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E tu sei il tostapane che ci cade dentro

Summary:

Avete mai provato a fare un tampone rapido a un leone?
Alessandro si metterebbe a ridere, se la situazione non fosse tragica. Stanotte non ha, prevedibilmente, dormito un cazzo, con Riccardo nel letto che si agitava, tirava i calci e piagnucolava.
Che cazzo di teatrante.
Sì, chiaro, aveva la febbre a trentanove e qualcosa, ma Alessandro si è prodigato un sacco per farlo dormire, gli ha pure messo le pezzuole fresche sulla fronte e sui polsi - sua madre ha detto che si fa così, quindi deve essere vero per forza - mentre gli faceva ingollare una Tachipirina 1000 probabilmente scaduta quando le galline erano ancora dinosauri, e pregava qualsiasi divinità per riuscire a fare almeno un riposino di due ore.

 

Riccardo si presenta a casa di Alessandro con la febbre a 39°C. Per Alessandro sarà l'inizio di una settimana pesante.

Work Text:

 

 

 

 

 

 

Alessandro Mahmoud è uno che alla vita ci è arrivato preparato. Niente, però, l’ha preparato adeguatamente al momento in cui si trova Riccardo sulla porta di casa in giubbotto, canottiera, pantaloni della tuta e ciabatte, sotto il diluvio universale dell’inizio di marzo, dopo una giornata intera passata a negarsi al telefono e a rifiutare ogni sua chiamata senza un cazzo di motivo apparente – mica hanno litigato, no? Non hanno neanche lontanamente discusso. Ieri, come al solito, si sono dati la buonanotte - ad un orario insolitamente civile per gli standard di Riccardo, ma dopo la settimana che hanno avuto Alessandro non se l’è sentita di chiedergli di fargli compagnia un’altra mezz’ora - e poi…beh, bordello zì.

A mezzogiorno, Alessandro ha smesso di guardare il cellulare.

Se mi vuole mi cerca, io non sono lo zerbino di nessuno, si è ripetuto in testa fin quasi a convincersene. Opera un po’ vana, perché a cadenza semi-regolare ha sbirciato le notifiche, ma di Riccardo nessuna traccia, nemmeno mezzo segno di vita, e gli è parso strano perché il ragazzino vive praticamente con il cellulare appiccicato al palmo della mano e-

E vaffanculo, si è detto di nuovo. Non sono sua madre. Non devo mica rincorrerlo.

Una pia, pia illusione. 

Alessandro lo scopre a sue spese nel tardo pomeriggio, quando il campanello suona, pesante e persistente, un concerto per polpastrello che gli va vibrare i denti nelle gengive dal fastidio . Visto che ha già i coglioni che producono energia pulita da moto perpetuo come pale eoliche e sta tentando di scrivere dall’ora di pranzo senza successo, contempla l’idea di non alzarsi dal pianoforte e lasciare che l’incomodo passi da sé. Se è il corriere col suo pacco di Amazon può tranquillamente lasciarlo sullo zerbino. Di sicuro non è il tizio di Glovo che dovrebbe portargli la merenda, l’ha appena ordinata, e comunque neanche il rider più esperto ha la bicicletta con i razzi. 

Il trillo del campanello contribuisce a esacerbare il suo umore già alterato, ma non ha voglia di avere cazzi con i vicini e l’amministratore di condominio solo perché qualche stronzo si sta letteralmente scorticando le dita sul suo campanello. Strilla, per sovrastare il terribile ronzio che è lì lì per dargli un principio di emicrania.

“Arrivo!”

Sperando che il ringhio basso a malapena ricacciato indietro in gola dissuada il visitatore dal rompergli le palle più del dovuto - inconveniente del mestiere quando sei Mahmood - Alessandro trascina i piedi sul pavimento gelato, la schiena che gli scrocchia piacevolmente dopo aver passato almeno mezz’ora nella stessa identica posizione, a fissare il vuoto con il quadernino davanti, pagine e pagine di scarabocchi in brutta grafia di cui forse salverà e utilizzerà tre frasi, non di più.

Scatto di chiavi. Due mandate, che non si può mai sapere qui a Milano. Apre la porta come se la sola idea di non vivere in un bunker antiatomico isolato dal mondo intero gli sia divenuta di colpo intollerabile. In giorni come questo, l’idea di mollare tutto e andare a fare il guardiano del faro di Mys Krigygun gli sembra un’idea più che allettante, altro che stare a scrivere al pianoforte e avere seccatori alla porta ogni due per tre.

Contro ogni sua più tetra aspettativa, però, davanti non si trova né un corriere, né un fattorino, né un matto che per avere un selfie con Mahmood è andato dritto alla fonte. Sullo zerbino impersonale, dalla scritta welcome stampata in un font incomprensibile, c’è Riccardo, che ondeggia su gambe instabili, il viso più pallido del giaccone bomber bianco che indossa - aperto! - sopra una canottiera a costine dello stesso colore. Per una manciata di secondi Alessandro non reagisce, genuinamente spiazzato. Se ne sta sulla soglia in calzini bucati e maglione comprato tre vite fa, le sopracciglia aggrottate sopra il naso e la bocca atteggiata in una smorfia confusa, il cervello in buffering che gli ripete incalzante che la sua vita è una brutta sit-com e che davvero dovrebbe candidarsi a eremita da giardino, o qualcosa del genere.

Con che cazzo di diritto Riccardo si presenta qui dopo averlo ghostato tutta la giornata? Alessandro vorrebbe chiederglielo e poi, possibilmente, sbattergli la porta in faccia, perché sottone sì, coglione no. Ce l’ha ancora una dignità, anche se davanti a Riccardo vacilla molto spesso.

Eccheccazzo.

La splendida mozione parlamentare, in ogni caso, non va da nessuna parte. Si infrange contro la barriera debolissima, flebile di un “Devo vomitare” che scivola fuori dalla bocca pallida e inaridita di Riccardo come una preghiera in un santuario per le Grazie Divine. Alessandro si sposta di un passo per permettergli di fiondarsi dentro e seguire la sua memoria muscolare fino al bagno, dove svuota il misero contenuto del suo stomaco…nel bidet.

Ma che cazzo, zì. 

Lo guarda accasciarsi sul pavimento bianco e rosa, le ginocchia che tremano nei pantaloni della tuta sporchi di dio solo sa cosa, il giaccone che ancora soffoca il tremore convulso delle sue spalle da uccellino mentre vomita il nulla facendo versi da bestia ferita.

In generale Alessandro è schizzinoso su queste cose, non sopporta sentire la gente vomitare, o vedere quella robaccia galleggiare in pozze maleodoranti nel cesso, neanche se ha vomitato lui. Adesso è talmente preoccupato per Riccardo che praticamente non ci fa caso. Si avvicina torcendosi le mani, scrocchiando compulsivamente le dita lunghe, incallite dove ha tenuto la matita tutto il pomeriggio, ancora sporche di mina hb grigio scuro. Nella sfiga, gli ha detto culo che apparentemente Riccardo ha dimenticato di mettersi dei solidi nello stomaco oggi, perciò ha vomitato soltanto saliva e tè. Nulla che una sciacquata vigorosa non possa levare dalla ceramica lucida del suo bidet senza che Alessandro debba mettersi i guanti e darci dentro con l’olio di gomito.

Però.

Prima che un altro conato lo costringa a piegarsi di nuovo con un gemito orrendo, Riccardo solleva su di lui il suo sguardo pietosamente implorante, gli occhi lucidi e arrossati cerchiati da ombre livide. Istantaneamente dimentico della sua ferma intenzione di volersi negare, Alessandro è in ginocchio al suo fianco in tempo record, a massaggiargli la schiena e a levargli i riccioli dalla fronte imperlata di sudore, mormorando cazzate incoraggianti mentre i conati a secco gradualmente si placano e Riccardo può, con un gran sforzo, appoggiare la fronte al rubinetto del bidet, sospirando al contatto con la superficie d’acciaio freddissimo contro la pelle.

Sì, è vero: Alessandro Mahmoud è uno che alla vita ci è arrivato preparato, ma solo fino a un certo punto. Così, le sue doti oratorie non lo assistono quando dalla bocca gli esce un onesto, liberatorio “Ricky, ma che cazzo” che da solo basta a convenire una giornata intera di paranoie, dubbi, ansie varie ed eventuali, e infruttuosi tentativi di levarsi il cervello dal compulsivo domandarsi se Riccardo fosse tipo morto in un fosso.

Molto maturo, eh. Uno non ti scrive per mezza giornata e pensi che sia morto in un fosso.

Non che la realtà sia più…incoraggiante, per dirla in parole povere.

Ha visto Riccardo dare di stomaco un paio di volte, ma non l’ha mai visto così distrutto, abbattuto, un civile colpito in pieno da un cecchino appostato fuori dalla finestra. Nemmeno con in corpo l’equivalente del suo peso in superalcolici e vino Alessandro l’ha visto così provato. Gli si insinua in testa un dubbio, ma l’idea è talmente aberrante che la scarta a priori. Continua ad accarezzargli la schiena attraverso il giaccone imbottito, di tre taglie più grandi; Riccardo ha il respiro corto di chi ha corso una maratona senza essersi allenato e tossicchia debolmente, stringendo il bidet ovale fino a sbiancarsi le nocche delle dita.

“Mi sa che non sto bene,” ha il coraggio di ammettere, quando ad Alessandro sono già venuti i calli alle ginocchia per il tempo passato sul pavimento.

Minchia, è arrivato Sherlock Holmes.

“Ma dai. Ti sa, eh. Supponi. Dai, su, alziamoci che il pavimento è freddo.”

Non vuole dirgli che gli fanno male le ginocchia. Riccardo lo sfotterebbe perché è un vecchio. Non avrebbe tutti i torti, comunque. Per fortuna il workout paga, e riesce a sollevare Riccardo quasi a peso morto, sbuffando per la goffaggine del cappotto che lo rende in tutto e per tutto simile all’omino Michelin. In salotto, lo abbandona a sé stesso per i due minuti scarsi che gli occorrono per pescare un maglione, una maglietta risalente al paleozoico e un paio di pantaloni, ma per ogni evenienza gli spinge tra le mani il cestino della carta che fa bella mostra di sé accanto al pianoforte, fedele compagno di miliardi di fogli appallottolati e mandati al macero durante le frequenti crisi da pagina bianca. Capita anche ai migliori. 

“Hai mangiato qualcosa di strano?” Domanda, con la testa ficcata nell’armadio. Per domande complesse tipo come sei arrivato qui o perché cazzo non sei rimasto a casa tua, babbo di minchia ci sarà tempo. Non che ad Alessandro non faccia piacere avere Riccardo intorno – gli fa fin troppo piacere, il che ha creato uno squilibrio nella Forza avvertibile a sei galassie di distanza. Sono ben lontani i tempi in cui tollerava la presenza di Riccardo, quando lo teneva a distanza e mal sopportava che il suo concetto di rispetto della privacy si limitasse al non accompagnarlo fin dentro il cesso…e anche questo periodo di malcelata insofferenza è comunque durato pochissimo per i suoi standard. Mentre pesca dei pantaloni puliti, Alessandro può letteralmente sentire Riccardo rimuginare, sebbene non produca alcuna risposta in tempi ragionevolmente brevi. Sarà un silenzio-assenso? Difficile a dirsi. Con il suo involto di panni da brava massaia di fine Ottocento sottobraccio, Alessandro torna in salotto, dove trova Riccardo spiaggiato sul divano, lo sguardo da zombie fisso sul televisore spento e il controller della Play che gli preme nelle costole. La prima cosa che fa è salvare il controller, naturalmente. Chiaro, il suo conto in banca non soffrirebbe un colpo mortale se dovesse trovarsi costretto a ricomprarlo, ma nella sua personalissima opinione prevenire è meglio che curare e quindi via, sciò piccolo controller, non sei più gradito qui. Riccardo a malapena segue i suoi movimenti con gli occhi. Sbatte le ciglia, lunghe e soffici e piene come ventagli, e lascia che sia Alessandro a metterlo seduto, a togliergli di dosso i vestiti e a ficcarlo dentro la maglietta e i pantaloni avendo cura di non fargli prendere freddo allo stomaco. Che poi Riccardo è così caldo e trema appena, la pelle d'oca a rizzargli quei tre peli che ha sulle braccia, e ad Alessandro viene la malsana idea di posare la bocca sulla sua fronte, salvo poi masticare bestemmie degne di immediata scomunica non appena realizza che Riccardo sta - e non è un'esagerazione - bollendo. 

"Ricky, ma cazzo, hai la febbre!"

Non vorrebbe farla suonare come un'accusa, Cristo, ma di questi tempi anche uno starnuto al supermercato è considerato passibile di Norimberga popolare, figurarsi la febbre. Alta, per altro, perché la differenza di temperatura tra le sue mani gelide e sudaticce e la sua fronte è pari a quella dell'escursione termica nel deserto. Riccardo lo guarda da sotto, occhi rossi e lucidi come biglie passate con la carta vetrata, e giusto perché lui non è petulante - nossignore! - si lascia sfuggire un pigolio da pulcino morente – ad Alessandro piacerebbe dire che il muso da cucciolo bastonato e i versolini da animaletto che non vuole finire nel tritaragù non fanno alcun effetto sul suo animo inflessibile, ma sarebbe una crassa bugia, quindi si lascia muovere a pietà e schiocca la lingua contro il palato come a dire vai tranquillo, non fa niente, quando Riccardo gli dice penosamente "Scusa" a voce bassa.

“Eh. Scusa,” ripete lui, infagottando Riccardo in un plaid. Gli pare di avergli messo i calzini puliti al contrario, ma chissenefrega, sono sottigliezze alle quali nemmeno lui bada quando ciabatta per casa nei giorni completamente dedicati alla scrittura. “Ma da quant’è che non stai bene? E comunque adesso devo cercare un termometro, se ti spaccassi un uovo in testa si cuocerebbe,” commenta e, minchia , da quando ha iniziato a parlare come sua madre?

“Boh. Qualche giorno. Ma non so se prima avevo la febbre, non l’ho misurata.”

E qui si brucia la possibilità per Alessandro di fare la domanda da un milione di dollari: Ricky, ma prima di venire qui l’hai fatto un tampone?

“Ah. Bene.” Alessandro non ha mai avuto, né pensa che avrà mai, la stoffa e la vocazione per fare l’infermiere. A mali estremi, però, estremi rimedi. “Ma almeno i tuoi lo sanno che sei qui?”

Riccardo si tira il plaid sotto al mento, scomparendo tra i cuscini del divano fin quasi a fondersi con la stoffa color crema che fa a cazzotti con la parete del salotto – perdoname madre por mi vida loca, ma la Zucchi questo teneva, e a me il copridivano serviva. 

“Avranno dato per scontato che venivo da te. Ho preso il treno,” dice, quasi con nonchalance.

Per non prenderlo a male parole, Alessandro si costringe a incamerare un bel respiro profondo e a contare fino a dieci. In francese, che lo distrae di più.

Babbo di minchia.

 

***

 

Avete mai provato a fare un tampone rapido a un leone?

Alessandro si metterebbe a ridere, se la situazione non fosse tragica. Stanotte non ha, prevedibilmente, dormito un cazzo, con Riccardo nel letto che si agitava, tirava i calci e piagnucolava.

Che cazzo di teatrante.

Sì, chiaro, aveva la febbre a trentanove e qualcosa, ma Alessandro si è prodigato un sacco per farlo dormire, gli ha pure messo le pezzuole fresche sulla fronte e sui polsi - sua madre ha detto che si fa così, quindi deve essere vero per forza - mentre gli faceva ingollare una Tachipirina 1000 probabilmente scaduta quando le galline erano ancora dinosauri, e pregava qualsiasi divinità per riuscire a fare almeno un riposino di due ore.

Prima tappa del mattino - che è arrivato decisamente troppo presto - la farmacia; ha lasciato Riccardo a dormire, finalmente, il sonno dei giusti tra le coperte sfatte, e ha affrontato una tediosa coda per comprare un vasto assortimento di tamponi casalinghi, riuscendo a schivare fan e curiosi grazie alla combo aria truce+occhiali da sole quando il cielo ancora prometteva secchiate di pioggia.

E chi ben comincia è già a metà dell’opera, dicono, no? 

Quindi adesso sta cercando di infilare il maledetto bastoncino giallo nel naso di Riccardo, che anche con trentanove gradi in corpo ha voglia di fare il cretino e gli rifila la per nulla scontata battuta da bar che suona più o meno così: “Comunque preferivo mi mettessi dentro qualcos’altro”. 

Per un attimo davvero Alessandro si domanda perché dovrebbe ficcargli il pisello nel naso, ma poi realizza. Non che questo cambi le cose, anzi. Riccardo ha il coraggio di ammiccare, prima di contorcersi come un’anguilla perché a lui “i tamponi fanno male”, per citarlo testualmente. Come forma di protesta e rivincita personale, Alessandro finge di dimenticarsi le buone maniere mentre gli stura il naso congestionato, ignorando le sue proteste e i suoi tentativi vani e debolucci di liberarsi dalla presa ferrea del suo braccio libero. 

Anni a spaccarsi di palestra finalmente pagano, cazzo.

Comunque ha flirtato con la farmacista per farsi dare un farmaco non da banco…sottobanco. La Tachipirina 1000. Le ha promesso che le porterà la ricetta, e nonappena il maledetto tampone darà il suo verdetto chiamerà il suo medico di base per farsela fare, e magari per dare un occhio informalmente a Riccardo già che c’è – ci ha scopato, col suo dottore, quindi un favore piccolo piccolo glielo deve.

Intanto che aspettano il risultato - Cristo, avrebbe meno ansia se fosse un cazzo di test di gravidanza - Alessandro accende il Mac e fa partire da un sito di streaming più illegale di una moneta da tre euro il primo episodio di Kodomo No Omocha. Rimbambito com’è dalla febbre, Riccardo non capirà un cazzo, ma almeno Alessandro potrà crogiolarsi nell’illusione di aver ampliato la sua cultura.

“Secondo te ce l’ho?”

Lo sente tirare su col naso. Gli occhi gli si sono riempiti di lacrime per via del tampone cacciato nella narice con malagrazia - Alessandro continua a ripetersi che se lo meritava, ma sa già che per pranzo cercherà di impegnarsi a fargli una minestra edibile, così, per farsi perdonare - e oggi è drammaticamente evidente che abbia la gola irritata e una tossetta fastidiosa. Almeno non sta più vomitando come un assatanato, è già qualcosa. Non vorrebbe dirgli che sì, zì, è praticamente matematico che tutti gli spazietti possibili sul test presenteranno la lineetta rosa dell’Apocalisse, quindi si limita a scrollare le spalle con un laconico “Boh, forse” che gli vale un’occhiata storta. Si mette in grembo i suoi piedi ghiacciati mentre si siede sul divano, prestando un occhio distratto allo schermo del Mac, che Riccardo sembra invece starsi sforzando di guardare con tutta l’attenzione che gli permette l’essere vicino al punto di fusione. 

“Puoi mettere Inucoso?” 

Inucoso.

Livello mancanza di rispetto: over 9000. 

“Non ti piace Kodocha ?”

Riccardo scrolla appena le spalle, tirando su col naso pietosamente.

“Inucoso mi piace di più.”

“Inuyasha,” lo corregge pazientemente. Riccardo lo guarda con un musino triste che essuda ti prego, non sgridarmi da tutti i pori. Cristo, che cazzo di teatrante. Però, siccome è tutto fuorché un bastardo senza cuore, non può far altro che accontentare la sua richiesta e rivedersi per la milionesima volta il primo episodio di Inuyasha, come se non lo sapesse già a memoria. Il tampone, sorprendentemente, risulta negativo. Finiscono col vedere sei episodi di Inuyasha prima che Alessandro s’ingegni a preparare il pranzo – e a chiamare il dottore che gli deve un favore.

 

***

 

Quando Alessandro apre la porta si ricorda di colpo perché, mentre si faceva prescrivere qualcosa per la bronchite, è finito a farsi scopare dal suo medico di base nel suo studio, a orario di chiusura, in una fantasia soft porn mai replicata sul lettino grigio, coperto da un telo usa e getta. Ecco, in quel frangente lì avrebbe anche potuto giocare al dottore. 

Che cringe.

Ad ogni modo, Davide è un Apollo dalle mani lunghe, da pianista, che chiede permesso mentre entra in casa nel tardo pomeriggio, la borsa a tracolla e gli occhiali appannati di condensa mentre respira nella ffp2.

Sorrisi di circostanza – almeno, Alessandro sta sorridendo sotto la mascherina, se Davide stia facendo altrettanto non riesce a dirlo, visto che non gli vede né gli occhi né la bocca. Gli offre un caffè, prendendogli la giacca con cortesia e appendendola un po’ a caso all’appendiabiti zoppo in corridoio. 

Riccardo, stremato dalla giornata passata a tossire come un tisico, buttare giù Tachipirine e guardare Inuyasha su Netflix, sta dormicchiando sul divano, arrotolato nel plaid con solo i ricci a spuntare da un capo e i piedi dall’altro. 

Il caffè lo prendono in cucina, come due persone civili, e Davide gli fa passare ancora una volta in rassegna i sintomi di Riccardo, spuntando mentalmente delle caselline delle quali solo lui sa decifrare il contenuto. Alessandro a malapena sa distinguere un raffreddore dall’influenza, quindi.

“Quest’anno gira quest’influenza qua,” sentenzia Davide dopo un po’. “Non hai idea di quanti pazienti ho che hanno speso capitali in tamponi, per fortuna tutti negativi, ma sono k.o con tosse, febbre altissima e congestione nasale. Tu non hai di che preoccuparti,” ride, e quando ride spacca qualcosa nel basso ventre di Alessandro, “perché hai degli anticorpi che sembrano quelli di un cavallo sotto steroidi. Anzi, guarda, se te ne avanzano me li presti? Se mi ammalo non mi mandano il sostituto, ‘sti stronzi.”

Anche Alessandro si permette di ridacchiare.

“Dai, ci sarà un modo di estrarmeli dal sangue, no? Ti offro la vena. Proprio senza esitazione. E comunque sono i ricci di mare crudi che fanno fare gli anticorpi, te li consiglio. Ma non quelli d’allevamento, eh, quelli che trovi sugli scogli.”

“Pieno così di scogli a Milano.”

Alessandro quasi dimentica il suo algido aplomb e rischia di sputarsi il caffè addosso. Acuta osservazione, cazzo. Chiacchierano ancora un po’ prima che Davide decida che ne ha abbastanza degli straordinari non pagati e chieda di vedere Riccardo – dai, visito il tuo amico moribondo così non ti faccio perdere troppo tempo. Legittimo. Anche Alessandro si romperebbe il cazzo a fare una giornata intera in studio e poi sobbarcarsi anche una visita gratuita a un Signor Nonsochi che non è neanche suo paziente, giusto per accontentare i capricci di uno che una volta ha piegato a novanta sul lettino delle visite.

Deontologia 101 per principianti.

Svegliare Riccardo è un po’ un piccolo trauma, un vero colpo al cuore vederlo sbattere gli occhietti annebbiati e protestare con veementi mugugni perché vuole dormire ancora un po’, ma siccome la vita è fatta di sacrifici Alessandro beve l’amaro calice con stoica compostezza da martire della Chiesa, cercando di metterlo nel mood giusto per non fare troppi capricci mentre Davide lo visita – speranza vana, visto che Riccardo sa fare benissimo la vittima quando gioca a suo vantaggio, e fa una gran scena quando Davide gli chiede di sollevarsi la maglietta per auscultargli cuore e polmoni. Alessandro lo guarda con un sopracciglio alzato, scettico. Lui queste cazzate non se le beve – cioè, solo un po’. Ma la colpa è di Riccardo, che quando è scarico o malato possiede la bellezza tragica di certi eroi greci, e Alessandro a certe stronzate non è proprio in grado di resistere.

Davide cerca di essere breve, comunque, così da non fargli prendere troppo freddo. Parla già di prescrivergli un mucolitico per il catarro, lo sgrida velatamente per via delle sigarette che fuma, e dopo avergli auscultato velocemente il cuore insiste per provargli la pressione, domandandogli se generalmente la porta così bassa e ricevendo come risposta un “che ne so” al sapor di vaffanculo. Torcia alla mano, gli fruga in gola e nelle orecchie. Riccardo ha un conato secco quando Davide gli abbassa la lingua con la paletta monouso, sentenzia che le tonsille stanno bene - Alessandro potrebbe considerare l'idea di accendere un cero in chiesa dalla gioia - e poi scrive su un foglietto una lista di farmaci e raccomandazioni per fare sì che Riccardo se la cavi in tempi brevi.

Che se se la cava lui me la cavo anche io. Forse.

Alessandro non può che fare affidamento sui suoi anticorpi da cavallo sotto steroidi. Se Riccardo gli attaccherà l'influenza si impiccherà, sì, decisamente. Si impiccherà in cucina, che c'è una bella trave. Comodo. Poi con la finestra a vista sul quartiere…

No, cazzo, no. Questi sono spiraling thoughts. Non è la prima volta che ha a che fare con qualcuno che ha la febbre, e per ora Riccardo è stato…gestibile, tutto sommato. Ragionevolmente abbattuto, ma gestibile.

“Grazie che sei passato,” dice a Davide accompagnandolo alla porta.

“Figurati, ti dovevo un favore.”

Alessandro pensa ai suoi bicipiti. Al modo in cui Davide l’ha piegato sul lettino ancora prima di aprirgli i pantaloni. La gola gli si secca in un istante e, quando finalmente lo saluta, dalla bocca gli esce un suono stridulo.

 

***

 

Diario di malattia, giorno tre.

Seduto di fronte al suo caffè e in piena crisi da carenza di sonno, Alessandro pensa che dovrebbe proprio lucrare sulla tragedia umana e morale di avere Riccardo allettato con l’influenza a casa sua e scriverci un bel libro. Tipo Le mie prigioni di Silvio Pellico, ma in salsa moderna, con espliciti riferimenti alla cultura pop e una profusione di anime references. Sbancherebbe, cazzo. E poi non mette in dubbio che là fuori ci siano fior fior di ragazzine pronte a vendersi un rene per avere un insight sulla vita di Blanco.

Almeno il pensiero lo tira su di morale. Neanche stanotte ha dormito a sufficienza. Cinque ore e mezza, Cristo, non è mica un androide. Non che abbia troppo da fare, se non supervisionare Riccardo mentre butta giù le sue medicine e fare in modo che non collassi per la pressione bassa mentre si trascina dal letto al divano, perché di passare tutto il tempo in camera non gli va. Si sente solo, dice. Alessandro venderebbe l’anima al diavolo per mettersi a letto e non alzarsi per i prossimi tre giorni.

Poteva andare peggio, si ripete. Poteva essere tipo, boh, tuo figlio. O comunque un bambino. Insomma, un minorenne, un moccioso.

E invece è solo Riccardo che, seppur drenante quanto un moccioso qualsiasi, almeno il naso congestionato se lo sa soffiare da solo e ha una minima cognizione dei propri bisogni e di come esprimerli – cioè, più o meno.

Si sta addormentando nella tazza di caffè lungo, ormai freddo, quando lo sente scalpicciare verso la cucina, e tira su la testa solo per vederlo comparire sulla porta avvolto dentro una coperta spessa quattro dita - Alessandro non sa da quanti secoli fosse sedimentata sul fondo dell’armadio, ma evidentemente a Riccardo non infastidisce l’odore di chiuso - con l’aria afflitta di chi sta meditando di lanciarsi a volo d’angelo dalla finestra.

Okay, sì, Alessandro potrebbe aver preso una brutta malattia – sentimenti. Ew. Il cuore gli si gonfia in petto a dismisura a vederlo così. Gli fa tenerezza, quando il sé stesso di tre, quattro mesi fa l’avrebbe già rispedito a calci da dove è venuto perché sbattimenti no grazie.

Ma l’amore è uno sbattimento. E pure bello grosso. Così, mentre osserva Riccardo trascinare i piedi fino a una sedia, non riesce a fare a meno di sorridere.

“Ciao. Dovresti essere a letto,” lo ammonisce dolcemente, lasciandolo appollaiare sulla seduta e appoggiarsi pesantemente alla sua spalla prima di posargli un bacio sulla fronte al quale Riccardo reagisce con un mugugno un po’ meno lugubre di quelli che ha emesso nelle ultime ventiquattr’ore.

“Sì ma a letto sono da solo,” obietta Riccardo, e Alessandro non se la sente di controbattere. Però, cazzo, non è mica malato lui, ha il sacrosanto diritto di farsi tre passi verso la cucina, no? Come forma di compensazione, gli bacia i riccioli sporchi, appiccicati allo scalpo ma ancora ribelli abbastanza da puntare scomposti in ogni direzione.

La sua voce congestionata è buffa, cavernosa, come se Eros Ramazzotti avesse fatto un brutto incidente con qualche entità lovecraftiana e si fossero fusi in un unico organismo che ora comunica al mondo attraverso le corde vocali arrossate di Riccardo. A leddo zono da zolo.

“Dai, vieni qui,” dice, aprendo le braccia e invitandolo ad accoccolarsi contro al suo petto. Ovviamente Riccardo non se lo fa ripetere due volte. “Ti preparo un po’ di colazione, che ne dici?”

 

***

 

Se Alessandro raccontasse a qualcuno che lo conosce davvero che cosa è diventata la sua vita nelle ultime settimane, probabilmente non verrebbe creduto, oppure - ed è l’opzione più papabile - si ritroverebbe lesto rinchiuso in una bella stanza dalle pareti imbottite, che poi è un po’ il posto dove dovrebbe stare per sua stessa ammissione. TSO subito. Chi cazzo gliel’ha fatto fare di ammalarsi di sentimenti ? Non c’è un antibiotico contro il modo in cui Riccardo gli si è insinuato sottopelle, trascinandolo in un trip dal quale ancora non è riuscito a uscire. E adesso che gli fa persino da mammina slash infermiera Alessandro è ancora più convinto di prima che dovrebbe richiederlo, un TSO.

Eppure.

Eppure non riesce a fargliene una colpa. Non adesso che lo accarezza piano mentre Riccardo si addormenta sotto l’effetto dell’ennesima Tachipirina. Non gliene fa una colpa nemmeno quando gli razzia la dispensa presentandosi a casa sua senza nemmeno avvisare, figurarsi se lo fa ora che è così vulnerabile. 

Sì, lo sa che Riccardo se ne sta approfittando piuttosto platealmente. No, non farà nulla per mettere un punto a questa incresciosa situazione, grazie tante.

“Lo vediamo ancora Inuyasha?” Chiede Riccardo, combattendo contro le palpebre pesanti, respirando con la bocca.

Già pronto con il Mac alla mano, Alessandro pensa che si sta veramente lasciando comprare con poco…e che per una volta l’ha scelto lui.

 

***

 

“Mi compri il gelato? Dai Ale mi fa male la gola, il gelato fa bene con il mal di gola!”

Diario di malattia, giorno ma chi cazzo se lo ricorda.

Alessandro ha ricominciato a dormire da quando a Riccardo la febbre è scesa. Adesso si mantiene quasi fissa sui trentasette gradi e mezzo, e Riccardo sembra meno un ubriaco in barca quando cammina per casa senza ciabatte, insozzando paia e paia di calzini che ormai Alessandro butta in lavatrice senza nemmeno dividere per colore. Comunque, visto che sono a corto di viveri, sta ordinando la spesa online, e Riccardo non fa altro che seccarlo perché approfittando del privilegio del malato - parole sue, non di Alessandro - sta mettendo nel carrello un mucchio di robaccia superflua, tipo i Ritz - saranno tipo vent’anni che Alessandro non ne mangia un pacchetto - e le rotelle di liquirizia della Haribo. E la coca-cola alla ciliegia. E una brutta crostata industriale che Alessandro non avrebbe guardato neanche con la coda dell’occhio, ma tipo neanche durante un attacco di fame chimica.

Cristo, Riccardo. Sei un cazzo di bidone dell’umido.

“Ma dai, ho già comprato un mucchio di stronzate. Anche il gelato vuoi?”

Riccardo si gioca la carta del musino da cucciolo abbandonato con un timing quasi perfetto. Anche se chiudesse platealmente gli occhi, Alessandro non potrebbe evitare di guardare dentro il proverbiale abisso, così finisce per cascarci con tutte le scarpe.

Con che cazzo di diritto Riccardo è così bello anche quando è così sfasciato ?

Dio gli sta proprio facendo un torto, cazzo.

“Puoi prendere il gelato che preferisci. Per favore?”

Come se senza lattosio ci fosse un numero spropositato di opzioni. E poi comunque lui avrebbe voglia di Magnum. Quello nella pinta. Con uno strato di cioccolato spesso come una tegola che va scavato a cucchiaiate per trovare il gelato sotto. Per ovvie ragioni, il Magnum è fuori dalla lista delle leccornie da freezer papabili, perciò gli tocca accontentarsi del gelato di soia al pistacchio, che finisce a comprare solo dopo un lungo negoziato in cui Riccardo sembra più propenso verso gusti che Alessandro non toccherebbe neanche con un fiore.

“Adesso basta stronzate. Serio,” proclama, volenteroso, mentre con il pollice mette anche il gelato nel carrello virtuale.

Con quell’aria di sufficienza che possono avere solo i teenager, Riccardo ripete “Ma guarda che davvero il gelato fa bene alla gola” e si becca in cambio un’occhiata torva.

“Anche le arance, il miele e lo zenzero, se è per questo, ma io non ti ho visto stracciarti le vesti per comprare un chilo di arance Navel in offerta per farti le spremute.”

“Ma sai che due coglioni, che poi le arance le devo spremere? E lo zenzero bisogna pelarlo,” petula. Come se lo facesse lui, poi. Alessandro rotea gli occhi al cielo, mezzo rassegnato e mezzo infastidito, e inoltra l’ordine al supermercato. In un gesto ormai diventato automatismo, memoria muscolare, Alessandro fa scivolare la mano nei riccioli di Riccardo, grattandogli appena lo scalpo sensibile con la punta delle unghie limate di fresco. Il suono che produce, simile alle fusa che fa un gatto soddisfatto, gli fa dimenticare all’istante di essere un pochino - ino - scazzato per la storia del gelato. Per sentirlo fare le fusa vita natural durante gliene comprerebbe anche un mastello, di gelato. Un tir. A fronte del fatto che sta vivendo di minestrine e petto di pollo bianco senza neanche mezza spezia da tipo una settimana, Riccardo se lo merita il gelato.

Privilegio del malato, giusto?

 

***

 

"Ale?"

La scatola di biscotti è già stata depredata per metà. Alessandro ha smesso di chiedersi come cazzo sia possibile che Riccardo mangi quantità industriali di merda chimica - okay, sarà pure senza lattosio, ma è sempre merda chimica, Cristo - e non metta neanche un grammo. Cioè…zero. Neanche uno stratino adiposo, nulla. Vedi ad avere tutte le fortune.

Versa l'acqua calda in due tazze. Le buste di tè galleggiano sulla superficie. Riccardo è una fonte di intrattenimento senza fine. Oggi, Alessandro ha scoperto che è nella sua fase merenda con tè e biscottini. Oscilla praticamente tra l'avere tre anni e l'averne ottantanove. 

"Se stai per dirmi che vuoi altri biscotti ti annego nella tazza, ti avviso," ridacchia, affondando la sua busta di tè con un cucchiaino. Riccardo scuote la testa. Adesso la febbre gli si alza un po' solo all'ora di cena, il che significa che durante il giorno ha ricominciato a fare ottocento cose tutte insieme, e Alessandro non può più tenerlo buono a suon di episodi di Inuyasha – che comunque gli piace, nota positiva. Non fa che commentarlo mentre lo maratonano, spiaggiati sul divano come carcasse di balena, con il plaid tirato fin sotto il mento. 

"No, a posto, ne mangio ancora due. Però no, volevo dirti…boh, cioè, non è che adesso mi sfanculi perché mi è passata la febbre, vero?"

Alessandro aggrotta le sopracciglia.

"Cioè? Che ti revoco il privilegio del malato e ti mando a fare in culo perché apparecchi la tavola a cazzo di cane? In quel caso vaffanculo, Riccardo. Ma serio."

"Ma no, cazzo. Intendo che magari adesso vuoi mandarmi via."

Ah.

Sono le cinque di un pomeriggio sonnacchioso, primaverile. Ad Alessandro non sembra il momento di addentrarsi in lunghe speculazioni filosofiche con una delle sue micragnose personalità rompicoglioni, ma con Riccardo anche domande secche, alle quali basterebbe una risposta monosillabica - sì o no, Alessandro? - diventano essays intimisti nella sua testa. O comunque brutte occasioni di autoanalisi. Lui mica ci è portato per questo tipo di titubanza. Se nella vita lavorativa e quotidiana ha bisogno di sentire mille campane prima di muovere un dito, in quella affettiva si colloca sul polo opposto dello spettro, ma soltanto perché generalmente non soffre di quella terribile malattia cronica chiamata commitment. Oggettivamente che cazzo ci vuole a decidere se scoparsi un tizio di cui probabilmente scorderà la faccia la mattina dopo? Niente. Malgrado si sia impegnato al massimo delle proprie possibilità per evitare che con Riccardo accadesse qualcosa più del solito sesso, non è servito a un cazzo. La sua faccia se la ricorda. Non c'è modo di lavargliela via da dietro le palpebre, disegnata in sottili linee d’inchiostro nero, dettagli e contorni e persino shading a matita. Quindi con che diritto adesso gli sta chiedendo di non mandarlo via? Lo sa che Alessandro non lo farebbe. 

Dio, quanti diritti che non dovrebbe avere s’è preso in questa settimana di paura e delirio a Milano Centro. Il diritto di essere bellissimo anche col sangue che bolle a trentanove gradi. Il diritto di reclamare baci con quella bocca un po’ arrossata e il naso tutto tappato, quello di iniziare a fargli palesi avances sessuali una volta che la temperatura gli si è stabilizzata a trentotto – un po’ Alessandro si sente un mostro, ma davvero non ha saputo dirgli di no. Anche se è stata nel complesso un’esperienza sfiancante perché Riccardo è quasi andato in debito patologico di ossigeno, e Alessandro aveva addosso un numero imprecisato di ore di sonno da recuperare. Cioè, hai davanti uno bello come il San Sebastiano morente e che fai, te ne privi? Sì, Alessandro a volte è un idiota che non sa cogliere le occasioni, ma questo è stato un classico caso di scopata servita su un vassoio d’argento.

Considerazioni da Pornhub a parte, è convinto di aver dimostrato a Riccardo buona volontà a sufficienza nel comparto condivisione spazi fisici e soluzioni abitative, sicché si limita a rifilargli una mezza occhiataccia condita da una sana e mai demodé espressione di sufficienza, che fa scappare dalla bocca di Riccardo una risata minuscola, quasi inaudibile, niente più che uno scoppiettio in gola. Tossicchia, dopo, ma gli sta bene.

“Certo che tu fai sempre delle domande del cazzo. Sai cosa, dovrei davvero mandarti a dormire in Centrale. Per piacevolezza.”

“Ma poi prendo la polmonite.”

“Non se rubi una coperta a un clochard. Dubito che con queste braccine,” commenta sarcastico pizzicandogli delicatamente un bicipite, “tu possa fare molto, ma non si può mai sapere, magari sopravvivi pure.”

“Dai, Ale, sono serio.”

Di nuovo, finisce con lo sfoderare il suo miglior faccino da cagnetto abbandonato in autostrada. Non ha mezze misure, o sono facce da schiaffi o sono musini che ti strappano il cuore e ne fanno tocchetti. Alessandro sospira.

“Ma tu l’hai capito che puoi rimanere quanto vuoi?”

Chiaramente no, zì. Queste sono cose che dovresti dirgli, ogni tanto, invece di darle per scontate perché ti aspetti che sia sveglio abbastanza da leggerti nel pensiero.

Istantaneamente, il viso di Riccardo si illumina di un fungo atomico, mille fissioni nucleari soltanto in quel sorriso troppo bello che gli spacca il viso a metà. 

“Ah. Cioè tipo…quando voglio voglio ?”

Alessandro si sbriga a buttare giù un goccio di tè. Magari se avrà l’esofago ustionato non dirà cose di cui potrà pentirsi amaramente, tipo sì. Infatti, con un po’ di fatica e la lingua che brucia si sbilancia solo in un drastico “No, quando voglio io. Non ti lascio senza supervisione in un posto dove abita della gente perbene, Riccardo, specie con il piano e tutta l’attrezzatura. Tu mi fai cazzo paura, sappilo. Saresti capace di suonare alle sette del mattino e mandarmi in tribunale per disturbo della quiete pubblica.”

“E allora?”

“Ho detto di no.”

Riccardo sembra pensarci su.

“Okay. Allora quando voglio, ma te lo chiedo prima. Meglio?”

Sì, sembra un ottimo compromesso. Alessandro lo guarda cacciarsi in bocca altri tre biscottini rotondi e panciuti e masticarli come un criceto.

“Meglio. E comunque la prossima volta che stai male avvisami, invece di andare no contact per una giornata intera e poi autoinvitarti a casa mia per vomitarmi nel bidet.”

“Ah, ti ho vomitato nel bidet? Non me lo ricordavo. Mi sa che ero fuorissimo quando ho preso il treno. Non so come ho fatto a non perdermi o accasciarmi per strada.”

Ecco un altro punto che dovranno discutere presto, se Riccardo vuole far sì che questa cosa tra loro funzioni: la sua palese mancanza di riguardo nei confronti della propria integrità fisica. Ma non è una parentesi che Alessandro ci tiene ad aprire adesso. Anche perché l’ha aperta un sacco di volte ed è sempre caduta nel vuoto, quindi.

“Non farmici neanche pensare, per favore. E comunque sei veramente una fogna, hai quasi finito i biscotti.”

Riccardo scrolla le spalle.

“Comunque se ogni volta che ho la febbre mi tratti così bene, lo faccio davvero il bagno nell’oceano a meno cinque gradi.”

Alessandro lo vede allungare la mano verso la scatola di biscotti. Lo intercetta per rubarglielo in tempo e risucchiarlo alla velocità della luce, che è capace pure che Riccardo glielo rubi dalla bocca già masticato se non si sbriga a mandarlo giù. 

“Provaci e ci vai davvero a dormire a Milano Centrale,” replica secco, cercando di non soffocare sulla consistenza sabbiosa del biscottino senza lattosio. Riccardo ride sguaiato, sputando una gragnola di briciole sul tavolo. Sì, anche nel tè di Alessandro. Gli appoggia la fronte alla spalla e spinge, che cazzo ha da giocare alla capretta lo sa solo lui.

Però è efficace, cazzo. Gli fa tenerezza. Non potrebbe mai mandarlo a dormire a Milano Centrale e, per quanto gli costi moltissimo ammetterlo, l’esperienza di fargli da mamma, balia e infermiera l’ha…divertito, in un certo senso. Se non altro ha imparato qualcosa, ovvero che se la carriera di cantante gli verrà stroncata anzitempo da qualche flop di troppo non tenterà il test a Professioni Sanitarie. Però. È serio quando pensa che Riccardo potrebbe stargli addosso a proprio piacimento e non gli darebbe sui nervi, il che è strano visto che generalmente è una bestia un po’ asociale che prende molto sul serio la propria privacy. Non ha ancora capito, comunque, se sta andando a cento all’ora contro un muro, in moto, senza casco – non sarebbe la prima volta, ma a trent’anni fa più male.

Nel dubbio, comunque, afferra al volo un altro biscotto, e lascia che la matassa informe dei suoi pensieri contorti si sciolga quando Riccardo gli posa un bacio sulla guancia.

“E se non mi butto nell’oceano ma tipo…nel mare? Posso?”

Ad Alessandro viene meno la forza di rispondergli.

 

 

 

 

     




 

 

 

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