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Sulle labbra tue dolcissime, un profumo di salsedine

Summary:

Non sa, davvero, perché gli sia venuto in mente di chiederglielo. Sa solo che era piena notte, Riccardo stava mezzo collassato di sonno a combattere per finire di vedere quel cazzo di film orrendo che lui stesso aveva deciso di fare partire su Netflix, e lui dal niente gli ha semplicemente chiesto "Ti va di venire in Sardegna con me?" in uno dei rarissimi momenti in cui il suo cervello in perenne centrifuga ha smesso di roteare impazzito sul suo asse e l'ha lasciato andare a ruota libera – gran puttanata. Non che Alessandro sia pentito del fatto che Riccardo ora stia godendosi il sole in faccia e gli spruzzi salmastri che si levano dalle onde sul ponte del traghetto - certo, se evitasse di seccarlo cantandogli ogni dieci minuti voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero all'orecchio Alessandro sarebbe decisamente di umore meno uggioso - ma…cioè, cazzo. La sua famiglia non sa niente. Sua madre, santa martire, non sa niente. Persino Alessandro alterna giorni in cui ha capito anche il segreto ultimo dell'esistenza a giorni in cui, davvero, passa il tempo a domandarsi cosa ci faccia Riccardo con uno come lui, e ora ha la faccia tosta di presentarsi a casa tirandoselo dietro, senza dire né tanto né quanto.

Notes:

Finalmente anche per Alessandro è giunto il momento della terapia d'urto, vuotare il sacco alla famiglia e a mammà circa la sua relazione con Riccardo. Tutti i nodi verranno al pettine, ma in pieno stile Casa Blahmood...quindi molto maleh

 

Giustifico la mia assenza con: vita reale+un esame di merda+40h settimanali di lavoro non si sposano bene con la freschezza cerebrale che serve a scrivere. In ogni caso, l'esame l'ho passato, sono in ferie, e presto puccerò le chiappe in mare come Alessandro. Come sempre, sono una sottona per il feedback. Se volete fare due chiacchiere, trovatemi su Tumbrl @camille is back ❤

Work Text:

 

 

 

 

 

 

Per Alessandro Mahmoud la Sardegna è come una hit estiva dal sapore un po’ reggae, l’imperativo categorico di luglio, una tappa obbligata, insomma, e che di certo ferisce meno le orecchie di una canzone di Alvaro Soler – a volte ha tentato di scamparsela - in fin dei conti persino le loro riunioni di famiglia sono coacervi di delusioni, lacrime, aspettative disattese e vabbè però la laurea comunque la dovevi prendere, Alessandro - ma i cugini insistono tutto l’anno e lui non è abbastanza stronzo da negarsi. Il che non sarebbe un problema, se non fosse che quest’anno ha deciso di abbracciare finalmente il suo masochismo interiorizzato e quella latente psicopatia che potrebbe curare solo se andasse da Uno Bravo e…beh. Si è portato Riccardo, la mina inesplosa, il pazzo sgravato. Era piuttosto prevedibile, ormai, nel grande schema delle cose che prima o poi anche Riccardo avrebbe avuto modo di conoscere le zie, gli zii, i cugini e amici di famiglia vari ed eventuali più o meno imparentati con i Frau, e Alessandro, che da poco ha fatto sua la massima via il dente, via il dolore, ha optato per strappare il cerotto il prima possibile, ché se Riccardo poi volesse disgraziatamente lasciarlo per evitarsi pranzi di Natale con zio Tonino e i suoi sei litri di rosso a pasto è meglio farlo adesso che è estate piuttosto che passare un inverno da vedove affrante senza nemmeno riuscire a giocare a chiodo scaccia chiodo in discoteca.

Che di per sé la tragedia avrebbe potuto chiudersi qui, soltanto accostando il nome Riccardo a termini come Sardegna e vacanza, ma siccome Alessandro prova un perverso piacere nel complicarsi la vita, eccolo portarsi Riccardo in Sardegna…senza aver detto ad anima viva - Anna compresa - che con questo buffo incrocio tra un angelo e un goblin ha una relazione. Una relazione vera, non una di quelle sue solite stronzate passeggere, che se gli va bene ci passa l’estate e se gli va male due settimane, per poi passarne almeno una in un limbo orrendo tra lo strapparsi il cuore con le mani e scopare anche con gli abeti condominiali, perché in qualche modo per curare il cuore bisogna sempre passare dal culo, e Alessandro l’ha capito alla primissima delusione amorosa, più o meno quando gli pterodattili volavano ancora in cielo.

Non sa, davvero, perché gli sia venuto in mente di chiederglielo. Sa solo che era piena notte, Riccardo stava mezzo collassato di sonno a combattere per finire di vedere quel cazzo di film orrendo che lui stesso aveva deciso di fare partire su Netflix, e lui dal niente gli ha semplicemente chiesto "Ti va di venire in Sardegna con me?" in uno dei rarissimi momenti in cui il suo cervello in perenne centrifuga ha smesso di roteare impazzito sul suo asse e l'ha lasciato andare a ruota libera – gran puttanata. Non che Alessandro sia pentito del fatto che Riccardo ora stia godendosi il sole in faccia e gli spruzzi salmastri che si levano dalle onde sul ponte del traghetto - certo, se evitasse di seccarlo cantandogli ogni dieci minuti voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero all'orecchio Alessandro sarebbe decisamente di umore meno uggioso - ma…cioè, cazzo. La sua famiglia non sa niente. Sua madre, santa martire, non sa niente. Persino Alessandro alterna giorni in cui ha capito anche il segreto ultimo dell'esistenza a giorni in cui, davvero, passa il tempo a domandarsi cosa ci faccia Riccardo con uno come lui, e ora ha la faccia tosta di presentarsi a casa tirandoselo dietro, senza dire né tanto né quanto. Che poi è più probabile che sia Riccardo a tirarsi dietro lui, e non viceversa, ma questa è tutt'altra storia.

“Ale. Oh. Rilassati, eh, non stiamo mica andando a un funerale.”

Ah no? Allora dici che mamma non mi farà fuori con un coltello da pesce?

Alessandro rotea gli occhi dietro le lenti degli occhiali scuri. La traversata è penosamente lunga e lui, mutuando una delle peggiori abitudini di Riccardo, la sta accompagnando bevendo non Champagne gelato ma Estathè dal bricchetto con una di quelle orrende cannucce ecologiche di cartone che gli fanno seccare la lingua e hanno quel cattivissimo retrogusto amarognolo di filtrino per giunti che sperava di aver dimenticato per sempre grazie alla Rizla. Sul serio, non vorrebbe sembrare un condannato di fronte al plotone di esecuzione, né vorrebbe fare lo stronzo con Riccardo visto che per una volta nella merda ci si è messo con le proprie sante manine, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare enorme, profondissimo, che di attraversare a nuoto adesso proprio non gli va, quindi si limita a scuotere la testa, scrollare le spalle e scoccargli un bacio discreto e silenzioso sulla guancia mentre il resto dei passeggeri è impegnato in attività più proficue dello scrutare ossessivo, tipo scastrarsi la fuffa dall’ombelico o fare le parole crociate.

Ancora qualche ora di traversata, poi forse verrà il momento di accomiatarsi dalle tribolazioni terrene perché sua madre, prima di disconoscerlo, lo farà fuori urlandogli ingiurie, disgraziato e ingrato in testa. Sospira. Riccardo lo sta guardando con la stessa pietistica condiscendenza con cui si guarderebbe un cane vecchio, condannato all’eutanasia – e vabbè, Ricky, ma che cazzo. Gli sorride, si appoggia appena a lui, profuma di mare e di deodorante applicato in quantità decisamente non eco-friendly , e lo osserva da sotto le ciglia con quel faccino a cui Alessandro non sarebbe capace di dire di no in nessuno dei cazzo di mondi possibili. 

“Ale?”

Che poi lo sa anche Alessandro che quella del cucciolo di foca è solo una tecnica. Però, Cristo, funziona sempre, e persino il suo animo inaridito dalla paranoia e dalla prospettiva di tragedie familiari e disgrazie si scioglie come neve al sole di fronte a un tale sfoggio da Oscar di vulnerabilità e dolcezza quasi infantile. Di nuovo; mica è colpa di Riccardo se si trova in questa situazione. Il ragazzino sarà pure pazzo in culo, ma almeno lui con la sua famiglia è stato sincero, non ha convenientemente vissuto di slalom degni di un Alberto Tomba d’annata e arrampicate sugli specchi da manuale per mesi, a differenza sua. Proprio come le tasse, i non-detti si pagano con gli interessi, senza nemmeno la grazia di dilazionarli in comode rate. Però che cazzo può fare di fronte al musino di Riccardo? Assolutamente niente. E il Continente adesso è comunque troppo lontano perché ritornarci a nuoto con la coda tra le gambe possa essere un’opzione percorribile.

“Lo so, scusa,” si sforza di sorridere. “È che c’ho l’ansia.”

Riccardo piega la testa contro la sua spalla, rischiando di privarlo per sempre del naso nel processo, e sbatte le ciglia, gli occhiali marrone fumé che nulla possono contro questo sole assassino che si riflette sulla superficie trasparente del mare, che diventa sempre più bello mano a mano che si avvicinano alla Sardegna. Ridacchia, il bastardo, con quella faccia da schiaffi che Alessandro davvero per un attimo culla al petto la possibilità di lanciarlo fuoribordo e tanti cari saluti – fanculo anche al Pikachu triste misto cucciolo di foca, Alessandro la rimpiange tutti i giorni la sua vita precedente da zitella acida imbarazzata dai sentimenti, specie quando Riccardo lo mette così platealmente al muro…e non nel modo in cui piace ad Alessandro.

“Allora tutto a posto. Quand’è che non ce l’hai?”

Ma perché ‘sto stronzo deve sempre avere ragione? Alessandro cerca di scoccargli la sua migliore occhiata indifferente - zì, non fai ridere, non sto ridendo - ma il risultato non è altro che una smorfia grottesca a metà tra il rassegnato e il divertito. Perché sotto sotto Alessandro sta ridendo, e Riccardo lo sa. Ennesimo punto sul tabellone per lui, che vince anche quando è in svantaggio. Sul serio, Alessandro dovrebbe iniziare a prendere appunti, o farsi fare una masterclass intensiva della durata di diciotto ore. Magari - magari - ne uscirebbe meno imparanoiato e più pronto a prendere la vita come viene, e si eviterebbe ulcere gastriche e torsioni coronariche prima dei quarant’anni.

“Vaffanculo, zì.”

Vorrebbe suonare serio, ma l’impercettibile scatto in su degli angoli della bocca lo tradisce. Riccardo lo fulmina con uno di quei sorrisi che potrebbero mandare per sempre il sole in pensione e per un lungo attimo Alessandro si dimentica persino di sé stesso, perso com’è a navigare tra le fossette di Riccardo e gli interstizi dei suoi dentini appuntiti e irregolari.

“Smettila di fare il martire. Tua mamma lo sa che sono maggiorenne,” dice, cercando di rincuorarlo con un occhiolino. 

Ad Alessandro piacerebbe un sacco crederci. Malgrado tutto, però, non riesce a negare a Riccardo un sorriso di rimando. In fin dei conti stanno andando in Sardegna, mica a morire in guerra. 

Su col morale, zì. Avrai tempo di mettere il muso quando tua madre ti starà malmenando con un tagliere, suggerisce ottimisticamente la personalità numero tre. L’idea è comunque più accattivante della prospettiva di essere scuoiato vivo o preso a mannaiate nella schiena – sente comunque di meritarsele, in primis per non aver ancora avuto le palle di dire a nessuno della sua relazione e, in secondo luogo, per essersi accomiatato dai daddies con lavori stabili in favore di un toyboy che come lui vive di musica, ma forse la personalità numero tre ha ragione, forse Anna abbaia ma non morde, che cazzo ne sa. Di certo non l’ha sbattuto a dormire all’addiaccio la sera che l’ha trovato contorcersi sul divano con un tizio che aveva palesemente vent’anni più di lui, perché dovrebbe prendersela mortalmente se sapesse che da tempo porta avanti una relazione stabile con un collega che ha undici anni di meno? Gli balenano alla mente ipotesi quali “perché sei un adescatore di minori” e “per chiarissima circonvenzione d’incapace”, e la saliva gli si caglia orribilmente in gola mentre coi denti sta ancora torturando la schifosa cannuccia di cartone. I capelli di Riccardo lo solleticano sotto al mento, e il minchione continua a guardarlo con quella faccia da cucciolo bastonato slash Joker in procinto di far saltare Gotham che ad Alessandro curerebbe persino l’invecchiamento cellulare, figurarsi un po’ di family blues causati dalla sua stessa stupidità. Minchia, Alessà, alla buon’ora che t’accorgi di non essere il cucciolo intelligente della nidiata.

“Manca ancora molto?”

Una parte di Alessandro vorrebbe dire che no, non manca abbastanza. Quella più razionale, che per fortuna ha preso il timone, gli fa scrollare le spalle, sbloccare lo schermo del cellulare e dire “No, non troppo” con un mezzo sorriso.

Dicono che chi ben comincia sia già a metà dell’opera. Alessandro spera solo di uscirne vivo e, possibilmente, integro.

 

***

 

Il primo impatto con la Sardegna è, per Riccardo, quasi l’equivalente di una sugar rush da Coca-Cola per un bambino di tre anni. Sbarcato al porto cerca di lanciarsi in acqua con lo zaino in spalla, e Alessandro deve fare del suo meglio per richiamarlo all’ordine senza l’ausilio di guinzaglio e collare a strozzo, oltre che rassicurare i presenti circa lo stato di salute e sobrietà di Riccardo, che pare faccia colazione con la cocaina e invece è composto al 90% di fissioni nucleari per natura, maledetti gli Acquario di febbraio e il loro essere, in un modo o nell’altro, inadatti alla vita.

A recuperarli a Olbia c’è il cugino di Alessandro con il suo pacchianissimo fuoristrada bianco nuovo fiammante, fresco di autolavaggio. Riccardo lo saluta con un bacio sulla guancia e non perde tempo nell’iniziare a sdilinquirsi in complimenti sull’automobile, ché Alessandro l’ha istruito bene e le prime impressioni contano, e sorprendentemente riesce pure a fingersi interessato alla risposta – molto più di quanto non sarebbe in grado di fare Alessandro stesso, che tira la riga alla nefasta abitudine di suo cugino di riferirsi alle proprie auto passate e presenti con l’affettuoso nomignolo di bimba, qualcosa che gli causa psoriasi, emicrania e nausea tutto insieme. Cavallerescamente, si offre di portare i bagagli; naturalmente solo Alessandro accetta, e ne nasce una tirade al sapor di bullismo in cui sia Riccardo, sia suo cugino concordano nel ribadire quanto Alessandro - che va gonfiando le guance come un pesce palla incazzato nero - sia pigro. Pigro stocazzo, poi, che è uno che s’ammazza di palestra per mantenersi un lato b da fare invidia alle soubrettes, ma non pretende che un eterosessuale amante di calcio e motori e un poppante caricato a bombe nucleari lo comprendano. Stolti, vedremo chi avrà ancora il culo più bello sulla piazza, tra cinquant’anni.

Sicuramente Riccardo, che dalla sua ha la gioventù, ma sognare non costa niente.

Sognare, appunto; Alessandro si domanda se non sia il caso di fare un bel pisolino in macchina, considerando che Riccardo ha la bava alla bocca per lanciarsi in mare adesso, subito, immediatamente, il che significa che non avrà tempo di chiudere gli occhi nemmeno cinque minuti poi, che se poco poco dovesse perderlo di vista lo troverebbe due giorni dopo…in Corsica, con tutta probabilità.

Suo cugino si accomoda, l’auto pacchiana prende vita con un rumorino ovattato di motore ibrido, e Alessandro si abbandona sul sedile come se di colpo gli fossero piombati addosso tutti i suoi quasi trent’anni, con gli interessi. Sotto gli occhiali da sole si preme forte pollice e indice negli angoli degli occhi, finché nel suo campo visivo non compaiono fastidiosi puntini bianchi. Riccardo è la chiacchiera del momento; le premesse per un disastro sono belle che servite. Forse gli verrà l'emicrania, e se non significa partire con il piede giusto questo.

"Io mi sa che dormo," annuncia, sbadigliando eloquentemente. 

"Ah, e non mi racconti un cazzo? Mi offendo!"

Alessandro si abbassa appena gli occhiali. Suo cugino - il minchione number two - sta ridacchiando sotto metaforici baffi da cattivo della Disney.

"E che te devo dì? Ci pensa Riccardo a parlare per tutti e due, no?"

Alessandro vorrebbe non notare lo sbrilluccichio negli occhi di suo cugino, ma lo nota e, oh Cristo, come gli sale prepotente la voglia di gettarsi dall’auto in corsa. Vorrebbe aggiungere qualcosa, qualsiasi cosa, ma dalla bocca che apre e che chiude ritmicamente come una carpa appena pescata che agonizza sulla riva del fiume non esce che il sibilo dell’aria che gli fischia in gola mentre la ingolla per non rimanere  in apnea.

Conta dei danni: uno a zero per il karma, perdente - come sempre - Alessandro Mahmoud, che nella vita gli ha detto culo soltanto per quanto riguarda il comparto carriera.

“Allora voi due state…” Lo sguardo di Alessandro si fa di colpo truce, come se fosse pronto a cavarsi dalla tasca dei pantaloni una Glock e fare fuoco, così suo cugino si sgonfia e rimpicciolisce di colpo nel sedile del guidatore, deglutisce e inghiotte la frase mozzata a metà, con buona pace della sua curiosità da pettegola di paese. Si schiarisce la voce e gioca distrattamente con i comandi al volante, prima di concludere con un anticlimatico “lavorando a qualcosa di nuovo?” che fa tirare ad Alessandro un insperato sospiro di sollievo. Almeno ha la certezza che le sue proverbiali occhiatacce sortiscano ancora un qualche effetto. Perché è disposto a sopportare tutto per passare un paio di settimane di rilassante ritiro con Riccardo, ma il gossip familiare senza essere ancora passato per le mani delle zie anche no, grazie. Cazzo, gli serve almeno qualche ora di preparazione psicologica, prima.

Fortunatamente è davvero Riccardo a riempire il silenzio prima che si trasformi in imbarazzo, con la sua solita modalità di stordimento dell’avversario tramite ingarbugliati discorsi inframmezzati da folkloristiche pause ad effetto alla bresciana che non arrivano mai al dunque e che permettono ad Alessandro di godersi metà del viaggio in pace, con il sedile reclinato dietro la schiena e i piedi puntellati in avanti per distendere le gambe dopo la traversata in nave. Non che sia stato scomodo, anzi. Ha pagato volentieri un extra per un po' di pace e lusso, ma la combo Riccardo sovreccitato, mare e impressionante numero di superfici sulle quali il pazzo ha provato ad arrampicarsi slash avrebbe provato a scalare se Alessandro non si fosse imposto facendo la voce grossa da buttafuori incazzato è stata provante, per dirlo in parole povere. E pensare che ci sono persino giorni in cui, tra di loro, è proprio Riccardo quello adulto e riflessivo, per quanto anche soltanto a pensarci sembri una barzelletta. Tutta la vita di Alessandro è una cazzo di barzelletta, da quasi un anno a questa parte, a dire il vero. Ora non farà che diventare un dramma in tre atti, e quel che è peggio è che Alessandro ci si è gettato consapevolmente a capofitto – in mia difesa, Vostro Onore, sono stato abbandonato senza supervisione.

“Comunque cos’è che volevi chiedere prima?”

Alessandro aguzza le orecchie. La testa di Riccardo spunta in mezzo ai due sedili mentre è tutto proteso in avanti, a torturare con le mani in perenne movimento la bottiglietta di acqua frizzante.

“Ma no, niente. Del lavoro. Alessandro non racconta mai un cazzo!”

Tra i momenti più imbarazzanti della propria vita, Alessandro annovera questa surreale conversazione in auto nel suo personale Olimpo delle figure di merda, assieme a quella volta in cui per fargli dispetto dei ragazzini l’avevano lasciato a culo nudo in piscina e lui s’era dovuto infilare le mutande di ricambio di Camilla per non uscire dallo spogliatoio con le grazie al vento e venire arrestato per atti osceni in luogo pubblico. Incrocia lo sguardo di Riccardo, vede la minaccia nel suo ghigno, e comprende in meno di una frazione di secondo di essere irrimediabilmente fottuto.

“Ah. Pensavo volessi sapere se stiamo insieme.”

Riccardo. Ti prego. No.

Alessandro lo implora con gli occhi. Lo supplica. Si metterebbe persino a piangere, se potesse servire a levarsi dall'impasse. Riccardo ridacchia, il gran coglione, allunga le dita per sfiorargli appena il polso, suo cugino non lo nota nemmeno. La tensione è talmente palpabile che si taglia con un coltello, coltello che Alessandro sarebbe felicissimo di utilizzare contro sé stesso simulando un harakiri da manuale del giovane samurai disonorato. Suo cugino li osserva con la coda dell’occhio, cercando di capirci qualcosa. Stallo alla messicana. Se Alessandro non muore adesso, non morirà mai più, ascenderà a un nuovo piano astrale e verrà proclamato l’Eletto.

Fanculo, no!

Con una mossa fulminea, poco prima che la Grande Coronaria lo tradisca e ceda, Alessandro riesce ad accendere la radio, beccando per botta di culo un pezzo di Elodie. Riccardo ride talmente forte da sovrastare persino la musica.

Ritiro rilassante tua sorella, Alessà. Adesso sono cazzi amari come il rabarbaro.

Per quanto gli secchi ammetterlo, la voce della sua coscienza ha ragione. Dio, avrebbe dovuto abbandonarlo a Milano, o legarlo in autostrada da qualche parte con una bottiglia d’acqua da due litri e al collo un cartello con scritto sopra adottatemi. Questo disastro annunciato è la riprova che col buon cuore non ci si fa un cazzo, al massimo ci si lascia inchiappettare col sale dal destino, che se almeno avesse l’accortezza di usare un po’ di lubrificante magari Alessandro se la godrebbe pure, e invece.

“Fallo un’altra volta e ti lascio, giuro” gli scrive in un messaggino secco su Whatsapp, senza degnarsi di voltarsi a osservare la sua reazione. La pedata che prende nella schiena, attraverso il sedile, vale più di mille parole, anche se dubita che Riccardo imparerà mai la lezione.

 

***

 

“Sei ancora arrabbiato con me?”

Alessandro marcia nell’acqua un poco mossa, le onde fredde che gli si infrangono sulla pancia e lo fanno pentire amaramente di essersi sbafato da solo mezza anguria ghiacciata di frigo malgrado le urla belluine della zia che gli paventava una congestione. Riccardo, dietro di lui, solleva spruzzi a ogni passo, perché evidentemente chiedergli un poco di discrezione è chiedergli troppo, e adesso Alessandro si pente persino di non avergliela spaccata in testa, l’anguria, per testare una personalissima teoria riguardante il numero di sinapsi ancora attive nel suo cervello fatto della stessa sostanza di cui è fatto il caos.

“Non sono arrabbiato,” afferma, monolitico, mentre l’incazzatura ancora gli balla nelle viscere a tempo di boogie-woogie. Che ancora deve capirlo se il grattare nel fondo del suo stomaco dipende dall’anguria o dal fatto che ha una voglia matta di annegare Riccardo, ma chi cazzo se ne frega, se gli gira domani prenderà un traghetto per La Maddalena e lo abbandonerà qui, fanculo anche a lui, che ingrassi di parmigiana e gli schizzi alle stelle il colesterolo. Gli rivolge uno sguardo obliquo da sotto le lenti scure degli occhiali e pensa, in un mantra continuo che somiglia a un loop, Signore dammi la pazienza ché se mi dai la forza finisco tipo al 41-bis. Eppure, scemo com’è, non si scansa quando Riccardo gli si tuffa praticamente addosso, lo afferra per le spalle e lo trascina in acqua con sé, e dire che l’aveva sentito preparare l’attacco a sorpresa. Si ritrova avviluppato tra le sue braccia e si ripete che era inevitabile, che non avrebbe potuto scansarsi, ma la verità è un’altra e persino un cieco la vedrebbe, palese com’è; non si sarebbe spostato nemmeno se ne avesse avuto il tempo - e l’ha avuto, cortesia di Riccardo - perché riesce ad essere un inguaribile zerbino persino quando paventa di far fuori Riccardo e gettare il suo cadavere in una porcilaia dell’entroterra. Però lo guarda male, di nuovo, perché comunque un residuato di dignità ce l’ha, seppur molto nascosto.

“Sei incazzato nero, Ale. Anche ieri sera siamo andati a letto e ti sei girato dall’altra parte.”

Vero, l’ha fatto. Ma perché era stanco, più che altro, mica incazzato. O, almeno, questa è la stronzata autoassolutiva che gli piace raccontarsi, considerando che si sente una merda per aver saltato a pié pari il bacio della buonanotte.

“Perché ero stanco. E smettila con ‘sto braccio che mi strozzi.”

Riccardo sbuffa contro il suo orecchio, il braccio che scivola via e la mano bagnata, salata, che delicatamente gli prende il viso. Dio lo perdoni, ma Alessandro smette di produrre pensieri coerenti quando i polpastrelli di Riccardo premono appena nell’incavo dei suoi zigomi, l’unico rumore tra le sue orecchie è quello della risacca, o del rumore statico dei televisori a tubo catodico durante il temporale.

“Se non vuoi dirglielo che stiamo insieme non sono cazzi miei, okay? Ho esagerato in macchina, lo so, sono un coglione, non posso farci niente. Ma tu smettila di comportarti come un bambino, Ale. Ti vengono le rughe, sai?”

Dalla bocca di Alessandro dovrebbe uscire una replica intelligente. Qualcosa che gridi l’adulto tra noi due sono io e che lo faccia sentire meno idiota di così, ma siccome la vita di Alessandro è una barzelletta e una volta toccato il fondo si può soltanto scavare, la sua gola produce un suono non del tutto dissimile da quello di una ruota bucata che si sgonfia al sole, una cosa alla Benny Hill Show, che si cheta solo quando la bocca di Riccardo preme sulla sua e ad Alessandro non rimane in corpo che un singolo atomo di ossigeno che si aggira per i polmoni gridando c’è nessunooooooooo come nella pubblicità dell’acqua povera di sodio.

“Lo dico per te,” continua, una volta smesso di torturarlo. “Pensaci, intanto. Gara fino agli scogli?”

Alessandro lo osserva, ancora perso in uno stato di stupor apoplettico, flettersi per lanciarsi sott’acqua senza nemmeno aspettarlo, riemergendo qualche metro più in là in un battito di ciglia. Possibile che un ragazzino della sua età abbia sempre la verità in tasca? Possibile che per vincere contro di lui dovrebbe sempre barare?

C’ha comunque ragione, zì. Ti stai creando dei problemi per nulla. Poi davvero ti vengono le rughe.

Rimane lì, con l’anguria e l’incazzo che gli smuovono lo stomaco, la pelle d’oca sulle spalle bagnate, e Riccardo nuota, va al largo, si ferma ad aspettarlo e nuota ancora un po’, gli scogli lontani sulla linea dell’orizzonte. Ci sono decisioni che vanno prese in una manciata di secondi o poco più. O nuoti, o affoghi. E ha detto che non sono cazzi suoi, in fin dei conti, no? Alessandro, pericolosamente in bilico su un filo teso sopra a un precipizio, spera solo di essere un buon acrobata.

“Oh! Coglio! Dove vai, aspettami!” Urla, prima di tuffarsi a sua volta e remare a bracciate lunghe, piedi-braccia-piedi, quasi senza prendere fiato, quasi senza guardare se la direzione è giusta o se si stamperà presto contro delle rocce, accecato dal sole rovente e dagli schizzi che sollevano le sue braccia forsennate, che tirano e rompono record olimpici per cominciare da zero una gara alla quale nemmeno ha accettato di partecipare.

E tu vivila così, ah.

Per una volta, ad Alessandro sembra di stare facendo la cosa giusta quando comanda al cervello di non pensare e si abbandona alle onde.

 

***

 

“Tu ai tuoi come gliel’hai detto?”

Che domanda sciocca. Un po’ se l’aspetta che Riccardo risponda saggiamente “con la bocca, Ale” mentre spacca il guscio di un riccio contro uno scoglio, rimuove qualche aculeo e lo passa a Riccardo, il cui sguardo nella luce rossastra del tramonto non sembra particolarmente entusiasta dello spuntino fresco offerto con cavalleresca generosità da Alessandro, che ha sacrificato dita e avambracci per la nobile impresa.

“Ma sei sicuro che ‘sta roba si può mangiare anche così?” Chiede lui di rimando, esaminando il riccio e annusandolo con poca convinzione, una smorfia sul viso abbrustolito dal sole.

“Cazzo, sì che sono sicuro. Lavalo in mare, guarda, così. Dicevo, tu con i tuoi genitori come hai fatto?”

“Boh, mi sa che mi becco un parassita strano, Ale, ma devo mangiarlo per forza? E come ho fatto a fare cosa coi miei genitori? Tirarli scemi?”

Alessandro solleva gli occhi al cielo, scambia il suo riccio già pulito con quello di Riccardo, e gli mostra come si mangia il sashimi da queste parti, altro che ristoranti chic a Milano, coi ricci d’allevamento. A bocca piena dice “A estinguergli il mutuo, Ricky. Dai, cazzo, intendo a dirgli di noi due!”, con il sapore salato del riccio a prevenirgli un ritorno di bile da stress all’idea che i cazzo di genitori di Riccardo non abbiano mosso la minima critica alla loro relazione – non ancora almeno. Il che gli appare quasi più minaccioso che figurarsi il Signor Giovanni tagliargli le gomme dell’auto con un serramanico, visto che nella sua personalissima interpretazione dei fatti il mondo intero dovrebbe condannarlo per… tutto, sostanzialmente, dall’aver ceduto alle sue lusinghe all’esserselo trascinato in casa e poi persino in Sardegna. Maggiorenne o no, Riccardo è un ragazzino. Cazzo, lui stesso riproverebbe una relazione così se non vi fosse ormai invischiato fino alla punta dei capelli.

“Ah. Boh, cioè, gliel’ho detto e basta. Ma dovrebbe piacermi il riccio? Perché mi sembra di avere in bocca la…come cazzo si chiama. Quella gomma che ti si appiccica ai capelli…quella per disegnare!”

“La gommapane. E loro come l’hanno presa?”

Riccardo scrolla le spalle e tira fuori la lingua, passandoci sopra il dito per cercare di rimuovere la patina giallastra della polpa del riccio, tenacemente incollata alle sue papille gustative – è proprio vero che i Continentali non c’hanno gusto, cazzo.

“Come cazzo dovevano prenderla, Ale? Gli piaci. L’hanno presa bene. Mia mamma ha pronosticato che mi avresti lasciato per sfinimento dopo una settimana – ma sul serio ‘sto robo lo mangi crudo e basta?”

Alessandro vorrebbe porla, la fatidica domanda. “E tuo padre?”. Gli rimane incastrata in gola come se insieme al riccio avesse ingoiato un pezzo di scoglio, non sale e non scende, però gli mozza il fiato lo stesso. Lui mica ce l’ha un padre al quale fare coming out, e possibilmente presentargli il fidanzatino adolescente. Perché preoccuparsi tanto del padre di Riccardo, allora, posto che il Signor Fabbriconi ha mani talmente grandi che Alessandro non fatica a credere che con un cazzotto gli cambierebbe i connotati, e non necessariamente in meglio?

“Davvero ha detto così?”

“Se vuoi saperlo ancora si chiede perché cazzo mi stai appresso,” ammette candidamente Riccardo, lanciando in mare il guscio del suo riccio e guardandolo sparire nelle profondità con il disgusto dipinto sul volto da cherubino bruciacchiato.

Cazzo, se la vita di Alessandro fosse facile come la sua. Insomma, gli è andata bene. Ha detto ai suoi che sta con un vecchio e loro l’hanno presa con grazia. Alessandro, dal canto suo, è da Pasqua che non guarda sua madre in faccia come si deve, conscio che prima o poi sarà lei a prenderlo per un orecchio e batterlo brutalmente con uno zoccolo per la sequela di cazzate che negli anni ha dovuto sciropparsi per aver cresciuto un figlio disgraziato.

Duh.

“Dai,” si risolve a dire, buttando i resti della sua merenda e pulendosi sommariamente le mani nelle cosce bagnate, incrostate di sale finissimo. “Dovremmo tornare. Credo che stasera la zia farà la fregola per te, che ieri diceva che non puoi andare via senza aver mangiato la fregola fatta bene. Gara a chi arriva prima?”

“Nah. Prendiamocela con calma,” suggerisce Riccardo, stupendolo con effetti speciali. Alessandro, per tutta risposta, sospira.

 

***

 

“Dai, vieni qua, cazzo! C’hai i piedi bagnati, zì, smettila di fare il coglione, il pavimento poi si rovina e fanno il culo a me!”

Alessandro non aveva pianificato una regressione infantile, né propria né di Riccardo, nell’immediato futuro, ma deve ammettere che inseguirlo per il corridoio con il tubetto di doposole al mentolo in mano ha un non so che di poetico e affascinante, qualcosa che ha a che vedere col fanciullino pascoliano o stronzate del genere. Per ora è riuscito a costringerlo a metterselo solo sulle gambe, sul petto color aragosta bollita e sul viso sul quale sono comparse delle lentiggine che vorrebbe lavar via a suon di baci, ma per la schiena non c’è stato verso, Riccardo gli è sfuggito e ora gli tocca inseguirlo soltanto per salvarlo da sette tipi diversi di cancro alla pelle, o dall’azione deleteria dei radicali liberi. E Alessandro lo sta inseguendo, appunto, guidato dallo scalpicciare sgraziato dei suoi piedi bagnati, quando quasi ammazza la sua stessa, povera mamma, sbattendole addosso, che se Anna non fosse così ancorata alla terra finirebbero entrambi a ruzzolare sul pavimento – il che ricorda ad Alessandro che la vita non è soltanto stronza, ma proprio zoccola dentro, e poco ci manca che faccia dietrofront come un novello Homer Simpson nelle siepi, fanculo pure a questa vacanza che lo sta spossando invece di ricaricargli le batterie.

Non arretra di un passo, anche se non sa nemmeno lui quale sia la forza cosmica che lo tiene lì, a guardarsi i piedi da vero ragazzino che l’ha fatta fuori dal vaso, con sua madre che sembra sul punto di, tornando all’idea iniziale di Alessandro, levarsi la ciabatta e iniziare a malmenarlo senza vergogna alcuna – non ne avrebbe tutti i torti, ma comunque ad Alessandro piacerebbe iniziare il tour con il naso ancora dritto e i denti tutti in bocca, grazie.

“Mà,” mormora, a mo’ di formalissima scusa. Potrebbe inginocchiarsi e darle del Voi, ma poi Anna lo piglierebbe comunque a ciabattate per l’eccesso di dramma e ridicolaggine.

Lo sguardo di lei passa rapidamente da Alessandro - la sua patetica scusa di figlio - a Riccardo - la sua patetica scusa di genero slash figlio acquisito - che ridacchia dietro lo stipite di una porta, una, due, tre volte. L’ansia mangia Alessandro dall’interno, corrode come acido delle batterie. Poi Anna si china, raccoglie il tubo di doposole che per grazia divina non si è sversato come petrolio sul pavimento, e glielo porge scuotendo la testa.

“Mettiglielo bene,” dice. “Non è cosa bruciarsi sui tatuaggi.”

Santa, santa donna. Alessandro annuisce, con le ginocchia più molli di quanto non le abbia avute il giorno dell’esame della patente, quando ha mendicato uno Xanax per mettersi al volante. 

“Hai ragione, mà,” balbetta. “Adesso…vado…eh?”

Di nuovo, eccola scuotere la testa. Alessandro non sa come, ma Anna sembra essere sempre in grado di leggergli dentro. Quando, esattamente, ha smesso di essere un pensiero confortante?

 

***

 

Tre del mattino, e Alessandro prevedibilmente non riesce a dormire. I condizionatori sono ancora accesi; la notte è rovente, e non tira un refolo d’aria nemmeno a pregare. Riccardo, invece, dorme come un bambino, e anche se la temperatura è appena gradevole grazie allo split che butta fuori aria fresca si è avvolto nel lenzuolo, con un piede che penzola coraggiosamente giù dal materasso e il viso premuto dentro il cuscino.

Minchia, zì, la bella vita che fai, pensa, passando pigramente le dita tra i suoi riccioli scarmigliati. Non gliene fa una colpa, comunque. Per certi versi, Riccardo è semplicemente più fortunato di lui – oppure, è solo che non è un millennial del cazzo abituato troppo presto a una vita senza prospettive e punti fissi, beato lui.

Stando attento a non puntargli lo schermo addosso, Alessandro scorre distrattamente il feed di Instagram, annoiandosi su reels di torte dal conteggio calorico pari al PIL della Finlandia, modelli seminudi che sparano pose davanti alla camera, e una processione infinita di attivisti di questo o quello, finché a risvegliarlo dal suo torpore comatoso non ci pensa una notifica di Whatsapp, un singolo messaggio di sua cugina, l’emoji di una sigaretta insieme a quella di un angioletto e un punto di domanda. Ridacchiando tra sé, si alza dal letto, infila per pura cortesia un paio di pantaloncini, e a piedi nudi imbrocca la via della terrazza, dove la trova già comodamente assisa dentro una sedia di plastica, a tritare meticolosamente erba con un grinder.

“Oh, sei lento. Ti ho scritto due ore fa!”

Lui sbuffa, va a collassare nella sedia accanto alla sua, e fa a pezzetti una Camel spuntata da chissà quale pacchetto per la miscela.

“Ninna-canna?” Chiede. Come se ce ne fosse bisogno.

“Memoria dei bei tempi andati, che ci stiamo facendo vecchi. La chiudi tu? A me vengono tipo dei megafoni.”

Alessandro ridacchia. A lui mica vengono dritte e sottili, ma si adegua, in fin dei conti per l’erba offerta è disposto a fare qualche piccolo sacrificio, tipo concentrarsi alle tre del mattino. La accende, soffia il fumo verso il cielo, e per la prima volta da quando è arrivato si sente finalmente al proprio posto, a suo agio dentro una pelle che da un po’ sembra andargli strettissima. Guarda sua cugina mentre le passa il giunto, aspettandola per la botta di ridarella che inevitabilmente arriva, e li lascia entrambi senza fiato.

“Oh. Allora?”

Previdente, ha portato in terrazza delle patatine al formaggio e le merendine confezionate del discount. Ancora prima di aver finito di fumare, Alessandro si costruisce davanti una pila di merendine, ben sapendo che le mangerà tutte per gentile concessione della chimica per poi pentirsene come lo stronzo che è l’indomani al risveglio.

“Allora cosa?” Le chiede, nell’incessante avanti e indietro della canna tra loro. Lei sogghigna, con quella punta maliziosa negli occhi scuri che ricorda quasi la scintilla nel fondo di quelli di Riccardo, e col piede gli punzecchia il polpaccio – lo faceva sempre, anche quando erano piccoli. Ha quest’abitudine a punzecchiarlo che ad Alessandro infastidiva da morire, negli anni peggiori dell’adolescenza, quando lei sembrava sapere sempre come girava il mondo e lui si sentiva un completo cretino in balìa degli eventi…e degli ormoni. Come se sapesse sempre già tutto e ti domandasse delucidazioni soltanto per poterti dire che, in fin dei conti, mica è una novità, pffft, lei lo sapeva già dai tempi della Rivoluzione Industriale. Adesso, ad Alessandro quasi conforta sapere che almeno uno tra di loro sappia effettivamente quello che sta facendo, e non si riferisce certo al fatto che stanno bellamente fumando nel cuore della notte, in terrazza, come due tossici in qualche film francese del cazzo.

“Allora Riccardo.”

Suo malgrado, Alessandro ride. 

“Ma Riccardo cosa?”

“State insieme?”

Certo, a sua cugina la faccia da culo non è mai mancata. Alessandro si stringe nelle spalle, soffia un’altra nuvola di fumo verso il cielo rischiarato dai lampioni giallastri della strada, e con le dita tortura l’incarto di plastica di una merendina, attento a non farlo scoppiare, combattuto tra l’urgenza di stringersi in una palla di spine e monosillabi come un riccio e il fottersene e basta, che cazzo gliene frega, tanto se dureranno prima o poi la sua famiglia dovrà pur venire a saperlo che non se lo porta appresso soltanto per pietà e spirito del fratello maggiore. Vuotare il sacco adesso o farlo tra sei mesi - posto che dureranno altri sei mesi, nella vita Alessandro ha imparato a non dare nulla per scontato - poco cambia. Sarebbe sempre al punto di partenza e, come suggeriscono sovente i saggi, ad aspettare il momento giusto s’invecchia immobili, quindi tanto vale.

Potrebbe darsi che la commistione di insonnia, THC e quella stupida sensazione di pancia che ti fa credere di stare sempre facendo la cosa giusta solo perché la stai facendo di notte stia alla base del suo improvviso momento di clarity dal sapore quasi Junghiano, ma forse rimuginarci troppo rovinerebbe il momento, e Alessandro è cintura nera di treni perduti e chances sputtanate – ora o mai più, zì. Se non lo fai adesso t’attacchi.

“Ma si capisce?”

Sua cugina ride di fronte alla sua palese titubanza, e con le unghie fresche di nail salon cinese gli pizzica il fianco nudo, facendolo trasalire.

“Tipo al primo sguardo. L’hanno capito tutti, ma nessuno ti dice niente perché sennò diventi scorbutico, ti chiudi.”

“Ma io non sono chiuso!” Protesta, mentendo a sé stesso per primo. L’occhiata che riceve come risposta è eloquentissima. “Oh,” riprende, dopo che sua cugina ha fatto due tiri di seguito e gli ha passato di nuovo la canna, ora quasi consumata fino al filtro. “Non dirlo a nessuno, però.”

Lei mima il gesto di sigillarsi la bocca con una zip. Alessandro è abbastanza sgamato da sapere che entro domani sera lo sapranno anche i cugini del Canada, ma sono le tre del mattino e sta fumando sulla terrazza, avrà tempo di preoccuparsene domattina, forse, quando avrà recuperato la lucidità e s’imparanoierà col culo a mollo nel mare.

Sempre che anche le sue pare non abbiano deciso di prendersi una meritata vacanza.

 

***

 

Alessandro è profondamente convinto di starsi scavando la fossa con le proprie mani.

Se due giorni fa gli è sembrata una buona idea quella di autosputtanarsi platealmente con sua cugina, stanotte tutto il paese ha potuto avere conferma del fattaccio considerando quanto hanno cigolato le stecche del letto, e quale delizioso concerto ha messo in piedi Riccardo per lui, malgrado la temperatura vicina a quella del sole e il fatto che ormai la calura sarda l’abbia abbrustolito come un biscotto. Alessandro lo lascia dormire, al mattino, ché per qualche assurdo motivo il cervello l’ha svegliato prima delle nove e mezzo e riaddormentarsi ora significherebbe uscire dal coma a pomeriggio inoltrato, sprecando una giornata preziosa senza manco vedere il mare. Cercando di non fare troppo rumore, ciabatta verso la cucina, indosso solo i pantaloncini e i segni della notte passata, qualche succhiotto invadente e un paio di morsi sulle spalle, dove a Riccardo piace accanirsi – trovarsi davanti sua madre intenta a bere un caffè e sfogliare una rivista non era previsto, di solito a quest’ora si è già attivata da un pezzo…il che lo porta a domandarsi se, in fin dei conti, non lo stia aspettando per tirargli le orecchie a causa della rumorosa performance, ma se proprio gli tocca di morire vorrebbe farlo con la dignità che merita.

Non fiori, ma opere di bene, e possibilmente bara griffata Prada.

“Giorno, mà,” si limita a dire, con la voce ancora impastata di sonno, sperando che sul serio la miglior difesa sia l’attacco, mentre fa una serpentina verso il frigorifero per andare a prendersi yogurt e schifezze finto-salutiste con cui guarnirlo. Anna solleva gli occhi dalle pagine patinate della rivista, le sue sopracciglia schizzano in alto, e Alessandro realizza con orrore di essersi ficcato in un terribile cul-de-sac.

Punto primo: non c’è modo di nascondere la devastazione operata su di lui dalla bocca vorace di Riccardo, e nulla sfugge allo sguardo di mammà. Punto secondo: ora lo prenderà a male parole e Alessandro non avrà che flebili lamenti da rondine moribonda con cui difendersi, già lo sa. Forse, l’idea di trasferirsi alle Cayman sotto falso nome non era così balzana, dopotutto. Dignità, Alessandro. Dignità. Sospira, prima di pescare un cucchiaino dal cassetto delle posate e accomodarsi a tavola di fronte a lei, provando la mistica tecnica dell’opossum che di finge morto davanti ai predatori. Coi suoi amanti fare lo gnorri e fingersi più scemo di un ciocco di legno ha sempre funzionato. Sua madre, sfortunatamente, sa di aver cresciuto uno screanzato e non un idiota, quindi il piano fallisce miseramente e il pensiero di Alessandro torna a volare alle Cayman.

Il tossicchiare di sua madre lo riporta alla realtà proprio mentre sta succhiando il cucchiaino intinto nello yogurt magro al quale si è dimenticato di aggiungere muesli e frutta secca, e Alessandro scatta sull’attenti come un soldato, la coda di paglia ritta e lunga almeno un chilometro e mezzo.

“A l’ischisi itte ses fattende?”

Ma lo sai che cosa stai facendo?

Il fatto che sua madre non l’abbia degnato del buongiorno, comunque, è indicativo. E fare lo gnorri adesso è del tutto inutile, forse sarebbe persino controproducente, quindi china il capo come un martire pronto a ricevere la sua bella dose di frustate e fissa lo yogurt come se insieme ai fermenti lattici contenesse anche il segreto dell’umana esistenza.

“Mà…” Inizia, sperando di riuscire ad accampare scuse convincenti. La realtà è che non gliene vengono in mente, e così si ritrova punto e a capo. Sospira, alla fine, piluccando la sua colazione triste e cercando nelle grinze dello yogurt denso un’inesistente via di fuga, che di trasformarsi in un lactobacillo non gli pare conveniente. “Io…boh, penso di saperlo, sì. Mi spiace se a Pasqua-” 

Anna lo interrompe scuotendo la testa e girando una pagina della rivista, dove un tizio sorridente spiega come abbronzarsi senza macchie.

“No te parede…un po’ troppo giovane?” Bisbiglia, forse preoccupata che il giovane virgulto in questione possa sentirla, ignorando bellamente che in questo momento Riccardo stia sbavando sulla federa, ancora nella fase più profonda del sonno. Scopare stanca, lo dicono persino gli atleti. Alessandro finisce col divorarsi l’interno della guancia, integrando le proteine con le sue stesse cellule epiteliali maciullate dall’ansia. Quante volte l’ha pensato che Riccardo fosse un po’ troppo giovane? Quante volte gli capita di pensarlo ancora?

Scandaloso, signora mia. Dove andremo a finire?

“Dai, mà, non ti ci mettere anche tu, per favore. Lo so che è…più piccolo. Per adesso non è un problema.”

“E da quanto va avanti, si può sapere? O almeno chiedere.”

Chiedere è lecito. Rispondere è cortesia. Me l’hai insegnato tu, mà.

Alessandro, che il coraggio di dire sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità l’ha buttato nel cesso quando aveva tipo sei anni, scrolla le spalle, ché con i genitori bisogna sempre andarci coi piedi di piombo, dare una sola delusione alla volta.

“Un po’,” biascica. “Qualche mese.”

Anna non sembra convinta. Chiude la sua rivista, pondera se finire il rimasuglio di caffè, poi scuote di nuovo la testa e si volta a mettere la tazza nel lavandino.

“Perché non me l’hai detto prima?”

È una domanda semplice, banale. Quasi scontata. E la risposta, altrettanto semplice e scontata e banale, è che Alessandro se la stava facendo sotto e adesso, in cucina con sua madre come quando sembrava che al mondo non esistesse altro che la loro minuscola famiglia disastrata, gli viene da chiedersi perché. Cioè, palesi problemi di Sindrome della Madre Single a parte - e questi comunque dovrebbe imputarli a mammà più che a sé stesso - non ha fatto nulla di tecnicamente sbagliato, giusto? O di palesemente illegale. Anche se spesso non lo dà a vedere, Riccardo è perfettamente in grado di intendere e di volere. La loro relazione non è circonvenzione di incapace, in fin dei conti, anche se Alessandro suda freddo a ogni pattuglia della polizia che ha la malaugurata fortuna di incontrare a bordo strada.

“Perché-” dice, cercando ancora di arrabattare una risposta che non suoni come una giustificazione sul libretto del liceo – l’alunno Mahmoud Alessandro è entrato in classe alle ore dieci e trenta causa sciopero dei mezzi. A salvarlo dall’arrampicarsi sugli specchi senza corda di sicurezza ci pensa la gloriosa entrata in scena del bambino-gremlin, con gli occhi ancora socchiusi e gonfi di sonno, i calzoncini vecchi e bucati indossati al rovescio, e una collezione di marchi, lividi e succhiotti da far invidia a un assiduo frequentatore di dungeons sadomaso. Alessandro non riesce a fare a meno di schiaffarsi una mano sulla fronte e imprecare coloritamente tra sé, evitando per un soffio scomunica e ammonimento formale della Santa Sede. Lo sguardo di sua madre è più eloquente di uno schiaffo in pieno viso al grido di non ti ho cresciuto così, disgraziato.

“Vado, che c’ho da fare,” dice. “Vedete di lavare le tazze, dopo la colazione.”

Riccardo solleva una mano in un gesto dai molteplici significati, da buongiorno a sissignora , e Alessandro non si accorge di aver trattenuto il respiro per tutto il tempo finché Riccardo non gli si accomoda pigramente in braccio, riaddormentandosi quasi immediatamente con la testa sulla sua spalla.

Visto che non è stato così drammatico, Alessà?

Sarà. Comunque si sente la colazione ballare nello stomaco contratto dall’ansia. Sospira, guarda Riccardo blaterare qualcosa nel suo beato dormiveglia, e si decide a prendere un’altra cucchiaiata di yogurt. Il sapore gli pare più acido di quanto non fosse qualche minuto fa, e anche se sa che sono solo le sue paranoie del cazzo a parlare non riesce a buttarne giù neanche una cucchiaiata di più.

 

*** 

 

Contrariamente a quanto pronosticato, il mondo non finisce esplodendo in migliaia di sassolini fumanti, né si scatena un’apocalisse zombie. L’atmosfera in famiglia cambia di colpo…e in meglio. Ad un tratto, tutti hanno qualcosa da dire a Riccardo, qualcosa da mostrargli, posti in cui vogliono portarlo a mangiare. Le serate in pineta, o sulla spiaggia, oppure tutti insieme in terrazza a chiacchierare in una cacofonia assordante tornano ad essere divertenti e interminabili. Al mattino, quando l’aria è ancora respirabile, Alessandro costringe Riccardo a inforcare la bicicletta e lo porta a visitare calette sperdute, in barca a fare il bagno nelle grotte che abbondano tra gli scogli. 

L’ affaire “fai anche tu la tua confessione a mezza bocca a mammà” si è concluso con lei che continua a guardarlo con la stessa compassione che riserverebbe al cucciolo scemo della nidiata, ma la risicata benedizione ricevuta è abbastanza perché Alessandro torni a galleggiare sul pelo dell’esistenza, invece di affondare nelle sabbie mobili della disperazione.

“Non pensavo avresti avuto le palle di dirglielo davvero, sai? Pensavo ti saresti inventato qualche stronzata.”

Sono rimasti solo loro in pineta, adesso, lontani dal cono di luce dei due lampioni in croce che illuminano - si fa per dire - una passeggiata dissestata, che Alessandro ricorda desolata anche quando era bambino. Il cielo, il mare, e il cemento raggrinzito attorno a loro si fondono in un’unica macchia scura dalla quale spuntano le cime degli scogli, smussate dal sale e dalle intemperie. La calura ha cotto l’erba, che punge le natiche di Alessandro ogni volta che si muove per far tornare a circolare il sangue nelle caviglie.

Ouch. Le parole di Riccardo sono dure da digerire, ma sa benissimo di non potergli dare torto. Solo qualche settimana fa avrebbe venduto l’anima al diavolo per tenere la loro relazione segreta come dei cazzo di x-files, e ora-

Ora lo sanno tutti. 

Cioè, non tutti tutti. Alfonso Signorini non è ancora arrivato a stanarli nel loro ritiro pre-tour. Non ci sono orde di fan che s’accalcano sulla porta di casa, qui, e siccome stanno limitando fino al parossismo le effusioni pubbliche non sembra esserci un concreto pericolo di fuga di notizie. Può tirare un lungo sospiro di sollievo, per ora, lungo quanto il tiro che fa dalla sigaretta che si sta dividendo con Riccardo.

“Lo so, mi sono stupito da solo. Però mi sembra andata bene, no? Non mi ha ancora disconosciuto…”

Riccardo urta la spalla contro la sua giocosamente, rubandogli la sigaretta dalle dita e flexando ancora il suo trucchetto del fumo che esce dal naso, alla faccia sua che si soffoca anche solo pensando di farlo.

“E perché dovrebbe? Dai, mi vuole bene, scusa. E comunque sono fiero di te. Stai diventando grande…” L’intento sfottereccio nella sua voce è palese. Quando si sporge a cercare di arruffargli i capelli, Alessandro scarta all’indietro, lo afferra e inizia a fargli il solletico.

“La smetti di pigliarmi per il culo?”

La risposta di Riccardo si perde nel suono sgraziato delle sue risate a bocca spalancata.

Alessandro non è convinto di sapere che suono abbia la felicità, ma se dovesse azzardare un’ipotesi quello che sta uscendo dalle labbra dischiuse, tese di Riccardo ci si avvicina moltissimo.

 

***

 

Considerando che Riccardo sembra stare facendo scorta del sonno che gli mancherà durante tutto il resto del tour, per Alessandro è una sorpresa svegliarsi e trovare l’altro lato del letto vuoto, le coperte sfatte già fredde, come se Riccardo fosse ritornato alle vecchie abitudini e se ne fosse andato a prepararsi il caffè un’ora fa. 

La smorfia di disappunto che gli increspa il viso è goffa, e anche se in camera ci sono solo lui e lo split del condizionatore Alessandro nasconde la faccia nel cuscino e lì la lascia finché il bisogno d’ossigeno non supera la necessità di oziare altri cinque minuti.

“Ricky?” Chiama a bassa voce, ma al suo grugnito da bestiola presa a calci non risponde nemmeno lo scroscio dell’acqua nella doccia. 

Strano.

Si alza passandosi una mano sul viso; forse, girare il remake de “il Mucchio Selvaggio” a due nottetempo per poi svegliarsi svariate ore prima dell’ora di pranzo non si è rivelata una decisione saggia, a posteriori, visto che ormai ha un piede nei trenta e tutti gli acciacchi tipici di un ottantaseienne. Ad ogni modo, gli riesce di infilarsi dentro ai pantaloncini e pure a imbroccare le ciabatte senza mettere il piede destro nella sinistra e viceversa, e - ed è questa la cosa più sorprendente - anche a strisciare in cucina senza ammazzarsi accidentalmente contro una porta o a un muro. Che ora che ci pensa gli sovviene che pure un tizio, un re, è crepato sbattendo la testa contro uno stipite – ehi Siri, rimani carino se muori sbattendo la testa? Grandi domande che per oggi non troveranno risposta. 

Alessandro un po’ se l’aspetta di trovare Riccardo in cucina, ma come al solito il gremlin è un maestro nel cambiare le carte in tavola e, invece di essere intento a pressare con precisione millimetrica il caffè nella valvola, sta aiutando la zia a chiudere le seadas. Con la sua tecnica speciale, quella che le fa diventare belle gonfie, ariose e croccanti. Per la famiglia Frau, essere ammessi al Mistero della chiusura delle seadas equivale più o meno a dissecretare il Terzo Segreto di Fatima, un’attività riservata a pochi privilegiati o a parenti strettissimi finalmente giunti all’età giusta per venire consacrati al tavolo dei grandi.

“Ricky?”

Riccardo alza lo sguardo dal lavoro certosino, una gocciolina di sudore impigliata nel sopracciglio. Il suo sorriso alza di diversi gradi la temperatura nella stanza, e l’occhiolino che gli riserva manda il sangue di Alessandro in ebollizione.

“Stai concentrato,” lo ammonisce la zia. “Altrimenti con le prossime lo avveleni,” dice, indicando Alessandro con un imperioso gesto del mento.

Per Alessandro, è ancora troppo presto per riuscire a produrre un pensiero coerente che non spazi dalla gratitudine per avere una famiglia come la sua, sentirsi il cuore grande come una mongolfiera e colmo d’amore, e ascoltare il cazzo che, si sa, al mattino di tutto ha voglia tranne che filosofeggiare di gratitudine e mongolfiere. Così si accomoda su un angolo della cucina non occupato da utensileria e vulcani di farina, e osserva, innamorato e appagato, finalmente leggero come una piuma. Così leggero che se il suo cuore fosse davvero una mongolfiera e il suo cazzo non facesse da zavorra prenderebbe il volo. Sul viso ha stampato, e lo sa, uno di quei sorrisi ebeti che fanno sospettare totale mancanza di attività cerebrale, ma non gli importa.

“Cos’hai da guardare?” Riccardo ride e ripiega meticolosamente bordi di pasta, con le dita imbrattate d’olio di semi. Alessandro gli correrebbe incontro per baciarlo, se più di tutto non temesse lo schiocco del cucchiaio di legno della zia contro la nuca. 

“Niente, ti guardo,” si limita a rispondere, soffocando uno sbadiglio.

Riccardo, prevedibilmente, ride. E stavolta Alessandro non ha dubbi, il suono della sua risata è davvero il suono che fa la felicità.


















  

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