non hai preso, piuttosto.
“Popper.”
“Sapevano di chimico.”
“E grazie al cazzo.”
Alessandro, per buona misura, gli versa un altro bicchiere d’acqua. Riccardo sembra rimanere sospeso nel suo limbo di ottusa incredulità ancora per un po’ prima di giungere alla mirabolante, assolutamente inaspettata conclusione di aver forse esagerato con le boccettine colorate.
“Ale, ma…sono stato male ieri?”
Buongiorno principessa.
“Sì. Mi hai fatto cagare sotto. Se lo fai un’altra volta ti avviso che ti rispedisco a casa dei tuoi a pedate nel culo, Riccardo, e non sto scherzando.”
Stavolta è serio per davvero. Riccardo sembra capirlo, perché si mordicchia appena l’interno della guancia e annuisce, l’immagine perfetta del discolo sgridato da una madre esasperata.
“Mi fa un male porco la testa,” ammette. Alessandro non riesce a restare arrabbiato con lui in queste condizioni. Però è piuttosto piccato quando risponde “Spiace. Ma te lo devi tenere perché per un paio di giorni non puoi prendere manco un caffè, figurati il Moment o la Tachipirina” e Riccardo gli offre una delle sue migliori interpretazioni del cucciolo bastonato che, per quanto ad Alessandro secchi ammetterlo, col colorito di Laura Palmer nel sacco di cellophane ci va a nozze. Cazzo, che bastardo.
Non la scamperà ancora a lungo a una di quelle lavate di capo che se le ricorderà ancora quando sarà vecchio e curvo in casa di riposo, Alessandro sta davvero ribollendo dalla voglia di ribaltarlo come un calzino per essere stato così incosciente, ma… sì cioè. Può farlo dopo. Magari a Riccardo sarà passato il mal di testa. E gli sarà tornato un poco di colore sulle guance ceree. Comunque è indubbio, prima o poi dovranno parlarne. Io mi prendo le mie responsabilità se tu ti prendi le tue.
"Dai, rotola un po' in là. Mi metto cinque minuti a letto con te. Tu hai fame?"
Riccardo scuote la testa.
"No, mi sembra di avere i pesci nello stomaco," spiega, con un mezzo sorriso sulla faccia. Il sorriso di chi sa di avere ancora un po' di tempo prima della resa dei conti. Alessandro, tra sé, lo ribadisce. Che bastardo.
"Meglio. Non c'ho fame neanche io. Guarda cosa mi fai, mi levi l'appetito."
Riccardo gli si accoccola contro. Bastardo e anche ruffiano. Ha le mani gelate, e Alessandro tira il piumone sopra entrambi, anche se lui probabilmente scoppierà di caldo tra meno di cinque minuti.
"Scusa per ieri," gli mormora contro una spalla, dopo un lungo minuto di silenzio. Alessandro vorrebbe dirgli di stare zitto, per piacere, che non è il momento, che questa conversazione l’avranno domani - o magari mai più, a lui spazzare la polvere sotto al tappeto piace fin troppo, specie quando si sente in difetto - ma tutta la sua convinzione s’infrange contro al fatto che dalla bocca gli esce un pietoso, miserevole “No, scusa tu. Non avrei dovuto farmi i cazzi miei quando alla festa c’eri tu con me”.
Riccardo, comunque, sembra abbastanza intenzionato a chiudere qui il discorso, e Alessandro non si vergogna nemmeno di tirare un sospiro di sollievo di fronte alla sua arrendevolezza un po’ malaticcia, da orfanello di Dickens bisognoso di un caminetto per scaldarsi le ossa e di un po’ di attenzioni. Se lo lascia accomodare addosso, delle smorfie a increspargli il viso quando qualcosa gli fa male, e appallottola i cattivi pensieri in un involto di panni orrendi e sporchi da spingere a viva forza sul fondo del cestone della biancheria. Il caffè gli rumoreggia nello stomaco vuoto. Starà già iniziando a digerirsi da solo? Non ha fame, ma potrebbe averne presto.
“Guarda che se hai fame puoi andare a farti il pranzo. Tanto io dormo,” sbadiglia Riccardo, notando il modo in cui il suo stomaco brontola insistentemente. Alessandro scuote la testa.
“Dopo. Adesso rimango qui un po’.”
Tirannico, certo, ma non sempre i compromessi sono il suo forte. Poi si sente anche in colpa, cazzo, perciò sa già che farà almeno un paio di giorni di assoluto e immotivato zerbinaggio – quando gli gira, funziona così. A Riccardo non sembra dispiacere particolarmente, e qualche minuto dopo si è già riaddormentato.
Alessandro, comunque, si dimentica di pranzare. Non esce dalle lenzuola finché non lo fa neanche Riccardo. Se è amore o semplicemente senso di colpa, per sua fortuna si dimentica persino di domandarselo.
