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Alessandro non l'ha mai capita 'sta fissazione che Riccardo ha per il calcio. Sì, è vero, si è sforzato di imparare i fondamentali di questo sport alieno, incomprensibile, per il quale è sempre stato tagliato come un nano zoppo buttato a fare il cestista nella NBA, e comunque non li ha imparati. Deve ancora capire cos'è un fuorigioco, e perché di tanto in tanto i commentatori gridano crossone! quando lui nemmeno ha capito se ad avere la palla fosse la squadra vestita di blu o quella a righe. Riccardo, oltretutto, ha cercato persino di coinvolgerlo in una partitella con i suoi amici, e nemmeno declinare con l'omicidio negli occhi è servito a farlo desistere; Alessandro ci ha provato a giocare, davvero. L'hanno messo in ogni posizione - e no, non nel senso che avrebbe gradito di più - ma è riuscito a fare schifo anche in porta, quale novità, eh.
Per qualche strana ragione, Riccardo non gli ha più chiesto di giocare a pallone, manco col SuperTele di puro petrolio che fa la muffa nel garage di Alessandro, insieme a dei racchettoni da spiaggia utilizzati forse una volta o due. E pure con i racchettoni Alessandro riconosce di non essere un fenomeno.
Tornando al presente: torrido pomeriggio milanese, orario di pennica obbligata allo scattare del primo giugno, oppure golden hour in cui il suo cervello non sta implorando una dolce morte in qualche clinica svizzera - morire e dormire non sono in fondo la stessa cosa, una volta tolto alla morte il suo carattere di permanenza? - e come un fiume in piena le parole fluiscono, naturali e morbide, dalla penna al foglio, mentre un pigro indice tamburella sui tasti del pianoforte, ora convenientemente rilocato non più sotto la finestra ma nello spazio angusto sotto allo split del condizionatore.
“Esco,” annuncia Riccardo, prendendogli il viso per un bacio veloce e fiondandosi verso la porta come se avesse il diavolo in corpo. Alessandro, preso com’è dal lavoro, si limita a rispondere con un lieve mh in punta di labbra, senza curarsi di chiedergli dove cazzo trovi la forza di muoversi con quaranta gradi all’ombra - Alessandro striscerebbe sull’asfalto, se questo non fosse così rovente a quest’ora da risucchiargli le suole delle scarpe - o dove pianifichi di andare, visto che a parte il lavoro a Milano non ha niente, nemmeno la palestra di fiducia.
Ma queste sono domande che si porrà l’Alessandro di dopo, dove dopo è un concetto mistico collocato in un piano astrale separato dalla realtà temporale della Terra – il lavoro lo assorbe al punto da fargli dimenticare persino la triste fetta di cocomero che lo aspetta in frigo per merenda…da due giorni. È raro che riesca a rendere così fruttuose le brevi pause tra una data del tour e l’altra, così si bea dell’insperata grazia e tira dritto a scrivere finché non sente lo scatto della chiave nella serratura e si sporge a sbirciare l’entrata trionfale di Riccardo, che lancia le vecchie Air Force nello stanzino delle scarpe con un gesto imperioso, appallottolandoci dentro anche i calzini schifosi già che c’è. Prima o poi Alessandro dovrà istruirlo sul fatto che i calzini sudaticci non devono seguire le scarpe nello sbarazzacamere ma andare dritte dritte nel cestone della biancheria; per ora è riuscito a fargli capire che abbandonare i boxer a macerare sotto al letto potrebbe solo portare a un’infestazione di scarafaggi, ma far capire a un ragazzino cotto a fuoco lento nel brodo dell’eteronormatività conservatrice l’importanza dell’igiene sembra un compito arduo persino per Alessandro, che come un esperto cinofilo ha saggiamente deciso di adottare il metodo del premietto-bocchino per incentivare Riccardo ad autodomesticarsi – i cinofili hanno i biscottini, Alessandro ha la respirazione bocca-a-cazzo. A ognuno i suoi metodi.
“Sei rimasto piantato qui tutto il pomeriggio?”
Alessandro non capisce se la bruttissima canotta bianca di Riccardo sia intrisa di sudore o se l’abbia convenientemente lavata sotto una fontanella per non crepare, ma ne dubbio se ne frega - ormai ha passato persino la fase del disgusto per il suo sudore adolescenziale - e lascia che Riccardo lo stringa da dietro, allacciando le braccia attorno al suo collo per strusciargli il viso contro e farsi baciare le guance bollenti, arrossate dalla calura che batte sull’asfalto come una cazzo di mazza in mano a un sadico.
“Tipo. Sai che quando lavoro mi perdo. Tu, invece?”
Riccardo scrolla le spalle.
“Dovevo fare una cosa. Stasera ordiniamo?”
Vista la sua totale mancanza di voglia a impegnarsi in qualcosa che non sia fondersi con il copridivano e guardare una serie su Netflix, Alessandro non può che concordare. Riccardo schizza verso il bagno ancora prima che Alessandro possa avere il tempo di chiedergli, di grazia, che cosa gli vada di mangiare stasera, e in un atto di egoismo misto a voglia di fare schifo, gli viene la brillante idea di ordinare pollo fritto, fanculo anche ai quaranta gradi e alla linea.
***
Succede che anche il pomeriggio successivo Riccardo se ne vada “a fare un giro” , portandosi dietro un cappellino rubato da chissà quale cassetto e sparendo più o meno fino all’ora di cena, per ritornare fradicio e ansante, contento come un cazzo di Golden Retriever. Di nuovo, Alessandro non se ne preoccupa, sta lavorando quando non si aspettava di riuscire a cavarsi dalla testa nemmeno due parole striminzite, quasi non lo registra uscire e per poco si perde persino il momento in cui rientra. Bacio di rito; Riccardo è fradicio, e stavolta Alessandro ha la certezza matematica che sia sudore.
“Ordiniamo qualcosa?”
Gli sembra di vivere in un loop temporale o di stare sperimentando un dejà-vu .
Rinse and repeat.
Gli ci vogliono tre giorni identici - che, in fin dei conti, è il massimo di routine che Alessandro riesce a tollerare quando le variazioni sono talmente minime da passare inosservate - perché inizi quantomeno a domandarsi dove cazzo vada Riccardo tutti i pomeriggi per ricomparire giusto in tempo per pigolare a becco aperto come un pulcino di merlo di quelli che infestano i nidi degli altri inconsapevoli uccelli alla disperata ricerca del suo take away du jour e poi passi il resto della serata in uno stato assimilabile al coma…ma da sveglio. Semmai esista una condizione medica assimilabile al coma vigile, ecco. Alessandro si ripromette di googlarlo, ma dopo cinque minuti se l’è già dimenticato.
Al quarto giorno si azzarda a chiedergli dove stia andando. Riccardo si limita a scrollare le spalle e a mandargli un bacio dall’uscio.
Ora, Alessandro non è un paranoico del cazzo, nossignore, figurarsi. È soltanto un amichevole Millennial di quartiere composto al 95% di paranoie, figurarsi se proprio lui s’immagina scenari postapocalittici in cui Riccardo lo tradisce con qualche TikToker con l’appartamento vista Duomo, più giovane di lui di qualche anno e con la vita talmente sottile che gliela puoi prendere agilmente tra due dita, rompendole una costola con uno starnuto.
Almeno una delle sue personalità desidera ardentemente prenderlo a calci per questo palese sfoggio di insicurezza acquisita in anni di crisi economiche, futuri incerti e visuals su YouTube al minimo storico, ma tutte le altre ottanta lo spalleggiano, il che significa che la fantasia autodistruttiva di Alessandro può galoppare fino a trasformare le parole sui fogli in meduse, scarabocchi e bocche storte disegnate male con la Bic mangiucchiata in barba al Covid-19.
Tra tre giorni, Alessandro riprenderà il tour. Riccardo, invece, potrà vegetare fino a lunedì, il bastardo.
Bastardo e traditore, gli ricorda la sua coscienza, e Alessandro sente le arcate dentali cozzare l’una contro l’altra come un grinder.
Non sarebbe la prima volta, comunque. Ha già avuto a che fare con simpatici traditori seriali, arrivando a guadagnarsi il soprannome di Bambi a causa degli innumerevoli palchi di corna, ma subirle da Riccardo? Cristo, non solo sarebbe offensivo sul piano etico - non è contrario alle relazioni aperte, dopotutto, se ne potrebbe discutere civilmente - ma sarebbe assolutamente umiliante su quello personale. Farsi mettere le corna da uno zerotré tocca livelli di squallore e bassezza non raggiunti nemmeno quando, all’apice dello zerbinaggio, ha preso un treno all’ultimo per raggiungere il suo ormai storico ex a Ferrara - chi cazzo lo sa poi dov’è Ferrara e a che cosa serve! - solo per farsi mollare su due piedi per un banchiere svizzero con la calvizie incipiente e la bocca rovinata dai filler.
Onesto, a ben vedere chi non diventerebbe un pochino paranoico dopo una vita amorosa così travagliata?
Sicché, viene il quinto giorno. E fu sera, e fu mattina. Alessandro ha dormito poco, male, si è rigirato tutta la notte, e anche una bella scopatina con tutti i crismi non è servita a levargli di dosso l'orribile idea che Riccardo se la stia facendo con una tipa qualunque alle sue spalle. La sua mente contorta e colma di traumi come una delle damigiane di mirto dello zio Piero riesce persino a fargli notare quanto, nel sesso, Riccardo sia stato inusualmente sbrigativo. Seppure l'unica personalità lucida avanzata ci tenga a sottolineare che il poveretto poteva - poteva! - essere stanco a causa della massiccia quantità di calore e radiazioni solari assorbite, il pensiero di Alessandro torna sempre alla TikToker misteriosa, alla strega che gli sta portando via l'omo come in una telenovela.
Alessandro cerca di immaginarsela; a Riccardo piacciono more, fatte con lo stampino, culi da paura e nasini alla francese. Gli si torce lo stomaco alla prima ciocca nera che si figura sfuggire da un cappellino da baseball.
Fanculo, cazzo.
Che poi potrebbe benissimo chiederglielo. Parlarne. O, quantomeno, affrontare di petto la questione "dove te ne vai tutti i pomeriggi, Riccardo?" a costo di suonare come una helicopter mom o un fidanzato geloso – e, onestamente, è difficile dire quale delle due sia peggio.
La realtà dei fatti è che Alessandro Mahmoud è, e sarà sempre, un codardo. Uno struzzo che ficca la testa sotto la sabbia. Perciò, sebbene sia più che conscio di stare facendo una cosa abominevole, giocherella col cellulare di Riccardo e installa una di quelle app di device tracking che di solito i mariti abusivi utilizzano per controllare le mogli. Al pensiero un conato gli squassa lo stomaco, ma non ci fa caso, non può, sarebbe ancora in tempo per mettere un freno a questo contorto piano che ha messo in movimento ma.
Ho diritto a saperlo, se mi sta mettendo le corna , si dice. Ego te absolvo.
"Esci?"
Riccardo, che sta bevendo a canna da una bottiglia in cucina, sorride e lascia che un rivolo d'acqua gelata gli coli giù per l'angolo della bocca. Ad Alessandro viene in mente un passaggio di Romeo e Giulietta; occhi, guardatela un'ultima volta…
"Torno per cena, eh. Ordiniamo?"
Vaffanculo. Io ti ordino il coreano e tu ti scopi una TikToker all'ora del tè. Stronzo.
"Certo. Idee?"
Di nuovo, il sorriso da lupo di Riccardo lo acceca e lo irretisce. Forse dovrebbe darsi una calmata, dopotutto. Forse non c'è nessuna TikToker, ci sono solo i suoi trust issues e quel bisogno, che ciclicamente si ripresenta, di avere la situazione completamente under control , soprattutto quando si tratta di Riccardo. Solo che Alessandro e la lucidità mentale hanno fatto a pugni più o meno in seconda elementare, quindi il raziocinio se n'è andato a farsi benedire ben più di vent'anni fa. Riccardo dà una scorsa all'orario sul cellulare, impreca, e gli passa accanto sulla porta scoccandogli un bacio affrettato.
"Boh, il posto che ha la pasta buona?"
Alessandro annuisce. Senz'altro.
Buffo come nel giro di una manciata di mesi le cose possano cambiare in maniera così radicale; è passato dal volersene liberare in modi più o meno antietici ad installare applicazioni di geolocalizzazione per stanarlo mentre lo tradisce con una sgallettata che aspira al Grande Fratello Vip.
Beh, era inevitabile, chiosa una vocina crudele dal fondo del suo cervello. Non sei esattamente un tipo facile da amare, tu. Ha avuto fin troppa pazienza, il bambino.
E dire che Alessandro credeva di essersene liberato di questa stupida, logorante insicurezza che quando si ripresenta lo fa con gli interessi. Ogni tre storie, una la sputtana perché è un insicuro del cazzo, matematico. Le altre tre perché è, nell'ordine, una zoccola, un menefreghista, e uno stronzo. Tutte e tre le cose insieme, in alcuni casi, un coacervo di contraddizioni che stanno insieme con lo sputo.
Si passa una mano tra i capelli rasati di fresco. Riccardo è appena uscito, e il quaderno dalle pagine strappate sul quale Alessandro dovrebbe essere intento a scrivere il suo nuovo capolavoro giace, inutilizzato, sul pianoforte chiuso. Quanto vantaggio deve concedergli prima di seguirlo? Un'ora? Due? Lui e la sua TikToker parleranno un po' prima di scopare oppure non si salutano nemmeno, pronti a saltarsi addosso già sull'uscio di casa?
Fanculo.
Passa un'ora. È interminabile. Sul cellulare segue gli spostamenti di Riccardo, fumando in cucina e desiderando ardentemente stordirsi con qualche cocktail tutto alcool e poca frutta.
Cazzo, zi, ma ripigliati. Secondo te sta davvero scopando con una TikToker?
Sì? No? Non è importante, decide, schiacciando il filtro dell'ennesima sigaretta nel posacenere ricavato dal culo di un vaso di design andato in pezzi una sera in cui Riccardo ha deciso di farsi sbattere come un tappeto sul pavimento del salotto, prendendo malauguratamente una testata contro il tavolino sul quale il vaso da quattrocento euro era riuscito a sopravvivere da prima della pandemia – occorrenza non scontata, in casa di uno come Alessandro.
Inforca gli occhiali da sole e si mette in macchina senza curarsi di sembrare un bidone dell'immondizia che ha preso vita, o la sedia dei vestiti non ancora sporchi, ma nemmeno puliti, che se n'è andata a farsi un giretto.
Pronto o no, sto arrivando.
***
Il posto non dista che una quindicina di minuti in auto, traffico e semafori del cazzo esclusi. È una zona nella quale Alessandro non si è mai addentrato davvero, sa solo che a un certo punto troverà la statua di un prete senza nome vicino a una di quelle edicole che ricordano le bouches della metropolitana di Parigi. Tenendo il cellulare in grembo, Alessandro parcheggia in una laterale, vicino a una palazzina in ristrutturazione dalla facciata di un improponibile colore azzurrino. Chiude l'auto con un po' troppa foga; si accende una sigaretta e si infila in un'altra traversa, stavolta ombrosa, e marcia a testa bassa tra i tavolini dei bar e gli ombrelloni che invadono la carreggiata, probabilmente pedonale.
Ora, Alessandro era quasi convinto della TikToker. Insomma, gli sembrava plausibile. Adesso che si trova di fronte a un oratorio dedicato a un santo di cui non ha mai sentito parlare, Alessandro inizia a nutrire qualche dubbio – prima, circa l'attendibilità dell'app che lo informa che l'iPhone di Riccardo è qui e poi, quando sente un fischio provenire dalla corte interna, riguardo all'esistenza dell'amante misteriosa. A meno che Riccardo non abbia uno strano feticismo per cui gli piace scopare negli oratori mentre un arbitro segnala il fallo…
Zì, questa però faceva cagare.
Alessandro ingoia un bolo di saliva che gli si è solidificata sulla lingua e, sperando con tutto sé stesso di non trovarsi su un set pornografico improvvisato, entra nel cancelletto accostato dove fa bella mostra di sé uno striscione che recita “La porta del Signore è sempre aperta. Entra anche tu!” cercando di non produrre battute sui preti pedofili che gli balleranno nel cervello per giorni e lo faranno sentire una persona di merda.
L’aria qui ha lo stesso odore che aveva l’oratorio che frequentava da ragazzino, è familiare e in un certo senso confortante; dai dispenser di caramelle a un euro e cinquanta all’etto sale, stucchevole, il profumo dello zucchero e del seltz, mentre una fila di scarpe di ogni foggia e colore abbandonate sotto un’arcata affrescata con una brutta natività moderna rilascia un lezzo di giovane maschio muschiato che quasi gli scatena un attacco di PTSD.
Sei paia di Nike Air Force One. Questi giovani non ci provano manco a farsi uno stile. Almeno un paio, in ogni caso, dovrebbero essere di Riccardo, ammesso e non concesso che l’app maledetta l’abbia portato nel posto giusto.
“Se è venuto a vedere la partita, il campo da calcio è là dietro,” lo informa, cortese, una suora. Grazie al cielo, almeno lei ai piedi ha brutti sandali da montagna e non le Air Force One. Il fatto che Sorella Sister Act gli stia dando del Lei lo turba fortemente - chi cazzo lo dà del Lei a Mahmood oggigiorno? - ma siccome il suo corpo è sempre più veloce a reagire del suo cervello, sente la lingua muoversi e la gola articolare un “Grazie” timido, impacciato. Le suore gli hanno sempre messo un po’ di soggezione. Sono radicali le suore, cazzo. Lui mica ce la farebbe a vivere in castità, a servizio del prossimo - specie di preadolescenti urlanti - e a indossare scarpe di merda tutta la vita. Chapeau, cazzo.
“Le conviene sbrigarsi, eh. I ragazzi stanno giocando da un po’. Lei è il papà di…mi lasci indovinare,” dice, aggiustandosi gli occhiali da sole sul viso arrossato con un sorriso complice. “Adel, vero? Lo dice sempre che la sua mamma e il suo papà sono giovani!”
Chi sia questo Adel Alessandro proprio non lo sa. Sa che il nome suona vagamente arabo e vagamente maschile, e sa anche che se non vuole passare un brutto quarto d’ora gli conviene inventarsi una balla e pure alla svelta, quindi si limita a sfoggiare la gran faccia di cazzo che gli ha lasciato daddy dearest in eredità perpetua - finché chirurgo plastico non ci separi - e a fare un gesto vago con la mano.
“Sì, no, cioè…cerco il prete, in realtà. Sa dove posso trovarlo?”
La suora aggrotta le sopracciglia.
“Oh. Eppure lei ad Adel somiglia molto. Beh, non importa. Don Franco è alla partita, sta arbitrando. Preferisce aspettarlo qui al bar?”
Alessandro scuote la testa.
“Si figuri, il calcio è una mia grande passione,” mente. Mentire a una suora quanti anni di purgatorio vale, esattamente?
“Ma lei è per caso un… procuratore?”
Chissà perché Sorella Sister Act abbassa la voce fino a sussurrare sulla parola procuratore. Alessandro, che non ha cuore di mentirle ulteriormente, si limita a scuotere il capo e a chiederle per cortesia di indicargli il campo da calcio – "campo da calcio" . Ora, Alessandro manca dell'esperienza atta a giudicare cosa sia un buon terreno di gioco e cosa no, ma la specie di campo incolto, con l'erba rinsecchita, delimitato da una rete all'interno della corte di quello che deve essere un vecchio convento cittadino…non sembra esattamente adatto a rincorrere una palla senza sbucciarsi le ginocchia e prendere almeno sette varianti diverse di tetano. La smorfia che gli si dipinge in volto è eloquente. Appoggiata alla rete che delimita il campo - al quale sono stati aggiunti degli spalti sbilenchi, sicuramente abusivi - Alessandro nota una ragazza. Deve avere la sua età, forse un paio d'anni in più, e ha lunghi capelli rosso artificiale e una canotta con rose e teschi che di sicuro tirava un sacco nel 2008. Sorride, porta occhiali a mascherina, e attorno alle labbra ha tre piercing – anche quelli andavano un sacco, nel 2008. No, decisamente non è la TikToker.
Lo guarda, sorride. Beve Fanta da una cannuccia a righe, ancora di plastica – probabilmente le suore al baretto avevano comprato così tante cannucce che qui la transizione ecologica stenta a decollare.
"Qual è il suo?" Chiede, genuinamente curiosa. Probabilmente vive sotto un sasso, come le suore. Dalle vibes che emana, comunque, è chiaro che abbia visto Sanremo l'ultima volta prima di scoprire il magico mondo dell'Heavy Metal alle medie, e che il massimo che si concede di ascoltare in radio è Virgin. E probabilmente Alessandro dovrebbe cambiare antirughe, ma questa è un'altra storia.
Accecato dal sole che si riflette contro il cemento traballante degli spalti improvvisati, Alessandro stringe gli occhi a due fessure per osservare i giocatori in campo; individua il parroco, sta arbitrando in calzoncini Adidas, maglietta e…collarino bianco. La scena è surreale e divertente insieme, soprattutto quando dopo uno scatto per seguire un'azione Alessandro riesce a notare il luccichio dorato della croce che il prete si è appuntato sul petto anche a costo di perderla nel prato disastrato. Riccardo, invece, Alessandro riesce a riconoscerlo nella calca di corpi che inseguono un pallone giallo fluo dal fatto che urli una parolaccia - "Porca Puttana!" - e venga ripreso dal sant'uomo all'arbitraggio – "Riccardo! È un giallo!"
Alessandro sospira. Lo indica.
"Non è esattamente il mio ma è…quello là."
La ragazza ferma ai primi anni Duemila sorride.
"Ah, Riccardo! È un po' di giorni che viene a giocare qui. I ragazzi lo adorano."
E chi non lo adora? vorrebbe dirle, ma si limita ad annuire. Dio, è proprio vero che qui la gente vive fuori dal tempo. L'hanno mai sentito Blanco alla radio? Posto che non vivano come gli Amish o i musulmani Wahabiti. Niente musica, Deus non vult.
Adesso, Alessandro si sente un idiota. E pure low-key in colpa per aver installato un geolocalizzatore nel cellulare del suo ragazzo perché pensava si vedesse con una strafiga…e invece l'ha trovato giocare a calcio con passione quasi religiosa - ah, l'ironia! - in uno sfigatissimo oratorio nascosto nel dedalo delle stradine milanesi.
Accettalo serenamente: sei uno stronzo, e neppure troppo intelligente, Alessandro.
"Non sono cazzi miei ma…tutto bene? È un problema se Riccardo gioca a calcio coi ragazzi?"
Alessandro scrolla le spalle. Da uno a dieci, quanti calci nel culo prenderebbe dalla fan dei Metallica se le raccontasse il vero motivo per cui è qui? Non che abbia tutta questa voglia di raccontare la storia della sua vita a una sconosciuta, ma.
Balla più, balla meno…
Tanto l'inferno gliel'ha già fatto guadagnare la sua spiccata predilezione, sin dalla più tenera età, per la minchia, quindi sparare un numero di stronzate tendenti a più infinito non cambierà la situazione disastrosa della sua anima.
"Sì, no, tutto a posto. È…carino che sia qui a giocare a calcio. A lui piace, mentre io ho due piedi sinistri," si schermisce, guardandosi la punta delle scarpe. "Quanto manca alla fine?"
"Un quarto d'ora. Tre a uno. Vede…anzi, scusa, diamoci del tu. Vedi il ragazzino là, in porta? È il mio. Stessa squadra di Riccardo. Stiamo vincendo!"
Di nuovo, Alessandro annuisce perché si sente un povero imbecille. Se facesse yay come una cheerleader raddoppierebbe i punti idiozia, quindi si limita ad appoggiarsi sgraziatamente contro a una panchina - la posizione sembra quella di un buttafuori socialmente inetto che vuole sembrare rilassato, infatti la signorina Tuffo Nel Passato ride di gran gusto - e osserva l'azione senza capirci granché, considerato anche che metà del suo cervello è completamente in paranoia per la questione ho-controllato-il-telefono-del-mio-ragazzo-sono-una-persona-orribile e che quindi non ne abbia mezza di comprendere dove la brutta palla gialla stia finendo, o tra i piedi di chi.
"Riccardo sta facendo un sacco per i ragazzi, sai?"
Minchia, è pure ciarliera.
Alessandro si stupisce di vedersi allungare una lattina di Fanta. Chissà da dove l'ha tirata fuori. Non declina l'offerta, però, visti gli ottantasei gradi all'ombra e il fatto che questa partita sembri durare all'infinto – dico a te, inventore del calcio. Novanta minuti sono una follia, perché in estate il regolamento non prevede tipo mezz'ora di meno?
"Non lo metto in dubbio," replica, il cervello settato su un comodo pilota automatico. "Riccardo è così."
Lei sorride, tirando una sorsata dalla sua bibita.
"Mi chiamo Mara, comunque. Tutti i ragazzi vengono dalla casa-famiglia che c'è nella via parallela, quella gestita dalle suore. Tranne il mio, quasi tutti senza genitori, per motivi."
Ad Alessandro un po' sale la voglia di strozzarsi con le caramelle gommose che ha visto nei distributori al bar, per fare la fine del topo in trappola e non pensarci più.
Cristo, zì. Riccardo era qui a giocare al Piccolo San Francesco e tu pensavi avesse una storiella con una TikToker.
Dicono che una volta toccato il fondo del barile si possa solo scavare, giusto? Alessandro non solo ha scavato, ma probabilmente ha trovato il petrolio e i resti di qualche civiltà preistorica scomparsa misteriosamente.
Tuffo Nel Passato - Mara - inizia a ciarlare della casa-famiglia, dei ragazzi che giocano a calcio, di don Franco che è tanto una brava persona. Alessandro ha la coscienza talmente sporca che non spegne il cervello, ma anzi ascolta…non passivamente, ma persino commentando e gesticolando.
E se non è espiazione questa , pensa, all'ennesimo panegirico sul cazzo di prete.
Quasi quasi, sarà lui a dover chiedere a Riccardo di farsi perdonare, e non il contrario.
Cosa non si fa per amore?
***
Quando la partita è finalmente finita, non scostandosi più dal 3 a 1 malgrado i tentativi disperati dell'attaccante, un ragazzino talmente magro da sembrare bidimensionale, Alessandro valuta l'opzione di squagliarsela. Sul serio, così, darsela a gambe prima che Riccardo lo veda, in modo da non dover né giustificare la propria presenza lì, né il fatto che abbia installato un'app di tracking sul suo cellulare. Peccato che il suo cervello entri in modalità sottone senza speranza non appena Riccardo inizia a fare dei palleggi che Ibrahimovic scansati, non sei una sega di nessuno, e il suo buon proposito di fuggire come un latitante vada in fumo ancora prima dell'attuazione.
E Riccardo, il bastardo, sembra giusto avere un radar installato nel cervello, perché alza lo sguardo proprio quando non dovrebbe e Alessandro non ha via di scampo dal suo sorriso allegro, gigantesco, brillante nonostante i quaranta gradi e l'impellente disidratazione da bagno di sudore.
"Ale!"
È come il richiamo delle sirene, cazzo. Impossibile resistere, anche perché Alessandro non è stato previdente abbastanza da foderarsi le orecchie di cera.
Riccardo dimentica istantaneamente il pallone, affidandolo ai piedi palmati di un ragazzino con un mullet biondo che fa tanto bulletto di Karate Kid, e si lancia ad avvolgerlo nell'abbraccio più sudato della storia, che lascia sui vestiti di Alessandro l'aroma muschiato di adolescente ormonale che rimarrà incagliato nelle fibre sintetiche per almeno tre viaggetti in lavatrice. Ad Alessandro, oggettivamente, non importa granché; sapere che Riccardo sta abbracciando lui e non una TikToker qualsiasi è una compensazione sufficiente per il puzzo di sudore giovanile che gli rimane appiccicato addosso. E poi probabilmente la sua relazione sta per andare a puttane, perciò prendere quel che viene senza curarsi troppo delle conseguenze è praticamente un obbligo morale.
"Ricky…"
Riccardo non gli dà nemmeno il tempo di intavolare mezza conversazione. Con un urlo belluino richiama Don Franco - "Don! Venga! C'è Alessandro! Ale, questo è Don Franco, sai che arbitra da dio? Scusi don, non voleva essere una battuta" - e le presentazioni si fanno lunghe, perché il prete non vive sotto a un sasso a differenza degli altri e lui Sanremo lo segue con quasi la stessa devozione che ci mette nelle omelie – parole sue, mica di Alessandro.
Svariati autografi e un'altra bibita gassata dopo, anche Don Franco cade nel tranello e invita Alessandro a giocare con loro. Candidamente, Alessandro ammette che preferirebbe vedere la sua firma apposta a tradimento su un assegno stellare per finanziare la comunità piuttosto che giocare una partita al vile calciapalla.
Il prete ride. Riccardo ride. Un sacco di ragazzini ridono. Alessandro non ride, convinto com'è di arrivare a sera single e abbattuto, tant'è che quando si avviano alla macchina - "Cristo, menomale che sei venuto, Ale, mi sa che oggi se fossi tornato a piedi sarei morto a metà strada" - ha l'aria di uno a cui hanno simultaneamente sterminato la famiglia e bruciato la casa col gatto ancora dentro, e nemmeno il commentario entusiasta di Riccardo che analizza nel minimo dettaglio ogni azione di gioco riesce a riscuoterlo dal pensiero funesto di essere a un passo dal perderlo per sempre.
E tutto per quella cazzo di insicurezza di fondo che ti porti dietro da quando avevi ancora gli occhiali.
Fanculo.
"Ricky, sono un uomo di merda," sputa senza preamboli, giusto quando Riccardo sta mimando il complicato svolgimento di un'azione particolarmente sentita. Come da prassi, Riccardo lo batte sui tempi e infrange come cristallo la sua adamantina convinzione di essere un perfetto 007, sorride, stringe la mano nella sua e in punta di labbra soffia "Per il geolocalizzatore? Vabbè ma quello potevo benissimo impostarlo su, boh, via del Corso a Roma per prenderti per il culo, ma dove sta il divertimento poi?"
Eh, già. Dove cazzo sta?
Alessandro fa scattare il dito sulla chiave della macchina. Appena si accomoda al posto di guida, accende l'aria condizionata su gelo artico e lascia che faccia la sua magia mentre processa di essere stato fregato di nuovo dal suo ragazzo adolescente che non gliene dà una vinta ormai dai tempi di Carlo Magno.
Si volta, lo guarda calciare via le Nike sfondate e strapparsi di dosso i calzini - Alessandro non li metterà nemmeno in lavatrice, nossignore, cercherà una piazzola per lo smaltimento di rifiuti speciali slash scorie nucleari e li abbandonerà a decomporsi - per mettere quei maledetti piedi da Hobbit sul cruscotto, in uno sfoggio tutto adolescenziale di strafottente virilità che impuzzerà l'abitacolo per giorni.
"Non sei incazzato?"
Non sa perché gli esca così, con la voce da cane bastonato pronto a ricevere altre bastonate. Riccardo raramente si incazza. Eppure, l'idea che adesso questa mina vagante su gambe gli molli un ceffone e gli dia il benservito non riesce a levarsela dalla testa. Possibilità remota, eppure…
Sospira, Riccardo, con quei piedi piatti da calciatore schiacciati contro al parabrezza. Piega la testa di lato e lo guarda con quegli occhi nei quali Alessandro non può che perdersi e-
Non lo sfancula seduta stante.
Cosa incomprensibile, invero, perché Alessandro avrebbe alzato le mani per molto meno.
Fortuna che lui non è te, zì.
"Mi sono incazzato quando l'ho vista, sì. Poi mi sono reso conto che con te non c'è un cazzo di facile, e allora l'ho tenuta accesa, ho immaginato che a qualcosa ti servisse, infine, no?"
Alessandro pinza coi canini l'interno della guancia fino a sentire il sapore del sangue.
"Pensavo fossi con una," confessa e, Cristo, quanto si sente idiota a dirlo ad alta voce. Giusto per confermare la sua teoria, Riccardo scoppia in una risata talmente fragorosa che Alessandro non si stupirebbe se l'avessero sentito persino a quattro vie di distanza, ed è assolutamente il suono più bello che potesse assordarlo oggi, fanculo anche ai suoi timpani ormai maciullati.
"Ale, oggettivamente," dice, spingendo il suo piede disgustoso fino al volante, per accarezzare la mano di Alessandro con l'alluce – un incubo, se qualcuno si desse pena di chiedergli che cosa ne pensa. "Cazzo me ne faccio di una tipa quando ho te? Cioè, c'avessi la tua faccia non dubiterei della fedeltà di nessuno. E poi scusa…non dici sempre di non essere geloso?"
Alessandro l'ha sempre saputo di predicare bene e razzolare da schifo. Scrolla le spalle e si immette nel traffico, non senza una buona dose di bestemmie che ha l'accortezza di tenere per sé.
"Sai che ho i miei cazzi. Tendenzialmente non sono geloso."
"Vabbè comunque ancora un paio di giorni e poi siamo di nuovo in tour, quindi non devi preoccuparti del fatto che io vada a giocare a calcio coi ragazzi di don Franco," ridacchia, facendo sprofondare Alessandro sempre più nel baratro della vergogna.
"Scusa. La prossima volta…la prossima volta ne parliamo."
"Non c'ho una tipa, Ale."
"Ho detto la prossima volta che penserò che tu abbia una tipa."
Riccardo, caos incarnato, si allunga tra i due sedili, la testa appoggiata alla spalla di Alessandro e uno sguardo quasi criminale sul volto da cherubino reduce da una maratona.
"E perché non un tipo, scusa?"
Vaffanculo, Riccardo. Di cuore.
La laconica risposta di Alessandro è una spallata.
E il minchione ride.
***
"Mi spiace davvero per oggi."
La pelle di Riccardo è nuda, calda, profumata, fresca di doccia. Stanno sgocciolando sul copridivano e ad Alessandro non importa un fico secco, anche se il copridivano in questione costa come un mese di affitto. Stringendoselo contro, infila il naso nei suoi ricci ancora umidi, inspirando il profumo dello shampoo misto a quello salato, verace, del suo scalpo. Un po' non gli sembra vero di essere ancora ammesso al privilegio di poterlo tenere tra le braccia così, semplicemente, dopo essersi comportato come un perfetto idiota. Un po' lo sa che se Riccardo avesse deciso di chiuderla senza troppi ripensamenti se lo sarebbe meritato. E che, in fin dei conti, se la sarebbe cercata – come sempre, del resto. Quasi sempre.
"Anche a me dispiace. Che tu non venga mai a fare il tifo quando gioco."
Alessandro ride contro la sua nuca, beandosi dei brividi che si sollevano sulla sua pelle avvolta dal vapore. Ehi Siri, quante probabilità ci sono di prendere la polmonite asciugandosi sotto al condizionatore?
"Ma che cazzo. Manco sapevo che giocavi!"
Riccardo posa un bacio proprio al centro del palmo della sua mano prima di portarsela al petto, sull'angelo tatuato che ha tormentato i sogni di Alessandro prima della fatidica notte a Sanremo che ha letteralmente capovolto tutta la sua vita. Se ci pensa, ancora non gli riesce di comprendere come da perfetti sconosciuti siano passati a…questo. Loro, nudi, sul divano, a snocciolarsi scuse e promesse come in una romcom di serie B.
Tanto per restare in tema calcistico.
"Se l'avessi saputo saresti venuto?"
Alessandro gli morde piano il lobo dell'orecchio.
"È una domanda trabocchetto?"
"Allora vedi che sei stronzo?"
Alessandro sbuffa appena, prendendogli il viso con la mano e strizzandogli le guance fino a fargli diventare la bocca come quella di un pesce, prima di stampargli un bacio rumoroso sulla tempia e lasciarlo andare.
"Com'è che capisci sempre tutto e non capisci che per te farei anche la pazzia di mettermi un gonnellino e urlare dagli spalti tipo cheerleader?"
"Il gonnellino ti starebbe benissimo."
"Dai, su, sono serio. Mi spiace aver fatto la figura del paranoico. A volte mi succede."
Riccardo si piega appena verso di lui, la curva morbida del suo culo perfettamente incastrata nell'inguine di Alessandro – una posizione difficile, precaria, che consente un'autonomia estremamente limitata prima che il casto diventi piccante e tutti i buoni propositi di parlare vadano a farsi benedire.
Spoiler: ad Alessandro va più che bene, anche se riconosce che utilizzare il sesso come mezzuccio - una delle sue più grandi debolezze - sia nient'altro che l'ennesima tecnica per spazzare la polvere sotto al tappeto, solo più piacevole.
"E a me a volte succede di mangiare tutti i biscotti e buttare la confezione senza dirtelo, ma non ne faccio una tragedia, Ale."
Alessandro gli offre un'occhiata obliqua sotto le sopracciglia aggrottate.
"Non mi pare la stessa cosa."
Il suo cazzo inizia a stiracchiarsi quando Riccardo struscia il didietro contro al suo inguine e miagola uno strafottente "A me sì".
Forse al ragazzino manca un po' di disciplina. Forse Alessandro, dall'alto del proprio essere l'adulto in charge, dovrebbe insegnargliela. Quando gli pizzica forte il fianco con i polpastrelli, però, Riccardo non sembra cogliere l'antifona, sinuoso si rigira tra le sue braccia per appoggiare la punta del naso sulla sua e premere, premere forte, il viso aggrottato e gli occhi ridotti a due fessure minuscole.
"Ale?"
Alessandro è combattuto tra l'andarsene immediatamente e lo sbuffare talmente forte da creare un piccolo uragano domestico. Peccato che il fatto di sentirsi una merda non faccia altro che renderlo ancor più sottone - termine che nel suo vocabolario personale sta tra servizievole e pellegrino penitente - e che quindi si convinca di doverglielo di prestare orecchio all'ennesima stronzata. Perché sarà pure un cretino con la testa tra le nuvole, che vive nel mondo rosa e fatato dei pandacorni pelosi, ma ormai l'ha capito quando Riccardo sta per fargli tremare le coronarie, ha un radar per quelli che ha imparato a chiamare i momenti-infarto.
Vai, Riccardo. Sei un elfo libero. Spara la tua stronzata.
"Dimmi."
Il sorriso di Riccardo diventa di colpo aguzzo. Più che Baby Shark ora gli ricorda un mascherone nuragico, uno di quelli che da bambino gli dava gli incubi e che sua zia ci teneva particolarmente a lasciare in bella mostra nel corridoio d'ingresso, e per Alessandro, seppur sommerso dai sensi di colpa, questo significa morte certa.
Ma c'è ancora speranza per una scopata, giusto?
Sbagliato, anzi persino sbagliatissimo. Perché Riccardo lo guarda da sotto, con quel musino da animaletto domestico che sbrana il divano un giorno sì e l’altro pure e che tu ami lo stesso perché di fatto non sei altro che un sottone senza speranza che ha ceduto anima, cuore e spazi abitativi a una bestiola cresciuta dai lupi, e subito tutto il sangue che era finito nel cazzo di Alessandro si ritira a vita privata, adiòs, zì, veditela da solo con ‘sto scappato di casa, il mio lavoro qui è finito – come Sailor Moon in presenza di Milord, Alessandro potrebbe obiettare alla sua erezione in piena fase di down che non ha fatto nulla, ma servirebbe a ben poco, ormai persino i suoi ormoni sono spaventati dalle idee di merda di Riccardo tanto quanto lo è lui. E questo la dice lunga su quanto le idee di merda di Riccardo possano essere di merda. Chissà perché quando lo afferma in pubblico tutti siano pronti a dirgli che sta esagerando, o a dare per scontato che stia abbellendo i suoi racconti con particolari di fantasia. Tutti tranne Michele, quel santo di Michele. Lui sa. Certo, pensare a Michele proprio adesso non aiuta lo stato deprimente della sua fu-erezione, ma una volta che il cervello di Alessandro ha preso il largo è difficilissimo farlo ritornare alla base. Ci pensa Riccardo, naturalmente, quando illustra la sua idea di merda… e induce Alessandro a pensare che in fin dei conti sarebbe stato meglio avere in testa l’ennesimo palco di umilianti corna.
“Pensavo, no? Qua dietro c’è un circolino del Dopolavoro. Una partitella a briscola domani mattina? Per la briscola non serve il pallone…”
E questa, per Alessandro, è la goccia che fa traboccare il vaso.
“Cazzo, ma non potevi farti la TikToker come tutti?” Sbotta mentre, nudo come mamma l’ha fatto, scavalca il suo pazzo da compagnia e marcia verso la cucina; se non potrà avere del sesso, almeno avrà del gelato. E che cazzo.
“Ma Ale! Briscola e bianchino! Possiamo anche giocare in coppia se vuoi!”
Dall’alto della sua signorile milanesità, Alessandro gli mostra il dito medio. Perché passi il calcio all’oratorio al pomeriggio, ma la briscola? La briscola è troppo.
Sparami, Riccardo. Piuttosto sparami, e non se ne parli più.
Dal canto suo, Riccardo ride. Sguaiato, rumoroso, con le gambe all’aria e la testa ormai penzoloni dal divano che quasi tocca terra.
“Guarda che la briscola è divertente! Ale, dai! Una partitina sola! Puoi bere il bianchino e guardarci, se ti va! E poi non hai appena detto che faresti qualsiasi cosa per me, eh, Ale?”
Alessandro nasconde la testa nel freezer, domandandosi che cosa possa aver fatto di male nella sua vita precedente per essersi trovato un ragazzo la cui età mentale oscilla tra i cinque e i settantacinque anni a seconda di dove tira il vento. Chissà dov’è finito quel gelato con cioccolato e praline al caramello, si domanda. Tutto, pur di non cedere al ricatto morale della briscola. Tutto.
***
Il bianco frizzante da due euro al bicchiere ha qualcosa di rustico. Il sapore ricorda quello dell’acqua tonica, solo abbandonata a macerare sotto al sole per qualche giorno fino a fermentare. Riccardo lo sta bevendo, sudando, e bevendo, così come i nonnetti al tavolo, che scrutano le loro carte come se ne andasse della loro stessa vita. Una questione d’onore. Di dignità.
Nella briscola non esistono amici, soltanto nemici giurati dai quali guardarti prima che ti arrivi una nocciolina salata in un occhio per semplice dispetto. Riccardo viaggia sul brillo, e i vecchi bestemmiano come se in quest’angolo di Milano si fosse tutti in Veneto.
Alla fine ha ceduto alla briscola, Alessandro. Riccardo ha sapientemente giocato d’astuzia e gliel’ha chiesto dopo aver fatto sesso sotto al condizionatore – è accaduto in un momento di debolezza tra il gelato e la cena, e Alessandro non ha assolutamente potuto dirgli di no; pancia piena e palle vuote è una formula che, se opportunamente appaiata allo sguardo da Pikachu triste, funzionerebbe per qualsiasi richiesta, persino la più assurda.
Persino per la briscola.
Riccardo mette una carta al centro del tavolo. Dai suoi avversari si leva un coro unanime di bestemmie, nelle quali vengono tirate in mezzo anche Madre Teresa di Calcutta e Santa Maria Goretti. Alessandro, reso sbarazzino dal vinaccio che sta bevendo, esulta, pur non avendo capito una beneamata sega di quello che sta capitando sotto ai suoi occhi, l’equivalente geriatrico della Caduta degli Dèi.
Dai, ammettilo. Forse è meglio la briscola della TikToker.
Alessandro scuote la testa, che grazie a ‘sto vino tutto solfiti gli gira in maniera devastante, e si ritrova a ringraziare il cielo per non aver preso la macchina stamattina, tanto che vuoi che siano ottocento metri? Ci sono solo settordici milioni di gradi. E non è nemmeno mezzogiorno.
Sì, forse è meglio la briscola della TikToker, tutto sommato. Ma Riccardo mica deve saperlo per forza, no?
