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Siamo a piedi nudi sui fili spinati

Summary:

"Lo vedi come sei?" Ringhia Riccardo, dalla sua scomoda posizione infilzato tra il pianoforte e il divano, l'angolo che ha trovato per placare le proprie peregrinazioni dopo aver fatto il giro della casa per ben due volte. Alessandro è appoggiato allo stipite della porta, ostenta una sicurezza che non sente, le braccia conserte sul petto nudo e quell'aria un po' snob, da maestrina dalla Penna Rossa che in gioventù gli è valsa più di un pugno. Una maschera, nient'altro. Se fosse lucido, Riccardo se ne accorgerebbe, ma oggi razionalità e buonsenso sembrano aver disertato entrambi.
"Dai, dimmelo tu che hai capito tutto. Come sono, Riccardo?"
"Rotto," pontifica, dall'alto del suo essere holier than anybody else. "Tu ragioni al contrario. Quando hai qualcosa di bello vuoi sputarci sopra a tutti i costi, perché non lo sai gestire."

 

Alessandro e Riccardo non sono abituati a litigare, ma quando per un nonnulla s'accende la miccia sta ad Alessandro, la regina delle paranoie, rimettere insieme i pezzi per non perdere l'unico uomo che sia riuscito a sopportarlo per più di sei mesi...o, più propriamente, l'amore della sua vita.

Notes:

Come sempre, grazie per essere qui ❤❤❤
A Giulia e Hipopo, che mi fanno riscoprire sempre il piacere dell'angst senza contusioni di sorta. Siete speciali ❤
Per urlare nei miei DM, passate pure da Tumblr, @camilleisback ❤❤❤

Work Text:

 

 

 

 

 

 

"Mi stai lasciando?"

Alessandro non sa perché le parole gli escano così, in questo ordine, col tono amareggiato e sardonico di chi è sicuro di avere la verità a portata di mano. Mezzo sorriso da schiaffi, solo un angolo delle labbra sollevato per mostrare a Riccardo tutta l'amarezza, tutto il risentimento. Ed è stupido da dire, perché Riccardo non ha neanche mai accennato lontanamente all'idea - in fin dei conti non stanno mica litigando per una questione di massimi sistemi - e Alessandro sa , sa benissimo che tasti premere per fargli del male, con quanta forza, con quanta convinzione. Perché è così che funziona, nel suo minuscolo mondo che gira al contrario: vuoi farmi del male? Io te ne farò il doppio. E visto che la miglior difesa è l'attacco, allora tanto vale.

Mordi da kobra e ti credono, giusto?

Riccardo solleva su di lui lo sguardo furioso, ferito. È da stamattina che discutono, e Alessandro si è ormai dimenticato quale sia stata la miccia che ha acceso il candelotto di dinamite che ora sta esplodendo nelle loro mani e mietendo innocenti vittime tutt’intorno. Semplicemente, a un certo punto hanno iniziato a litigare per… qualsiasi cosa. Avrebbe dovuto immaginarselo, comunque. Il grande difetto delle relazioni nelle quali manca il conflitto è che quando si presenta, lo fa tutto insieme. Prima è una nube bianca, minuscola, vaporosa. Non oscura il sole ma è lì, nelle piccole cose che danno fastidio. Riccardo che suona la tazza col cucchiaio. La linguetta del suo vasetto di yogurt abbandonata sul lavello mentre lui, in mutande e con il sorriso di un serafico Buddha, fuma sul balcone, i piedi incrociati sulla balaustra e nessun pensiero a turbare la sua pace interiore, nossignore. Poi le nuvole si ammassano, Alessandro alza la voce, Riccardo ride, lo prende per il culo, pensa stiano ancora giocando – errore madornale. Da lì è tutto in discesa, una discesa lunga, di pura agonia, verso un inferno dal quale Alessandro non è sicuro che strisceranno fuori insieme, ancora intatti, reggendosi l’uno al braccio dell’altro come i sopravvissuti di un disastro aereo. Perché sono ore che discutono, parlano, urlano, e tutto quello di cui sono venuti a capo è…il nulla cosmico, in buona sostanza.

E ora Alessandro ha premuto il grilletto, e da certe azioni - da certe parole - non c'è modo di tornare indietro.

"Lo vedi come sei?" Ringhia Riccardo, dalla sua scomoda posizione infilzato tra il pianoforte e il divano, l'angolo che ha trovato per placare le proprie peregrinazioni dopo aver fatto il giro della casa per ben due volte. Alessandro è appoggiato allo stipite della porta, ostenta una sicurezza che non sente, le braccia conserte sul petto nudo e quell'aria un po' snob, da maestrina dalla Penna Rossa che in gioventù gli è valsa più di un pugno. Una maschera, nient'altro. Se fosse lucido, Riccardo se ne accorgerebbe, ma oggi razionalità e buonsenso sembrano aver disertato entrambi.

"Dai, dimmelo tu che hai capito tutto. Come sono, Riccardo?"

Alessandro può distintamente vederlo incepparsi. Incagliarsi sui suoi stessi pensieri, mordersi il labbro talmente forte da spaccare la pelle e ingoiare un rivolo di sangue, sempre un passo indietro rispetto al roteare forsennato delle parole nel suo cervello, vortici dai quali non sembra avere scampo. Digrigna i denti, scuote la testa. Una bestia in trappola, e Alessandro un carnefice che sputa vetriolo e seguita a  pompare veleno nelle sue vene già sature.

"Rotto," pontifica, dall'alto del suo essere holier than anybody else. "Tu ragioni al contrario. Quando hai qualcosa di bello vuoi sputarci sopra a tutti i costi, perché non lo sai gestire."

Ha! 

Alessandro vorrebbe tantissimo mettersi a ridere. Oppure lanciargli il posacenere per levargli quell'espressione da bambola di porcellana triste dal viso.

"Sto aspettando la lezione," si limita a dire, il viso contratto in una smorfia e le unghie che scavano voragini nei palmi delle mani.

Perché sì, lui avrà toccato i tasti giusti per farlo infuriare, ma Riccardo ha reso i colpi con gli interessi.

Rotto, ha detto. Fallato. Sbagliato.

E allora che cazzo ci stai a fare con me? Vorrebbe dirgli. Trovati qualcuno della tua età che non abbia ancora visto niente e vissuto niente. Torna quando sarai un po' rotto anche tu, e allora forse ci avrai capito qualcosa, stronzo presuntuoso che non sei altro.

Le parole gli rimangono incastrate in gola come minuscole particelle di ghiaia, che graffiano e bruciano e sbattono contro corde vocali tese, immobili.

"Tanto non la impareresti, Ale. Perché tu vuoi rovinare tutto, ti ci impegni, cazzo! Vuoi che le cose finiscano prima del tempo perché non sei in grado di pensare a niente che duri!"

Urla, Riccardo, perché si è rotto il cazzo e Alessandro nemmeno ci prova a dargli torto, Cristo, sotto sotto lo sa che ha ragione. Come potrebbe non averne? È questo il suo pattern. Distruggi prima di essere distrutto. Calpesta prima di essere calpestato. Anche con Dario è andata così. E con Lorenzo, con Francesco, e con la lunga schiera di uomini che sono venuti prima di lui. Dare tutto sul finale o rovinare tutto sul finale? Alessandro non ha mai avuto dubbi, e ha sempre fatto la scelta sbagliata.

"Tu non sai un cazzo," dice, scuotendo la testa e cercando di ritenere quel poco di ragione che sente di avere in questa contesa senza capo né coda. Perché, poi, hanno iniziato a litigare? Per l'ennesimo paio di calzini sporchi lasciato in mezzo ai cuscini del divano? Per Alessandro che si è sperticato nella sua interpretazione migliore della Vergine Acida già di prima mattina? 

A che cazzo serve pensarci adesso? Tanto non risolverebbe niente. Non è quella la radice del problema.

"Non so un cazzo perché tu non mi parli, Ale! Che cazzo devo fare, spiegami, inventarmi le cose? Leggerti nel pensiero?"

Lapidario, Alessandro afferma "Non sono la persona giusta per te."

Lo crede davvero, l'ha sempre pensato, fin dal primo momento in cui Riccardo gli si è attaccato al culo come un pulcino senza la mamma e Alessandro non è più riuscito a levarselo di torno, nemmeno quando ci ha provato davvero, comportandosi come uno stronzo sgradevole e scostante. E ora che lo guarda, che lo vede sul serio, Alessandro si convince di aver sempre avuto ragione.

Sei contento, Alessandro? Adesso può capirti. Adesso l'hai rotto.

"Vaffanculo, Ale, cazzo. Vaffanculo."

Alessandro si ritira in cucina. La messa è finita, andate in pace. Riccardo doveva aprire gli occhi. Era solo una questione di tempo. Meglio strappare via il cerotto con un gesto secco piuttosto che sollevare piano piano, condannandosi a un dolore diluito nel tempo, uno stillicidio di goccioline che riempiono il secchio senza farlo tracimare mai.

Perché non te ne vai, Riccardo? Perché, semplicemente, non capisci che amare me - stare con me - è un casino che non augurerei neanche al mio peggior nemico?

Si appoggia al lavandino, allora. Chiude gli occhi, inspira dal naso l'aria acida, carica dell'odore del suo sudore. A un certo punto devono aver spento il condizionatore, ma si sono dimenticati di riaccenderlo e la casa è un cazzo di forno. 

A fatica si stacca dal lavabo, per aprire la portafinestra e pregare che entri almeno un refolo di vento, ma siccome qualcuno lassù deve veramente avercela con lui l'aria è bollente, statica, e l'umidità è tale che potrebbe benissimo bersela con la cannuccia. Il nespolo annaspa, alcune foglie ormai ingiallite da questo sole che non concede tregua. Aguzza le orecchie, ma la casa rimane in silenzio, come se anche Riccardo non osasse muoversi. Forse anche a lui costa la stessa fatica che sta costando ad Alessandro la semplice, meccanica azione di respirare. Dio, si sente troppo esausto persino per questo. Gli brontola lo stomaco – ma hanno mangiato a pranzo? Non se lo ricorda. Gli sovviene solo che stavano litigando anche a mezzogiorno. E all'una. E pure alle due.

L'anta del frigorifero fa un casino infernale quando la tira per recuperare uno degli yogurt finti di Riccardo dal ripiano. Quello al cocco è aperto da chissà quanti giorni, ma Alessandro lo lascia lì, non è mica la sguattera di nessuno lui. E Riccardo i suoi cazzo di yogurt di merda potrebbe fare lo sforzo di finirli, bastardo viziato. Alessandro vorrebbe gridargli in faccia, ma ha paura che la ghiaia che gli infesta la gola potrebbe finire con lo scorticarlo se solo provasse a emettere un suono. 

Vaffanculo, Ale, cazzo. Vaffanculo.

Gli ronza in testa, è un mantra distruttivo. La voce di tutti quei te l’avevo detto che si avviluppa su sé stessa per strangolarlo.

Una cosa bella, Alessandro. Una. Perché cazzo non te la sai tenere una cosa bella?

Quante volte si è posto la stessa domanda? Ormai ha smesso di contarle. 

Guarda fuori e mangia lo yogurt di soia a cucchiaiate indecenti, osserva le gru che ancora deturpano il cielo e svettano sopra i tetti tutti uguali dei palazzi. Magari è genetica, chi può dirlo? Magari suo padre insieme alla pelle scura e ai capelli spessi e ingovernabili gli ha lasciato in eredità anche qualcosa di più profondo, di più sbagliato – forse è il gene Mahmoud che lo rende così inadatto alla vita, non l’anno di nascita o il suo cazzo di segno zodiacale. 

Forse Riccardo avrebbe semplicemente dovuto capirlo prima, e mollare l’osso finché era ancora in tempo per non farsi male.

Ma è troppo tardi adesso, giusto? Devono essersi detti cose orribili. Alessandro le ha quasi rimosse tutte. Silenziosamente si lascia scivolare contro il mobile della cucina, l’attrito tra la pelle e la superficie laccata quasi piacevole nella sua dolorosa ruvidezza. Tutto, pur di non sentire il senso di colpa, la furia, il pozzo nero che preme e preme fino a fargli scivolare lo stomaco fin quasi nelle rotule.

Vorrebbe – cosa vorrebbe? Troppo casino nel suo cervello per riuscire a seguire una sola strada, il filo di un solo discorso. Chiamare Riccardo, chiedere scusa. Continuare a litigare fino a quando non finiranno col mettersi le mani addosso. Rannicchiarsi con la fronte appoggiata alle ginocchia e attendere, immobile, che passi la tempesta, e fare la conta dei danni una volta che il sangue ha smesso di ribollirgli orrendamente nelle vene.

La terza opzione gli sembra, tutto sommato, la più saggia. Ché forse non sarà lucido, ma chiedere scusa adesso probabilmente sarebbe soltanto un errore.

A volte, Alessandro, è meglio sentirsi dire il “no” giusto, piuttosto che il “sì” sbagliato.

Non ricorda chi gliel’ha detto, ma ora gli pare una massima piuttosto sensata. Abbracciandole, si tira le ginocchia al petto e, con un lungo sospiro, ci appoggia la fronte, senza curarsi del fatto che così facendo si causerà un’emicrania. Affanculo anche l’emicrania, poi.

Respira, Alessandro.

E aspetta.

 

***

 

Il modo in cui Riccardo, uscendo, si chiude la porta alle spalle gli è quasi familiare. Delicatamente, quasi stesse scivolando fuori alla chetichella, in punta di piedi. Riccardo non sbatte le porte, se può evitarlo; Riccardo sparisce, e nel vuoto pneumatico della cucina è come se non fosse mai esistito, come se la sua presenza destabilizzante, sconvolgente non avesse mai alterato l’equilibrio che sussiste tra le mattonelle color crema, i muri chiari, e le superfici d’acciaio che catturano la luce del tramonto e la frantumano in tante minuscole perline arancioni incagliate come vecchi mitili nello scoglio bianco del soffitto.

Un’immagine poetica a corollario di una giornata che, se potesse, cancellerebbe dal calendario e dalla propria memoria per sempre.

Le gambe gli si sono addormentate a rimanere lì, raccolto su sé stesso come un verme, a non muovere un muscolo che non fosse deputato alla respirazione. Quando finalmente decide che è arrivato il momento di alzarsi, le sue ginocchia scricchiolano una rumorosa protesta, e deve scrocchiarsi la schiena per non rimanere curvo e anchilosato come un vecchio. La palestra dà, la palestra toglie. Addosso si sente il peso di almeno cent’anni gravargli sulle spalle indolenzite. Cent’anni passati a fare il pescatore, oppure il marmista, o l’operaio in una cazzo di fonderia. C’è del vino in casa; è vecchio, probabilmente l’ha comprato sotto Natale, e lui è tristemente a stomaco semivuoto da dio solo sa quante ore, ma non importa, significa solo che raggiungerà il Nirvana - non l’ubriachezza da coma etilico, quanto piuttosto uno stato di piacevole rilassamento da testa leggera e membra molli - prima del solito. Alessandro finisce a stapparlo senza particolare cura, non legge nemmeno l’etichetta, lo versa semplicemente nel primo bicchiere che pesca dallo scolapiatti - ironia della sorte, è il bicchiere preferito di Riccardo - e poi da lì dritto in bocca, e nella gola riarsa che strepita e s’indigna per la desertificazione alla quale l’ha sottoposta quando ha convenientemente dimenticato per ore intere di bere. Il vino fa schifo, e la casa è ancora calda come un cazzo di microonde sul punto di esplodere. Con il bicchiere in mano, ondeggiando precariamente su gambe ancora informicolate, Alessandro trova la forza di accendere il condizionatore – e questo, per stasera, è il massimo che può chiedere a sé stesso di fare. Persino collassare sul divano è un’attività estenuante. Rimane fermo, imbambolato, impalato, finché non si ricorda che ha dimenticato in cucina la bottiglia e gli sovviene che, cazzo, questo deve proprio essere instant karma, oppure non se lo spiega.

Una volta che anche la bottiglia è tornata in salotto con lui - cosa che gli ricorda quella vecchia pubblicità dell’amaro, con l’antico vaso che andava portato in salvo, e che per una frazione di secondo gli fa sputare fuori il fantasma di una risata isterica - il bicchiere viene scartato in favore di una sana, liberatoria bevuta a canna. Lo sa che non si fa, che col vino è particolarmente volgare, ma è solo in casa, chi altri potrebbe vederlo? Non Riccardo, che ha preso la porta e se n’è andato. Qui in salotto la sua presenza permane, e non solo nel caos che lo circonda, ma nel profumo che ha lasciato sul copridivano – shampoo, e il docciaschiuma che Alessandro ha comprato e che costa un rene al litro. Il solito deodorante dello scaffale del Carrefour, tre euro scarsi, che lo spruzza a litri ma non basta mai. Alessandro non vorrebbe nemmeno che un pensiero del genere gli attraversasse la mente, ma l’odore di casa e l’odore di Riccardo qui sembrano fusi, inscindibili. Almeno la cucina non è un campo minato. La camera da letto…beh. Lì non ha nemmeno il coraggio di affacciarsi.

La fase di down e autocommiserazione si trascina fino al cuore della serata, quando dalle finestre entra la luce blu e giallastra della notte ferita dai lampioni e dai flash delle TV accese. Considera, per un momento, l’idea di mettere daccapo Inuyasha su Netflix, ma il portatile è in camera, e la camera è praticamente una no fly zone. 

Attenzione, pericolo Riccardo scritto a caratteri cubitali, neon rossi che feriscono gli occhi.

Alessandro si allunga sul divano, ingollando vino a grandi sorsi.

Forse dovrebbe chiamarlo, adesso. O scrivergli, per sapere dove si è cacciato, se ha chiamato una macchina, se è tornato a casa.

A casa sua, incalza una voce fastidiosa e malevola nel fondo del suo cervello. Se non fosse sintomo di una psicosi degna del DSM, Alessandro potrebbe figurarsi questa versione crudele di sé stesso ridere alle sue spalle, soffiando sull’incendio alimentato dai mille se, ma e forse che gli ronzano nella testa come mosche intente a dividersi il cumulo di merda più succoso – e lì dentro di merda ce n’è tanta, qualunque terapista lo ammetterebbe candidamente…se solo Alessandro non continuasse a rimandare l’appuntamento con la propria.

Non pensi di essere l’ultima persona che vorrebbe sentire, adesso?

Oh, ha ben ragione di crederlo. Riccardo è sicuramente mancante di una rotella o due, ma non è così imprevedibile da sfidare le leggi della natura e accettare la chiamata, una volta appurato che il nome sul display è quello di Alessandro. 

È un cazzo di cane che si morde la coda, zì.

In ogni caso, Alessandro il telefono lo prende. Per buona misura. Come assicurazione. Tra le notifiche non vede alcun messaggio di Riccardo, nessun segno di vita, ma questo non significa che non lo chiamerà presto, che non gli scriverà due righe, o che non tornerà qui.

A casa

Si passa stancamente le mani sul viso, premendo i polpastrelli sugli occhi finché la vista non gli sta nuotando in un mare di pallini bianchi. L'orario sul display dell'iPhone, con il lockscreen da crisi epilettica che gli ha impostato Riccardo, non coincide con quello nella sua testa; gli sembrano passati secoli da quando Riccardo è andato via, ma in realtà sono passate meno di due ore.

Dovrebbe chiamarlo lo stesso? Far squillare il suo cellulare a vuoto soltanto per dirsi che lui, almeno, ci ha provato?

Una parte di Alessandro vorrebbe semplicemente lasciarlo scomparire. Grazie, è stato bello finché è durato, avanti il prossimo. Se solo fosse così facile. Riccardo gli si è conficcato a viva forza nella carne, e strapparlo via significherebbe morire dissanguato.

È proprio necessario?

Alessandro riesce già a vedere il fondo della bottiglia. A questo punto può affermare con certezza che sia il vino a parlare, e allora che parli, cazzo gli importa? Fammi male, pensa. Fammi male, e domani lasciami andare avanti.

Con Riccardo, o senza di lui.

 

***

 

Si sveglia con un gran mal di testa, Alessandro, e nessuna cognizione di essersi addormentato. La ripresa di funzioni cognitive accettabili è lenta, penosa. La bottiglia di vino ha macchiato indelebilmente il copridivano, dove un po' di rosso si è versato quando deve essersi, per qualche ragione, inclinata. Alessandro la osserva per quella che gli pare una vita intera, mezza vuota, spiaggiata sul pavimento come se per lui fosse la norma calarsi una bottiglia di rosso in solitaria a tarda sera. Sgraziatamente si avvolge nel bozzolo del copridivano ormai rovinato; il condizionatore era impostato sui ventun gradi, e il sudore gli si è gelato sulla schiena creando una patina ghiacciata che lo condannerà di sicuro a una morte prematura.

Check voce: qualche santo dal nome improponibile deve avergli posato una mano sulla testa, perché la voce è ancora integra, c'è, anche se gli brucia la gola per le sigarette accese e spente a metà che ha schiacciato malamente in un bicchiere rubato chissà da quale bar, chissà quanti anni fa.

"Ricky?" Chiama. Potrebbe essere tornato. Non gli ha scritto nulla, e ormai sono le due del mattino. Faticosamente, come un ottuagenario bastonato con un paracarro, Alessandro trascina le proprie stanche ossa verso la camera da letto, soffocata dal buio, le persiane chiuse da quando a metà mattina ci batteva il sole.

"Ricky?"

Ma tra le coperte sfatte - nessuno si è preoccupato di rifare il letto, oggi - Riccardo non c'è.

Alessandro controlla ancora il cellulare. Potrebbe essergli sfuggita qualche notifica, no? È ancora mezzo ubriaco, in fin dei conti. Il vino non l'ha devastato come avrebbe voluto, ma forse è un bene perché di notifiche non ce ne sono, e ora Alessandro può iniziare a pensare di preoccuparsi.  

Certo, anche lui ha fatto la sua dose di cazzate. Dormito fuori dopo una lite? Check. Matchare il primo stronzo su Grindr e scoparci per la legge del chiodo scaccia chiodo? Altro check. Eppure pensare a Riccardo che vaga da qualche parte o si lascia usare da un idiota qualsiasi in un anonimo parcheggio gli fa venire la pelle d'oca.

Cristo, anche solo pensare che avrebbe potuto sentirsi in pace con sé stesso perdendo Riccardo così – pura cazzo di utopia.

Era solo una litigata, zì. Sai quante altre ve ne farete? E questo non significa lasciarsi ogni singola volta, cazzo, per quanto possa essere stato un brutto quarto d'ora. 

Beh, metaforico quarto d'ora durato una giornata intera, ma.  

Alessandro accende la lampada nell'angolo. Non crede di essere pronto alla luce del lampadario, che ha voluto fredda e chiara per valutare meglio lo stato della propria faccia nello specchio. Controlla l'armadio, i cassetti. Le cose di Riccardo sono ancora tutte dove dovrebbero essere, compreso il suo cazzo di portafogli che giace abbandonato sul comodino, vicino al caricabatterie del cellulare e alle cuffie.

Respira, Alessandro. 

Si passa una mano sul viso e impreca sottovoce. Riccardo è in giro da qualche parte, probabilmente senza un documento addosso né un soldo in tasca, presumibilmente in pantaloncini e canottiera – scarpe, forse, se non ha dimenticato di indossarle. L'unico lato positivo di questa faccenda è che è piena estate e non rischierà l'ipotermia andandosene in giro mezzo nudo, ma è una magra consolazione e non aiuta Alessandro a rimanere su stabili binari di un panico controllato.

Si accorge di starsi sbattendo il cellulare con un po’ troppa foga contro il palmo soltanto quando la mano inizia a dolergli. Naturalmente, prova a chiamarlo. Naturalmente, il suo cellulare è spento.

E allora vaffanculo, Riccardo, cazzo.

Non c’è molto che Alessandro possa fare in questa situazione, se non vuole scomodare né i genitori di Riccardo - Iddio ce ne scampi e liberi - né le forze dell’ordine. È ancora instabile sulle gambe, ma l’adrenalina che gli pompa a ritmo di un cazzo di samba nelle vene cancellerà presto anche gli ultimi residui della sbronza. Deve solo darsi una rinfrescata, mettersi qualcosa addosso e uscire a cercarlo, alla vecchia maniera. Pregare che non sia stato investito, derubato, rapito, o dato per morto in un cassonetto di merda vicino a qualche discarica di tossici. 

Cristo, Riccardo.

In una preghiera rivolta solo a sé stesso, Alessandro si rimangia persino quello che non ha detto. Per la prima volta, svegliarsi in una casa vuota, silenziosa, non gli offre il senso di pace che dovrebbe, ma la semplice sensazione di scoprirsi solo lo strangola, lo fagocita, gli rende difficile ingoiare aria dalla gola occlusa. Dei miliardi di prime volte che ha provato da quando ha lasciato che Riccardo mettesse a soqquadro la sua vita, questa è senza dubbio la peggiore – il senso di colpa, l’impotenza di non potersi spiegare nemmeno se, una volta tanto, farebbe l'estremo sacrificio senza fiatare. La voglia che ha di prendere il viso di Riccardo tra le mani, baciarlo fino a fargli male, e poi urlargli contro che non avrebbe dovuto permettersi, che non avrebbe dovuto lasciarlo qui, da solo, a raccogliere i cocci per andarsene a zonzo chissà dove.

Guarda che Milano è una città pericolosa, gli ha sempre detto sua madre. Lui non l’ha ascoltata neanche una volta, ma l’ansia che gli fa tremare le ginocchia e battere i denti sotto il getto bollente della doccia deve essere in fondo la stessa che sentiva lei quando lo vedeva uscire all’ora in cui tutti andavano a dormire.

Prima di iniziare la sua ricerca spasmodica, scrive a Camilla. Non ci sono per nessuno, se non rispondo non spaventatevi. Fai girare. Lo vedrà quando riprenderà conoscenza al mattino, oppure non è ancora andata a dormire e lo leggerà subito, non gli importa, non ha un cazzo di tempo da perdere, Riccardo è un cazzo di trekker, con tutte queste ore a disposizione potrebbe essere benissimo arrivato dalle sue parti in autostop – oppure a piedi, se è pazzo abbastanza.

E Riccardo è matto in culo, zì, a quest’ora se gli è girata male potrebbe essere benissimo arrivato ad Aosta.

Dio, perché nessuno si è mai preso la briga di insegnargli a litigare senza che il suo cervello rigirasse qualsiasi parola sbagliata in un dramma russo in cinque atti?

Scende gli scalini fino al garage senza nemmeno vederli, ed è un miracolo che all’auto ci arrivi con tutte le vertebre ancora al loro posto.

Dove cazzo sei, Riccardo, dove cazzo sei? Continua a chiedere al vento mentre fa partire l’ennesima chiamata. Ma Riccardo non risponde.

Segreteria telefonica.

 

***

 

Riccardo è pazzo, quasi imprevedibile, ma se Alessandro è riuscito a crackare il codice che lo tiene insieme, ci dovrebbero essere almeno un paio di posti dai quali partire prima di iniziare davvero a prendere in considerazione l’idea di allertare la protezione civile.

O i suoi genitori, ma Alessandro non lo farebbe nemmeno se tenuto sotto linea di fuoco da un cecchino addestrato.

Piuttosto mi faccio sparare in testa, cazzo. Mi faccio ammazzare, e recupero le ore di sonno perse appresso a questo minchione.

Prima tappa: il parco di un asilo comunale non lontano dal loro Carrefour h24 di fiducia. A Riccardo piace lì, c’è un castello di legno e plastica dove più volte ha trascinato Alessandro a “prendere il fresco e fumare una sigaretta” anche se di fresco a Milano è da maggio che non se ne sente granché. Scavalca la recinzione - il parco chiude alle ventidue - e con la torcia del cellulare accesa controlla persino gli interni di alcune casette in plastica – tentar non nuoce. Avrebbe dovuto aspettarselo che sarebbe stato un buco nell’acqua, ma non è preparato al pugno ghiacciato che gli stringe il cuore quando si rende conto che no, ha perlustrato il giardinetto in lungo e in largo, Riccardo non è lì.

La macchina lo porta sui Navigli, tra i kebabbari dalle serrande abbassate e la gente che ancora si accalca fuori dai bar anche se è un giorno infrasettimanale e domani si lavora, ma Riccardo non è nemmeno lì, e chiedere a qualcuno scusa, zì, hai mica visto passare Blanco stasera? fa brutto, quindi si arrende all’evidenza e torna alla macchina, parcheggiata in culo all’universo perché in questa città non manca nulla tranne che i parcheggi – appoggiato al cofano, si accende una sigaretta e, visto che a mali estremi devono necessariamente corrispondere estremi rimedi, decide di lanciarsi in quella che a tutti gli effetti gli pare una ricerca disperata tra gli avvistamenti su TikTok. Per qualche minuto, l’illusione che la Gen Z possa illuminarlo su dove cazzo si sia cacciato Riccardo getta benzina sul fuoco che non gli sta facendo sentire la sbronza, la fame, la sete e questo caldo tropicale, appiccicoso, che gli fa incollare le cosce ai pantaloncini. Anche questa misura estrema si rivela essere un fiasco e ad Alessandro non resta che rimontare in macchina, sfiduciato. Potrebbe chiamare Michele. Casa di Michele non dista troppo da qui, Riccardo potrebbe averlo chiamato per farsi passare a prendere. Mette in moto, appoggia il cellulare sul cruscotto, e chiede a Siri di chiamare Michele 2. Sono ormai le tre, il pover’uomo alza il cellulare a uno squillo dallo scatto della segreteria, e quando Alessandro vuota il sacco lo sente bestemmiare. Non esattamente ciò di cui aveva bisogno, se non per escludere l’ipotesi che Riccardo sia andato a rintanarsi da lui.

Cazzo, cazzo, cazzo.

Come un’anima in pena, perlustra parchi - aperti e anche chiusi, col rischio di farsi beccare sul fatto da qualche guardia di sicurezza -, vie nascoste, piazzette, fontanelle, e persino parcheggi alla ricerca di Riccardo, o di un segno che ne testimoni la presenza. È stato qui, questa è roba sua, questo è qualcosa che Riccardo farebbe. Passano mezz’ore, e poi ore. Alessandro si risolve persino ad andare a cercarlo nella zona industriale dove hanno guardato le stelle quando ancora la temperatura era sopportabile, ma dalla strada non si vede nulla, e il numero di divieti e cancelli spuntati come per magia fa supporre che qualcuno li abbia visti, e che abbia temuto il peggio, fanculo anche a quegli arricchiti di merda e le loro casette gialle del cazzo.

Ci pensa, sul serio ci pensa, di imboccare l’entrata dell’autostrada e guidare fino a Desenzano, per andare a cercarlo a casa e-

E cosa?

Beh, sapere se è vivo, tanto per cominciare. Se deve fargli avere la sua roba ben impacchettata in una serie di scatoloni. Se le cazzate le possono ricucire - stavolta forse non smetto di remare, cazzo - o se persino la speranza che doveva crepar per ultima ha già un piede nella fossa, o anche due. 

A farlo desistere è l’ora tarda, e il pensiero probabilmente malriposto, nato dal fatto che nella vita ha consumato una commedia romantica di troppo per non sperarci, che magari Riccardo lo sta aspettando - a casa loro - e che di tutta questa faccenda ne discuteranno domani, dopo una colazione come si deve e almeno sette ore di sonno. La vita non è un cazzo di film, e all’ormai veneranda età di ventinove anni e undici mesi Alessandro Mahmoud dovrebbe saperlo. Questo, però, non gli impedisce di sperare.

 

***

 

La vita non è un cazzo di film.

Stava già albeggiando quando Alessandro è tornato a casa. Non ha nemmeno voluto guardare l’orario sul display del cellulare, ha semplicemente gettato le chiavi di casa e della macchina nel piattino vicino all’ingresso, si è sfilato i pantaloni in salotto e, dopo averli appoggiati sul seggiolino del piano, si è accontentato di spegnersi, come un automa rimasto senza batteria, gettandosi di faccia sul divano.

Ora a svegliarlo è il trillo insistente del campanello, e la consapevolezza di avere addosso un’emicrania da manuale, la combo perfetta di disidratazione+hangover+ansia, the equation of doom.

Tiene gli occhi socchiusi mentre va ad aprire, pregando non siano i carabinieri venuti a domandare il riconoscimento della salma di Riccardo ripescata da qualche pozzo industriale sulla tangenziale. Non si ricorda bene il Padre Nostro, c’è una frase che gli sfugge sempre, eppure nel brevissimo tragitto dal divano alla porta d’ingresso lo recita perfettamente, e prima di aprire la porta si ricorda persino di una preghiera sfigata come il Salve Regina, che ha imparato a memoria per la comunione e poi mai più recitato, nemmeno alla cazzo di bisogna. Si prepara mentalmente all’interrogatorio che lo aspetta. Sì, agente, è uscito in canottiera. No, non so che pantaloni indossasse, o se li indossava, ero chiuso in cucina ad autocommiserarmi quando è uscito. Le scarpe? No, Riccardo le mette solo se obbligato, agente.

Ottime risposte che non darà mai a nessuno perché, per un’insperata botta di fortuna che per poco non lo vede inginocchiarsi a terra e ringraziare persino Vishnu, sulla porta non ci sono due carabinieri ma Riccardo, in carne e ossa, drammaticamente sbattuto ma vivo e vegeto – soltanto un po’ sporco di erba e di terra e con la faccia colpevole di un bambino che è scappato dal braccio di mammà ed è quasi finito sotto a un tir.

“Ale,” dice, quando Alessandro spalanca la porta. Ed è l’unica cosa che Alessandro gli consente di dire, perché gli prende il viso tra le mani come se non lo vedesse da cent’anni e, tra un testa di cazzo e un mi hai fatto preoccupare mormorato a mezza voce , lo bacia lì, sullo zerbino, fino a farlo ansimare per mandare giù quel tanto d’aria che basta a non perdere i sensi.

Gli sta bene, pensa, anche se sa che sarebbe ora di guardarsi allo specchio e prendersi la propria parte di colpe – ché ha l’età giusta per non nascondere più la testa sotto la sabbia, e da qualche parte gli pare persino di aver letto che un certo livello di conflitto è positivo per portare avanti una relazione. Inutili speculazioni di una mente che finalmente sta scendendo dall’ottovolante dell’adrenalina, perché Riccardo non sembra aver alcuna voglia di parlare, né di staccarsi dalle sue labbra, che ora sta divorando come in preda alla fame chimica, ignorando completamente il fatto che tra un attimo dovrà addirittura prendere fiato se non vuole affogare nella sua stessa saliva.

La parte razionale di Alessandro sarebbe pronta a un compromesso: parliamone, prima. Peccato l’abbia lasciata sul cuscino del divano, assieme a un paio di vertebre e forse anche a una pozza di bava, non ha di certo avuto il tempo di controllare. Al suo posto ci sono l’ansia, la rabbia, la paura, il bisogno quasi illogico di prendere Riccardo qui, adesso, spogliarlo e ripetersi mio, mio, mio in testa finché Riccardo non sarà costretto a rimanere. Il che aprirebbe una lunga digressione sul perché Alessandro dovrebbe andare in terapia prima di immediatamente, ma dal momento che nessuna delle sue personalità logiche e ancorate alla realtà è presente all’appello…beh. Non che abbia senso pensarci adesso che i pantaloni di Riccardo, verdi quando avrebbero dovuto essere color panna, finiscono a terra e Riccardo li calpesta con malagrazia per spingere Alessandro dentro casa, contro al muro, contro la mensola che gli si pianta nella schiena e che gli lascerà un livido che gli farà male…domani.

Alessandro stringe – la faccia di Riccardo, le dita attorno alla sua nuca, il pugno nei suoi capelli. Tira una ciocca riccia e abdica a qualsiasi funzione del pensiero quando Riccardo dischiude le labbra, e da quella bocca composta al 90% di peccati si leva un minuscolo gemito.

Qualcuno chiude la porta con un calcio, ma Alessandro non sa dire se l’abbia fatto lui o se sia stato Riccardo, le cui unghie smangiucchiate premono nella pelle della sua schiena come se Riccardo volesse conficcargliele dentro, o semplicemente buttare fuori tutta la propria frustrazione. 

“Ricky…”

È ancora Riccardo ad arrampicarglisi addosso, a stringere i polpacci attorno alla sua vita e a lasciare che Alessandro lo sollevi per le natiche, che stringe tra le dita con così tanta foga da avere la certezza di avergli causato almeno un po’ di fastidio.

Vuoi fargli male, Alessandro? Vuoi fargliela pagare per essersene andato?

Cristo, una parte di lui lo vorrebbe davvero. Si volta di colpo, allora, invertendo le loro posizioni finché non è la schiena di Riccardo a poggiare contro al muro, e premendocelo contro lo aiuta a disfarsi delle scarpe, dei calzini, della canotta sporca che rimane incastrata tra le sue spalle e la sua testa per un bel pezzo prima che le loro bocche si stacchino e Alessandro possa, finalmente, lanciarla dove non sarà tra i piedi.

Soltanto in salotto hanno un momento di incertezza, un brevissimo - e inutilissimo - ritorno alla realtà; Alessandro vorrebbe adagiare Riccardo sul divano, Riccardo si dimena finché non collassano entrambi sul pavimento, su un tappeto morbido e costoso che Alessandro ha comprato da poco.

“Qui,” si impunta, le iridi stellate fisse in quelle di Alessandro mentre con entrambe le mani gli tiene le guance, e lo spinge sempre più giù. Non che ci sia bisogno di pregarlo per questo. A baci e morsi si fa largo tra le gambe di lui, e quasi glieli strappa di dosso i boxer – non gli importa, lo vuole sentire, lo vuole sentire adesso nella bocca che si chiude attorno al suo cazzo ancora vagamente soffice per farlo diventare quasi dolorosamente duro, la gola che accoglie e fa spazio, mentre Riccardo si dibatte appena e si morde con forza la mano per non gridare. Alessandro si concede senza remore, affamato. Riccardo è salato, come il mare, e il suo odore che è tutto fuorché pulito eccita Alessandro oltre ogni possibile misura, tant’è che portarlo al limite e conservarsi per non farlo venire è una fatica pari a quelle patite da Ercole – o se non lo è, ci si avvicina spaventosamente.  

Scopare a secco è qualcosa che si fa soltanto nei film; prima di staccarsi da lui per andare a recuperare il tubetto di lubrificante, Alessandro si concede un attimo per guardarlo, ansante e tremante sul tappeto, le labbra gonfie, aperte per far uscire pesanti respiri irregolari, le dita strette attorno alle frange del loro giaciglio improvvisato per evitare che una mano finisca dove non dovrebbe.

“Non toccarti,” lo ammonisce, rapito dall’alzarsi e abbassarsi dell’angelo sul suo petto, che si muove così velocemente da rischiare di prendere il volo. Riccardo scuote la testa, e in un soffio senza fiato implora un minuscolo “scopami” che si pianta dritto dritto tra le cosce di Alessandro, ricordandogli che lui, a differenza di Riccardo, ha ancora addosso troppa stoffa. Convenientemente, gli slip li dimentica in camera da letto, mentre dal cassetto recupera il lubrificante quasi finito e spera che basti. Non potrebbe sopportare di perdere Riccardo di vista un’altra volta, di non sentirselo addosso, dentro, attorno.

C'è urgenza nei loro gesti, e pochissima raffinatezza. Scopano sul tappeto, come animali, le mani di Alessandro immerse nella poca, pliabile carne che riveste i fianchi strettissimi di Riccardo, e Riccardo che con foga si spinge contro di lui in una sublime forma di martirio che li vede venire, quasi insieme, in un tempo che Alessandro avrebbe trovato inaccettabile persino quando aveva diciassette anni e rischiava di sporcarsi i pantaloni solo a vedere il suo date di turno spogliarsi la maglietta.

"Ale…"

Ale, Ale, Ale, Ale. Continua a cantilenarlo, Riccardo, mentre lo trascina rudemente all'altezza del suo viso, per stemperargli il naso e le guance di baci.

"Non farlo mai più."

Senza fiato, Alessandro gli bacia la spalla nuda, la linea netta, dritta, della mandibola. Non farlo mai più. Come se lui non avesse sbagliato niente. Quasi gli scappa da ridere per l'assurdità dell'assunto in sé; stacce, zì, non sai litigare.

"Neanche tu," replica Riccardo, stringendolo così forte contro al suo fianco che per un attimo Alessandro ha l'impressione di sentire le sue ossa da uccellino piegarsi sotto la pressione schiacciante. 

Non litighiamo mai più, pensa. Ma nemmeno lui si spingerebbe così lontano con la fantasia.

 

***

 

“Le cose che ti ho detto…non le pensavo davvero.”

“Neanche io.”

Riccardo gli prende piano il mento con le dita, sollevandogli il viso per guardarlo negli occhi. A giudicare dalla sua espressione concentrata sta cercando qualcosa di specifico, ma Alessandro non ha idea di che cosa sia. Sbatte le palpebre, allora, aggrotta le sopracciglia. Riccardo scuote impercettibilmente la testa e non si lamenta quando Alessandro appoggia il mento nello spazio morbido e accogliente tra il suo sterno e la sua clavicola, in attesa.

“Era così anche con…con gli altri? Litigavate e poi scopavate?” Chiede dopo un po’. Alessandro vorrebbe dirgli di no, che ora è tutto diverso, che niente con lui è identico a come era con gli altri, ma la realtà è che non ha mai saputo come litigare…e nemmeno come rimettere a posto le cose dopo.

“Lo so che scopare non serve a niente, Ricky. Che bisogna parlare. Però sì, capitava, a volte.”

Praticamente sempre, Ricky. È così che rovino le relazioni. Sono abituato male.

“Parliamo?”

Dio, dove cazzo potrebbe mai trovarla la forza di dirgli di no? Alessandro sospira, lo respira. Sa di terra e di erba appena tagliata. Potrebbe aver passato la notte a cercare di dormire in un'aiuola urbana, in un parco o in un giardino condominiale, non gliel’ha ancora chiesto e non è nemmeno sicuro di volerlo sapere. Gli bacia la spalla, dolcemente, prima di puntellarsi sui gomiti e scoccargli un bacio sulla bocca, leggero, che sa di tutte le parole che non si sono ancora detti.

Ci possiamo provare, zì. Per una volta ci possiamo provare.

“Va bene. Ma facciamo colazione prima? Non si affrontano certi discorsi a stomaco vuoto.”

Riccardo annuisce, stropicciandosi gli occhi gonfi, stanchi, coi dorsi delle mani.

“Stavolta la prepari tu?”

Chissà perché, l’ha sempre vinta lui.

 

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